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sabato 15 novembre 2014

LA POLVERIERA

Da quando è stato imposto il governo Monti il paese è cambiato. Si è infatti svegliato il virus della crisi e le leggi varate (o meglio, imposte), a cominciare da quelle del ministro Fornero hanno ancora vieppiù peggiorato la situazione di calamità nazionale, sbattendo in mezzo alla strada una moltitudine di lavoratori e nello stesso tempo rinviando sine die le pensioni che legittimamente spettavano ad altri, impedendo così il ricambio generazionale nei posti. Come se non bastasse poi le menti eccelse dei vari Obama hanno pianificato la cacciata dei capi forti dei paesi africani e medio-orientali, dando origine alla "primavera araba" (leggi successivamente "isis"), ma soprattutto alla massiccia ondata di profughi in cerca di un paese in pace (indovinate quale?!?), a cui si sono mischiati anche tutto il liquame e la delinquenza del genere umano... Ma i nostri lungimiranti politici italiani, per impedire che durante il tragitto dai loro paesi ai nostri divenissero naufraghi o potessero perire, cosa ti inventano? Il "mare nostrum", così da poterli raccattare direttamente dai loro territori: una pacchia per quella gente, che si trovano così in un posto di prima classe. Ma certo: siamo un popolo benemerito, tutta l'Europa ci applaude, ma un momento: ci dice anche che sono un nostro problema, che lei non ne vuole sapere! E noi li preleviamo e li scarichiamo nelle nostre città. Poi ce ne laviamo le mani, facciano ciò che vogliono. Loro naturalmente non se lo fanno ripetere e così bighellonano, orinano (ed altro) nelle vie, a volte rubano, altre volte stuprano ed in ogni modo gli abitanti cominciano ad avere paura a circolare per le strade... Ma poi si rassicurano: non si perde l'occasione dai nostri giornalisti e dai nostri esperti di ribadire che quelli sono una risorsa, che senza quelli la nostra economia sarebbe in sfacelo (invece ora...). Perfino i comici, guitti e servi del sistema lanciano i loro moniti: "non lasciate che il piccolo fascista che alberga in voi prenda il sopravvento"... Ma quello che tutti temono succede. La gente, stufa del degrado (già aveva del suo, già c'era il problema dei rom) alla fine da' segni di insofferenza. Il casus belli viene offerto quando si arriva all'occupazione delle case, prima quelle sfitte, poi spiando i legittimi inquilini e procedendo quando quelli si assentano... Così succede che quando il vecchietto ritorna dopo una visita ospedaliera si trova la porta sfondata, riparata e dotata di una nuova serratura e la casa piena di donne incinte e di bambini, naturalmente accompagnate... Non serve neppure rivolgersi alle forze dell'ordine: hanno le mani legate (da chi o da che cosa, non lo dicono!!!). Allora nasce e cresce ciò che il signor Maurizio Crozza definisce il piccolo fascista che c'è in ognuno di noi... Tra parentesi suggerirei a chi non conosce per nulla certi argomenti di astenersi dal dire stupidaggini - chiusa parentesi. Allora la gente, non sentendosi per nulla tutelata contro i ladri (arrestati e liberati in poco tempo), contro i violenti (poverini, devono essere curati), contro i criminali (le galere sono strapiene e l'Europa non vuole (sic!)) può anche darsi che cominci ad averne le tasche piene. Occhio al popolo se si infuria! Ma i nostri politici sono non solo miopi, ma ciechi totalmente e non si avvedono di nulla. E quando la polveriera esplode questi si renderanno conto di averla proprio sotto il sedere. Poi non si lamentino della sorte che toccherà loro!!!

venerdì 20 settembre 2013

Cronache Circensi



CRONACHE CIRCENSI

Sono già passati due anni... Già. Quando imperava il ritornello: c'è la crisi? Non c'è la crisi? - Purtroppo c'è, eccome se c'è!!! -. Ed allora un Premier “fa un passo indietro”, dando il mandato al “Governo dei Tecnici”, sostenuto da lui e dal suo nemico di sempre, il primo governo delle larghe intese, dopo quello di subito dopo la fine della guerra. Tecnici nel senso che usano una tecnica particolare: aumentano a dismisura le tasse, soffocando gli italiani, facendo crescere di fatto quella crisi che dovevano combattere e, non paghi di ciò, riescono a fare una riforma che manda in pensione solo i vecchi. Qualcuno dei big-ministri ci piange sopra, anticipando le lacrime di tutti noi, poveri mortali. 

