Visualizzazione post con etichetta disoccupazione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta disoccupazione. Mostra tutti i post

lunedì 10 novembre 2014

L'è tutto sbagliato, l'è tutto da rifare!

Assistere al completo sfacelo del nostro Paese è veramente desolante, ma avere anche la sensazione che oltre il danno ci sia anche la beffa, nel senso che ci si sente presi in giro è oltremodo intollerante... Passi che in un assalto in piena regola come quello pianificato contro Salvini sia poi lo stesso leader a sembrare sotto processo (ma dove ho già visto una situazione simile - deja vu -?), passi anche che ci si faccia passare come risorsa un cancro che sta distruggendo pian piano la nostra civiltà, passi che si voglia trasmettere come normale qualche cosa che non lo è mai stata, invertendo l'ordine dei fattori e facendo anche cambiare il prodotto, passi perfino che diventi abituale l'idea che il lavoro sia un opzional ed il disoccupato la normalità e che la crisi sia eterna... Va bene (si fa per dire), facciamo finta che tutto sia come deve essere in una società che cambia (o che finisce)...
Ma, visto che al peggio non c'è fine non dovrebbe meravigliarmi più di tanto la sentenza processuale che decide che le spese legali debbano essere a carico della madre dell'uccisa, visto che l'assassino non ha i mezzi per sostenerle... Ed invece la notizia mi imbufalisce per la sua assurdità!!! In un momento dove giustamente si stabilisce che detenuti riconosciuti innocenti siano risarciti dallo Stato (già perché i giudici sono intoccabili, anche quelli che sbagliano!), invece si mette sulle spalle della vittima la responsabilità dell'accaduto. Mi consola (si fa sempre per dire) avere già sentito di sentenze di risarcimento ai parenti delle "vittime" fatte fuori in casa di altri, intente a svaligiare le stesse, o a minacciare le persone ... Insomma brave persone uccise nello svolgimento del loro lavoro!!!!...


Ma forse è tutto un sogno, anzi un incubo... Tra un po' mi sveglierò, scoprendo che la situazione è normale, che tutto va bene... Speriamo: non vorrei invece svegliarmi in un mondo ancora peggiore!!!

giovedì 28 novembre 2013

Grecia, i disoccupati s'iniettano il virus dell'Hiv per avere il sussidio statale

eroina
IL VIDEO: Video/ Vivere con l'eroina

Grecia, la disoccupazione alle stelle, oltre uno su quattro, e la disperazione portano all'impensabile. I senza lavoro si iniettano il virus Hiv per avere il sussidio di 700 euro dello Stato. Ad Atene i tassi di infezione da Hiv e di uso di eroina sono infatti aumentati con l'aggravarsi della crisi economica che ha messo in ginocchio il Paese. E la disperazione avrebbe spinto alcune persone ad autoiniettarsi il virus dell'Hiv pur di accedere ai sussidi statali e ai farmaci anti-droga. "Pochi casi aneddotici", si affretta a sottolineare in una nota l'Organizzazione mondiale della sanità (Oms), correggendo il contenuto del suo rapporto pubblicato a settembre, secondo cui la metà dei nuovi casi era frutto di auto-infezioni.
Tutto nasce dal documento stilato dall'Oms Europa sui "Determinanti sociali e il divario di salute nella Regione Europea dell'Oms". Nel testo si leggeva che in Grecia "i tassi di Hiv e l'uso di eroina sono aumentati in modo significativo" in questi anni. E che circa "la metà delle nuove infezioni da Hiv sono auto-inflitte, per consentire alle persone di ricevere 700 euro al mese di sussidi e un accesso più veloce ai programmi per la distribuzione di farmaci anti-droga".

