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venerdì 16 novembre 2012

La soluzione alla crisi è invadere la Svizzera

Una volta invasa imporrei alla Svizzera di assumersi lei l’onere di governare l’Italia...
 

L'altro giorno ero in treno e al mio fianco avevo una specie di pic­colo Buddha in versione napoletana. Il piccolo chiattone (pingue) non ave­va dieci anni, e chiedeva alla madre, chiattona pure issa, notizie sulla crisi economica in atto e come mai nessu­no riesce a risolvere la situazione. Do­po aver assunto tutte le notizie utili, ha emesso un responso che mi ha la­sciato di stucco: perché non invadia­mo la Svizzera? Il piccolo Buddha, o se preferite il piccolo Hitler o il picco­lo Stalin, faceva un ragionamento dia­bolicamente ineccepibile.
Ci manca­no i soldi, la Svizzera ha tante banche, è neutrale, non fa guerra e non oppo­ne resistenza; dunque perché non ci pigliamo la Svizzera? Ecco la soluzio­ne ai nostri problemi. Favolosa. Altro che secessione, meglio l’annessione. Anschluss. E poi è assurdo che un’Eu­ropa nata a immagine e somiglianza della Svizzera, intorno alla moneta e alle banche, debba avere questo buco nero in pieno centro. Arrenditi, Sviz­zera, sei circondata. Mi sembra ma­gnifica la soluzione proposta dalla creatura che ragionava come Napole­one, sbrigativo ed efficace.
Aggiunge­rei una sola postilla. Una volta invasa, imporrei alla Svizzera di assumersi lei l’onere di governare l’Italia. Noi non siamo buoni, come dicono a Napoli, non siamo capaci. Ci considerino il lo­ro Cantone inferiore, sotto tutti i pun­ti di vista, il più popoloso e il più rogno­so. Il Canton Tapino. Dichiariamo guerra alla Svizzera col proposito di perderla a tavolino e di arrenderci ai loro cioccolati a cucù... Che schiava di Berna Iddio la creò.
.ilgiornale.it

martedì 25 settembre 2012

Dio, patria e famiglia? Ci servono ancora, eccome

Religione, comunità e "sangue": tre valori su cui si sono fondate le civiltà. Ma che da tempo sono pesantemente in crisi. Eppure più necessari che mai
di Marcello Veneziani

Abbiamo perso il cielo sulla nostra testa, la terra sotto i nostri piedi e il sangue dentro il nostro cuore.







Tre immagini emotive per raccontare la perdita reale dei principi di vita su cui si fondava il mondo di ieri, personale e comunitario.Vorrei parlarvi di Dio, patria e famiglia, anche se ne sono fuori. Difendo il loro ricordo e il loro valore, ma ho perso anch'io consuetudine di vita. Di fronte al loro perire – di morte innaturale – non trovo sostituti degni e veri, e da quel triplice vuoto che non si riempie io vorrei partire. Vorrei parlarvi di Dio, patria e famiglia non come si fa in un saggio storico o filosofico, politico o sociologico, ma con tutto il cuore e la mente tesa, come di una cosa che ci riguarda da vicino e ci coinvolge interamente. Un saggio di pensiero popolare che cerca la sua dimensione spirituale nella realtà. Vorrei parlarvene non attraverso i luoghi comuni, quelli più antichi di chi li elogia e quelli più recenti di chi li disprezza. Non voglio tesserne l'elogio funebre o il necrologio onesto. Io vorrei capire quale molla spinse ad aggrapparsi così a lungo a quei tre cardini, come fu intenso e corposo il loro amalgama uno e trino, quale molla ha poi spinto ad affossarli, e cosa resta ora, oltre il rimpianto e la maledizione della loro ombra. E intravedere cosa può sorgere oltre la loro presenza e il loro declino.Vorrei parlarvi di Dio, patria e famiglia perché so di parlare a ciascuno di voi delle esperienze che più ci toccano: quella di scommettere o meno su Dio, su una fede, su una religione fatta anche di pratiche, devozione e storie. Quella di partecipare alla sorte del paese natio, sentirsi legati a una comunità e sentire un luogo come la nostra casa. E infine quella di riconoscere le proprie origini in una famiglia: la propria infanzia, gli affetti più duraturi, le nascite e i lutti. Tutto ciò che di più significativo abbiamo vissuto passa dal rapporto d'amore, conflitto o dipendenza rispetto a quel triplice legame.Parlare di Dio, patria e famiglia è dire del nostro essere al mondo. Non è solo un discorso teologico o politico, sentimentale o affettivo, biologico o spirituale, perché fra quei tre riferimenti primari scorre la nostra umanità intera e scorrono i nostri legami con la vita e la paura della morte, la parabola dei nostri anni dalla prima infanzia alla vecchiaia, i nostri soliloqui e i nostri più intensi colloqui, la nostra singolarità e la nostra universalità tramite le comunità. La verità della nostra condizione e le nostre più grandi menzogne ruotano intorno a essi. Non è dunque un motto, un grido di guerra o di propaganda politica, ma è il destino di una vita che si affida al cielo, alla terra e al seme.
Qualcuno dirà che c'è l'amore libero, c'è l'amicizia, c'è il lavoro individuale e sociale, c'è l'umanità intera e ci sono mille altre cose che non passano necessariamente da Dio, dalla patria e dalla famiglia. Ha ragione, ma nessuna come queste tre risponde – in modo adeguato o inadeguato lo dirà poi ciascuno – alla nascita, alla vita e alla morte in rapporto a un luogo e a un tempo. Ci sono passaggi ulteriori, però il nostro sé originario si trova a dover fare i conti con il luogo in cui è nato e cresciuto, con i suoi geni, con le persone da cui è nato o con cui è vissuto, o che egli ha fatto nascere, e infine con l'umana esigenza di rispondere alla domanda: finisce tutto qui o c'è dell'altro oltre me, le cose, il caos, il caso? Sono come altezza, lunghezza e profondità, le misure che dettero solidità alla nostra vita e che ora ne attestano l'evanescenza.
Già vedo la smorfia di sarcasmo e sufficienza su Dio, patria e famiglia. Molti si sentono superiori a quel trito passato e a quei superati pregiudizi. Ma non si rendono conto di quanto quei fantasmi giganteschi pesino sulle loro fughe, sulle loro spettrali solitudini, sulle loro meschinità. Dico loro, dovrei dire nostre. Il fatto è che ci siamo liberati di quei pregiudizi tramite un altro pregiudizio, la convinzione a priori che fossero «superati», a volte confondendo le forme di rappresentazione che sono figlie del proprio tempo con la fonte da cui scaturivano. In tal modo, bollandole come superate, nel nome di uno storicismo a sua volta rancido, non le abbiamo affrontate, capite e digerite. Le abbiamo solo evitate, non riuscendo però a evitare le ombre che si allungano sulla nostra vita. E la notte risalgono come fantasmi, voragini e colpose orfanità, e cospirano col nostro presente malessere.È difficile valicare, o addirittura sgretolare, il muro di ovvietà che impedisce di pensare a Dio, patria e famiglia. È rimasto in piedi lo slogan ternario, ma con funzione inversa: ieri serviva a sancire un ordine rispettoso di certezze e pregiudizi, oggi serve a respingerlo a priori, consegnandolo al folclore imbalsamato del passato. È difficile, mi rendo conto, sottrarre il tema all'ovvietà dei riflessi condizionati, ieri devoti e oggi repellenti. È difficile restituire vita e pensiero a un corpo rigido, su cui si è depositata la muffa. È difficile, ma è più che benefico ripensarci, forse necessario.

