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sabato 31 maggio 2014
lunedì 2 dicembre 2013
Parliamo di … storia dell'arte
Abbiamo un Paese che insieme alla Grecia vanta giustamente di essere la
culla della civiltà: oltre ai monumenti vi sono statue dell'antica
Roma, sculture, altorilievi e bassorilievi... Siamo l'invidia del mondo
intero, anche perché non ci siamo fermati a quel tempo storico, ma la
nostra inventiva si è spinta anche nel Medio Evo, nel Rinascimento, nel
Risorgimento, fino ai giorni nostri. Siamo un popolo di poeti, di
navigatori e di artisti, come si sa. In tempi moderni sono fioriti
(anche nel resto del mondo, in verità) una miriade di geni più o meno
folli, a volte anche sconcertanti. Mi ricordo negli anni settanta quella
volta che fu esposta in un barattolo chiuso (e meno male!) un
quantitativo di feci, intitolando quella ”grande opera”: Merda
d'artista, o quell'altra volta dove un
poveretto afflitto dalla sindrome di down era chiuso in una campana di
vetro (tranquilli, riusciva a respirare), oppure ancora, mi pare al
Parco Sempione, dove erano appese fantocci per tutta l'area, dando
l'impressione inquietante che ci fosse una miriade di persone
impiccate... Geniale, non trovate? Chissà come si sarebbero rivoltati
nella tomba i vari Leonardo da Vinci, Michelangelo, Raffaello,
Caravaggio, Mantegna, Canova per non parlare di Sassu, Sironi, Manzu,
Guttuso, De Chirico...
C'è una differenza, evidentemente e forse
dipende anche dal livello di “sensibilità” diversa (chiamiamola così).
Sta di fatto che quando manca la fantasia, allora si fanno tentativi
diversi, spacciando per arte visioni oniriche (più deliri, anzi) e,
siccome oggi sono veri artisti solo quelli che militano in una certa
area politica, allora, l'altra faccia della medaglia consiste nel fatto
che guai a criticarli: saremmo noi i cretini! E poco importa se le
nostre città siano invase da opere immonde, da pugni negli occhi, da
oscenità inimmaginabili... Questi geni evidentemente hanno una visione
diversa dalle persone normali …Ed ogni tanto mettono a segno qualche
“prodezza artistica”... Traducendo: qualche orrore...
domenica 1 settembre 2013
martedì 23 ottobre 2012
El Alamein, la battaglia che gli italiani sono fieri di aver perso
Il 23 ottobre del 1942 le truppe degli alleati attaccarono le forze dell’Asse Le sconfissero, ma le nostre divisioni Ariete e Folgore entrarono nel mito
Ricordo ancora che nel 1985 Storia Illustrata usci con allegato alla copertina un dono per i lettori: un sacchettino di sabbia di El Alamein. Mi affascinò pensare a quale immensa buca era stata scavata nel deserto per portare in Italia quella sabbia. Ma ancora di più era suggestivo considerare quale culto ci fosse, dopo 43 anni, per quella battaglia, peraltro perduta.
È un culto che sopravvive, oggi, che di anni ne sono passati 70, e i superstiti si contano forse sul caricatore di una pistola. L'importanza di quello scontro, tanto più epico perché avvenuto per giorni e giorni, nel deserto, non basta a spiegare tanta emozione.
Fino all'autunno del 1942 le forze dell'Asse sembravano avere ancora il predominio militare. Fra settembre e novembre, però, inizia la battaglia di Stalingrado, che segna la fine dell'avanzata italo-tedesca in Russia; in ottobre la battaglia di El Alamein, nel deserto egiziano, ferma l'avanzata dell'Asse verso il Canale di Suez. In novembre, con l'accerchiamento di von Paulus a Stalingrado e la ritirata di Rommel a El Alamein, quella che doveva essere una morsa per conquistare il Medio Oriente e i suoi pozzi di petrolio diventa lo spasimo di due moncherini. Ed è inutile chiedersi cosa sarebbe accaduto se Rommel avesse vinto: sarebbe stata una guerra diversa, ma avrebbe portato lo stesso alla vittoria finale degli Alleati, perché fu una vittoria soprattutto di mezzi. Tuttavia gli italiani non lo potevano sapere. Il Nord Africa era lo scenario di guerra che li appassionava di più, per ragioni geografiche, storiche, sentimentali. Ma quello libico-egiziano era il fronte che procurava più dolori, oltre ai più gioiosi entusiasmi. Appena iniziata la guerra, il 28 giugno 1940, il maresciallo Italo Balbo era stato abbattuto per errore dalla contraerea italiana. Il suo successore, maresciallo Rodolfo Graziani, non si era distinto per intraprendenza e il 19 gennaio 1941 Mussolini dovette chiedere aiuto a Hitler. Nei mesi successivi sbarcò sulla costa libica l'Afrikakorps del generale Erwin Rommel. L'offensiva continuò nel gennaio 1942 finché, in maggio, le truppe italo-tedesche arrivarono ad El Alamein, a circa 100 chilometri da Alessandria d'Egitto. La campagna sembrava vinta, e il successo rese più sopportabile agli italiani le loro pesanti condizioni di vita.
Figurarsi con quale passione e sgomento seguirono le sorti dello scontro finale quando, dopo mesi di inattività italo-tedesca, furono gli inglesi a prendere l'iniziativa. Il generale Harold Alexander, comandante delle truppe inglesi in Egitto e Medio Oriente, affidò l'attacco al generale Bernard Montgomery, che aveva a disposizione tre divisioni corazzate e l'equivalente di sette divisioni di fanteria. Benché per numero le truppe dell'Asse potessero contrastarle, gli inglesi disponevano di una netta superiorità aerea, di nuovi cannoni anticarro e dei nuovi carri armati Sherman. La sera del 23 ottobre '42, nel silenzio della luna piena, quasi mille pezzi di artiglieria inglese spararono contemporaneamente per circa venti minuti. Alla fine del 24 l'offensiva aveva aperto profonde sacche nello schieramento italo-tedesco, ma non era riuscita ad aprire una vera breccia. Nelle prime ore del 25, Montgomery ordinò un nuovo attacco prima dell'alba, ma dovette affrontare violenti contrattacchi, in particolare della 15ª divisione corazzata tedesca e dell'Ariete. E Rommel? Non c'era. Alla fine di settembre era stato ricoverato in ospedale in Germania e sostituito dal generale Stumme che però era morto d'infarto ventiquattr'ore dopo l'inizio della battaglia. Hitler non esitò a chiedere a Rommel di riprendere il comando, ma era già tardi. Il 27 e il 28 ottobre la 15ª e la 21ª divisioni corazzate tedesche scatenarono una violenta offensiva, invano.
