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sabato 1 settembre 2012

"Sfiorando il muro" per ricordare i danni della violenza proletaria

di Stenio Solinas

Venezia - Ai protagonisti della surreale polemica di fine estate, occupati l'un l'altro a darsi, da sinistra, del «fascista» per stigmatizzarne l'indole violenta e antidemocratica, suggeriamo di andarsi a vedere Sfiorando il muro di Silvia Giralucci, presentato ieri fuori concorso al Festival.
La regista aveva tre anni quando, nel 1974, le Brigate rosse le ammazzarono il padre, Graziano, agente di commercio e militante missino. Lo freddarono nella sede del Movimento sociale. Spararono a lui e al custode, Giovanni Mazzola, il secondo morto di un'«esecuzione politica» in seguito rivendicata, ma derubricata a «incidente di percorso». Fra il '74 e il '77 nella città ci furono circa 500 attentati, Autonomia Operaia fece da collante fra contestazione e terrorismo, si sprangava la gente con la stessa facilità con cui ci si cambia camicia. Dapprima «sedicenti», poi «compagni che sbagliano», poi «oggettivamente controrivoluzionarie», alle Bierre così come agli altri gruppuscoli extraparlamentari di sinistra venne concesso una sorta di salvacondotto della morale ideologica: la loro era una violenza sana, dalla parte dei lavoratori e dunque proletaria: il male assoluto stava dall'altra parte, così come la vera violenza da condannare: il fascismo e quella dei fascisti. Anche per questo, come recitava allegramente uno slogan del tempo, «uccidere un fascista non è un reato».
Ha fatto più danni la «lingua di legno» del comunismo di quanto non si sia ancora disposti ad ammettere. Perfino ora si preferisce non sfogliare «l'album di famiglia» della violenza che ne ha contrassegnato la storia e pasticciare con la dialettica per cui l'olio di ricino, lo squadrismo e il manganello appartengono al campo avverso. Come se questo bastasse a dimenticare che i processi-farsa, le «purghe», le esecuzioni con un colpo alla nuca, i gulag ce li avevano in casa propria. Nel lager nazista di Buchenwald dov'è rinchiuso, il giovane Jorge Semprún osserverà stupito e ammirato come i prigionieri russi riuscissero ad adattarsi e a sopravvivere al meccanismo tipico di un universo concentrazionario. Solo più tardi si renderà conto che gli era naturale, era lo stesso meccanismo burocratico-dispotico-repressivo che prima Lenin e poi Stalin avevano imposto al Paese. Membro del Partito comunista spagnolo in esilio, Semprún romperà con i vecchi compagni di lotta su questo, l'illegalità violenta e connaturata di un sistema politico e ideologico. Venne trattato da rinnegato.
Sfiorando il muro non è un film apologetico e si capisce che Silvia Giralucci è lontana mille miglia dalle idee che al padre costarono la vita. Stefania Paternò, un'amica di Graziano Giralucci, anche lei militante missina in quegli anni di piombo, dice in proposito cose sensate: una «guerra civile» non dichiarata, ma strisciante fra bande giovanili opposte, una sorta di insanguinati «ragazzi della via Paal» alle prese con un gioco crudele più grande di loro. La sua consapevolezza critica rende semmai più sinistro il reducismo di Toni Negri e di quelli dell'Autonomia Operaia trent'anni dopo. Nel film, le riprese della celebrazione dei fatti del 7 aprile 1979 in una sala comunale, con il professor Negri che firma autografi e stringe le mani dei suoi sostenitori, e che equipara la violenza di allora a «quattro schiaffi a un professore» rimanda a quei capolavori della «lingua di legno» ricordata prima: c'è sempre una spiegazione, una contestualizzazione, un a monte e una misura in cui, un ma anche e un ma non è questo il punto che lava ogni responsabilità, assolve da ogni colpa. È lo stesso meccanismo per cui, crollato il Muro di Berlino sulla testa di chi l'aveva eretto, dall'oggi al domani i comunisti hanno mutato nome e sbuffano con insofferenza se qualcuno gli ricorda che cos'erano prima. Sono cambiati, dicono, e le tante, successive sigle della loro formazione politica sono lì a dimostrarlo. Hanno ragione, naturalmente, ma immutata è rimasta la struttura mentale, quel combinato disposto di retorica e malafede politica, di bis-pensiero e di neo lingua, per dirla con George Orwell, che li rende catafratti al cambiamento. Diversi ma eguali, insomma. I miracoli della dialettica marxista.

lunedì 21 maggio 2012

La Marcia su Roma? Servì a Mussolini per rassicurare l’Italia


Novanta anni fa il Pnf andava al potere. Né colpo di Stato, né insurrezione, né crisi parlamentare. I fatti del ’22 riportarono all’ordine un Paese indisciplinato

Ma cosa sarebbe accaduto se il Re avesse firmato lo stato d’assedio e avesse impedito la Marcia su Roma? Ci sarebbe stata la guerra civile, i rossi sarebbero accorsi a dar manforte ai militi che fino al giorno prima sputavano o si sarebbero alleati ai fascisti? Non ci sarebbe stato il fascismo? Domande di patafisica che mi ponevo l’altro giorno a Gorizia, parlando della Marcia su Roma novant’anni dopo, al Festival «èStoria».