venerdì 11 maggio 2012

Rimettete a noi i nostri debiti


L’Italia è nelle mani di una ragazzi­na che abbraccia suo padre e gl’impedisce d'impiccarsi

L’Italia è nelle mani di una ragazzina che abbraccia suo padre e gl’impedisce d'impiccarsi.
In questa catena terribile di suicidi, quel gesto d’amore disperato ma fruttuoso della quindicenne di Calolziocorte è l’unico spiraglio di luce, salvezza e umanità.

e
Una salvezza domestica e famigliare, figlia d’amore.
Scusate se torno sui suicidi ma credo che siano la vera chiave del nostro presente, sia in senso politico-civile sia esistenziale.
Sul primo piano chiedo, anzi supplico, che qualcuno osi proporre una bonifica, un’amnistia generale, anche se non totale.Un piano d’uscita dalla situazione cancellando il debito pubblico e privato. Eccettuati i casi limite e i truffatori recidivi, si arrivi al reciproco disarmo del debito: «Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori ».O in subordine,si cancelli l’interesse da strozzino applicato sui ritardi e si ripristini l’importo originario non pagato, col solo aggiornamento Istat. Si può studiare un piano serio e proporre di applicarlo anche al debito pubblico, pure in sede europea? La politica può incalzare il governo su questo doppio tema, fare proposte serie? È un’emergenza, occorrono rimedi eccezionali, da visionari lucidi.
Sul piano esistenziale, vorrei dire mille cose, ma non c’è spazio. Lasciate che io ne accenni solo una: la radice dei suicidi è nella pulsione di morte, nella stanchezza di vivere e nella perdita di senso che contagia l'epoca e poi si traduce in atto per cause reali, come i debiti.
Per ogni suicida ci sono mille devitalizzati...

mercoledì 2 maggio 2012

Se il Primo maggio si traveste da 2 novembre



Ci
 faccia vedere il curriculum. Qui, davanti a tutti? Totò aveva precorso la vana oscenità di mostrare il curriculum per trovare la­voro

Ci faccia vedere il curriculum. Qui, davanti a tutti?
Totò aveva precorso la vana oscenità di mostrare il curriculum per trovare lavoro. Vorrei consigliare al ministro Fornero e ai sindacati che oggi festeggiano il Lavoro di procurarsi un mediometraggio di due ragazzi del sud, Gianluigi Belsito e Michele Caricola.
Si chiama «A chi appartieni» ed è un’espressione assai in uso dalle mie parti, in versione dialettale, non tanto per sapere come Dante «chi fur li maggior tui», ma chi sono i tuoi protettori, il tuo partito, il tuo pappone, la tua gang di riferimento.
Perché, sostengono i due ragazzi, per cercare lavoro il criterio dell’appartenenza prevale su quello della competenza.
Sì, il vero dramma del mondo del lavoro che vale 18 articoli 18, è quello. Che si aggrava ora che non ci sono soldi, gli imprenditori chiudono o s’ammazzano, nessuno può promettere nulla se non fuffa e raggiro. Gli unici settori che pagano bene sono sesso, droga e criminalità. Magari se ne trascurano altri come l’assistenza ai vecchi; ma la penuria è vistosa. Ho provato a fare un censimento empirico tra i ragazzi: crescono paurosamente i disadattati che sono o si sentono incapaci di affrontare la vita e il lavoro; poi ci sono gli adattati che prendono due euro all’ora, da precari, pur di fare qualcosa; infine gli adatti che però di solito lasciano l’Italia o la legalità. Si salva chi eredita un lavoro.
Col lavoro che manca, la disoccupazione che cresce e gli imprenditori che si uccidono, mi sa che dovremo accorpare il Primo maggio col 2 novembre.

lunedì 30 aprile 2012

Lo chiameremo "Rinascitalia" S’i fosse foco arderei ’l Monti. S’i fos­se Silvio, com’i sono e fui, torrei le donne giovani e leggiadre, e vecchie e lai­de lasserei altru

di Marcello Veneziani

S’i fosse foco arderei ’l Monti. S’i fosse Silvio, com’i sono e fui, torrei le donne giovani e leggiadre, e vecchie e laide lasserei altrui. O se preferite aggiornare Cecco Angiolieri con i rincari della luce...