A questo punto fu deciso l'attacco finale, ovvero l'operazione Supercharge. L'operazione iniziò all'una antimeridiana del 2 novembre. Tutti i carri armati italo-tedeschi superstiti attaccarono il saliente britannico su due fronti, ma vennero respinti. Il 3 iniziava la ritirata, nonostante Hitler l'avesse assolutamente proibita. «Ma la decisione», commenta Winston Churchill nella sua Storia della Seconda Guerra Mondiale, «non era più nelle mani dei tedeschi».Churchill annota anche un comportamento tedesco che dopo El Alamein sarebbe diventato una prassi: «Rommel si trovava ormai in piena ritirata, ma vi erano mezzi di trasporto e carburante sufficienti soltanto per una parte delle sue truppe e i tedeschi... si arrogarono la precedenza nell'uso dei mezzi. Parecchie migliaia di uomini appartenenti alle sei divisioni italiane, furono così abbandonate nel deserto... senz'altra prospettiva che quella di essere circondati». Il campo di battaglia era disseminato surrealmente di cannoni e automezzi distrutti. L'aviazione inglese, superiore per tutta la battaglia, attaccava senza tregua e senza contrasto lunghe colonne di uomini in ritirata verso ovest. Per gli italiani era finito, ancora una volta, il sogno d'Africa. E al nemico si apriva la possibilità di invadere l'Europa dall'Italia, dalla Francia o dalla Grecia. Sarebbe toccato all'Italia. Dove, intanto, le notizie sempre più sconfortanti, invano occultate dalla propaganda, aggravavano le condizioni di vita del popolo.
Oggi chi si emoziona ancora a leggere della battaglia di el Alamein non è necessariamente nostalgico, né tantomeno fascista o folgorato da furore bellico. Alla memoria di un popolo, sconfitto in guerra, fa bene il ricordo di avere combattuto con onore, e di avere perso perché mancavano le armi, non il coraggio.
giovedì 4 ottobre 2012
4 ottobre San Francesco d'Assisi, patrono d'Italia
| San Francesco d'Assisi | |
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Raffigurazione di San Francesco d'Assisi in un affresco di Cimabue nella basilica di Assisi; si ritiene che sia l'immagine più fedele del santo.
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Fondatore dell'Ordine dei Frati Minori e patrono d'Italia
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| Nascita | Assisi, 26 settembre 1182 |
| Morte | Assisi, 3 ottobre 1226 |
| Venerato da | Chiesa cattolica |
| Canonizzazione | Assisi, 16 luglio 1228, da papa Gregorio IX |
| Santuario principale | Basilica di San Francesco d'Assisi,Assisi |
| Ricorrenza | 4 ottobre |
| Attributi | Lupo, uccelli, stigmate |
| Patrono di | Italia, animali, commercianti,Lupetti/Coccinelle, ecologisti |
giovedì 27 settembre 2012
Breve storia del nome Italia in 30 punti
Estratto dal libro sul nome Italia.
Capitolo 3 – Breve storia del nome Italia in 30 punti
(gli argomenti sono espansi nel capitolo 6)

1 - Il nome Italia inizia ad essere usato nel sesto secolo avanti Cristo e si riferisce solo alla regione che oggi chiamiamo Calabria.
2 - Nel quinto secolo a.C. lo storico Antioco di Siracusa scrive un saggio sull'Italia, che comprende già tutte le regioni meridionali, e fa derivare il suo nome da un leggendario Re Italo.
3 - Nel terzo secolo avanti Cristo il nome Italia si è già esteso alle regioni del Centro e comprende così l'intera penisola, intesa nel senso geografico del termine.

Immagine tratta da: “Italia fisica”, Touring Club Italiano, 1957
4 - Secondo alcuni autori Romani del secondo secolo avanti Cristo, il nome Italia comprende anche le regioni del nord. Le Alpi infatti sono le montagne più alte d'Europa e rendono l'Italia quasi un'isola rispetto al resto del continente.
5 - Intorno al 90 a.C. gli Italici coniano la prima moneta della storia su cui figuri il nome ITALIA, iscritto nei caratteri romani che usiamo ancora oggi. Nell'88 a.C. gli Italici ottengono la cittadinanza romana.

6 - Nell'81 a.C. Silla attribuisce al nome Italia un significato politico ufficiale, che comprende le regioni peninsulari e la Liguria.
7 - Nel 45 a.C. Giulio Cesare include nel territorio d'Italia le altre regioni del nord.
8 - Nel 27 a.C. l'imperatore Cesare Ottaviano Augusto suddivide l'Italia in 11 regioni (v. punto 99). Pochi anni dopo lo storico e geografo Strabone afferma: "tutti gli Italiani sono ormai Romani". Il resto dell'Impero Romano è suddiviso in province, che non hanno la cittadinanza romana. La Sicilia, la Sardegna e la Corsica per adesso rimangono ancora province esterne all'Italia. In quest'epoca Virgilio scrive l’Eneide, in cui celebra l’Italia e le origini di Roma (v. punto 181). Sopra l’attuale Principato di Monaco i Romani costruiscono il Trofeo della Turbia, dove si legge l'iscrizione: "Huc usque Italia, abhinc Gallia" (“Fin qui l'Italia, da qui la Gallia”).