E RICORDIAMOCI CHI SOSTIENE QUESTO GOVERNO!
Grazie al cielo viene il momento delle elezioni. Vince l'astensionismo (ma quello non conta), vincono i grillini, vince il centrosinistra e vince anche il centrodestra, insieme ai montiani e ai leghisti, insieme all'ultra sinistra. Perdono tutti gli altri (???)... Poi la barzelletta delle elezioni del capo dello stato, dove cadono tutti i possibili candidati e dove perfino nell'ambito dello stesso partito non riescono a mettersi d'accordo su un loro esponente di primissimo piano. Tant'è che un povero vecchio (c'è chi lo definisce altrimenti, ma sinceramente non vorrei essere molto pesante) deve sentire sulle proprie spalle il peso della “riforma Fornero” e riassumere la carica di presidente...
Superato questo ostacolo tocca allo stratega “smacchia giaguari” occuparsi della formazione della nuova giunta. Dopo una manfrina dove questo segretario col tacchino sul tetto cerca di elemosinare il consenso dei “neppure loro sanno di preciso come hanno fatto a vincere”, si ritorna al governo delle larghe intese, definito questa volta, per distinguerlo da quello sciagurato dei tecnici, come il Governo del Fare...
E RICORDIAMOCI CHI SOSTIENE QUESTO GOVERNO! -quelli di prima!!! -
Più che il governo del fare è il governo dei ministri che fanno... Infatti, mentre, senza prodigarsi granché la compagine fa vedere di riuscire a sollevare l'Italia, a differenza del governo precedente che si era dato un gran daffare per affossarla, i vari ministri fanno di tutto per … rendersi visibili. A cominciare dal ministro che non fa in tempo ad insediarsi che deve subito fare le valigie per motivi … giudiziali. Poi il ministro dell'agricoltura, che forse sulla flora avrà qualche nozione, ma certamente ha gravi lacune sulla fauna, visto che sostiene che la nutria sia un volatile... Infine il ministro all'integrazione (ché già l'intestazione del Dicastero è tutto un programma!)...
Qui è un fiorire di aneddoti che la riguardano: esordisce vantando la “sua” italianità, adattandola ai suoi gusti e asserisce (o forse non è lei, ma la sua degna collega, Presidente della camera, sorella di pensiero) che l'Italia sarà una grande nazione solo quando l'ultimo degli emigranti avrà una casa – e poco importa se tanti residenti nostrani dormono sotto i ponti o dentro le macchine o negli spazi delle stazioni ferroviarie e metropolitane ! -. Insomma si desume che voglia cambiare la tradizione italiana, vantando la socialità della poligamia, visto che, detto da lei – suo padre si trovava benissimo in quella condizione -. Nel frattempo la sorellina, invischiata in una mini rissa si definisce intoccabile in quanto imparentata con cotal ministro... E continuando col titolare, forse è l'ispiratrice della famosa immagine del genitore 1 e genitore 2, per evitare la ormai obsoleta formula di padre e madre. Obsoleta per lei, naturalmente... E lasciamo perdere le sue sensazioni secondo cui i rom non sono usi a rubare e mendicare, bensì è propaganda per screditare la categoria... Ma la sua più recente performance (tanto inverosimile che riesce impossibile credervi) consiste nella sua visione del Colosseo che, essendo un luogo dove nel passato han visto la morte e la sofferenza i suoi antenati (non solo quelli, dico io!) andrebbe abbattuto – non viene in mente il gesto deii talebani che distruggono i due enormi Budda, patrimonio dell'umanità, proprio come lo è il Colosseo -.
Ma se il Colosseo le ricorda i suoi antenati sofferenti, a tanti costei non potrebbe ricordare che per esempio nel 1963 tredici aviatori italiani a Kindu furono trucidati e mangiati probabilmente dai suoi di antenati?...
E sicuramente non finisce qui: Ci sarà un seguito...

Angelo Corretto

giovedì 17 gennaio 2013

ALTRO CHE "GESTIONE DEGLI AFFARI ORDINARI" Mali, Monti sta con la Francia: "Supporto tecnico e logistico". Siamo in guerra

Se non ve ne siete accorti, 
il premier dimissionario Monti
ha dichiarato guerra al Mali
Il presidente del Consiglio dimissionario e i ministri rimarranno in carica per la gestione degli affari ordinari. Così recita, più o meno, la Costituzione a proposito del ruolo degli esecutivi in fin di legislatura. A quel dettato dovrebbero attenersi pure Monti e i suoi "tecnici" a meno di due mesi dalle elezioni politiche. Ora, vien da chiedersi: rientra nella gestione degli "affari ordinari" anche dichiarare la guerra a un paese straniero? Perché, se qualcuno non se ne fosse accorto, è quel che ha fatto il governo Monti in queste ultime ore, offrendo supporto tecnico e logistico all'intervento militare francese in Mali. Una guerra vera e propria, in cui 2.500 soldati francesi stano fronteggiando le milizie jihadiste attestate nella parte nord-oerientale del paese sub-sahariano. A proposito: i jihadisti hanno già attaccato per rappresaglia una installazione petrolifera occidentale al confine tra Mali e algeria, uccidendo due persone e prendendone in otaggio 41. E hanno "promesso" attentati a Parigi. Ora, agli alleati militari di Hollande (come l'Italia) che trattamento spetterà?
http://www.liberoquotidiano.it/news/politica/1162353/Ve-ne-eravate-accorti--Monti--ha-dichiarato-guerra-al-Mali.html