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l’arderei sulla sedia elettrica.
Per carità, scherzo, lunga vita a Monti, ma non al suo governo. Al dopo Monti si deve pur pensare e il programma del Pdl fondato sulla limitazione dei poteri, delle tasse e dei giudici, è giusto e coerentemente liberale, ma non basta per (re)suscitare l’Italia. Dopo il mio cucurucucù di domenica scorsa ho ricevuto una marea di appelli, proposte, richieste d’ogni tipo, da ogni parte d’Italia.Non per merito dell’articolo ma per bisogno reale di trovare un punto di ripartenza ideale e politico e non solo pratico-elettorale.
Tra i tanti, Elisabetta Foschi da Urbino mi chiedeva un nome per battezzare «un’associazione che provi a ridare la voglia di credere e che incarni la rabbia e l’orgoglio dei tanti italiani sfiduciati dai partiti». Le ho suggerito RinascItalia, che è un appello (Rinasci Italia), una citazione polemica (a Salvaitalia, Crescitalia, Tassitalia) e un richiamo storico (al Rinascimento, al Risorgimento). Se non è già in uso...
Sì, primum vivere, è necessario che si risponda prima sul terreno pratico tra casa, lavoro, tasse. Ma è necessario pure alzare la testa e il tiro, riprendere la sfida delle idee e delle passioni civili. Perché i Coniugi Padella&Brace, ovvero Tecnici e Partiti, hanno mortificato ambedue. E se non entriamo in quello spirito di rinascita non ci risolleveremo.

giovedì 26 aprile 2012

Perché la destra è stata squalificata

Perché non sorge in Italia una destra legittimata intellettualmente, si chiede su Il Mulino Galli della Loggia? Stilo un catalogo di indizi
di Marcello Veneziani

Perché non sorge in Italia una destra legittimata intellettualmente, si chiede su Il Mulino Galli della Loggia?
Stilo un catalogo di indizi.
Perché la volete a misura vostra, che di destra non siete, e non ne accettate altre. Perché le sole destre legittimate sono per voi quelle morte, inesistenti o nemiche delle destre in campo. Perché il controllo culturale è ancora in mano a una setta, ieri a prevalenza comunista e azionista, poi radical e progressista, sempre politicamente corretta e intollerante.
Perché avete delegittimato non solo i neofascisti, che peraltro non amano definirsi di destra, ma anche le destre legate alla tradizione, comunitarie, nazionali e sociali, che sul fascismo avevano un giudizio diverso dalle vulgate ufficiali.
Perché anche i giornali non di sinistra, fautori del bipolarismo, come il Corriere della sera , temono di ospitare opinioni e autori schiettamente di destra mentre non temono di pubblicare opinioni e autori apertamente di sinistra. Perché sono ignorate opere, idee, proposte provenienti da destra e gli autori sono silenziati, o al più targati in quadretti manieristi di appartenenze, sbrigati nel folclore o vituperati su risvolti marginali. Perché dopo decenni di divieti nel nome dell’antifascismo si sono beccati il divieto nel nome dell’antiberlusconismo.
Perché le forze di centro-destra e loro affluenti considerano le idee un’arma impropria, identificano popolare con volgare e diffidano dei libri come portatori di malattie.
Perché ora è troppo tardi, destra e sinistra indicano solo le scarpe.

mercoledì 25 aprile 2012

Promemoria per un 25 aprile condiviso Mentre le iene ululano mi chiedo: quando avremo una memoria condivisa?


Mentre le iene ululano mi chiedo: quando avremo una memoria condivisa? Quando riconosceremo che uccidere Mussolini fu una necessità storica e rituale per fondare l'avvenire, ma lo scempio di Piazzale Loreto fu un atto bestiale di inciviltà e un marchio d'infamia sulla nascente democrazia.
Partigiani
Partigiani
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Quando riconosceremo che Salvo d'Acquisto fu un eroe, ma non fu un eroe Rosario Bentivegna. Quando ricorderemo i sette fratelli Cervi, partigiani uccisi in una rappresaglia dopo un attentato, e porteremo un fiore ai sette fratelli Govoni, uccisi a guerra finita perché fascisti.
Quando diremo che tra i partigiani c'era chi combatteva per la libertà e chi per instaurare la dittatura stalinista. Quando distingueremo i partigiani combattenti sia dai sanguinari che dai partigiani finti e postumi. Quando onoreremo quei partigiani e chiunque abbia combattuto lealmente, animato da amor patrio, senza dimenticare il sangue dei vinti. Quando celebrando le eroiche liberazioni, chiameremo infami certi suoi delitti come per esempio l'assassinio del filosofo Gentile.
Quando celebrando la Liberazione ricorderemo almeno tre cose: che nel ventennio nero furono uccisi più antifascisti italiani nella Russia comunista che nell'Italia fascista (lì centinaia di esuli, qui una ventina); che morirono più civili sotto i bombardamenti alleati che per le stragi naziste; che ha mietuto molte più vittime il comunismo in tempo di pace che il nazismo in tempo di guerra, shoah inclusa. La pietas copra tutti quei volti violati senza coprire o violare la verità della storia.

martedì 24 aprile 2012

La paura del nero, i rossi e il Mar Giallo


Già li sento soffiare allarmati, per il trionfo di Marine Le Pen alle elezioni francesi. Paura, orrore, fantasmi del pas­sato che tornano...di Marcello VenezianiUuuuu.Già li sento soffiare allarmati, per il trionfo di Marine Le Pen alle elezioni francesi. Paura, orrore, fantasmi del passato che tornano...Ingrandisci immagineIn realtà Marine Le Pen non è il problema e non è la soluzione, ma è un segnale. Non è il problema perché il suo successo elettorale è un primo livello di risposta al problema dei francesi e degli europei: la svendita della sovranità politica, popolare e nazionale ai poteri finanziari, transnazionali e tecnocratici, la crisi economica che si abbatte sulla gente ma esonera i suddetti, il mal dell’euro,la dipendenza dalle banche centrali, la subalternità dell'Europa alla Germania. Questi sono i problemi, mica Le Pen.Certo, Marine Le Pen non è la soluzione, indica il livello d’allarme, la voglia di risposte radicali alla crisi, ma non ha concrete possibilità di governo, non ha potere di coalizione politica con i moderati o di alleanza con i poteri che contano. Ma è un segnale forte e tutto sommato utile, da cogliere.Qualcuno deve dar voce, corpo e credibilità a questa istanza, ma deve darne una versione composta e compatibile con un'alleanza più vasta. Una lezione anche per noi (finora l’ha capita solo Storace, arruolato da Marine).Mentre suonavano l’allarme rosso a livello mondiale per il voto alla Le Pen, nel Mar Giallo Russia e Cina facevano esercitazioni militari congiunte. Vi dice niente, vi ricorda qualcosa?Voi pensate alla Marine e i fantasmi nazi del passato remoto, mentre le navi degli eredi del comunismo, di Stalin e di Mao, mandano un segnale rosso, in tutti i sensi.