9 - Nel 77 d.C. Plinio il Vecchio descrive l'Italia nel libro III della sua Naturalis Historia e afferma: "Questa è l'Italia sacra agli dei" (v. punto 183).
10 - Nell'anno 292 dopo Cristo viene formata la "Diocesi Italiciana", che comprende anche la Sicilia, la Sardegna e la Corsica.
11 - Nel quinto secolo d.C. l'Impero Romano collassa sotto le invasioni barbariche e si riduce alla sola Italia. Nel 476 d.C. Odoacre pone fine all'Impero e si dichiara Re d'Italia: inizia il Medio Evo. Nel 493 l'ostrogoto Teodorico destituisce Odoacre e diventa Re d'Italia al suo posto.
12 - Tra il 535 e il 553 Giustiniano, Imperatore Bizantino, riconquista l'Italia e afferma: "Italia non provincia sed Domina provinciarum" ("L'Italia non è una provincia ma è la Signora delle province").
13 - Nel 568 i Longobardi invadono gran parte dell'Italia, che così perde la sua unità territoriale e nei decenni successivi si ritrova spezzettata tra Bizantini (con capitale Ravenna) e Longobardi (con capitale Pavia). Rimangono possedimenti bizantini la Romagna, l'Istria, le Marche, la zona di Roma, gran parte del Sud, la Sicilia, la Sardegna e la Corsica. Diventano Longobarde la maggior parte del nord (tranne la Romagna e l'Istria), la Toscana, il Ducato di Spoleto e il Ducato di Benevento (quest’ultimo comprende l'Abruzzo, la parte interna della Campania e la Lucania).
14 - Nell'800 Carlo Magno costituisce il Sacro Romano Impero, che comprende il Regno d'Italia. L'Impero però inizia presto a perdere territori: tra il dodicesimo e il tredicesimo secolo il Sacro Romano Impero comprende solo la Germania con poche aree limitrofe e con l'Italia centro-settentrionale. Per giunta diverse città italiane rivendicano la loro autonomia: nascono così i Liberi Comuni e le Repubbliche Marinare. Nel 1176 la Lega Lombarda, formata da varie città del nord ed appoggiata dal Papa e dalla Sicilia, sconfigge temporaneamente l'imperatore Federico Barbarossa.
15 - Intorno al 1220 l'Imperatore Federico II di Svevia, nipote del Barbarossa, diventa Re d'Italia e di Sicilia. Alla sua corte di Palermo nasce la "Scuola Siciliana", che costituisce la prima scuola poetica della letteratura italiana. I poeti siciliani non scrivono in latino, che ormai pochi capiscono, bensì in "lingua volgare", quella del popolo (anche se molto ripulita). Il risultato è una lingua simile all'italiano attuale, che verrà ripresa dai poeti dello Stil Novo, tra cui Dante.
16 - Dante Alighieri si propone di definire un "volgare illustre" comune a tutte le regioni d'Italia, e per far questo estrae il meglio dagli autori che avevano scritto in volgare fino ad allora. Nel "De Vulgari Eloquentia" egli descrive le 14 principali parlate regionali d’Italia ed evidenzia le caratteristiche comuni su cui deve fondarsi l'unico "volgare illustre" (punti 40; 41; 156; 157). Nella "Divina Commedia" e in altri scritti Dante lascia in eredità un patrimonio vastissimo ed esemplare del "volgare illustre". Perciò il suo lavoro risulta completo sia da un punto di vista teorico che pratico e di fatto codifica la lingua italiana. In alcuni suoi scritti egli descrive anche la triste situazione in cui trova l’Italia nella sua epoca (v. punti 63 e 183).
17 - A partire dal 1300, il "volgare illustre" di Dante, cioè la lingua italiana, si diffonde sempre più, e intorno al 1500 inizia a sostituire il latino come lingua ufficiale dei vari Stati Italiani.
18 - Nel 1503 vi è la Disfida di Barletta: 13 cavalieri italiani sfidano 13 cavalieri francesi che avevano denigrato gli italiani. L'episodio è riportato da Guicciardini nella "Storia d'Italia" (1535-1539) ed è celebrato da Massimo D’Azeglio nel romanzo "Ettore Fieramosca da Capua" (1833) . La disfida si conclude con una schiacciante vittoria degli italiani (v. punti 124 e 125).
19 – L’arte italiana durante l'Umanesimo e il Rinascimento (e più in generale dal 1300 fin oltre il 1600) produce opere di bellezza ineguagliabile. Tra i colossi della pittura, della scultura e dell’architettura possiamo ricordare Botticelli, Leonardo da Vinci, Michelangelo, Raffaello, Tiziano, Palladio, Caravaggio, Bernini. Oggi l'Italia possiede il 60% del patrimonio artistico mondiale! Tutte le altre nazioni messe assieme (tra cui figurano nomi come Grecia, Egitto, India, Cina, Francia, Spagna...) posseggono il restante 40%. L’Italia è anche la nazione col maggior numero di luoghi dichiarati dall’UNESCO "Patrimonio dell'umanità", in totale 39, ma è seguita a ruota dalla Spagna, con 37. Tornando al Rinascimento, Leonardo fu anche matematico e ingegnere e dev’essere considerato il predecessore di Galileo Galilei, fondatore della scienza moderna. Tra i filosofi è inevitabile ricordare Giordano Bruno e Tommaso Campanella, la cui importanza risulta decisiva per la nascita della filosofia moderna. Il Rinascimento Italiano conta anche molti importanti matematici.
20 - Nei primi decenni del 1600 inizia un certo declino per l'Italia, che era stata per 15 secoli il faro della civiltà europea (v. punto 133). Altre nazioni invece progrediscono rapidamente verso alti livelli di civiltà e benessere (soprattutto Francia, Inghilterra, e Stati Germanici). Uno dei primi sintomi della decadenza si trova in una lettera che il filosofo Tommaso Campanella (Stilo, Calabria, 1568 - Parigi 1639) scrive nel 1592 al giovane Galileo Galilei (Pisa 1564 - Firenze 1642). Campanella commenta in questo modo il successo del modello astronomico del Polacco-Tedesco Copernico: "è gran vergogna che ci vincan le nazioni che noi avemo di selvagge fatte domestiche". Campanella sottolinea però che Copernico aveva studiato a Ferrara.