Mussolini incontra il Re
Mussolini incontra il Re
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Cosa fu la Marcia su Roma? Una controrivoluzione preventiva, come scrisse l’anarchico Luigi Fabbri e dissero i comunisti? Un colpo di stato, come scrisse Missiroli? Una crisi parlamentare con salutare soluzione extraparlamentare, come pensò Croce? Una rivoluzione indolore, senza vittime e senza caos, come poi disse il Re? Un’insurrezione che poi diventò regime, come scrisse Mussolini? Una rivolta solo minacciata, una parata con prova simulata di rivoluzione? Sul piano dei fatti la Marcia su Roma fu tutto questo. Ma nel suo significato politico la Marcia su Roma fu una «rivoluzione rassicurante». Così fu concepita dal suo Capo. Fu una rivoluzione rassicurante perché volle rassicurare il Paese e il suo establishment, il popolo e i “palazzi”. Già dal 1921 il rivoluzionario Mussolini aveva lasciato i toni antisabaudi, anticlericali e antiborghesi. Con la Marcia rassicurò la Corona, lo Stato, le Istituzioni, le forze armate e i militi, la Magistratura, la Chiesa, la Borghesia, il Capitale, e pure il Parlamento, fece un governo di coalizione. E rassicurò gli italiani che si sarebbe ripristinata la legalità, l’ordine pubblico, la vita normale, la sicurezza sociale.
«Tutto funzionò in quei giorni - disse sette anni dopo il Re - non ci furono vittime, le scuole restarono aperte, i tribunali, i magistrati fecero il loro dovere, gli operai andarono ugualmente fiduciosi a lavorare». La rivoluzione, per il Re, riportò ordine nel «popolo più indisciplinato della terra».
In secondo luogo, la Marcia su Roma non fu la calata dei barbari sulla capitale. L’azione fascista nasceva dal grembo della cultura italiana, dopo lunga incubazione.
La Marcia su Roma
Non la sostennero solo gli agitatori dell’arte e della letteratura, del giornalismo e del pensiero, i futuristi e i nazionalisti, Papini, Prezzolini, Soffici, D’Annunzio, Malaparte. Ma all’inizio anche fior di liberali come Benedetto Croce e Giovanni Gentile, Vilfredo Pareto e Gaetano Mosca, Maffeo Pantaleoni e Luigi Einaudi, Alberto de’ Stefani, Luigi Albertini e Ugo Ojetti. E personalità come Giacomo Puccini e Guglielmo Marconi, Luigi Pirandello, Ada Negri e Giuseppe Ungaretti, Umberto Saba e Giuseppe Rensi, il duca d’Aosta e la Regina Margherita. Croce addirittura presiedette nel 1914 il Fascio d’ordine che auspicava l’alleanza tra liberali nazionali e cattolici e criticava la massoneria, il giudaismo e il parlamentarismo. Poi paragonò le squadre fasciste alle «orde del cardinale Ruffo che avevano servito a scopi nazionali» e, da seguace di Sorel, disse a Giustino Fortunato che «la violenza è levatrice della storia». Alla Camera votò la fiducia al Duce anche dopo il delitto Matteotti.Quando Lenin ricevette al Cremlino una delegazione della sinistra italiana guidata da Giacinto Menotti Serrati, disse che in Italia la rivoluzione potevano farla solo tre capi: D’Annunzio, Marinetti e Mussolini. Però gli altri due erano poeti... Ma D’Annunzio a Fiume fornì il prototipo alla Marcia su Roma.
Nel 1921 Mussolini siglò un patto di pacificazione con i socialisti, mentre nasceva il partito comunista dalla costola rivoluzionaria del Psi che era stata più vicina a Mussolini ai tempi dell’interventismo rivoluzionario: da Gramsci e ad Angelo Tasca, dall’interventista Peppino Di Vittorio a Nicola Bombacci, che poi finì fascista, ucciso insieme a Mussolini a Salò. Non a caso l’Italia fascista fu il primo Paese a riconoscere l’Unione Sovietica pochi mesi dopo la Marcia su Roma. Per Soffici la differenza tra la rivoluzione fascista e quella sovietica fu netta: «Mussolini è italiano, cioè appartenente a una civiltà superiore, a una razza di liberi, di saggi, di generosi.
Mussolini non è un pazzo, un degenerato, un sanguinario cittadino di un paese incivile, primitivo, brutale e malato come la Russia... il fine di Mussolini è la pacificazione sotto la bandiera italiana».
Dove nasce la Marcia su Roma? Dalla Guerra vinta e sanguinante, frustrata e mutilata, i tanti caduti, l’esperienza del fronte con l’adrenalina ancora in circolo, le sue ferite aperte e le sue energie rimaste attive. Nasce poi dal caos del dopoguerra, dagli scioperi e dalle violenze del biennio rosso. E ancora: nasce dal cortocircuito tra decadenza politico-civile ed esuberanza giovanile-culturale. Infine dalla forte personalità di un Capo che fu chiamato Duce (dicono che il primo ad appellarlo in quel modo fosse stato Pietro Nenni, già suo compagno di galera, ai tempi dell’interventismo rivoluzionario).