lunedì 16 aprile 2012

I sinceri democratici cedono alla tentazione dell’anti democrazia


Che strano se è la sinistra progressista (non la destra "golpista") a criticare la sovranità popolare, il Parlamento e il principio di maggioranza...

Aboliamo la democrazia? È la tentazione che scorre, dissimulata, in Occidente, e in particolare in Europa, e più in particolare in Italia. Ad accarezzare l’idea non è una residua setta di biechi reazionari e golpisti e nemmeno una consorteria di aristocratici ed elitari, figli di Mosca e Pareto.

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Ma una corte di democratici progressisti, riveriti professori e ossequiati circoli di intellettuali, in gran parte provenienti da sinistra se non addirittura dal comunismo.
Nel prossimo numero de Il Mulino , la rivista diretta da Michele Salvati, economista liberal della sinistra postcomunista, apparirà un saggio sulla crisi della democrazia di Alessandro Pizzorno, autorevole sociologo e politologo che ha insegnato a New York ma anche a Teheran, passando per Oxford e Milano. Se ne parlerà domani in un dibattito alla New York University di Firenze, dove interverranno tra gli altri lo stesso Pizzorno e Nadia Urbinati che ha pubblicato un saggio sull’argomento ( Democrazia rappresentativa. Sovranità e controllo dei poteri , Donzelli) che secondo Daniela Coli capovolge le tesi della versione americana del suo stesso saggio. Il promotore dell’incontro fiorentino è William E. Klein, estimatore di Toni Negri e delle Coop rosse.
Il filo conduttore è ripensare la democrazia dopo la crisi economica, che impone più governance e meno parlamento, più esperti e meno politici, più tecnici e meno popolo. Se l’avesse sostenuto un autore o un club di destra, nota la Coli, «si sarebbe scatenato il mondo intero » . Ho letto in anteprima il saggio di Pizzorno, In nome del popolo sovrano? che ne costituisce il riferimento di base. Pizzorno confessa di essere infastidito dalle polemiche sui tecnici e dagli appelli a tornare al popolo sovrano e alla politica. Il suo saggio è una dura requisitoria contro la democrazia rappresentativa fondata sulla maggioranza e sul suffragio universale. Una critica alla democrazia in chiave elitaria nel contesto del capitalismo avanzato. Una critica alla democrazia, analoga a quella di Salvati, che pur partendo da premesse differenti approda a esiti simili a quelli di autorevoli intellettuali comunisti come lo storico Luciano Canfora e il letterato Asor Rosa.
Fino a ieri la critica alla democrazia era travestita in una critica alla deriva populista; ora si fa esplicita, si estende alla democrazia rappresentativa, e si invocano gli esperti, le élite. Tecnocrati del Capitale e giacobini di ritorno combaciano nel maledire la democrazia fondata sulla sovranità popolare e nazionale. La democrazia e la sovranità popolare appaiono a Pizzorno un mito e il voto stesso ha per lui solo un valore simbolico e rituale per uscire dalla solitudine sociale. Dove vige il criterio di maggioranza peggiora la qualità delle decisioni, soprattutto in temi economici e sociali. La democrazia sancisce a suo dire il primato delle masse incompetenti sulle élite competenti. E produce governi affetti da «miopia» che danno vantaggi immediati ai propri elettori ma danneggiano l’economia e società dei Paesi. Le società più avanzate, nota Pizzorno, tendono ormai a trasferire alla governance dei tecnici, decisioni e poteri sottratti alla democrazia, alla sovranità popolare e al parlamento.
Il Mulino è da anni un importante laboratorio e crocevia fra tre culture: tecnocratica, cattodemocratica e liberal- radicale. Insomma è la sintesi culturale del centro-sinistra, una tecno- sinistra che lascia alle spalle Gramsci e il nazionalpopolare per sposare capitalismo e progressismo, procurandosi pure una benedizione cristiana di tipo dossettiano: Romano Prodi fu frutto di quell’ambiente. Traspare nel saggio di Pizzorno,e nell’ humus che lo esprime, la preferenza per il principio di competenza rispetto al principio di maggioranza. Oligarchie illuminate contro democrazie oscurantiste. Esperti contro Plebi. Visto lo spettacolo recente, l’ipotesi potrebbe tentare anche realisti conservatori e liberali. Ma la domanda sorge: a chi rispondono gli esperti, chi li certifica e li nomina, nel nome di cosa governano, chi stabilisce la scala di priorità delle loro scelte? Le aziende di riferimento o di provenienza che badano ai loro interessi? Le agenzie di rating?
Le università in crisi, dominate da mafie demeritocratiche e nepotiste? Dall’altra parte, i partiti sono discreditati e incapaci, raccolgono appena il 4 per cento della fiducia dei cittadini, sono corrotti e avvitati su se stessi. Siamo in effetti tra la brace dei tecnici-esperti e la padella dei partiti- corrotti. Due caste dominanti, non dirigenti. Sappiamo bene del resto che la sovranità popolare è soprattutto un mito e il voto è soprattutto un rito, magari necessario ma certo non sufficiente a fondare un buon governo, una vera osmosi tra eletti ed elettori.
Non esistono governi delle moltitudini: le buone democrazie sono governi di pochi nell’interesse di molti, le cattive sono governi di pochi nell’interesse di pochi. Sul piano dei principi, il buon governo di un Paese, non mi stancherò di ripeterlo, nasce da un buon equilibrio fra tre fattori: l’esperienza, la competenza e la maggioranza;ossia l’esempio della storia e gli usi della tradizione, il ruolo e il giudizio degli esperti, il consenso popolare espresso per via democratica. Ma sul piano dei fatti come realizzarlo?
Penso a un’inevitabile doppia via: da un verso l’elezione diretta di chi governa una città, una nazione (e perfino l’Unione europea), che res ponsabilizza chi comanda, travalica i partiti, fonda leadership decisioniste. Dall’altra la formazione e la selezione di élite qualificate in appositi laboratori, scuole, istituti, fondazioni, a cui segue tirocinio e pratica nelle pubbliche amministrazioni. Decisori politici eletti dal popolo ma circondati da aristocrazie selezionate dagli studi e sul campo che costituisconol’ossatura dello Stato, la continuità e la competenza. Partecipazione popolare in basso, decisione in alto, selezione e competenza nel mezzo. Facile a dirsi... Se la democrazia non funziona, non si può chiedere all’economia o alla tecnica di sostituirla, non si possono negare gli interessi generali, le comuni priorità e i valori.
Ma se i parlamenti non funzionano, non si può pensare a una scorciatoia plebiscitaria e populista per evitare la deriva oligarchica. La via da percorrere, ardua ma inevitabile, è quella di una democrazia comunitaria, selettiva e decisionista. Il compito gigantesco dei nostri anni.