21 - Nonostante la decadenza culturale e civile dell'Italia, nel diciassettesimo secolo la lingua italiana si afferma come la lingua standard della musica. Ancora oggi la maggior parte dei termini utilizzati dai musicisti di tutto il mondo sono in italiano (malgrado l'incalzare della lingua inglese nella musica moderna). V. punti 54; 167; 168.
22 - Alla fine del '700 si manifestano i primi segni del Risorgimento Italiano. Nel 1797 a Reggio Emilia uno degli Stati satelliti creati in Italia da Napoleone, la Repubblica Cispadana, adotta la bandiera tricolore, che poi diventerà la bandiera d'Italia. Vengono considerati primi segni del Risorgimento Italiano anche la Repubblica Romana (1798) e la Repubblica Partenopea (1799).
23 - Nel 1802 Napoleone si proclama Presidente d’Italia, e poi Re nel 1805. Ma il suo Regno d'Italia comprende solo il Nord e dura pochi anni. Nel 1814 lo stesso Napoleone, prigioniero all'isola d'Elba, dichiarerà di voler riunificare l'Italia (v. punto 139).
24 - Nel 1814 Gioacchino Murat, Re di Napoli e cognato di Napoleone, nel "Proclama di Rimini” inneggia all'unificazione e all'indipendenza d'Italia (v. punti 140 e 141). Ma pochi mesi dopo, la Restaurazione ad opera del Congresso di Vienna riporta tutto come prima. Il ministro austriaco Metternich spegne le speranze dei patrioti italiani con un'affermazione che oggi viene spesso abbreviata in questi termini: "L'Italia è solo un'espressione geografica". In realtà l’affermazione originale di Metternich è più completa e meno drastica (v. punto 143).
25 - Per non dare un'impressione di parte, la nostra panoramica storica salterà gran parte del Risorgimento, che in senso stretto dura dal 1847 al 1870, ma in senso lato si può estendere dal 1797 al 1918. Dovremo comunque riportare alcuni fatti fondamentali e fare alcune precisazioni significative su alcuni fatti oggi spesso dimenticati (punti 25-28 e 145-148).
25 – Nel 1848 i milanesi si ribellano ai dominatori Austriaci e riescono a scacciarli dalla città (Cinque giornate di Milano). Subito dopo il Piemonte intraprende la prima guerra di Indipendenza contro l'Austria per liberare tutto il Lombardo-Veneto, ma gli Austriaci hanno il sopravvento e riconquistano anche Milano. Questa guerra rimane comunque un caposaldo del Risorgimento, sia per il coinvolgimento del popolo lombardo, sia perché vi partecipano volontari di altre regioni italiane, tra cui spiccano Toscana e Campania (v. punto 145).
26 - Nella seconda guerra di Indipendenza, combattuta nel 1859 contro l'Austria e col sostegno della Francia di Napoleone III, il Piemonte conquista la Lombardia e annette altre regioni del Centro-Nord. Nel 1860 la spedizione dei Mille, guidata da Garibaldi, conquista il Meridione d'Italia. Qualcuno oggi crede che i Mille fossero quasi tutti Settentrionali; in effetti vi erano moltissimi lombardi e veneti, ma erano rappresentate tutte le regioni d'Italia. I meridionali erano almeno duecento (v. punto 146).
27 - Nel 1861 a Torino viene proclamato il Regno d'Italia (che non comprende ancora Roma e le Venezie). Nel 1866, con la Terza Guerra d'Indipendenza, l'Italia conquista il Veneto (ma non Trento e Trieste). Quindi nel 1870 conquista Roma, che diventa Capitale d’Italia.
28 – Nei decenni successivi gli "irredenti" di Trento e Trieste, città rimaste sotto il dominio austriaco, aspirano al congiungimento con l'Italia. Questo porterà l'Italia ad entrare nella Prima Guerra Mondiale (1915) e a conquistare questi territori.
29 – Prima guerra mondiale: la data della vittoria è il 4 Novembre 1918. Oltre a Trieste e al Trentino, l'Italia ottiene il Carso e l'Istria, dove vivono delle minoranze Slave, e il cosiddetto Alto Adige, che in realtà è una provincia austriaca a tutti gli effetti, chiamata Sud-Tirolo: si tratta dell’attuale provincia di Bolzano (v. punto 149).
30 - In seguito alla Seconda Guerra Mondiale, nel 1945 l'Italia subisce dei tagli territoriali, molto piccoli ad Ovest, a favore della Francia (Briga, Tenda e piccolissime altre zone), ma notevoli ad Est, a favore della Jugoslavia (Carso, Istria, Dalmazia). V. punto 150.


http://italia.onwww.net/italia/brevestorianomeitalia.htm
venerdì 6 luglio 2012
LO SAPEVATE ?!?
L'appartenenza di Napolitano ai "Gruppi Universitari Fascisti" è menzionata anche sulla sua scheda su Wikipedia: "Durante gli anni dell'università, fa parte del GUF, il gruppo universitario fascista"
In seguito Napolitano come sappiamo "passa all'altra sponda" e aderisce al PCI... ma recentemente ha preso le distanze anche da quella parte della sua storia, rinnegando il comunismo...
Staff nocensura.com
Ecco il tesoro di Caravaggio: 100 dipinti per 700 milioni trovati al Castello Sforzesco
Gli studiosi Maurizio Bernardelli Curuz e Adriana Conconi Fedrigolli hanno recuperato centinaio di disegni e dipinti: "E' un'autentica rivoluzione". Le opere d'arte domani saranno pubblicate in due ebook
Un "tesoro" del valore di 700 milioni di euro. Una scoperta che riscriverà l'intera biografia diCaravaggio. Un centinaio di disegni e alcuni dipinti che il pittore lombardo avrebbe realizzato da giovane, quando era a bottega dal pittore Simone Peterzano, sono stati rinvenuti a Milano nel Castello Sforzesco dagli storici dell’arte Maurizio Bernardelli Curuz e Adriana Conconi Fedrigolli.
