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martedì 4 settembre 2012

La grande beffa di Monti Sparisce l'Imu per la Chiesa?


Ma non solo gli enti religiosi. Nella bufera anche gli immobili di fondazioni, partiti e sindacati. Tutti verso l'esenzione. Cosa ne pensi? Inviaci un commento
Ici Chiesa, Mario Monti: "Le scuole cattoliche non pagheranno l'Ici" (Ansa)
Ici Chiesa, Mario Monti: "Le scuole cattoliche non pagheranno l'Ici" (Ansa)
Milano, 4 settembre 2012 - Ma non dovevano pagare tutti per liberare l'Italia dal debito pubblico e per andare incontro al miraggio del pareggio di bilancio? Sbagliato. Perchè qualcuno scampa sempre. D'altronde siamo in Italia. E così una nuova beffa colpisce il cuore - ma soprattutto il portafoglio - degli onesti cittadini. A cui non bastano gli evasori fiscali e una classe politica mal direrita e mal digeribile.
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Questa volta è l'Imu a gettare nello sconforto chi si sta preparando - calcolatrice in mano - a versare la seconda e la terza rata della nuova gabella introdotta da governo Monti sugli immobili (un gettito da venti miliardi di euro circa, mica bazzecole -. E in particolare quella che la Chiesa dovrebbe pagare allo Stato sugli immobili con fini commerciali. Il regolamento che avrebbe dovuto sancire l'equità fiscale tra un negozio che vende vestiti e un bar oratoriale che vende bibite e merendine è sparito in Parlamento. E non solo quello. Anche quello relativo alle nuove modalità di pagamento dell’imposta sugli immobili per fondazioni, partiti e in alcuni casi anche sindacati.
Eppure a fine febbraio scorso la Commissione Industria del Senato aveva approvato un emendamento al decreto Cresci-Italia che eliminava l’esenzione dell’Imposta municipale unica alla Chiesa Cattolica e a tutti gli enti commerciali, tra i quali associazioni, fondazioni e partiti, prospettando nuovi introiti annuali per le casse erariali fino a 2 miliardi. Come diceva Totò: "E io pago"...

mercoledì 2 maggio 2012

Se il Primo maggio si traveste da 2 novembre



Ci
 faccia vedere il curriculum. Qui, davanti a tutti? Totò aveva precorso la vana oscenità di mostrare il curriculum per trovare la­voro

Ci faccia vedere il curriculum. Qui, davanti a tutti?
Totò aveva precorso la vana oscenità di mostrare il curriculum per trovare lavoro. Vorrei consigliare al ministro Fornero e ai sindacati che oggi festeggiano il Lavoro di procurarsi un mediometraggio di due ragazzi del sud, Gianluigi Belsito e Michele Caricola.
Si chiama «A chi appartieni» ed è un’espressione assai in uso dalle mie parti, in versione dialettale, non tanto per sapere come Dante «chi fur li maggior tui», ma chi sono i tuoi protettori, il tuo partito, il tuo pappone, la tua gang di riferimento.
Perché, sostengono i due ragazzi, per cercare lavoro il criterio dell’appartenenza prevale su quello della competenza.
Sì, il vero dramma del mondo del lavoro che vale 18 articoli 18, è quello. Che si aggrava ora che non ci sono soldi, gli imprenditori chiudono o s’ammazzano, nessuno può promettere nulla se non fuffa e raggiro. Gli unici settori che pagano bene sono sesso, droga e criminalità. Magari se ne trascurano altri come l’assistenza ai vecchi; ma la penuria è vistosa. Ho provato a fare un censimento empirico tra i ragazzi: crescono paurosamente i disadattati che sono o si sentono incapaci di affrontare la vita e il lavoro; poi ci sono gli adattati che prendono due euro all’ora, da precari, pur di fare qualcosa; infine gli adatti che però di solito lasciano l’Italia o la legalità. Si salva chi eredita un lavoro.
Col lavoro che manca, la disoccupazione che cresce e gli imprenditori che si uccidono, mi sa che dovremo accorpare il Primo maggio col 2 novembre.

domenica 15 aprile 2012

Il mistero degli esodati: chi ha sbagliato i conti si dimetta. Fornero o Mastrapasqua?