Questa affermazione, precisa l'Oms, in realtà è errata. Anzi, è la conseguenza di un errore nella redazione del rapporto. La fonte originale, un testo pubblicato nel 2011 su 'Lancet' da un gruppo di corrispondenti ellenici guidato da Alexander Kentikelenis, parlava di "deliberate auto-infezioni per accedere ai sussidi".  Ma, come l'Oms riconosce oggi, "non vi sono prove che suggeriscono che le auto-infezioni intenzionali con il virus dell'Hiv vadano oltre pochi casi aneddotici".
I numeri veri, però, fanno paura: in Grecia negli anni della crisi c'è stato un significativo aumento di nuove infezioni del virus: +52% nel 2011 rispetto al 2010, in gran parte determinato da contagi fra i tossicodipendenti. "Le cause di questo aumento sono molteplici", sottolinea l'Organizzazione, che invita dunque i ricercatori a indagare per far piena luce sulle ragioni di questo aumento in Grecia, anche per raccomandare contromisure appropriate.
fonte

domenica 4 novembre 2012

Istat: allarme disoccupazione A settembre, i disoccupati sono saliti a 2,774 milioni. Cresce anche la disoccupazione giovanile: è al 35% in aumento di 1,3 punti percentuali. Frena l'inflazione


Ancora brutte notizie sull'occupazione in Italia. Il tasso di disoccupazione a settembre è al 10,8%, in rialzo di 0,2 punti percentuali su agosto
e di 2 punti su base annua. È il tasso più alto da gennaio 2004 (inizio serie storiche mensili). Guardando invece alle serie trimestrali è il più alto dal terzo trimestre 1999. A settembre, i disoccupati sono saliti a 2,774 milioni.
A comunicarlo è l'Istat, secondo cui l’aumento è stato del 2,3% su mese (62mila disoccupati) e del 24,9% su anno (554mila disoccupati in più). Torna a crescere anche la disoccupazione giovanile. A settembre il tasso di disoccupazione nella fascia d’età 15-24 anni (dato provvisorio e destagionalizzato), ovvero l’incidenza dei disoccupati sul totale di quelli occupati o in cerca, è stato pari al 35,1% in aumento di 1,3 punti percentuali rispetto al mese precedente e di 4,7 punti nel confronto tendenziale.
 Il tasso di inflazione frena fortemente a ottobre, calando al 2,6% annuale dal 3,2% di settembre. Su base mensile i prezzi al consumo restano fermi. Il rallentamento della crescita su base annua dei prezzi al consumo coinvolge gran parte delle diverse tipologie di prodotto, scontando sia effetti di riduzione
congiunturale in diversi comparti dei beni e dei servizi, sia un favorevole confronto con ottobre 2011, mese caratterizzato da forti rialzi congiunturali dei prezzi, ai quali aveva in parte contribuito l’aumento dal 20% al 21% dell’aliquota Iva ordinaria. L’inflazione acquisita per il 2012 si conferma al 3,0%.