Il volto di uno dei disegni trovati a Milano comparato con quello dell'anziano soldato della Conversione di San Paolo
Ingrandisci immagine
A confermare l'autenticità delle tavole ci sarebbe anche un biglietto autografo del Caravaggio, già sottoposto a perizia calligrafica. Secondo gli studiosi, che per due anni hanno passato al setaccio Caravaggio (in provincia di Bergamo), le chiese milanesi e ilFondo Paterzano (che è nel Castello Sforzesco) questa scoperta "È un’autentica rivoluzione del sistema Merisi". I disegni di Michelangelo Merisi detto Caravaggio ridimensionerebbero l'alone romantico di un'artista, considerato fino a oggi, nel nome di genio e sregolatezza. Le bozze lascerebebro trasparire una notevole attenzione ai particolari e una visione aderente al lavoro di bottega. Caravaggio avrebbe costruito in modo meticoloso i personaggi, le teste di carattere, in disegni e fogli che poi avrebbe portato con sè a Roma. I cento capolavori ritrovati saranno pubblicati domani in due ebook.
mercoledì 27 giugno 2012
27 GIUGNO 1980 - STRAGE DI USTICA. vittime
Elenco delle vittime [modifica]
I membri dell'equipaggio sono indicati con asterisco
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elenco delle vittime
- Cinzia Andres
- Luigi Andres
- Francesco Baiamonte
- Paola Bonati
- Alberto Bonfietti
- Alberto Bosco
- Maria Vincenza Calderone
- Giuseppe Cammarota
- Arnaldo Campanini
- Antonio Candia
- Antonella Cappellini
- Giovanni Cerami
- Maria Grazia Croce
- Francesca D'Alfonso
- Salvatore D'Alfonso
- Sebastiano D'Alfonso
- Michele Davì
- Giuseppe Calogero De Ciccio
- (*) Secondo assistente di volo Rosa De Dominicis
- Elvira De Lisi
- Francesco Di Natale
- Antonella Diodato, 7 anni
- Giuseppe Diodato, 1 anno
- Vincenzo Diodato, 10 anni
- Giacomo Filippi
- (*) Primo ufficiale Enzo Fontana
- Vito Fontana
- Carmela Fullone
- Rosario Fullone
- Vito Gallo
- (*) Comandante Domenico Gatti
- Guelfo Gherardi, 59 anni
- Antonino Greco
- Berta Gruber
- Andrea Guarano
- Vincenzo Guardi
- Giacomo Guerino, 9 anni
- Graziella Guerra
- Rita Guzzo
- Giuseppe Lachina
- Gaetano La Rocca
- Paolo Licata
- Maria Rosaria Liotta
- Francesca Lupo, 17 anni
- Giovanna Lupo, 32 anni
- Giuseppe Manitta
- Claudio Marchese
- Daniela Marfisi
- Tiziana Marfisi
- Erica Mazzel
- Rita Mazzel
- Maria Assunta Mignani
- Annino Molteni
- (*) Primo assistente di volo Paolo Morici
- Guglielmo Norritto
- Lorenzo Ongari
- Paola Papi
- Alessandra Parisi
- Carlo Parrinello
- Francesca Parrinello
- Anna Paola Pelliccioni
- Antonella Pinocchio
- Giovanni Pinocchio
- Gaetano Prestileo
- Andrea Reina
- Giulia Reina
- Costanzo Ronchini
- Marianna Siracusa
- Maria Elena Speciale
- Giuliana Superchi, 11 anni
- Antonio Torres
- Giulia Maria Concetta Tripiciano
- Pierpaolo Ugolini
- Daniela Valentini
- Giuseppe Valenza
- Massimo Venturi
- Marco Volanti
- Maria Volpe
- Alessandro Zanetti
- Emanuele Zanetti
- Nicola Zanetti
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27 giugno 1980,
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venerdì 15 giugno 2012
Roberto Perticone racconta Ezra Pound
Ieri sera al Presidio Roberto Perticone di Vox Populi ha tenuto una conferenza su Ezra Pound. Al cospetto di un pubblico numeroso e interessato ha raccontato Ezra, uomo, poeta, economista, ideologo, riuscendo a rendere la sua grandezza alla portata di tutti. Notoriamente gli scritti di Pound sono impossibili ai più ma Perticone è riuscito a raccontarci, attraverso vari excursus tra la vita e l’opera, il suo pensiero e affascinarci per la sua grandezza. Perticone ha definito Pound il più grande artista del 900, ci ha raccontato della sua amicizia con Eliot,Joice, della sua vita con loro nella stanza triangolare, ci ha letto poesie struggenti tratti dai “Canti Pisani”, contestualizzandon nel particolare momento di Ezra, al tempo prigioniero degli americani a Metato. Ci ha raccontato dell’attualità del discorso economico di Pound, della sua lotta contro l’usura, della sua coerenza intellettuale culminata nella tragedia della sua sofferenza per 17 anni in un manicomio criminale americano.
A Roberto Perticone un grazie per averci fatto passare una serata indimenticabile, un grazie per averci ricordato che la cultura deve essere la base sulla quale si debbano porre le nostre future radici, un grazie per essere ancora testimone di una giovinezza di pensiero che oggi è merce rara.