Tipico del nostro Paese. Anche sugli esodati nessuno è in grado di proporre conti più o meno simili: per il governo sono 65.000, per l’Inps 130.000 e per i sindacati addirittura 350.000; ma quale è il numero esatto? E come è possibile che ci siano tre valutazioni così diverse? Stima del sindacato a parte, stupisce che Governo e Inps non riescano a fornire la stessa cifra: anzi, una è il doppio dell’altra.
Ieri la Fornero ha annunciato di aver concluso i suoi conti:
“Il numero degli esodati è di circa 65mila e pertanto l’importo finanziario individuato dalla riforma delle pensioni, attuata col decreto Salva Italia, è adeguato a corrispondere a tutte le esigenze senza dover ricorrere a risorse aggiuntive”
Che sarebbe, questa, una bella notizia. Ma i conti non tornano. Durante l’audizione alla Camera il direttore generale dell’Inps, Mauro Nori, ha parlato di 130mila lavoratori: 45mila quelli in mobilità, altri 13-15mila inseriti nel fondo di solidarietà del credito e 70mila quelli usciti dal lavoro sulla base di accordi volontari.
Per i sindacati, che oggi scendono in piazza, gli esodati sarebbero 350.000; chiaramente c’è qualcosa che non va. Intanto, vale la pena ricordarlo, si tratta di persone, di uomini e donne, che si trovano in una situazione disperata. Invece sembra si tratti solo di numeri. Di calcoli. Di matematica.
Una cosa dovrebbe essere certa: chi ha sbagliato i conti deve vergognarsi e andare a casa. Se la Fornero ha sbagliato si dimetta immediatamente, perchè se gli esodati saranno molti di più bisognerà trovare ulteriori risorse, e l’errore enorme è della sua riforma (che a questo punto diventerebbe completamente inutile). Se ha sbagliato l’Inps, il suo direttore Mastrapasqua se ne vada immediatamente: tanto non dovrebbe avere problemi di tempo libero. Stesso discorso per i sindacati.
Oppure, caso ancora più grave: c’è chi gioca con i numeri. Se il governo, con un trucchetto contabile, abbassa il numero degli esodati allora la situazione è preoccupante e intollerabile.
Ma scommettiamo che non sapremo mai quanto sono realmente gli esodati? E’ l’Italia.

CHI SONO GLI ESODATI?
Gli esodati sono tutti quei lavoratori che dopo la Riforma della pensione rischiano di restare di fatto senza lavoro e senza stipendio. Come mai? Perché con l’innalzamento dei requisiti per accedere alla pensione si trovano in una terra di nessuno: capita magari a chi ha lasciato, con incentivi, il posto di lavoro in attesa della pensione, che sarebbe arrivata in poco tempo. Ora, con la riforma, quel “poco” tempo diventa drammaticamente un periodo molto lungo: si tratta di due, tre anni, o forse più.

AGGIORNAMENTO 14-4-2012
Il Ministro Fornero scrive al Sole24Ore e ammette che i 65.000 sono soltanto “i primi”. Per gli altri? Cercheranno una soluzione…
Caro direttore,
una questione di metodo e una di merito. Con riferimento all’articolo di Salvatore Padula, pubblicato ieri sul Sole 24 Ore, mi preme fornire alcuni elementi di chiarimento a proposito della vicenda dei cosiddetti ‘salvaguardati’.
Anzitutto, il «balletto delle cifre». Non ritengo che si possa accusare il ministro, né il ministero, della varietà di stime e quantificazioni di diversa provenienza che ha caratterizzato le ultime settimane alimentando, oltre all’ansia, la legittima preoccupazione delle persone.Nè sarebbe stato appropriato, in attesa della valutazione ufficiale, correggere le cifre di volta in volta apparse sui giornali.
 Né sarebbe stato appropriato, in attesa della valutazione ufficiale, correggere le cifre di volta in volta apparse sui giornali. Ricordo anche che nessuno sarà toccato dagli effetti della riforma previdenziale nel corso del 2012 e che il «salva Italia» ha fissato al 30 giugno il termine entro il quale emanare il decreto interministeriale per la precisa individuazione delle persone portatrici del diritto soggettivo al pensionamento, secondo la normativa in vigore prima della riforma.
Di tale individuazione, non immediata per la varietà delle situazioni coperte, è stato incaricato un tavolo tecnico, istituito presso il ministero, di cui lo stesso Inps era parte. Il tavolo giovedì ha fornito la cifra, sia nel suo complesso sia nella sua articolazione per categorie di ‘salvaguardati’. La cifra complessiva, 65mila, è apparsa sia in contraddizione con quanto dichiarato il giorno precedente dal direttore dell’Inps in commissione Lavoro della Camera, sia assurdamente inferiore proprio alle stime precedentemente divulgate dalla stampa. Rispetto a queste ultime, non conoscendone l’origine, non intervengo. Rispetto a quelle fornite dall’Inps posso invece affermare che non vi è necessariamente contraddizione, essendo differenti l’oggetto e le finalità delle stime.
A quanto mi risulta, la risposta del direttore generale dell’Inps riguardava una platea potenziale riferita anche ad accordi che esplicheranno i loro effetti, con l’uscita effettiva dei lavoratori dall’impresa, nell’arco dei prossimi quattro anni, mentre l’individuazione del tavolo tecnico ne delimitava il numero, nonché la ripartizione nelle diverse tipologie, in base a quanto indicato dal decreto «salva Italia» e dai successivi emendamenti parlamentari in sede di conversione in legge del decreto milleproroghe.
Sul piano del merito, proprio la consapevolezza di una platea non coperta da un’interpretazione stretta dei criteri individuati nella riforma delle pensioni, mi ha indotta ad assumere un impegno ulteriore circa l’adozione di provvedimenti normativi che possano ricomprendere situazioni analoghe scaturenti da accordi collettivi, stipulati in sede governativa, entro il 2011, ma non ancora perfezionati quanto a interruzione del rapporto di lavoro.
Il numero di questi ulteriori lavoratori, peraltro, non è al momento stimabile in modo preciso giacché il perfezionamento dell’accordo richiede, in molti casi, che il lavoratore aderisca all’intesa.
fonte 