domenica 28 ottobre 2012

Gli eurocrati vogliono aiutare gli indigenti, pur approvando l’austerità


La crisi europea è davvero grave: la disoccupazione si somma a una progressiva diminuzione del potere d’acquisto e per contrastare la povertà crescente la Commissione Ue ha deciso di proporre un fondo da 2,5 miliardi di euro per alleviare la piaga dell’indigenza particolarmente diffusa tra i ceti popolari. Nel documento dell’esecutivo comunitario preparato in occasione della conferenza che si è svolta a Bruxelles dal titolo Jobs for Europe si è parlato addirittura di ben 116 milioni di persone a rischio miseria.
Eppure non tutti gli Stati membri dell’Unione europea si sono dimostrati favorevoli all’idea dell’esecutivo comunitario. Ad opporsi in particolare sono stati Germania, Svezia e Gran Bretagna. Paesi in cui i sussidi di disoccupazione già esistono ma anche lì lo Stato sociale viene eroso di giorno in giorno con sempre nuovi tagli non solo ai meno abbienti ma persino ai portatori di handicap. E comunque tutti hanno un sistema che garantisce un minimo salariale ai meno abbienti ma in via di lenta dissoluzione, per l’attacco allo Stato sociale imposto proprio da Bruxelles e dall’Eurotower.
In ogni caso la Commissione europea non si è data per vinta e ha proposto l’istituzione di un Fondo Europeo di Aiuti per gli indigenti, con uno stanziamento di alcuni miliardi di euro per il periodo 2014-2020. Gli Stati membri Ue, ha spiegato la Commissione Ue in una nota diffusa a Bruxelles, pagherebbero il 15% dei costi dei loro programmi nazionali, mentre il rimanente 85% proverrebbe dal Fondo. Nell’ambito del Fondo gli Stati Ue richiederebbero un finanziamento per sostenere programmi operativi legati ad iniziative volte a erogare agli indigenti, ai senzatetto e ai bambini che versano in condizioni di deprivazione materiale: prodotti alimentari, indumenti e altri beni essenziali o di prima necessità, come ad esempio, calzature, sapone, shampoo e quant’altro indispensabile per condurre una vita degna di questo nome.
Finora gli aiuti alimentari Ue sono integrati al bilancio della Politica agricola comune (Pac), ma la Corte di Giustizia Ue ha deciso che il regime va riformato entro il 2013. La proposta della Commissione però potrebbe incontrare ostacoli in sede di approvazione da parte degli Stati membri Ue. Alcuni paesi infatti, come Germania, Svezia o Gran Bretagna, sono stati finora contrari all’idea di un aiuto alimentare di solidarietà Ue, e ritengono che questo tipo di aiuti debbano essere gestiti dai singoli Stati membri. '”A livello europeo – ha affermato il presidente dell’esecutivo comunitario José Manuel Durao Barroso – abbiamo bisogno di meccanismi di solidarietà e di risorse adeguate per aiutare i poveri e gli indigenti che in molti casi si trovano a vivere una vera e propria situazione d’emergenza sociale. Questa è la finalità del Fondo di aiuti europei agli indigenti approvato oggi”. Nell’ambito del Fondo gli Stati membri richiederebbero un finanziamento per sostenere programmi operativi nel periodo 2014-2020 per iniziative volte a erogare agli indigenti, ai senzatetto e ai bambini che versano in condizioni di privazione materiale prodotti alimentari, indumenti e altri beni essenziali, come ad esempio, calzature, sapone e shampoo. La proposta offrirebbe alle autorità nazionali una flessibilità notevole per programmare e fornire l’assistenza conformemente ai loro programmi nazionali. La messa a punto di criteri dettagliati per assegnare l’assistenza rientrerebbe nelle responsabilità degli Stati membri o anche delle organizzazioni partner, essendo queste in miglior posizione per convogliare l'assistenza sulla base dei bisogni locali.
Sintomatiche e condivisibili le parole del presidente del sindacato tedesco Dgb, Michael Sommer, che ha sottolineato intervenendo a Firenze al convegno L’Europa del lavoro e della crescita, l’importanza di salvare il nostro modello sociale o l’Europa verrà distrutta. “L’Europa sarà sociale o non ci sarà Europa – ha puntualizzato senza mezzi termini Sommer – siamo di fronte a un bivio: o c’è uno sviluppo del modello europeo o l’Europa verrà distrutta dall’interno”. “'Una istituzione non può essere salvata se fallisce l’idea: non posso salvare Europa senza modello sociale. Senza questo”, ha sostenuto il capo dell’organizzazione dei lavoratori. Un’osservazione quella del sindacalista indubbiamente vera ma quanta colpa hanno anche i cosiddetti rappresentanti dei lavoratori per quello che è accaduto e sta accadendo. Molta, moltissima. Anche loro hanno permesso che si giungesse a questo, frenando le giuste proteste sociali e incanalandole nelle manifestazioni delle loro organizzazioni al servizio del grande capitale e del sistema, che tutto omologa e ingloba in un tutto indifferenziato per poterlo vanificare meglio, annullando la sua carica rivoluzionaria. Non più uomini liberi, ma solo consumatori e maggiordomi di un sistema governato da ricchi banchieri e tecnocrati, nemici dei legittimi interessi popolari.