domenica 23 dicembre 2012

Mario Monti, Weimar Reloaded


Articolo di Maurizio Blondet tratto da EFFEDIEFFE.COM cui consiglio caldamente l’abbonamento (50€ per un intero anno di informazione fuori dai media mainstream.)
ScreenHunter 01 Dec. 22 15.06 454x300 Mario Monti, Weimar Reloaded (Maurizio Blondet)
Lo scorso 14 dicembre il nostro ministro dell’Economia, Vittorio Grilli, è volato a Washington ad incontrare il suo pari grado, Tim Geithner, e «investitori» finanziari non meglio identificati. Ad essi, secondo Il Corriere, Grilli ha spiegato il piano del governo Monti per ridurre un poco il debito pubblico, che Monti ha continuato a far salire rispetto al PIL, inarrestabile. Il calo del PIL (e non le tasse, secondo Grilli) ha fatto sì che esso si divaricasse dal debito: quello scende e, per forza, questo sale. La soluzione è aumentare il PIL «nominale», cioè quello reale più l’inflazione (che è al 2%, secondo loro), per far convergere le due entità. Come fare? Tranquilli, ha detto Grilli ai finanzieri esteri: «Il continuo aumento della disoccupazione spinge chi cerca un posto ad accettare compensi sempre minori pur di lavorare, ridando così un po’ di competitività di prezzo alle imprese». Le imprese italiane potranno dunque «ridurre i costi… del lavoro» (Il Tesoro e la via anti-debito).
Ecco dunque il progetto di «rilancio» e «crescita» di Monti (e di Bersani poi, per cui Monti è «un punto di non ritorno»): nessuna liberazione delle imprese dallo strangolamento della burocrazia pletorica inadempiente, nessun taglio ai «costi della politica»; niente blocco degli statali e dei loro stipendi, già il 15% superiori a quelli privati; niente fiscalità che non sia persecutrice di chi produce, nessun taglio agli statali di lusso con stipendi miliardari. Quello che vuol ridurre, il governo, sono i salari privati, ossia di quelli che producono, non dei parassiti. Mettendo in competizione gli occupati con i disoccupati, costretti ad «accettare compensi sempre minori».
A parte l’odiosità morale, è il caso di avvertire che proprio questa «soluzione» fu quella che stroncò definitivamente l’economia della repubblica di Weimar (1919-1933), e fece sì che i tedeschi votassero il NSDAP e la facessero finita col liberismo. Non fu infatti l’iper-inflazione, come alcuni credono, a provocare il rigetto della democrazia; l’inflazione tedesca, benché atroce per la classe media, era già finita nel 1923, e l’istituzione pluralista durò ancora 10 anni. A provocare il tracollo fu invece la deflazione, unita alla recessione, provocata da programmi di «austerità» rigorosi secondo l’ortodossia liberista, e infine il taglio dei salari privati ordinato per decreto dal cancelliere Heinrich Bruening. 
I punti di contatto fra la repubblica italiana d’oggi, e fra Monti e Bruening, sono così numerosi da inquietare. Andiamo per ordine:
Fu la prima globalizzazione (1919-1929): vigeva il Gold Standard, il che significa: negli scambi internazionali si usava una moneta comune globale: l’oro, e le monete in quanto erano agganciate all’oro con cambio fisso. Una volta domata l’inflazione, la Germania – sconfitta nella Prima Guerra Mondiale – riagganciò il marco all’oro, e conobbe una rapida ripresa. 
Crescita drogata da grandi prestiti USA: la Germania era stata condannata a pagare colossali «riparazioni» a Francia e Gran Bretagna perché bollata dalla «comunità internazionale» (la conosciamo bene anche oggi) come colpevole della Grande Guerra. Tutti gli anni avrebbe dovuto versare 2,5 miliardi di marchi oro fino al 1929 (piano Dawes), poi 37 versamenti di 2,05 miliardi di Reichsmark, poi altri di 1,65 miliardi di marchi fino al… 1988 (piano Young). Berlino non ce l’avrebbe mai fatta, se il governo americano (appunto Dawes e Young, banchieri-politici USA) non avesse fornito altrettanto enormi crediti.
Tanta generosità non era disinteressata, e fruttava grassi profitti. Gli USA avendo venduto forniture belliche gigantesche agli Alleati durante la guerra europea, erano divenuti i grandi creditori del mondo, e Fort Knox traboccava di oro affluito dai Paesi debitori (che erano poi gli alleati; ma gli affari sono affari). Il Gold Standard obbligava a moltiplicare di altrettanto i dollari: un mare di liquidità in eccesso stava per abbattersi sull’economia USA, che già subiva la recessione inevitabile una volta finita la super-produzione bellica. La Federal Reserve e i banchieri USA impedirono tale effetto abbassando artificialmente i tassi – la stessa cosa fatta da Greenspan negli anni ’90, e da Bernanke poi – ed incitando all’esportazione di dollari: come nella storia dei petrodollari degli anni ’70, esportarono così la loro inflazione all’estero.
Assoluta libertà di circolazione dei capitali: questa fu la decisione decretata da Washington e da Londra, potenze vincitrici. I capitali americani, poco remunerati in patria, affluirono in Germania. Nel 1925, il tasso di sconto della Federal Reserve era del 3%; in Germania, era sul 10%. Negli anni seguenti, la remunerazione del capitale investito in USA fu sul 4%, in Germania spuntava l’8%. Il doppio.
Pura finanza speculativa, perché basata su un circolo vizioso finanziario: i capitalisti USA si facevano prestare dalla FED al 4%; con questa liquidità indebitavano i tedeschi all’8%, e con questi prestiti i tedeschi pagavano le riparazioni a francesi e inglesi. Come «garanzia» per i generosi prestiti, furono ipotecate la Reichsbank (la Banca Centrale), le Reichsbahn (le ferrovie nazionali), i diritti di dogane e l’imposta sui consumi.
Ma una parte delle riparazioni doveva essere pagata in merci e beni: e dunque parte dei prestiti USA andarono anche a finanziare l’industria tedesca.
La repubblica di Weimar piaceva all’alta finanza USA come uno Stato «business friendly»: le dava le due garanzie che il liberalismo capitalista desidera in un Paese per investire, il «mercato» e la «democrazia». E inoltre, i salari tedeschi erano bassi – milioni di soldati smobilitati cercavano un lavoro a qualunque prezzo – e i bassi salari stimolano sempre gli investimenti industriali: come abbiamo visto fino ad oggi in Cina.
Bolle finanziarie: il risultato di tanto denaro a disposizione provocò oltre ad un surriscaldamento industriale, gigantesche «bolle». Rapidamente, i terreni e i fabbricati rincararono del 700% a Berlino, e del 400% ad Amburgo. I giornali seguaci del liberismo (perché pagati dai capitalisti) lanciarono una campagna per «liberalizzare gli affitti». Gli affitti erano stati bloccati durante la guerra; ma ormai era «ingiusto», dicevano i media, visto che gli immobili si erano tanto apprezzati, che essi rimanessero fermi. Una legge sbloccò gli affitti, che crebbero immediatamente del 125%. A pagarli erano soprattutto gli operai, appena urbanizzati, risucchiati nelle metropoli dall’industria assetata di manodopera. Berlino passò da 2 a 6 milioni di abitanti, e gli alloggi non bastavano mai. I padroni immobiliari erano quelli che guadagnavano.
Anche a spese delle industrie, che pagavano di più affitti e mutui e fidi per i fabbricati industriali. «L’economia era sempre più dipendente dal capitale estero; il peso degli interessi continuava a crescere (…) I crediti esteri erano per lo più a breve, ma erano piazzati in investimenti a lungo termine, sicchè la minima crisi economica presso i creditori avrebbe avuto conseguenze gravissime per la repubblica» (così lo storico Horst Moeller).
Allora la crisi fu quella del 1929, che da un giorno all’altro lasciò l’economia germanica a secco di capitali americani. Oggi è stata la crisi dei sub-prime in USA, che ha destabilizzato il sistema bancario globale, rivelandone l’insolvenza.