mercoledì 11 aprile 2012

Sale la disoccupazione Ma il governo tecnico non faceva i miracoli?


In un anno la disoccupazione sale di un punto: è al 9,3%. Smentiti gli anti Cav convinti che le dimissioni di Berlusconi bastassero a salvare l'Italia. Ma Monti non ha la bacchetta magica...

La speranza è che la riforma del mercato del lavoro riformi effettivamente il mercato del lavoro. Ma, soprattutto, che riesca a dare una sferzata all'occupazione.
Lavoro e disoccupazione
Lavoro e disoccupazione
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I dati pubblicati oggi dall'Ocse parlano, infatti, di un forte peggioramento nel corso dell'ultimo anno. Mentre il tasso di disoccupazione dell’area Ocse è rimasto stabile all’8,2% nel mese di febbraio, invariato rispetto a gennaio e dicembre, l’organizzazione di Parigi ha fatto sapere che in Italia il tasso dei senza lavoro è in continua crescita: nel giro di un mese si è passati dal 9,1% di gennaio al 9,3%.
Per farsi un'idea di quanto la situazione sia peggiorata basta dare un'occhiata ai dati dello scorso anno. Nel settembre del 2001, un paio di mesi prima che i mercati e i poteri forti obbligassero il governo Berlusconi a un passo indietro, in Italia il tasso di disoccupazione si aggirava intorno all'8,3% mentre nell'Eurozona si attestava al 10,2%. Il Vecchio Continente toccava così il livello più elevato dal giugno del 2010. In parlamento il centrosinistra chiedeva a gran voce le dimissioni del premier Silvio Berlusconiinvitandolo a far spazio a un esecutivo tecnico che avrebbe rilanciato lo sviluppo economico del Belpaese e abbattuto la disoccupazione. Con l'avvento di Mario Monti a Palazzo Chigi la riforma del mercato del lavoro è subito entrata tra le prime misure che hanno messo a confronto il governo e le parti sociali. La riforma adesso è al vaglio delle Camere ma il Wall Street Journal ha già accusato il Professore di essersi arreso nella battaglia coi sindacati sull'articolo 18.
La crisi economica è tutt'altro che passata. L'altalena dei mercati ne è la diretta conseguenza. A febbraio, si legge nel bollettino compilato dai tecnici dell'Ocse, la disoccupazione nell'Unione europea è aumentata per l’ottavo mese consecutivo con una crescita di 0,1 punti percentuali. L'Eurozona ha così raggiunto il 10,8% segnando un nuovo record (negativo) dall’inizio della crisi. Fra i paesi dell'area euro, la disoccupazione è aumentata un po' ovunque. Dall'Austria al Lussemburgo, dall'Italia, che ha toccato il 9,3%, al Portogallo. Va peggio in Spagna dove si è attestata al 23,6%: il dato peggiore di tutta l'Eurozona. I dati dell'istituto parigino dimostrano un malessere generalizzato, ma in meno di un anno il tasso di disoccupazione in Italia è peggiorato di almeno un punto percentuale. Alla faccia di chi credeva che le dimissioni del Cavaliere bastassero per sistemare tutti i mali dell'Italia e di chi confidava nella bacchetta magica di Mario Montiper risolvere la prepotenza dei sindacati, l'immobilismo della macchina politica e l'antagonismo delle lobby.