Una lotteria per assumere precari: così il governo pensa al lavoro


FOLLIE DA CRISI

Una lotteria per assumere precari: così il governo pensa al lavoro

L'esecutivo stanzia (senza dirlo) 232 milioni per la stabilizzazione: ma il bonus lo otterrà solo chi sarà più veloce a richiederlo all'Inps

Una lotteria per assumere precari: così il governo pensa al lavoro

giovedì 25 ottobre 2012

"Ma quali schizzinosi! Basterebbe un posto pagato"


di Rosario Palazzolo
Disoccupazione (Ansa)
Disoccupazione (Ansa)
Cinisello Balsamo, 25 ottobre 2012 - I giovani del Nord Milano? Schizzinosi mai. Sebbene qualcuno di loro non sia nemmeno a conoscenza delle polemiche esplose intorno alla frase pronunciata recentemente dal ministro del Lavoro Elsa Fornero, quelli che in questi giorni stanno affollando i banchetti della «Settimana del lavoro» organizzata al centro commerciale Auchan fino a domenica, hanno una sola parola d’ordine: «Ci va bene qualsiasi lavoro, purché ci dia da vivere».
Curriculum alla mano sono giovani, ma anche mamme e lavoratori di mezza età ad affollare i banchetti di questo insolito salone del lavoro organizzato nel cuore del centro commerciale cinisellese. L’idea è venuta al direttore di Auchan Carlo Crivelli che ha pensato al suo centro commerciale come a un luogo ideale di incontro tra domanda e offerta lavorativa. Al suo appello hanno aderito due istituti professionali come il Mazzini e il Centro di formazione professionale Mazzarello, l’Agenzia per la Formazione e il Lavoro del Nordmilano, l’Associazione Imprenditori Nordmilano, la Confederazione superiore di Enti di Alta Formazione Universitaria e l’agenzia di lavoro Interinale Umana.

Insomma, una piazza nella quale domanda e offerta si confrontano, ma soprattutto chi cerca lavoro può trovare un consiglio, una dritta, o solamente l’opportunità di lasciare un curriculum in buone mani. «Sono settimane che sto girando nei negozi a lasciare curriculum, ma ancora non ho trovato nulla — racconta Anna Coratella, 18 anni —. Qualcuno ti ascolta e ti da consigli, altri prendono il curriculum e non dicono nulla».

Disposto a tutto Antonio Sarica, che studia da meccanico e sogna di poter creare siti internet. «Provo a bussare a tutte le porte, ma mi sa che tornerò anche quest’anno a fare uno stage gratuito da meccanico». È arrivata da Milano Caterina Tacconi, studentessa al primo anno di università: «Sto cercando di capire come funziona l’ingresso nel mondo del lavoro — spiega —. Ma intanto approfitto per chiedere un lavoretto part time per i fine settimana che mi aiuti a sostenere le spese universitarie».
All’agenzia interinale Umana Laura Nozza istruisce gli aspiranti lavoratori e raccoglie curriculum: «Ne arrivano ogni giorno di più, quasi sempre si tratta di uomini in cerca di un lavoro da operai». Il vicepresidente dell’Associazione Imprenditori Nordmilano, Salvatore Belcastro sottolinea la forza di una simile iniziativa: «In una piazza come questa, noi imprenditori siamo in grado di capire meglio le richieste che vengono dalla popolazione, ma anche di esprimere le esigenze delle aziende. Il dialogo con gli istituti professionali e le agenzie per il lavoro consente a tutti di commisurare il lavoro alle reali esigenze delle imprese».