Ma intanto, tra il 1925 e il ’29, l’economia cresceva trionfalmente. Erano Die Goldener Zwanziger, i dorati anni ’20 immortalati dalle vignette di Grosz, coi ricconi grassi in cilindro, sigaro e frac che palpano puttanelle (figlie della classe media rovinata) nei cabaret. Gli industriali tedeschi rispondevano al peso crescente degli interessi passivi e dei costi da «bolla» sui fabbricati, creando un apparato industriale ad alta intensità di capitale, in modo da risparmiare sui salari. 
«Le industrie smantellavano le vecchie fabbriche e le rimpiazzavano coi più nuovi macchinari. La Germania stava diventando il Paese industriale più avanzato del mondo, più degli stessi Stati Uniti (…) l’intero sistema ferroviario fu rinnovato…». Così Bruno Heilig, giornalista ebreo dell’epoca, che scampò nel 1938 a Londra (Bruno Heilig, “Why the German Republic Fell”).
Non mi dilungherò sulle «privatizzazioni» scandalose e truffaldine che allora prosperarono. Mi limito a citare il nuovo porto sulla Sprea, che il municipio di Berlino rammodernò spendendo milioni di marchi, attrezzandolo di gru e magazzini (era il porto che serviva il rifornimento della capitale) e che poi fu ceduto a due privati – con l’argomento che la mano pubblica non poteva gestirlo «con efficienza e profitto» . Il consorzio privato, Schenker & Busch, pagò 396 mila marchi – unico pagamento per 50 anni di affitto (il solo prezzo d’affitto del nudo terreno del porto sarebbe stato di 1 milione di marchi l’anno) e per giunta si fece dare dal comune un prestito di 5 milioni di marchi come capitale operativo. L’alto funzionario pubblico responsabile del progetto, e che aveva poi consigliato la privatizzazione, lasciò l’impiego pubblico e fu assunto da Schenker & Busch con uno stipendio principesco. Intanto «i lavoratori berlinesi, già aggravati dal rincaro delle pigioni, pagavano un tributo a quei privati per ogni pezzo di pane che mangiavano» (Heilig).
La crescita a credito cominciava a perdere colpi. Gli interessi sui debiti degli industriali crescevano, crescevano i costi degli affitti e dei macchinari. Ma per qualche anno «ogni segno di crisi fu scongiurato comprimendo i salari e licenziando lavoratori» (Heilig). È significativo che anche durante il boom dei Venti Dorati, i disoccupati restarono tanti, si mantennero sui 2 milioni. Tanto meglio, per gli industriali: manodopera a basso costo. E coi «risparmi» sui salari, comprarono macchinari ancora più efficienti onde aumentare la produttività. Così gli aveva insegnato il liberismo anglosassone. E i tedeschi sono allievi-modello.
L’altra faccia della produttività. Accadde quello che sempre accade quando si retribuisce troppo il capitale (i banchieri, essenzialmente) e poco il lavoro: le merci, prodotte in quantità sempre maggiore, non trovano acquirenti, perché i consumatori (che sono i lavoratori) hanno perso potere d’acquisto. 
Gli imprenditori corsero ai ripari applicando i dettami del liberismo americano appena appreso. Nel 1931, ridussero la quantità di merci prodotte, sperando con ciò di sostenerne i prezzi. Ma così facendo «interessi, tasse, ammortamenti ed affitti, ossia le spese fisse, divise su un volume minore di beni, aumentarono il costo unitario di ogni bene. Il costo di produzione crebbe in proporzione inversa ai profitti, fino a divorarli» (Bruno Heilig).
Quali misure vennero prese? Altri licenziamenti in massa. Ovviamente, «per ogni lavoratore licenziato era un consumatore che scompariva», ha scritto Heilig, sicché i datori di lavoro «ne ebbero ben poco sollievo».
Già. A far colare a picco le imprese erano i «costi non comprimibili», non già il costo del lavoro; ma questo era il solo ritenuto «comprimibile» – e fu compresso senza pietà. Furono i costi incomprimibili, nel corso del 1931, a rendere insolventi sempre più imprese. Gli interessi sui debiti diventarono impagabili, e non furono più pagati. Con l’insolvenza dei debitori-imprenditori, cominciarono a fallire le banche.
Il cancelliere Heinrich Bruening, salito al potere nell’ottobre ‘31, spese miliardi di marchi (dei contribuenti) per «salvare le banche», applicando da allievo modello i dettami del liberismo anglosassone. Come oggi, quando sono le banche a crollare per i loro investimenti sbagliati, il «mercato» viene sospeso, e invece di lasciarle fallire, si invoca la mano visibile dello Stato, l’intervento pubblico a loro favore.
Non bastò, ovviamente. Allora Bruening, che ormai gestiva l’economia a forza di decreti d’autorità, lanciò una politica di austerità e rigore, tagli di bilancio, deflazione deliberata. Il cancelliere «ascoltava i funesti consigli del dottor Sprague, l’emissario della Bank of England. Il quale naturalmente voleva la continuazione della politica di deflazione ad ogni costo; deliberata permantenere il valore dei fantastici investimenti della City in Germania» (Robert Boothby: Recollections of a Rebel, 1978).
Anche oggi, il rigore e la deflazione decretati da Mario Monti sono nel solo interesse dei grandi creditori internazionali, che vogliono mantenere il «valore dei loro investimenti». Proprio di questo il nostro (loro) Grilli è andato a rassicurare gli investitori americani che creerà «crescita» tagliando i i salari.
Nel 1931, Bruening fece lo stesso:
per decreto, ordinò una riduzione generale dei salari del 15%.
Nella sua teoria, riteneva che riducendo il potere d’acquisto del lavoratori, si sarebbe prodotta di conseguenza una riduzione dei prezzi. Il «prezzo umano», la messa alla fame dei lavoratori e delle loro famiglie, non gli sembrò indegno d’esser pagato.
La massa salariale prima del 1929, ossia nel boom liberista, ammontava a 42,4 miliardi di marchi. Durante il cancellierato Bruening scese a 32 miliardi (il Terzo Reich la fece risalire, nel 1937, a 48,5 miliardi).
Ovviamente, il drastico taglio dei salari non funzionò come sperava Bruening, anzi accelerò il tracollo. Come abbiamo visto, i prezzi delle merci erano determinati da fattori ben diversi che dalle paghe: dai costi incomprimibili, dal servizio del debito, dagli indebitamenti per comprare suoli sopravvalutati dalla bolla. Bruening avrebbe dovuto agire su quelli. Non lo fece.
I disoccupati salirono a 7 milioni: un terzo della forza-lavoro nazionale; a cui si dovettero aggiungere «i «disoccupati parziali», part time e precari, altri milioni non censiti.
«L’apparenza di prosperità economica degli anni Venti si rivelava ingannevole. Quando la crisi americana del 1929 e la poca fiducia nella stabilità economica e politica di Weimar spinsero (gli stranieri) a ritirare i crediti, l’economia tedesca collassò… La generazione giovanile si vide privata di possibilità professionali, economiche e sociali; era sradicata e si sentiva derubata dell’avvenire». (Moeller). «La classe media (era) spazzata via: questa la situazione ad un anno dall’apice dalla prosperità» (Heilig).
In quell’anno, il numero dei deputati nazisti al Reichstag passò da 8 a 107. Avevano votato per loro 13,4 milioni di tedeschi; il 60% erano persone che prima non avevano votato, astenendosi. Nel gennaio 1933, divenne cancelliere Adolf Hitler. E cominciò la ripresa, usando ricette contrarie a quelle del liberismo (1).
Oggi, i poteri forti – che hanno la memoria lunga – hanno agito d’anticipo, di fatto favorendo un colpo di Stato dall’alto in Italia, svuotando di senso le votazioni; hanno accelerato la creazione della giunta oligarchica a livello europeo, in modo – mentre cadono a picco tutti i dati dell’economia reale – da prevenire una deriva «populista» della volontà popolare, che scalzi il loro potere come avvenne «allora».