Il fascismo fu, come scrisse Nolte, «il modello di una rivoluzione conservatrice e incruenta».
Rivoluzione-restaurazione. Eppure era imbevuta degli umori più rivoluzionari: Marx, Nietzsche e il loro anello di congiunzione, Sorel, teorico della violenza. La stessa cosa avvenne con il totalitarismo: la parola fu coniata per il fascismo, la rivendicarono Gentile e Mussolini, ma il fascismo non fu mai un regime totalitario compiuto: non ne ebbe i tratti delineati dalla Arendt e la ferocia, ma anche perché durante il regime Monarchia e Chiesa, Capitale e Apparati dello Stato restarono in piedi, quasi indenni. Il fascismo fu un regime autoritario di massa, e poi una dittatura cesarista e nazionalpopolare.
Nel ’21 Mussolini si fece monarchico e legalitario, fu il primo «ateo devoto», ritenne la missione universale della Chiesa romana un orgoglio per l’Italia. Impresse la svolta di regime, come egli stesso scrisse su Gerarchia, quando istituì il Gran Consiglio del Fascismo e la Milizia Volontaria per la sicurezza nazionale, da un verso costituzionalizzando il fascismo ma dall’altro ponendo sotto tutela fascista lo Stato. È curioso infine ricordare che nel ’21 nelle consultazioni al Quirinale l’allora deputato Mussolini suggerì al Re di nominare capo del governo il presidente della Camera di allora, Enrico De Nicola. Quando cadde il fascismo e poi la monarchia, il monarchico De Nicola fu il primo provvisorio presidente della Repubblica. Heri dicebamus, avrebbe detto Croce. La democrazia riprese laddove era stata interrotta, e seguì il consiglio del Dittatore... 

lunedì 16 aprile 2012

I sinceri democratici cedono alla tentazione dell’anti democrazia


Che strano se è la sinistra progressista (non la destra "golpista") a criticare la sovranità popolare, il Parlamento e il principio di maggioranza...

Aboliamo la democrazia? È la tentazione che scorre, dissimulata, in Occidente, e in particolare in Europa, e più in particolare in Italia. Ad accarezzare l’idea non è una residua setta di biechi reazionari e golpisti e nemmeno una consorteria di aristocratici ed elitari, figli di Mosca e Pareto.