rosario.palazzolo@ilgiorno.net

domenica 12 agosto 2012

Il "miracolo" tedesco: nascondere i "senza lavoro" e trasformarli in "senza diritti"


di Maurizio Blondet
La Cancelleria suona le trombe: ecco il miracolo economico tedesco! I disoccupati sono scesi dai 5,1 milioni nel 2005 ai 2,8 oggi. Sono solo il 6,9% della popolazione attiva, un record storico e un sogno in confronto al 9,9% di disoccupati in Francia e al 9,1% negli Usa. Sembra ripetersi il miracolo del Terzo Reich, che in tre anni mise la popolazione al pieno impiego. Merito, dicono le trombe, della “moderazione salariale” dei lavoratori tedeschi, della “disciplina” accettata dai sindacati.
Nel 2001, il governo Schroeder comincia ad applicare   le idee di Peter Hartz, il capo del personale (pardon, “risorse umane”) di Volkswagen: convinto,  non a torto, che i grassi sussidi  (di disoccupazione e sociali in genere)  vigenti allora in Germania tendano a creare uno strato di fannulloni cronici, concepisce un marchingegno legale che “costringe” i disoccupati a trovar lavoro. 
Prima della riforma Hartz, i disoccupati  che durante il lavoro avevano versato i contributi, avevano il diritto ad una “allocazione” (Arbeitsengeld o AG1) che durava due, e in certi casi 3 anni.  Dopo Hartz,  il sussidio AG1 dura un anno soltanto. 
Prima, i disoccupati di lunga durata che avevano esaurito il diritto al primo sussidio AG1, prendevano un AG2, molto più modesto. Esisteva anche un “aiuto sociale” (Sozialhilfe) per le persone ancora più lontane dal mondo del lavoro.  Oggi, AI2 e Sozialhilfe sono fusi in uno,  e distribuiti attraverso centri di lavoro speciali: presso questi centri di lavoro ogni disoccupato deve fare “passi positivi”  presentandosi bi-mensilmente  e accettare un impiego qualunque, anche meno pagato del precedente, sotto pena di perdere i sussidi.
Il sistema ha fatto cancellare milioni di persone dalle liste di disoccupazione…solo per farle riapparire nelle liste di “lavoratori poveri”, che hanno lavoretti di meno di 15 ore settimanali, e pagati di conseguenza:  anche meno di 400 euro mensili. Il buono del sistema Hartz è che per questi “mini-jobs” e mini-salari, lo stato non esige il versamento dei contributi previdenziali e sanitari.  Ciò ha incoraggiato molti datori di lavoro ad assumere mini-salariati sotto i 400 euro.  Il lato sgradevole è che questi lavoratori, non contribuendo alla previdenza, non hanno pensione nè assicurazione sanitaria.