sabato 14 aprile 2012

Tecnici o partiti, la padella o la brace


Siamo tra la padella e la brace. La pa­della dei tecnici e la brace dei parti­ti. Una ci dissangua, l’altra ci deruba. L’incudine della Maleuropa e il martel­lo della Malitalia

Siamo tra la padella e la brace. La padella dei tecnici e la brace dei partiti. Una ci dissangua, l’altra ci deruba. L’incudine della Maleuropa e il martello della Malitalia.

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Non c’è scampo.
In una situazione meno grave, in Francia c’è chi ha il coraggio di puntare su una donna energica di rivolta sociale e nazionale. Marine Le Pen gode in questo momento della provvisoria sospensione del linciaggio mediatico perché ruba voti soprattutto a Sarkozy e dunque aiuta la sinistra nel ballottaggio.
È una storia vecchia sin dai tempi di suo padre, che la sinistra vedeva di buon occhio solo in campagna elettorale perché toglieva voti a Chirac e favoriva Mitterrand. Ma sua figlia piace a un elettorato giovanile e femminile, non reducista; è più presentabile di suo padre. Certo, pure lei non ama l’immigrazione clandestina, preferisce i francesi agli stranieri, rilancia l’orgoglio francese e soprattutto attacca il potere della finanza e della tecnocrazia europea.
Questo la rende imperdonabile ai potenti e cara al popolo; e questo, se permettete, me la rende simpatica, pur non condividendo certe sue posizioni estreme.
Ma qui torno al caso disperato,l’Italia commissariata. Possibile che in questa situazione estrema non emerga nessun credibile leader che copra il ruolo di Marine in versione italiana? Lo spazio ci sarebbe, l’esasperazione sociale pure, c’è insofferenza verso i partiti che si appropriano e verso i bancocrati che ci espropriano.
Aspettiamo lo sbarco in Italia di Marine: non è il rimedio, ma almeno un primo livello di risposta.

sabato 24 marzo 2012

Si spacciava per tecnico, beccato

 Marcello Veneziani

Si fingeva tecnico, ma guidava normalmente un partito. La Guardia di finanza ha filmato, pedi­na­to e smascherato un uomo di 69 an­ni di professione premier


Si fingeva tecnico, ma guidava normalmente un partito. La Guardia di finanza ha filmato, pedinato e smascherato un uomo di 69 anni di professione premier, con un nome d'arte che alludeva alla sua inafferrabilità (Mari-o-monti) che si fingeva inabile alla politica per riscuotere il relativo sussidio, per beneficiare del sostegno parlamentare per i portatori di handicap politici e per usufruire del parcheggio riservato ai tecnici. 

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Ma poi, nelle ore notturne o fuori dal suo paese, si dava alla politica e lavorava a creare una sua lista. I militi hanno sequestrato al finto invalido volantini inneggianti al suo Partitosetta, Technology, testi deliranti che rivendicavano attentati alla sovranità nazionale e popolare, il progetto eversivo di istituire una Corte di Tassazione, un arsenale di armi e cappucci rifornite dalla Germania e dai Poteri Occulti, più una sfilza impressionate di bot di capodanno e derivati finanziari. I cani poliziotto hanno trovato paccate di bond tedeschi nascosti sotto titoli di stato italiani. Ma la cosa più raccapricciante sono i sacrifici umani che l'uomo e la sua setta compivano sui corpi straziati dei contribuenti. Pensionati, disoccupati, precari, notai e farmacisti fatti a pezzi con tagli atroci, cosparsi di benzina. La brillante operazione delle fiamme gialle è stata resa possibile dalla soffiata di un pentito, detto il Passera solitario. Per sfuggire a loro, il Tecnico ha cercato di procurarsi un crash, ma gli hanno praticato il logout in tempo. Alla fine si è arreso, invocando i Monti di Pietà. 