1) Bruening se ne andò in USA, dove fu accolto a braccia aperte dall’Università di Harvard. Vi restò come docente di politica liberista fino al 1951.

venerdì 30 novembre 2012

I prof saccheggiano la previdenza privata


I prof saccheggiano 
la previdenza privata

Il Consiglio di Stato ha inserito gli enti pensionistici nell' "elenco Istat" per i tagli alla pubblica amministrazione

Roma - Soldi privati e risparmi «pubblici». Le casse di previdenza che erogano le pensioni ad avvocati, ingegneri, commercialisti e agli altri liberi professionisti hanno perso una battaglia importante. Sono mesi che cercano di tenere alla larga il governo, in particolare il ministero del Welfare, che batte cassa. La spending review le ha incluse nella lista degli enti pubblici che devono tagliare le spese. La legge prevede un risparmio dei «costi intermedi» del 5% nel 2012 e del 10% nel 2013. Il problema è che i risparmi, secondo la legge del governo Monti, non andranno a mettere in sicurezza le rendite degli iscritti, ma nel calderone dei conti pubblici. Un principio che le casse hanno contestato fin dall'inizio, visto che sono enti privati, che si finanziano con i contributi versati dagli iscritti e hanno già strutture snelle.
L'Adepp, l'associazione che le riunisce, ha fatto ricorso e ieri ha perso. Il Consiglio di Stato ha respinto il ricorso contro l'inclusione delle casse nell'elenco elaborato dall'Istat al quale di fa riferimento anche per i tagli imposti dalla spending review. «Una sentenza contraddittoria, che ci trova in totale dissenso - ha spiegato il presidente Andrea Camporese - che si inserisce in modo non omogeneo nell'impianto normativo generale che sovraintende al sistema degli enti pensionistici privati e privatizzati».
La sentenza non entra nel merito della spendig review, ma «stabilisce solo l'inserimento delle Casse nell'elenco Istat - afferma Camporese che presiede l'associazione degli enti previdenziali privati - Non decide sul resto. Ma certo ora è concreto il rischio che si debbano effettuare i tagli che vanno versati allo Stato, senza alcun beneficio per i conti delle Casse private e privatizzate».
Il problema è proprio nell'inclusione delle casse nell'elenco stilato dall'istituto nazionale di statistica. La «finalità statistica» della lista, e l'inclusione delle case «non è mai stata in discussione», spiega Camporese. Difficile, infatti, estrarre dati sulla previdenza escludendo chi ha pensioni private. Il fatto che è il legislatore ha fatto un «uso improprio» dell'inclusione delle casse e usa l'elenco per «finalità diverse ed estranee» a quella della statistica. Camporese non lo dice, ma è chiara l'accusa. Il governo approfitta di una coincidenza per fare cassa con soldi privati.
Le cifre non sono alte. Mancano stime precise, ma alle casse della tesoreria dovrebbero entrare circa sei milioni di euro, circa 300mila euro per ogni cassa. Il problema per la previdenza privata è mantenere l'autonomia. Nei mesi scorsi le casse si erano poste il problema se resistere alla legge, rifiutandosi di versare i soldi al welfare.
Il presidente dell'Adepp su questo fronte è prudente: «È ovvio che le sentenze vanno rispettate, ma è anche evidente che la battaglia giudiziaria in difesa del perimetro di autonomia non si può arrestare. Andremo in Corte Costituzionale a sostenere i nostri diritti sanciti dalle leggi di privatizzazione e percorreremo anche la via della Corte di giustizia europea».
Prima di questa battaglia, le casse hanno fatto quella sulla sostenibilità dei conti. Il governo gli ha imposto di dimostrare la sostenibilità dei conti per i prossimi 50 anni.
http://www.ilgiornale.it/news/interni/i-prof-saccheggiano-previdenza-privata-860554.html