E con il monito che la vita non debba essere vissuta in modo banale… Vox Populi sarà presente negli anni futuri laddove riterrà proporre un tema che sia riflessione per tutti noi
….. ricorda che i ricchi han schiavi
E noi abbiamo amici e non schiavi …..
lunedì 11 giugno 2012
Napolitano ora rinnega anche la sua storia: prende le distanze dal comunismo
Una lunga intervista al Presidente Giorgio Napolitano fatta al quotidiano polacco, la Gazeta Wyborcza, uscita anche su Repubblica alla vigilia della visita del Capo dello Stato in Polonia. Un'intervista in cui, sostanzialmente, Napolitano rinnega tutta la sua storia, prendendo le distanze dal comunismo e dall'intervento dell'Unione Sovietica a Budapest. A 88 anni Napolitano rimette in discussione il suo passato da comunista "Il sentiero della mia vita è un processo passato attraverso prove ed errori. Sono partito dagli ideali che in gioventù ho sposato - più che per scelta ideologica - per impulso morale e sensibilità sociale, guardando alla realtà del mio paese. Nell'arco dei decenni, ho cercato di andare al di là degli schemi entro i quali all'inizio era rimasta chiusa la miaformazione. Ho attraversato delle revisioni profonde, molto meditate e intensamente vissute. Ho riassunto questo mio percorso nel titolo della mia autobiografia Dal Partito Comunista Italiano al socialismo europeo. Le ultime parole del mio libro (uscito nel 2005), nelle quali ancora mi riconosco, sono state che per l'età che avevo ero destinato alla testimonianza e alla riflessione. Non immaginavo che poco dopo sarei stato richiamato in servizio! Finivo dicendo "è il tempo del ricordo affettuoso dei tanti con i quali ho combattuto buone battaglie e sostenuto cause sbagliate, e cercato via via di correggere errori, di esplorare strade nuove".
L'intervento sovietico a Budapest Quando il direttore gli chiede se, parlando di errori lui si riferisce al periodo staliniano, Napolitano risponde: "Intendo il periodo in cui ero membro attivo di un Partito Comunista che non era un partito stalinista come molti altri in quanto aveva una fondamentale matrice antifascista e democratica e comprendeva forti componenti liberali, ma era pur sempre nato nel solco dell'Internazionale Comunista, e quindi portava nel suo Dna il mito dell'Unione Sovietica e il legame col movimento comunista mondiale. Questi elementi originari, a un dato momento, sono diventati una prigione dalla quale il Pci doveva liberarsi". E, alla domanda sul 1956, quando da un lato apparivano sentimenti antistaliniani nel partito e dall'altro si verificava l'appoggio all'intervento sovietico a Budapest, Napolitano risponde: "Innanzitutto fu una tragedia, anche per il Pci, un errore grave e clamoroso del gruppo dirigente, a partire da Togliatti. Poi, anche prima che si ammettesse l'errore, si comprese la lezione: per cui, quando nel 1968 (Togliatti era già deceduto da 4 anni) ebbe luogo l'intervento armato dell'Urss e degli altri paesi del blocco sovietico in Cecoslovacchia, il Pci ufficialmente si schierò contro quell'intervento".
Unità della Ue Dal passato al futuro: su quale sarà il destino dell'Unione eupea Napolitano non ha dubbi: "Mi è rimasta in mente l'opinione espressa un mese fa da Angela Merkel durante l'incontro con il nostro premier Mario Monti e con me: dobbiamo capire che gli europei costituiscono appena il 7% della popolazione mondiale; o riusciamo ad operare uniti o diventiamo irrilevanti. E' molto importante che l'abbia detto la leader della Germania, paese in cui potrebbe facilmente trovare terreno l'illusione dell'autosufficienza. Invece nemmeno il paese europeo più popoloso, dinamico e competitivo può contare davvero nel mondo se non si integra con gli altri paesi dell'Unione. Penso che il futuro dipenderà dalla piena consapevolezza che ne avranno tutti i governi nazionali, e dipenderà dalla loro volontà e capacità di condividerla con i cittadini, con gli elettori".
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lunedì 4 giugno 2012
La rinascita di Orlando: schiaffo per Falcone
Negli anni ’90 il "nuovo" primo cittadino di Palermo con veleni e accuse delegittimò il giudice in prima linea contro la mafia: il suo ritorno al potere è un brutto segno
Si potrebbe senz’altro definire Leoluca Orlando «vecchio arnese della politica», se la parola «arnese» non evocasse qualcosa di utile, cosa che il politico palermitano non è mai stato. Naturalmente dotato fin da giovane - prese la migliore maturità d’Italia del suo anno - ha sempre rovinato tutto per il suo troppo odiare e spargere veleni.
Leoluca Orlando, sindaco di Palermo
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Rieletto ora sindaco di Palermo per la quarta volta, dopo un lungo purgatorio, Orlando si è riallacciato al quindicennio, 1985-2000, in cui dominò la scena cittadina. Prosperò nelle brighe. Si autopromosse denigrando i rivali. Se non gradiva il risultato di un’elezione accusava l’avversario di brogli elettorali o di avere rastrellato voti mafiosi. Usò il metodo anche con il socialista Claudio Martelli che nel 1987, per capriccio, si fece eleggere allaCamera a Palermo. Martelli se lo legò al dito e quando Orlando, nel ’93, fu rieletto sindaco gli dimostrò che era stato votatissimo nei quartieri più coppoluti: Kalsa, Zen, Ciaculli. Leoluca fece spallucce, perché quello che vale per gli altri non vale per sé, e continuò metodicamente a «mascariare» il prossimo.
Tuttora, che ha 65 anni (in agosto), non ha perso il vizio. A marzo invalidò, nella sostanza, le primarie palermitane della sinistra, gridando come un ossesso, «brogli, brogli» senza averne le prove. Con questa scusa, si è autocandidato sindaco contro il vincitore della lizza e suo ex pupillo, Fabrizio Ferrandelli e ha vinto con il 72,4 per cento dei voti contro il 27,5 di Ferrandelli. Senz’altro un trionfo sull’avversario, ma un fiasco in termini assoluti. Essendo stata l’affluenza inferiore al 40 per cento, ne deriva infatti che solo il 28 per cento degli aventi diritto ha votato Orlando e che il restante 72 si è ben guardato dal farlo.
Questo ripudio di una parte cospicua della città è la sola attenuante che i concittadini di Giovanni Falcone possono invocare per avere scelto come sindaco il suo nemico più subdolo. L’elezione di Orlando è infatti uno schiaffo alla memoria del giudice ucciso.