venerdì 23 marzo 2012

Dall’idealismo alla corruzione, solo andata

Non c’entra più Berlusconi, non ci sono di mezzo la Dc, Craxi e affini. Il malaffare tocca ora chi aveva forti mo­tivazioni ideali: tanti di sinistra, leghisti ed ex An
di -
Non c’entra più Berlusconi, non ci sono di mezzo la Dc, Craxi e affini. Il malaffare tocca ora chi aveva forti motivazioni ideali: tanti di sinistra, leghisti ed ex An.
La Camera dei deputati
La Camera dei deputati
Da dove nasce questa nuova ondata? Non basta dire l’indole italiana, il contagio o l’occasione fa l’uomo ladro. Questo spiega il come, non il perché. Si dice corrotto un corpo morto o infetto. Per un corpo morto, corrotto sta per putrefatto; e la politica italiana è decomposta tra carcasse di ex-partiti, ed è putrefatta, anzi putrefaziosa, morta nelle idee ma ancora faziosa. Ma si dice corrotto anche un organismo degenerato.
La corruzione sorge quando muore o si altera la motivazione originaria che ha spinto a far politica. I partiti pragmatici nascono cinici, la carriera prevale sulla militanza. Ma ai partiti idealisti si aderiva per convinzione e non per convenienza.
Quando le motivazioni non contano più, si perdono gli scopi originari. C’è una fase di passaggio,pseudo-machiavellica: i fini giustificano i mezzi e allora si diventa cinici per la Causa. Poi i fini, impraticabili, spariscono; e allora i mezzi sostituiscono i fini. Si ruba prima per il partito, poi per la corrente, infine per sé stessi. «Se la casa brucia voglio scaldarmi anch’io», dice in veneziano un personaggio goldoniano. Il tonfo è più forte per gli utopisti, perché più è larga la forbice tra la società perfetta e irraggiungibile che si idealizza e la società imperfetta in cui viviamo, più spazio si apre alla corruzione, che riempie quel vuoto. Così l’incorruttibile si corrompe, ma da indignato.

sabato 17 marzo 2012

L'Italia è morta, viva l'Italia

Non è che l'Italia sia mor­ta con i tecnici al governo. L'Italia muore da una vita, sono secoli che se ne proclama la morte e talvolta la re­surrezione...


Sotto la dominazione germanica l'Italia celebra oggi la sua indipendenza. Fui io a proporre la festa del 17 marzo, lasciate che proponga il suo necrologio.

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Non è che l'Italia sia morta con i tecnici al governo. L'Italia muore da una vita, sono secoli che se ne proclama la morte e talvolta la resurrezione.
La morte della patria di Satta, poi di De Felice e Galli della Loggia, fu preceduta dall'Italia finisce di Prezzolini; di morte dell'Italia ne sento parlare dacché son vivo. La morte dell'Italia è coetanea alla sua nascita, anzi la precede. Qui regna luttuosa allegria. La vogliono morta in troppi, quelli che si sentono cittadini globali e basta, quelli che non fanno differenza tra compatrioti e stranieri, quelli che provengono dall'Internazionale - i proletari che non hanno patria - quelli che si sentono figli delle padanie fiabesche, quelli che la sacrificano al dio Kazzimiei, quelli che subordinano l'Italia ai conti, il popolo allo spread, la città alla tecnica, l'italiano all'inglese, al tedesco e all'erba del vicino. Bello il poema di Aurelio Picca L'Italia è morta. Io sono l'Italia; non so se si senta erede o morto pure lui. «L'Italia è una gigantesca tomba, quella dei padri traditi e dimenticati».
Bello il suo pianto per i morti d'Italia, fascisti inclusi, e per l'Italia che muore come una madre. Bello il saggio annesso di Luca Doninelli sull'Italia terra vestita a lutto, invasa e condannata dalla bellezza, pervasa dal pre-sentimento della fragilità. Bisogna partire dalla sua morte per volerla in vita. Dannata patria.