domenica 25 novembre 2012

Acqua, may day!!! Il Governo Monti la vuole avvelenare. FATE GIRARE



Ed ora il Governo Monti vuole avvelenare l’acqua. Gira, infatti, per le segrete stanze, uno schema di decreto interministeriale che consentirebbe di erogare come potabile acqua inquinata da sostanze tossiche e cancerogene come cianobatteri e relative microcistine. La situazione è piuttosto seria e il presidente della Commissione europea si è visto recapitare una richiesta di interrogazione urgente da parte dell’europarlamentare Niccolò Rinaldi. Tra la documentazione presentata ci sono alcune osservazioni dell’Associazione italiana medici per l’ambiente – Isde (International Society of Doctors for the Environment ). L’Isde sostiene infatti che lo schema di decreto, se approvato, consentirebbe in Italia l’erogazione per consumo umano di acqua contaminata o comunque pericolosa per la salute, in contrasto con le norme europee e italiane, con le evidenze scientifiche e col principio di precauzione. Come si legge nel testo dell’interrogazione, “la modifica proposta è in palese contrasto con le evidenze scientifiche in quanto è acclarata la potenzialità tossica dei cianobatteri e le azioni epigenetiche, genotossiche ed oncogene dei vari tipi di microcistine da essi prodotti”. Di conseguenza, “l’approvazione di questo decreto comporterebbe un rischio documentato e concreto per la salute umana”.
Questi i requisiti tecnici dello schema di decreto interministeriale che propone l’introduzione di alcune modifiche al Decreto Legislativo 31/2001 relativamente ai requisiti di potabilità: notification number 2012/0534/I – C50A, title “Schema di decreto interministeriale per l’introduzione, nell’allegato I, parte B, del decreto legislativo 2 febbraio 2001 n. 31, del parametro “Microcistina-LR” e relativo valore di parametro”.
http://www.controlacrisi.org/notizia/Ambiente/2012/11/23/28626-acqua-may-day-il-governo-monti-la-vuole-avvelenare-fate/

giovedì 22 novembre 2012

Fondo non autosufficienti: si sono arresi perché ci sarebbe scappato il morto

La crisi? Una bancarotta fraudolenta



L'AVVOCATO PAOLA MUSU:
"L'intera classe politica ha tolto di proposito ogni tipo di SOVRANITA' AL POPOLO per cederla ai POTERI FORTI FINANZIARI che ora MONTI rappresenta in pieno. E l'intera classe politica si adopera in un teatrino di a
lleanze
e nuovi programmi, quando sanno benissimo, che all'Italia, agli Italiani è stata TOLTA anche la Sovranità Politica,
quella che LORO hanno ceduto senza che il cittadino lo sapesse. L'uscita dall'Euro e le Bugie dei Politici....è invece la salvezza del Popolo."



lunedì 29 ottobre 2012

Trova le differenze tra i due tassassini dei poteri forti

Con Monti al Governo la Camera lavora solo 3 ore al giorno. Ma non dovevano FARE PRESTO!?


I deputati votano ciò che il governo fa, se il governo non fa niente i deputati non votano niente. Da quando Monti è Presidente del Consiglio i lavori d’aula si sono ridotti drasticamente, e questa volta non possiamo dare la colpa ai parlamentari, la dobbiamo dare ad un governo che non ha nulla da mettere all’ordine del giorno. Ma come, dov’è finito l’imperativo FATE PRESTO! Magari se oltre a far presto faceste pure qualcosa non sarebbe male.
I conti che ho fatto io sono presi da dati pubblici che tutti voi potete consultare, basta andare sul sito della Camera dei Deputati, alla voce Resoconti dell’Assemblea e leggere il resoconto della seduta dei giorni che vi interessano. Negli stenografici potrete trovare le date di inizio e fine seduta, ma anche delle varie sospensioni nell’arco della giornata.
Io ho preso a campione due mesi (praticamente tutto il periodo di Monti Presidente), dal 23 novembre 2011 al 23 gennaio 2012. Sommando tutte le ore dei lavori d’aula possiamo osservare che per i giorni presi in considerazione la Camera ha lavorato 108 ore (ho arrotondato per eccesso…), considerando che in media tutti noi lavoriamo 8 ore dal lunedì al venerdì per 4 settimane al mese, in questi 40 giorni hanno votato e discusso per 3 ore al giorno. Anche se in realtà ci sarebbe ancora una precisazione da fare, io ho spalmato le ore su 5 giorni settimanali, ma i lavori alla camera (quelli con votazioni) vanno dal martedì al giovedì, quindi si tratterebbe di 5 ore al giorno per 3 giorni settimanali.