Secondo lo studio francese,  i fruitori del sistema (Hartz IV) sono 6,6 milioni. Di cui 1,7 sono bambini, figli di ragazze madri o famiglie marginali.  Il che fa che gli altri – 4,9 milioni di adulti, sono “mini-impiegati” da meno di 15 ore settimanali o precari d’altro tipo. Ci sono anche percettori di “lavori da un euro” –  pagati un euro l’ora  -  per lo più per lavori d’interesse pubblico (“Socialmente utili”, diciamo noi).
Perchè qualcuno dovrebbe accettare “lavori” da un’euro l’ora? Perchè altrimenti perde i sussidi.  I “mini-jobs” sono la forma di lavoro che è più straordinariamente cresciuta (+47% tra il 2006 e il 2009), superata solo dal lavoro interinale (+134%).  I mini-job sono molto diffusi tra i pensionati: 660 mila di loro integrano la pèensione in questo modo.  Dietro le cifre, c’è la tragedia sociale degli anziani licenziati: in base all’ultima riforma previdenziale tedesca, l’età pensionabile è stata alzata dai 65 ai 67 anni, il che ha aumentato il numero di quelli che non vengono più assunti, causa l’ìetà, se non in mini-jobs.  Non a caso, se il numero dei beneficiari del sistema Hartz IV è ufficialmente calato del 9,5% tra il 2006 e il 2009,  tra i tedeschi di più di 55 anni  il numero dei beneficiari è cresciuto del 17,7%.
Nel maggio 2011, gli occupati con mini-jobs  erano 5 milioni: si può parlare, senza offesa, di un esercito di sotto-occupati e precari? Ci sono stati anche scandali: aziende che preferiscono assumere due o tre mini-jobs (su cui non pagano i contributi previdenziali) invece di un lavoratore a tempo pieno. La Scheckler, una catena di drogherie, è stata accusata dai verdi di fare questo genere di “dumping salariale”.
Nell’agosto 2010, un rapporto dell’Istitutio del Lavoro dell’Università di Duisberg-Essen ha calcolato che più di 6,55 milioni di tedeschi ricevono meno di 10 euro lordi l’ora –  sono aumentati di 2,3 milioni rispetto a dieci anni prima. Due milioni di lavoratori in oltre-Reno campano con meno di 6 euro l’ora, e molti nell’ex Germania comunista si contentano di 4 euro l’ora, ossia 720 euro mensili per un lavoro a tempo pieno.
I salariati con mini-job non sono i soli mal pagati. In Germania non esiste un salario minimo stabilito  per  legge (situazione unica in Europa).  I “lavoratori poveri” (che restano in miseria pur lavorando) sono il 20% degli occupati germanici.
Quelli che lavorano per meno di 15 ore settimanali, con paghe in proporzione, sono chiamati Aufstocker: sono un milione, ed integrano il magrissimo salario con i magrissimi  sussidi sociali. Il loro numero è in continua crescita.  Quanto ai sussidi sociali, rende noto lo studio francese, non sono completamente cumulabili: “Per 100 euro  di salario, il lavoratore perde il 20% del susidio, per un impiego da 800 euro ne perde l’80%.”
Il caso è stato portato da tre famiglie alla Corte costituzionale di Karlsruhe nel febbraio 2010:  i loro sussidi non consentivano “un minimo vitale degno”, era la lagnanza. La Corte ha  sancito la costituzionalità della Hartz IV, ma ha chiesto al legislatore di rivalutare l’allocazione di base. E’ stata infatti aumentata: da 359 euro a persona, a 374 euro. Adesso è “un degno minimo vitale”.
Se si toglie il milione di Austocker ai 4,9 milioni di attivi beneficiari di sussidi, si hanno 3,9 milioni di disoccupati di lunga durata, che vivono eslusivamente delle suddette allocazioni: essenzialmente famiglie con un solo genitore e anziani. 
Un dirigente del centro-impiego (Arbeitsagentur) di Amburgo, sotto anonimato, dichiara: “Ma quale miracolo economico. Oggi, il governo ripete che siamo sotto i 3 milioni di disocupati, e se fosse vero sarebbe un fatto storico. Ma la verità è diversa, sono 6 milioni di persone beneficiarie di Hartz IV (che prendono i sussidi, ndr.), e sono tutti disoccupati o ultra-precari.  La vera cifra non è 3 milioni di senza-lavoro, ma 9 milioni di precari”.
Si aggiunga che la percentuale trionfale di 6,9% di senza-lavoro nasconde forti disparità regionale. I disoccupati sono il 3,4% nella ricca e prospera Baviera, ma il 12,7 a Berlino.  E ogni minimo accenno di rallentamento dell’economia colpisce più duramente, com’è ovvio, i milioni di precari o mini-jobs: i primi ad essere licenziati, come si vede nella tabella seguente (le riduzioni del 2009 rispetto al 2008, riguardano soprattutto gli “atipici”). 
Che dire? La competitività tedesca ha il suo segreto in quel 20 per cento di sotto-salariati; il miracolo germanico si regge su un gigantesco dumping sociale. E’ questo il modello che ci  viene proposto ad esempio: la cinesizzazione della forza-lavoro a basso livello di qualificazione. 
Bisogna  constatare che, nella nuova economia globalizzata, i popoli diventano superflui – o almeno, grandi porzioni dei popoli. Il che forse spiega la  “crisi” della democrazia, ossia la devoluzione della sovranità popolare ai tecnocrati, operata dai politici di professione: maggioranze di cui non si ha bisogno per produrre o consumare, sono inutili  anche politicamente.  Hanno perso la dignità di cittadini.
Naturalmente, la medaglia ha anche un’altra faccia:  in Germania, il costo  della vita è inferiore a quello  di Francia e Italia (perchè esiste, come abbiamo visto, un “mercato del consumo pauperistico”, per i sottoccupati), e i salari delle classi medie qualificate sono alti. Un professore di liceo ha uno stipendio iniziale di 3 mila euro netti.  Il boom esportativo  produce persino una mancanza di lavoratori qualificati, tanto che attualmente  si arruolano giovani diplomati spagnoli.  E’, fra l’altro, un effetto della crescita-zero demografica tedesca. “La riserva di persone disponibili al lavoro sta calando”, ha avvertito la ministra del lavoro, Ursula Van der Leyen.  Attualmente, il numero di entranti nel mercato del lavoro è inferiore al numero di quelli che ne escono per anzianità, ed ecco un’altra causa che fa’ calare meccanicamente la disoccupazione…