Per non dimenticare. La sera del 17 maggio 1990, il faccione di Leoluca, anche allora sindaco, fece capolino nella trasmissione Samarcanda di Michele Santoro. L’ospite mise il solito broncio da intrigante e sparò: «Il giudice Falcone nasconde le carte nel cassetto». L’accusa si riferiva a un episodio dell’anno prima: i presunti favori di Falcone ad Andreotti e ai suoi uomini in Sicilia, Salvo Lima, in primis. All’osso, il sindaco col ciuffo sosteneva che il Divo Giulio fosse «punciutu», cioé avesse stretto con i mafiosi il patto di sangue - dito bucato contro dito - e che affiliati fossero i suoi amici politici. La colpa di Falcone invece - sempre ai suoi occhi - era di non essersi lasciato infinocchiare da un mafioso, certo Giuseppe Pellegriti, pseudo pentito che godeva però della piena fiducia di Leoluca. Costui aveva «rivelato» che fu Lima a ordinare l’omicidio di Piersanti Mattarella, avvenuto nell’80. Falcone capì al volo la panzana e incriminò Pellegriti per calunnia. Ciò scatenò la rabbia del sindaco e dei suoi professionisti antimafia che volevano invece incastrare gli andreottiani e avevano passato il tempo a catechizzare Pellegriti (come rivelerà Falcone al Csm). Questo l’antefatto della «denuncia» di Orlando allo show di Santoro, in cui l’interessato fu aggredito in sua assenza e contro il principio di lealtà.
L’accusa mise Falcone nelle peste. Il giudice che da anni era l’icona della lotta alle cosche viveva un momento delicato. Preso di mira per il suo rigore dai fanatici che confluiranno nella Rete (il partito orlandiano), finì nel tritacarne della «primavera» di Palermo, l’orrida stagione dominata dal duo Orlando-Padre Pintacuda al motto imbecille: «Il sospetto è l’anticamera della verità». Al punto che perfino l’attentato alla villetta all’Addaura, di cui Falcone fu vittima, si ritorse contro di lui. Sventato con la scoperta in extremis della carica di tritolo, il giudice ne trasse due indizi: che la mafia lo voleva morto e che tentava di ucciderlo adesso perché lo considerava più vulnerabile. Gli orlandiani sparsero la voce che era stata una messinscena di Falcone. La figura di Falcone, più che specchiata fino allora, perdeva smalto. Il Csm volle vederci chiaro e convocò il giudice a Roma.
La seduta si tenne il 15 ottobre 1991. In mezza giornata, di fronte a un sinedrio attento, Falcone smontò la trappola, fece alcune rivelazioni e inchiodò Orlando con alcuni giudizi che lo dipingono per l’eternità. «Orlando - disse - sarà costretto a spararle ogni giorno più grosse. Lui e i suoi sono disposti anche a passare sui cadaveri dei loro genitori. Questo è cinismo politico. Mi fa paura». Spiegò che, contrariamente alle accuse del sindaco, «nei cassetti non c’erano prove, perché ormai erano stati tutti svuotati» e gli eventuali accantonamenti erano solo «indagini fatte male». Se poi il sindaco si è incattivito, è perché non ha digerito l’arresto di Vito Ciancimino, il mafioso. Ma come proprio Orlando, che dell’antimafia ha fatto una religione, prende cappello se sbattono don Vito in gattabuia? Eh sì, rivela Falcone - e questa è davvero bella - «perché nonostante un sindaco come Orlando (ironia?, ndr) la situazione degli appalti a Palermo continuava a essere la stessa e Ciancimino continuava a imperare sottobanco...».
Ecco, dunque, messi a nudo gli altarini: Leoluca ce l’aveva col giudice perché gli aveva arrestato il Cianci. Oltre, naturalmente, avergli mandato a monte il piano contro Andreotti.
Verso la fine dell’udienza, il giudice fa un affresco della Palermo del duo Orlando-Pintacuda. «Non si può andare avanti in questa maniera... è un linciaggio morale continuo... Facendo come fanno loro le conseguenze saranno incalcolabili. Ma veramente incalcolabili». Le ultime parole dell’arringa sono da incidere nel bronzo: «La cultura del sospetto non è l’anticamera della verità; la cultura del sospetto è l’anticamera del khomeinismo». Poi, prima di lasciar il Csm, il giudice aggiunse stancamente, senza sapere - o forse sì? - quanto fosse profetico: «Mi stanno delegittimando. Cosa Nostra fa così: prima insozza la vittima, poi la fa fuori».
Falcone morì sette mesi dopo, il 23 maggio 1992, dilaniato con moglie e scorta dall’ordigno di Capaci. Orlando andò al funerale, ciuffo in doglie e aria del cane bastonato. Sul sagrato della chiesa, Maria Falcone, sorella dell’ucciso, lo affrontò: «Hai infangato il nome, la dignità, l’onorabilità di un giudice integerrimo». E gli girò le spalle. Leoluca piagnucolò: «È una cosa che mi fa molto male». Di Orlando ci sarebbe molto altro da dire. Ma ho preferito utilizzare lo spazio per riassumere la vera storia tra lui e Falcone. Chi oggi li accomuna, come se fossero stati sulla stessa barricata, mente. I morti non parlano ed è sul silenzio di Falcone che retori e scribacchini hanno creato il gemellaggio fasullo del giudice e del sindaco, mettendoli sullo stesso altare. Chi è dalla parte di Falcone non può stare con Orlando. Ecco perché la scelta elettorale di Palermo è un brutto indizio.