Novembre 2011
Giorni d’aula 23, 29, 30. Svolgimento lavori assemblea 15h 5min
Dicembre 2011
Giorni d’aula 1, 5, 6, 7, 14, 15, 16, 20, 21, 22, 30. Svolgimento lavori assemblea 65h 45min
Gennaio 2012
Giorni d’aula 10, 11, 12, 16, 17, 18, 19, 23. Svolgimento lavori assemblea 27h
Comunque un elogio al governo Monti deve essere fatto, in così poche ore di lavoro sono riusciti a mettere mano alle nostre tasche come nessuno mai.
Poi si stupiscono del fatto che gli italiani imbraccino i forconi….

martedì 23 ottobre 2012

La Banca d’Italia non serve più a niente


Secolare roccaforte di privilegi, la banca centrale italiana sarà presto svuotata dei suoi poteri di vigilanza dalla Bce. Ma lo Stato continua a buttare soldi per cose inutili

Anche il governo Monti, insieme ai partiti che lo sostengono, sembra arrivato al capolinea. La manovra di (in)stabilità per il 2013 è costituita ancora una volta solo da tasse o da tagli sporadici che in realtà sfoceranno in ulteriori tasse. I tagli veri, quelli agli sprechi, alle caste, alla politica, al Quirinale, ai notai, ai quadri e ai dirigenti della pubblica amministrazione, non li vogliono proprio fare. Non ci riescono, è più forte di loro. Anche agli enti inutili non si vuole mettere mano con forza, perché retti da interessi trasversali che non hanno nulla a che vedere con il bene comune. Così, fra gli enti che andrebbero ridimensionati e poi chiusi c’è la Banca d’Italia. Un carrozzone che costa alla collettività quasi un miliardo di euro all’anno, di cui l’85% costituito da stipendi faraonici per il personale che non trovano eguali in nessun paese d’Europa. Solo al governatore della Banca d’Italia vengono destinati 757.000 euro all’anno, il che potrebbe anche essere in linea con il sistema banco centrico italiano che vede gli stipendi d’oro dei banchieri superare quelli dei calciatori e quelli degli impiegati battere alla grande quelli degli insegnanti, ma non trova alcuna giustificazione in un periodo di crisi come questo. E’ una vergogna! Una vergogna che ci costa forse qualche decina di punti di spread e sicuramente qualche tassa in più, se si pensa che il presidente della Bce guadagna la metà e quello della Federal Reserve Bank cinque volte di meno (200.000 mila dollari all’anno). E che dire del personale? Il costo medio annuo di ciascuno dei 7.300 dipendenti è di 90.000 euro, tutto puntualmente pagato con le tasse dei contribuenti. Il numero di questi dipendenti – come rivela un’indagine dell’Adusbef – avrebbe dovuto scendere già da molto tempo, visto che le funzioni di Bankitalia sono nettamente diminuite dopo l’introduzione dell’euro che ha visto il passaggio della politica monetaria alla Bce e del controllo della concorrenza bancaria all’Antitrust. Ma niente è ancora stato fatto per un organismo paradossalmente controllato da quei soggetti (le banche) che sono sottoposti a vigilanza.

Banca d’Italia: un carrozzone da 7.300 dipendenti e spese folli

Ma, a parte lo scandaloso spreco di denaro pubblico, quello che si vuole rimarcare è l’inutilità di una struttura complessa e articolata come quella della Banca d’Italia sul territorio nazionale dopo l’avvento della moneta unica e in vista della vigilanza centralizzata presso la BCE. L’attuale rete operativa sul territorio conta 20 filiali regionali e provinciali, 25 sportelli e 18 centri per la vigilanza e tesoreria dello Stato, oltre a tre sedi distaccate a New York, Londra e Tokyo che costano un sacco di soldi e non servono. Spese inutili da quando la Banca d’Italia non si occupa più di politica monetaria e da quando i compiti di tesoreria sono stati informatizzati. Servizi che diventeranno sempre più esigui e inutili in vista dell’accentramento delle funzioni di vigilanza bancaria a Francoforte l’anno prossimo e del lancio degli Eurobond che, una volta a regime, sostituiranno i titoli di stato. Uno scenario già tracciato e non distante nel tempo, ma che non trova più alcuna giustificazione con la presenza sul territorio delle sedi della Banca d’Italia e dei suoi 7.300 dipendenti strapagati di cui – secondo l’Adusbef – non si sa bene quali mansioni svolgano. Già adesso il ruolo dell’istituto di Via Nazionale è prevalentemente relegato a quello di ufficio studi, di ottimo livello per carità, ma non serve, è un doppione dell’Istat e di tutti gli uffici studi delle varie associazioni di categoria che si confrontano quotidianamente nell’intricata giungla delle statistiche e delle previsioni economiche. Un ruolo che potrebbe benissimo essere lasciato alle Università.

Il commissario alla spendig review Enrico Bondi si è dimenticato di Bankitalia

Detto questo, viene spontaneo domandarsi perché il commissario alla spending review Enrico Bondi non sia riuscito a tagliare gli esagerati costi della Banca d’Italia. Basterebbe dimezzare gli stipendi di tutti i dirigenti e i funzionari (in sovrannumero da anni), che camperebbero comunque più che dignitosamente, per recuperare 500 milioni di euro alle casse dello Stato. Così come al momento sarebbe utile chiudere tutte la sedi provinciali e regionali accentrando le funzioni di tesoreria a Roma – come sosteneva tempo fa Confindustria – visto che ormai il denaro viaggia telematicamente e le emissioni dei titoli di stato sono comunque accentrate nella capitale. A tal fine si libererebbero anche numerosi spazi costituiti da immobili di pregio che potrebbero essere affittati a soggetti privati per incamerare nuove risorse, anziché spendere ulteriori soldi per conservarli.  Solo per la manutenzione dei giardini se ne vanno 7 milioni di euro all’anno, mentre per i videocitofoni e i campanelli ne sono stati spesi 15, come rivela “Il Fatto” in un recente approfondimento sullo sperpero di denaro pubblico presso la Banca d’Italia.