Maurizio Blondet

Fonte: www.rischiocalcolato.it tratto da ariannaeditrice.it

venerdì 20 luglio 2012

L’Italia sarebbe il paese che avrebbe il maggior vantaggio ad uscire dall’euro


Ridotto all’osso, il downgrade di Moody’s dell’Italia di due tacche, a un livello vicino a junk, è un atto d’accusa contro l’intera politica di shock-therapy e di contrazione dell’eurozona (Moody’s contro l’Italia: rating vicino a spazzatura).
Le prospettive economiche a breve termine dell’Italia si sono deteriorate, come risulta sia dalla crescita più debole che dalla maggiore disoccupazione, che comportano il rischio di non riuscire a raggiungere gli obiettivi di consolidamento fiscale. Il mancato rispetto degli obiettivi di bilancio a sua volta potrebbe indebolire ulteriormente la fiducia dei mercati, aumentando il rischio di una brusca frenata dei finanziamenti sul mercato.
Etc, etc
Se Fitch segue l’esempio, il downgrade provocherà un’ondata di vendite da parte dei fondi Asiatici e degli altri fondi sottoposti a severi limiti sul tipo di debito che possono detenere. Questi investitori hanno smesso di comprare debito Italiano mesi fa, naturalmente. Ma non l’hanno neanche venduto. Lo faranno.
Moody’s fondamentalmente sta dicendo che la drastica austerità imposta all’Italia dalla BCE dopo il suo ultimo Putsch di fine estate (acquisti di obbligazioni a intermittenza per forzare l’uscita dal governo di Silvio Berlusconi) è essa stessa la causa della profonda crisi.
Il mix delle politiche di contrazione è stato disastroso. La BCE lo scorso anno ha permesso – o meglio ha causato – il crollo in Italia della massa monetaria M1 ed M3 a livelli da Grande Depressione, con una politica monetaria restrittiva nel bel mezzo della crisi. Questo è stato uno dei peggiori episodi di errore nella politica monetaria dell’ultimo mezzo secolo.
Il risultato di questa stretta monetaria e fiscale combinata è stata una doppia recessione, del tutto evitabile e molto dannosa. La Confindustria Italiana ha avvertito che solo quest’anno l’economia si contrarrà del 2.4% e forse anche molto di più, e ha aggiunto che l’austerità sta riducendo il paese in “macerie” dal punto di vista sociale.
Questa medicina stile anni ’30 è la ragione principale per cui la traiettoria del debito Italiano, una volta stabile, è improvvisamente peggiorata, con il debito pubblico galoppante al 126% del PIL quest’anno, secondo il FMI.
Moody sembra reagire agli obiettivi di “consolidamento fiscale” imposti al paese da Berlino, Francoforte e Bruxelles.
L’Italia non dovrebbe farlo. Queste richieste sono velenose. L’Italia ha già un avanzo primario di bilancio, che quest’anno aumenterà al 3.6% del Pil, e il prossimo anno al 4.9%.
Questo è di gran lunga il “miglior” profilo fiscale nel blocco del G7, ma è una vittoria di Pirro. Gli effetti recessivi stanno annullando i guadagni. Il debito sta accelerando. La struttura industriale del paese viene dissanguata.
Il risultato politico è la spettacolare ascesa di Beppe Grillo, il flagello dell’euro e ora padrone di Parma. Berlusconi può già annusare l’occasione di lanciare una rimonta su un programma anti-Merkel, anti-Tedesco, anti-BCE, e anti-Europa.
L’uscita dall’Euro
“Non è una bestemmia parlare di uscita dall’euro”, dice, chiedendo un ritorno alla lira a meno che la BCE da parte sua non intervenga per una riduzione dei rendimenti obbligazionari Italiani.