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Ma una corte di democratici progressisti, riveriti professori e ossequiati circoli di intellettuali, in gran parte provenienti da sinistra se non addirittura dal comunismo.
Nel prossimo numero de Il Mulino , la rivista diretta da Michele Salvati, economista liberal della sinistra postcomunista, apparirà un saggio sulla crisi della democrazia di Alessandro Pizzorno, autorevole sociologo e politologo che ha insegnato a New York ma anche a Teheran, passando per Oxford e Milano. Se ne parlerà domani in un dibattito alla New York University di Firenze, dove interverranno tra gli altri lo stesso Pizzorno e Nadia Urbinati che ha pubblicato un saggio sull’argomento ( Democrazia rappresentativa. Sovranità e controllo dei poteri , Donzelli) che secondo Daniela Coli capovolge le tesi della versione americana del suo stesso saggio. Il promotore dell’incontro fiorentino è William E. Klein, estimatore di Toni Negri e delle Coop rosse.
Il filo conduttore è ripensare la democrazia dopo la crisi economica, che impone più governance e meno parlamento, più esperti e meno politici, più tecnici e meno popolo. Se l’avesse sostenuto un autore o un club di destra, nota la Coli, «si sarebbe scatenato il mondo intero » . Ho letto in anteprima il saggio di Pizzorno, In nome del popolo sovrano? che ne costituisce il riferimento di base. Pizzorno confessa di essere infastidito dalle polemiche sui tecnici e dagli appelli a tornare al popolo sovrano e alla politica. Il suo saggio è una dura requisitoria contro la democrazia rappresentativa fondata sulla maggioranza e sul suffragio universale. Una critica alla democrazia in chiave elitaria nel contesto del capitalismo avanzato. Una critica alla democrazia, analoga a quella di Salvati, che pur partendo da premesse differenti approda a esiti simili a quelli di autorevoli intellettuali comunisti come lo storico Luciano Canfora e il letterato Asor Rosa.
Fino a ieri la critica alla democrazia era travestita in una critica alla deriva populista; ora si fa esplicita, si estende alla democrazia rappresentativa, e si invocano gli esperti, le élite. Tecnocrati del Capitale e giacobini di ritorno combaciano nel maledire la democrazia fondata sulla sovranità popolare e nazionale. La democrazia e la sovranità popolare appaiono a Pizzorno un mito e il voto stesso ha per lui solo un valore simbolico e rituale per uscire dalla solitudine sociale. Dove vige il criterio di maggioranza peggiora la qualità delle decisioni, soprattutto in temi economici e sociali. La democrazia sancisce a suo dire il primato delle masse incompetenti sulle élite competenti. E produce governi affetti da «miopia» che danno vantaggi immediati ai propri elettori ma danneggiano l’economia e società dei Paesi. Le società più avanzate, nota Pizzorno, tendono ormai a trasferire alla governance dei tecnici, decisioni e poteri sottratti alla democrazia, alla sovranità popolare e al parlamento.
Il Mulino è da anni un importante laboratorio e crocevia fra tre culture: tecnocratica, cattodemocratica e liberal- radicale. Insomma è la sintesi culturale del centro-sinistra, una tecno- sinistra che lascia alle spalle Gramsci e il nazionalpopolare per sposare capitalismo e progressismo, procurandosi pure una benedizione cristiana di tipo dossettiano: Romano Prodi fu frutto di quell’ambiente. Traspare nel saggio di Pizzorno,e nell’ humus che lo esprime, la preferenza per il principio di competenza rispetto al principio di maggioranza. Oligarchie illuminate contro democrazie oscurantiste. Esperti contro Plebi. Visto lo spettacolo recente, l’ipotesi potrebbe tentare anche realisti conservatori e liberali. Ma la domanda sorge: a chi rispondono gli esperti, chi li certifica e li nomina, nel nome di cosa governano, chi stabilisce la scala di priorità delle loro scelte? Le aziende di riferimento o di provenienza che badano ai loro interessi? Le agenzie di rating?
Le università in crisi, dominate da mafie demeritocratiche e nepotiste? Dall’altra parte, i partiti sono discreditati e incapaci, raccolgono appena il 4 per cento della fiducia dei cittadini, sono corrotti e avvitati su se stessi. Siamo in effetti tra la brace dei tecnici-esperti e la padella dei partiti- corrotti. Due caste dominanti, non dirigenti. Sappiamo bene del resto che la sovranità popolare è soprattutto un mito e il voto è soprattutto un rito, magari necessario ma certo non sufficiente a fondare un buon governo, una vera osmosi tra eletti ed elettori.
Non esistono governi delle moltitudini: le buone democrazie sono governi di pochi nell’interesse di molti, le cattive sono governi di pochi nell’interesse di pochi. Sul piano dei principi, il buon governo di un Paese, non mi stancherò di ripeterlo, nasce da un buon equilibrio fra tre fattori: l’esperienza, la competenza e la maggioranza;ossia l’esempio della storia e gli usi della tradizione, il ruolo e il giudizio degli esperti, il consenso popolare espresso per via democratica. Ma sul piano dei fatti come realizzarlo?
Penso a un’inevitabile doppia via: da un verso l’elezione diretta di chi governa una città, una nazione (e perfino l’Unione europea), che res ponsabilizza chi comanda, travalica i partiti, fonda leadership decisioniste. Dall’altra la formazione e la selezione di élite qualificate in appositi laboratori, scuole, istituti, fondazioni, a cui segue tirocinio e pratica nelle pubbliche amministrazioni. Decisori politici eletti dal popolo ma circondati da aristocrazie selezionate dagli studi e sul campo che costituisconol’ossatura dello Stato, la continuità e la competenza. Partecipazione popolare in basso, decisione in alto, selezione e competenza nel mezzo. Facile a dirsi... Se la democrazia non funziona, non si può chiedere all’economia o alla tecnica di sostituirla, non si possono negare gli interessi generali, le comuni priorità e i valori.
Ma se i parlamenti non funzionano, non si può pensare a una scorciatoia plebiscitaria e populista per evitare la deriva oligarchica. La via da percorrere, ardua ma inevitabile, è quella di una democrazia comunitaria, selettiva e decisionista. Il compito gigantesco dei nostri anni.