Falcone morì sette mesi dopo, il 23 maggio 1992, dilaniato con moglie e scorta dall’ordigno di Capaci. Orlando andò al funerale, ciuffo in doglie e aria del cane bastonato. Sul sagrato della chiesa, Maria Falcone, sorella dell’ucciso, lo affrontò: «Hai infangato il nome, la dignità, l’onorabilità di un giudice integerrimo». E gli girò le spalle. Leoluca piagnucolò: «È una cosa che mi fa molto male». Di Orlando ci sarebbe molto altro da dire. Ma ho preferito utilizzare lo spazio per riassumere la vera storia tra lui e Falcone. Chi oggi li accomuna, come se fossero stati sulla stessa barricata, mente. I morti non parlano ed è sul silenzio di Falcone che retori e scribacchini hanno creato il gemellaggio fasullo del giudice e del sindaco, mettendoli sullo stesso altare. Chi è dalla parte di Falcone non può stare con Orlando. Ecco perché la scelta elettorale di Palermo è un brutto indizio.
domenica 3 giugno 2012
Ma il 2 giugno le forze armate non dovrebbero mai sfilare
Il Regno Unito celebra il “Remembrance sunday” ogni seconda domenica di novembre, a commemorare le vittime della Prima guerra Mondiale, e osserva due minuti di silenzio ogni 11 novembre, giorno dell’armistizio. Durante il “Remembrance sunday” si svolgono cerimonie presso i monumenti di guerra, mentre la regina, il primo ministro e i rappresentanti delle istituzioni e delle forze armate si incontrano con i veterani a Whitehall, nel centro di Londra.
In Francia è festa nazionale il 14 luglio, giorno dell’anniversario della “presa della Bastiglia” (14 luglio 1789) che ha dato avvio alla Rivoluzione francese: la celebrazione più solenne avviene nella Avenue des Champ-Élysées, a Parigi, in presenza del presidente della Repubblica e delle più alte cariche dello Stato. Inutile ricordare cosa sia il 4 luglio negli Usa, anniversario dell’indipendenza (4 luglio 1776), data molto sentita e celebrata dagli statunitensi.
E in Italia? Una festa di questo tipo non esiste. O meglio, c’è, dovrebbe esserci: il 2 giugno. Festa della “repubblica italiana”. La retorica, con il trascorrere degli anni, l’ha fatta passare come festa dell’unità nazionale, o dell’orgoglio patriottico, addirittura facendo sfilare le forze armate in una parata ogni anno sempre meno solenne, con tanto di esibizione delle frecce tricolori. E’ chiaro che la parata militare renda accattivante una ricorrenza che per altri motivi non sarebbe granché ricordata. Chi ama le forze armate, chi si sente orgogliosamente “italiano”, chi adora le frecce tricolori, alla fine rischia di restare davvero folgorato dal 2 giugno.
A questo punto sorge spontanea una domanda: cosa si festeggia, in realtà, il 2 giugno?
La risposta potrebbe lasciare un po’ di amarezza. Niente di paragonabile al “Remembrance sunday”, o al 14 luglio francese, o al giorno dell’indipendenza statunitense. Il 2 giugno è l’anniversario del referendum (2 giugno 1946) in cui i cittadini italiani hanno scelto la repubblica, bocciando la monarchia. Un referendum macchiato da accuse di brogli, ricorsi, nonché intimidazioni, agguati e ferimenti durante la campagna elettorale. Insomma, ben poco da festeggiare. Si inneggia a una “forma di governo”? Non è nemmeno così vero, perché la repubblica è stata proclamata il 18 giugno dalla Corte di Cassazione, dopo che il risultato del referendum è stato reso noto soltanto il 10 giugno. Se fosse la festa di tutti gli italiani, dovrebbe esserlo anche di quelli che volevano la monarchia. Invece non è così. Cosa si festeggia, in buona sostanza? Probabilmente l’anniversario, oltre che del referendum-farsa, anche delle prime elezioni politiche del post-fascismo, che si sono tenute proprio il 2 giugno 1946 contemporaneamente al referendum istituzionale. Un’altra ricorrenza “politica”, quindi, esattamente come il 25 aprile, a celebrare quello che poi è diventato il “regime anti-fascista”.
Ma perché, in questo caso, utilizzare e strumentalizzare le forze armate, in una data in cui i successi militari o “l’orgoglio patriottico” non c’entrano proprio nulla?
Se parata militare deve essere, sia solo il 4 Novembre, ricorrenza dell’armistizio con l’Austria-Ungheria (Prima guerra mondiale) e dell’ingresso delle truppe italiane a Trento e Trieste. Dovrebbe essere una celebrazione solenne, in quanto ricorda una vittoria militare costata 700mila vittime ed un milione di feriti, in gran parte mutilati. Una data paragonabile al “Remembrance sunday”, ma che in in Italia è dimenticata da quasi tutti e non è celebrata come festa nazionale.
Altro che 2 giugno.
di Riccardo Ghezzi © 2012 Qelsi
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sabato 2 giugno 2012
mercoledì 23 maggio 2012
venerdì 11 maggio 2012
mercoledì 9 maggio 2012
domenica 29 aprile 2012
Sergio Ramelli 1975 29 aprile
Archivio Ramelli
Lasciatemi essere un uomo libero, libero di viaggiare, libero di fermarmi, libero di lavorare, libero di commerciare come mi pare libero di scegliermi i miei maestri, libero di seguire la religione dei miei padri, libero di pensare, e di parlare e di agire
Capo Giuseppe, della tribù dei Nasi Forati
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno, e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi ... Matteo 5, 11
Chi ascolta la storia di Sergio Ramelli prova, come prima reazione, il desiderio di falsificarla, di negarla. Una storia del genere, ci si dice, non è vera, non può essere vera.Sfortunatamente è vera, ed è accaduta in Italia circa 40 anni fa.
Quando in futuro le generazione guarderanno gli anni '70 a Milano non avranno difficoltà a dire che Sergio Ramelli, un ragazzino di 18 anni fu perseguitato e ucciso da una città intera, da un paese intero: dai suoi professori, dai suoi compagni di scuola e dall'indifferenza e dalla paura dei suoi concittadini. Queste pagine contengono solo documentazione su Sergio Ramelli. Non intendono costituire una "storia" della vicenda, ma aiutare chiunque voglia farsi un'idea personale al riguardo. Sono in perenne costruzione. Chiunque voglia contattarci per proporci consigli, o aiuto, o anche solo per segnalarci del materiale non presente in queste pagine può farlo scrivendo a direzione@cdrc.it
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