Link: http://www.investireoggi.it/economia/la-banca-ditalia-non-serve-piu-a-niente/#ixzz2A8Idm16k


sabato 20 ottobre 2012

Governo Monti: Arriva la tassa sul sangue degli eroi…


Di Miro Renzaglia
E alla fine il vampiro Mario Monti c’è arrivato: tasseranno anche il sangue. Ma non di tutti, beninteso: “solo” di quelli che lo hanno versato per la patria. Nella bozza del disegno di legge per la stabilità economica del 2013, in queste ore in discussione in Parlamento, è prevista infatti l’abrogazione delle norme che esentavano dal prelievo fiscale gli aventi diritto al trattamento pensionistico di guerra (ed equiparati).
Se tutte le tasse sono odiose, questa è proprio infame. Quando si arriva a colpire il risarcimento che lo stato riconosce a chi lo ha servito fino a pagarne anche le estreme conseguenze, vuol dire che si è perso il senso del vincolo di solidarietà fra istituzioni e cittadino. Tanto più che da questa vera e propria rapina entreranno all’erario pochi spiccioli. Pochi spiccioli per le casse, ma un salasso pesante per le vittime e/o per i loro familiari.
Oltre al danno annunciato, poi, c’è anche la beffa. Il livello reddituale complessivo sopra il quale scatterà il prelievo – 15.000 euro annui lordi – sa quasi di presa in giro perché, in realtà, saranno ben pochi a poter godere dell’esenzione.

Una scelleratezza che, non bastasse la bestemmia etica, annulla decine di sentenze della Corte Costituzionale che ha sempre ribadito il carattere risarcitorio e non reddituale delle pensioni di guerra e, dunque, la loro non assoggettabilità ad Irpef.
Solo uno stato di barbarie può stravolgere principi di diritto che sono assolutamente acquisiti. Solo chi è insensibile al significato anche simbolico di un risarcimento che la nazione deve a chi le ha donato il sangue poteva giungere a tanto. Ma forse è proprio a questo stato infimo che il governo dei banchieri ci voleva ridurre e infine ci ridurrà.


fonte: mirorenzaglia.org - tratto da stampalibera.com

venerdì 19 ottobre 2012

LEGGE DI STABILITÀ Chi ha un mutuo, perde gli atri sconti fiscali L'ultima beffa di Monti: il prestito per la casa copre il tetto di tremila euro

Chi ha un mutuo per la casa
perde gli altri sconti fiscali

di Sandro Iacometti
Altro che spread. Se le banche, malgrado la diminuzione degli indici di riferimento a cui sono collegati i mutui, continuano ad alzare i tassi, la vera mazzata sui prestiti è quella che arriverà dalla legge di stabilità. Il calcolo complessivo del gettito che lo Stato, stando alla relazione tecnica del provvedimento, prevede di incassare è di 2 miliardi nel 2013 e 1,1 sia nel 2014 sia nel 2015. Ma le cifre non rendono giustizia delle bordate che potrebbero arrivare sulle singole famiglie dalla nuova stretta disposta dal governo Monti. Misure che potrebbero comportare effetti fiscali cumulati negli anni ben maggiori di quelli indicati dai tecnici di Palazzo Chigi. Sui mutui, ad esempio, le simulazioni sfornano numeri impressionanti. Il calcolo di base è quello che scaturisce dal passaggio del precedente tetto alle detrazioni di 4mila euro a quello previsto nella legge di 3mila. Si tratta di 190 euro di Irpef detratta in meno, e quindi da pagare, l’anno che arrivano sulla schiena di tutti coloro che hanno sottoscritto un mutuo. Bisogna, però, tener conto che in questa maniera si esaurisce completamente il plafond di detrazioni a disposizione. Quindi, una volta scaricati gli interessi passivi del prestito, null’altro si potrà togliere dalle tasse. Il che, calcolando la media delle spese portate in detrazione dai contribuenti, fa circa 800 euro in più di Irpef all’anno. La cosa spaventosa è che l’uscita dal tunnel potrebbe non arrivare mai, essendo i prestiti per la casa decennali. Gli esperti del Sole 24 Ore hanno calcolato che su un mutuo trentennale di 170mila euro il costo fiscale aggiuntivo sarà di 4.500 euro di in più solo relativamente al prestito, a cui bisogna aggiungere il costo dello stop alle altre detrazione che durerà per ben 24 anni. Dal 25esimo anno gli interessi passivi si abbasseranno e potrete di nuovo tornare a detrarre qualcosina. Nel caso abbiate un mutuo più basso, ad esempio da 130mila euro per venti anni, potete tirare un sospiro di sollievo: la finestra delle detrazioni si riaprirà dopo soli 15 anni.
Assicurazione e istruzione Ma la stangata colpirà anche le altre voci del bilancio familiare. Il combinato disposto di tetto a 3mila euro e franchigia di 250 per chi ha un reddito sopra i 15mila euro l’anno comporterà riduzioni degli sconti sull’Irpef (quindi maggiori tasse) che vanno dal 25% per le spese sanitaria (11,3 milioni di contribuenti), al 40% per le assicurazioni sulla vita (5,3 milioni di contribuenti), fino al 31% per le spese sull’istruzione dei figli.
Ultimo appiglio L’unica speranza, a questo punto, è che qualcosa cambi durante l’esame parlamentare. Ieri il ministro dell’Economia, Vittorio Grilli, ha ribadito che, a saldi invariati, il governo è «aperto alla discussione su tutto». Persino a confrontarsi sulla sterilizzazione dell’aumento dell’Iva: «Mai dire mai». Soddisfatto il leader del Pdl, Angelino Alfano: «È quello che avevamo chiesto. Non condividiamo l’aumento delle tasse e lavoreremo per la difesa del ceto medio». Punta i piedi, invece, il segretario del Pd, Pierluigi Bersani: «Questo giro Irpef e Iva non va. Serve una riflessione vera, non possiamo scherzare perché così si deprime la domanda interna». Rimanendo in ambito fiscale, ieri Mario Monti ha anche aperto a possibili, quanto indefiniti, ritocchi dell’Imu. «La quota statale», ha detto il premier, «non è ancora eliminabile, ma il governo ha allo studio alcune ipotesi di intervento». Concetto ribadito anche da Grilli, secondo cui l’Imu, così come è, «è un’imposta ibrida. Stiamo lavorando per renderla più trasparente». Proposta subito raccolta dall’Anci, che ritiene possibile realizzare proprio nella legge di stabilità «un passaggio equilibrato dell’Imu ai comuni». 
twitter@sandroiacometti