lunedì 12 marzo 2012

Quello che ci rimane, tolto Dio


Il dramma delle conversioni "a rovescio" ci fa riflettere sul ruolo della Chiesa quando viene a mancare la fede. Il caso dello scrittore Ferruccio Parazzoli che abbandona il cristianesimo ;
di
Scrittore cattolico per una vita, direttore di case editrici e collane d’ispirazione cattolica, firma di punta di Avvenire, Famiglia Cristiana e Jesus, vicino alla Conferenza episcopale e all’Opus dei, Ferruccio Parazzoli in età grave si è ribellato al cliché ma ha fatto anche di più, ha disdetto Dio. Ingrandisci immagineSi è allontanato dalla fede cristiana e dal monoteismo, e presumo dalla sua stessa vita di credente e praticante e ha scritto un libro, questa volta non un romanzo ma un saggio, dunque senza nascondersi nella finzione narrativa, dedicato al rovescio di una conversione. Il libro è intitolato Eclisse del Dio Unico (Il Saggiatore, pagg.156, euro 13), ma il titolo conserva ancora qualche traccia di fiducia: l’eclisse ingenera speranze - infondate in questo caso - che prima o poi torni la luce divina. Ricordo un saggio a due, scritto quarant’anni fa, Tramonto o eclissi dei valori tradizionali? di Augusto del Noce, che ne scorgeva l’eclissi epocale, e Ugo Spirito, che ne ravvisava invece il tramonto definitivo. Parlavano di valori tradizionali ma ruotavano intorno alla fede cristiana.Il libro di Parazzoli lascia meno speranze e costeggia la perdita della fede e la morte di Dio, o meglio la sua eutanasia, che forse non esplicita nel modo diretto che gli attribuisce nella prefazione Vito Mancuso, ma certo vi gira attorno. Di quello «scisma sommerso» nel cuore del pensiero cristiano, di cui parlò alcuni anni fa Pietro Prini, Mancuso si presenta come il capofila, una specie di Lutero emerso che chiama a raccolta i diversi itinerari degli scismatici.Ho rispetto delle conversioni e anche del loro rovescio, se sono il frutto sincero di uno spietato e tormentato ripensamento. E credo che questo di Parazzoli lo sia. Egli sembra inclinare verso una forma di panteismo, che rimpiange gli dei pagani ma avverte che a loro non si può più tornare, sono ormai irraggiungibili. Descrive il dissolversi del Dio unico e vede crescere quel che definisce, parafrasando Hegel, «la pappa del niente». In quella pappa è immerso anche lui, seppure a disagio. Ha vinto il nichilismo. Alla fine approda alla convinzione che l’esistenza di Dio coincida con l’esistenza del mondo, una forma implicita di panteismo: «Il mondo altro non è se non la vita di Dio». Scompare il Dio unico ma svanisce anche Gesù, supplente in terra e Suo Figlio unigenito. Gesù non basta più, il Dio personale, storico, che si incarna, scende nel tempo e poi risorge post mortem, sparisce dai pensieri di Parazzoli. Il Dio unico non è stato ucciso ma muore di morte naturale, forse anche stressato dai monoteismi e in particolare dall’ultimo in ordine di tempo, quello islamico. E con Dio muore anche l’uomo in rivolta, perché ha perso il Padre contro cui ribellarsi. L’uomo, avverte Parazzoli, non vuole più scommettere su Dio, come incitava Pascal, ma preferisce rischiare in proprio, a occhi aperti. E se anche Dio fosse un rischio, come scrisse ormai alla soglia dei novant’anni uno scrittore laico e scettico come Prezzolini?Parazzoli non esplicita la sua rottura definitiva con la fede e con la Chiesa cattolica, forse per prudenza, forse per pudore, o perché agli addì tormentati non si addicono spettacolari conversioni a «U», gesti plateali e vistose retromarce. Del resto non c’è animus polemico in lui, c’è una disarmata perdita di fede: «Non abbandono Dio senza rendermi conto che non credo più in Lui» scrive, ma pur parlando in prima persona non si riferisce direttamente a se stesso, procede per esempi. La sua confessione è rifratta, paludata.Lasciando sullo sfondo il quesito cruciale, la perdita della fede nel Dio unico, resta irrisolta una domanda: che ne è allora di Cristo e della sua sposa, che ruolo ha la Chiesa e cosa resta del popolo dei credenti? A questa domanda il testo di Parazzoli non risponde, restando nella dimensione agostianiana dell’interiorità (Noli foras ire...). Ma cosa resta dopo il disdio, equivalente teologico del dispatrio. Il disormeggio dal Dio unico e quindi il distacco dal cristianesimo? L’ossequio clericale all’Istituzione, il rispetto della routine o la perdita assoluta del suo ruolo e del suo senso? Se Dio coincide con il Mondo non c’è bisogno di nessun suo ministro di culto, nessuna mediazione ecclesiale, nessun pontifex.
Dio è il mondo. Oppure dopo Dio, resta la Tradizione che si ispira a lui, e smette d’agire in Suo nome e agisce in Sua vece? Al di là della fede in un Dio unico e trascendente, c’è l’amor di Dio accumulato nei millenni da generazioni, c’è l’esempio luminoso e atrocemente vano di santi, martiri ed apostoli, c’è il rispetto umano per la fede umile e fervente di popoli devoti, di vecchi credenti, tua madre inclusa. È possibile che resti la Tradizione Acefala, senza la sua origine, come puro ordine spirituale, guida educativa e fonte di orientamento morale? O dovremmo, come già diceva Charles Baudelaire e più modestamente ripetono gli atei devoti, confidare in Dio a prescindere dalla sua (in)esistenza? Ricordo due Razzi folgoranti di Baudelaire: «Anche se Dio non esistesse, la Religione sarebbe sempre Santa e Divina». «Dio è il solo essere che per regnare, non abbia neanche bisogno di esistere».Basterà alla Chiesa scoprirsi seguace del poeta maledetto, per continuare a regnare e ad avere una missione e basterà agli ex credenti o ai postcredenti come Parazzoli per continuare a praticare e continuare a vivere, scrivere e pregare all’ombra della Chiesa? Mistero della fede o miracoli dell’ateismo, il dubbio resta... Ingrandisci immagine

mercoledì 7 marzo 2012

Cercasi badanti civili per partiti disabili

In principio gli italiani furono militan­ti politici. Poi diventarono clienti e sudditi per comodità reciproca. Dopo si sono scoperti rassegnati e apo­litici. Quindi sono passati all’antipolitica


In principio gli italiani furono militanti politici.
Poi diventarono clienti e sudditi per comodità reciproca.
Dopo si sono scoperti rassegnati e apolitici.
Quindi sono passati all’antipolitica.
Oggi apprendo che stanno nascendo nel nostro Paese gruppi di volontariato politico. Ci sono anche siti per chi voglia approfondire e iscriversi. Di che si tratta? Di cittadini, non solo giovani, che decidono di affiancare i partiti a prescindere dalle convinzioni politiche, al puro scopo di aiutare la politica a rendersi utile, efficace e credibile. È una rivoluzione: il politico considerato come disabile da assistere e da soccorrere.
Con tutto il rispetto per i veri disabili portatori di handicap, a me sembra una svolta straordinaria.Basta con l’attaccare i politici e con l’insultarli per la loro incapacità, sono creature bisognose d’aiuto, carenti di dotazioni primarie, vanno assistite. Ogni politico ha bisogno di un badante, di un tutor che spinga la sua carrozzella politico-parlamentare e lo aiuti ad abbattere le barriere architettoniche che gli impediscono di rendersi utile.
In questa luce, anche quelli che noi consideriamo odiosi privilegi diventano aree protette, parcheggi riservati, accessi facilitati per una classe politicamente disabile e dunque bisognosa di agevolazioni speciali.
Voi direte che sarebbe più semplice mandarli a casa, ma non disperate; le cose cambiano se rovesciamo il rapporto assistenziale e da protettore lo declassiamo a protetto.
Diamo un tutor al politico, da solo non ce la fa.

lunedì 5 marzo 2012

Così Solgenitsyn si svegliò dall’incubo comunista

Un libro inedito a quattro anni dalla morte. In Ama la rivoluzione!, datato 1948, lo scrittore comincia il lungo percorso verso Arcipelago Gulag


«Sono infinitamente difficili tutti gli inizi, quando la semplice parola deve smuovere l’inerte macigno della materia. Ma non c’è altra strada se tutta la materia non è più tua, non è più nostra. Anche un grido può provocare una valanga in montagna».

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Da ragazzo leggevo e annotavo queste parole di Alexander Solgenitsyn, il dissidente venuto dall’Est.
Le ritrovai alcuni anni fa e pensai con commosso stupore al grido di Solgenitsyn e alla valanga che aveva creato. Dopo la sua denuncia, il mondo seppe dell’arcipelago gulag, poi fu eletto il Papa venuto dall’Est comunista, poi Gorbaciov avviò la perestrojka, poi cadde il Muro di Berlino e infine crollò il comunismo. Non dirò che quel grido abbia provocato quell’immenso terremoto; ma in principio fu la parola, la fragile, inerme parola di un dissidente russo che aveva vissuto e descritto sulla propria pelle quel calvario di orrore. Non solo lui, ma lui fu certamente il caso più clamoroso. Mi rincuorò pensare che le parole, le idee, la cultura, non sono inutili; a volte, muovono le montagne...
A quattro anni dalla sua morte esce ora da Jaca Book un libro inedito di Solgenitsyn, curato da Sergio Rapetti, Ama la rivoluzione!, che sarà presentato giovedì alla Biblioteca Ambrosiana a Milano dal figlio dello scrittore, Ignat. È un libro che annuncia il cammino di una lunga sofferenza: risale infatti al ’48 e Solgenitsyn, giovane capitano pluridecorato, è già detenuto da tre anni per aver criticato Stalin in una lettera a un amico mentre combatteva valorosamente contro i nemici della Russia. Ma non è stato ancora avviato al gulag; la sua testimonianza di allora è la fine di un sogno, ma non ancora il risveglio in un incubo. È la fine della palingenesi rivoluzionaria, il presagio d’inferno visto con gli occhi di un giovane idealista, Gleb Nerzin, alter ego dello scrittore; ma c’è ancora la freschezza di un giovane che continua a sperare nella vita, non sa che lo aspetta un percorso terribile da cui miracolosamente uscirà vivo. Il romanzo restò incompiuto. Poi, dopo gli anni del gulag, Solgenitsyn sarà riconosciuto nel mondo, consacrato nel 1970 dal Premio Nobel, amato in Russia, dove fece ritorno dopo una parentesi infelice nel «materialismo d’occidente», come egli disse, in America. Poi il ritorno alla gloriosa solitudine della natura, i suoi incontri con i potenti e con Putin, ricevuto un paio di volte nella sua dacia. Lui, la bandiera della Grande Madre Russia, spirituale e religiosa, figlio della tradizione e martire del comunismo che incontra un uomo di potere venuto dall’Apparato.
Ma gli ultimi anni della sua vita furono all’insegna di un diffuso e infastidito oblio, soprattutto in occidente. Per metà dovuto a chi voleva cancellare in Solgenitsyn le proprie trascorse passioni per il comunismo, e per metà dovuto a chi voleva rimuovere con Solgenitsyn la sua critica all’occidente sazio e disperato, spiritualmente non migliore dell’Unione Sovietica. A volte gli occidentalisti fanatici di oggi erano i comunisti fanatici di ieri, gli stessi, e Solgenitsyn era per loro due volte molesto e insopportabile, perché ricordava la loro duplice miseria e il loro viaggio da un materialismo all’altro, uno pauperistico, repressivo e messianico, l’altro opulento, permissivo e nichilista.
Oggi fioccano da noi gli elogi del moralismo in funzione antiberlusconiana; ma il moralismo di Solgenitsyn contro il degrado permissivo dell’occidente era considerato insopportabile sia dai progressisti sessantottini che dagli «edonisti reaganiani». E poi il suo spirito patriottico aveva alimentato i movimenti nazional-religiosi della Russia e dell’Est ex-sovietico; la vittima dei gulag rischiava di passare per un cattivo maestro. Eppure lo stesso Solgenitsyn non mancò di criticare il rinato imperialismo panrusso, la deriva fanatica del nazionalismo e prese le distanze dai movimenti sciovinisti e razzisti.
Solgenitsyn ha vissuto gli ultimi anni della sua vita in una prigione dorata, in un gulag ovattato, riverito dai potenti ma dimenticato dal mondo. La persecuzione dei gulag cedeva il posto all’oblio. Morte civile, questa volta, anziché repressione incivile. Assordante silenzio e imbalsamazione da vivo, per non sentire la sua voce. Fu monumentalizzato in vita per renderlo inoffensivo.
Ora la riemersione di un testo giovanile è un sasso lanciato nello stagno, sordo a ogni risveglio dell’anima, incupito dal dominio della tecnica e del mercato, più residui tossici del vecchio comunismo e del vecchio radicalismo giacobino.
Anni prima che morisse, Solgenitsyn era già morto nella coscienza del nostro tempo, e non solo dei russi volgari e danarosi, mafiosi e lenoni, che conosciamo in vacanza da noi; ma anche nella coscienza di quell’occidente che un tempo lo aveva inneggiato come icona dell’anticomunismo e della libertà. Penso anche ai nouveaux philosophes francesi, che lo usarono come un taxi per uscire dal radicalismo gauchiste di cui erano infatuati; ma poi, finita la corsa, lo abbandonarono quando Solgenitsyn pose il problema del vuoto spinto dei valori occidentali e riaprì il tema religioso, patriottico e popolare.
Ma la lezione di Solgenitsyn assume compiutezza proprio quando con lui si coglie il mondialismo come sintesi del materialismo occidentale, individualista, consumista e utilitarista e del materialismo sovietico, collettivista, pauperista e utopista. Certo, la sua resta una lettura apocalittica, che oppone il mondo a Dio e l’anima al denaro. Ma l’apocalissi di Solgenitsyn non nasce dall’odio e non predica odio, ma sorge dall’amore ferito per gli uomini, per il mondo reale, per Dio. La catastrofe suscita in lui un cuore pietoso. Fu uno dei più grandi e sofferti testimoni del Novecento e del suo male ereditato nel secolo presente: la perdita dell’anima.