L’uscita dall’Euro potrebbe “avere i suoi vantaggi” dice. “La svalutazione ci permetterebbe di esportare. Se andiamo avanti con le politiche della signora Merkel finiremo sempre peggio in una spirale recessiva.”
Personalmente,durante un viaggio a Roma tre settimane fa sono rimasto sbalordito dal livello di amarezza. Un alto funzionario – da lungo tempo sostenitore dell’UEM, uno dei suoi custodi – mi ha detto che l’euro era “praticamente morto”.
Oramai appena il 30% degli Italiani pensa che l’euro sia stata una “buona idea”. Hanno certamente delle buone ragioni per sentirsi danneggiati. L’Italia non è fondamentalmente un caso disperato. E’ stata trasformata in un caso disperato dai meccanismi perversi dello stesso euro.
Debito pubblico e privato combinati insieme arrivano al 260% del PI, più o meno come la Germania e molto meno di Francia, Spagna, Paesi Bassi, Danimarca, Regno Unito, Stati Uniti o Giappone. Con una ricchezza privata di 8.600 miliardi di €, gli Italiani hanno una ricchezza pro-capite maggiore dei Tedeschi.
Guardando all’indicatore del Fondo Monetario Internazionale sulla sostenibilità del debito a lungo termine, l’Italia ha uno dei punteggi migliori, al 4,1, davanti a Germania 4,6, Francia 7,9, Regno Unito 13,3, Giappone 14,3, e Stati Uniti 17. E’ uno dei pochi paesi che ha sistemato lo squilibrio delle pensioni.
L’unico grosso problema che hanno gli Italiani è che sono nella valuta sbagliata.
Come tutti sappiamo ormai, dal lancio dell’UEM hanno perso circa il 30% di competitività nel costo del lavoro per unità di prodotto contro la Germania, a causa dell’effetto strisciante di una spirale inflazionistica e della scarsa crescita della produttività. Il danno è fatto. Non si può riportare indietro l’orologio .
Lo storico surplus commerciale dell’Italia verso la Germania si è trasformato in un grande deficit strutturale, bloccato in modo permanente per effetto dell’UEM.
Hanno poche speranze di recuperare il terreno perduto attraverso la deflazione dei salari e la “svalutazione interna”, dal momento che la dinamica del debito scombinerà tutto di nuovo, se non condurrà addirittura alla rivoluzione nelle strade.
David Woo di Bank of America ha appena elaborato uno studio di “teoria dei giochi” sull’eurozona, in cui sostiene che l’Italia, più di ogni altro paese (eccetto l’Irlanda), trarrebbe vantaggio dal liberarsi e ripristinare il controllo sovrano sui suoi strumenti di politica economica.
Questo dà all’Italia molto potere in una prova di forza con la Germania … anche se se Wolfgang Schauble capisce che la questione è un’altra .
L’avanzo primario del paese implica che esso può lasciare l’UEM a sua scelta in qualsiasi momento (a differenza di Grecia, Spagna o Portogallo), ed è grande abbastanza per farcela da solo. La sua posizione di investimenti sull’estero è solo leggermente negativa (a differenza della Spagna, che è in rosso per un ammontare del 92% del PIL).
Il tasso di risparmio Italiano molto elevato e il suo livello di ricchezza privata significano che qualsiasi shock del tasso di interesse potrebbe per lo più essere rigirato di nuovo all’economia come pagamenti più elevati per gli obbligazionisti Italiani. Gli effetti-macro potrebbero anche non esserci.
Né accetto il solito mantra che dopo l’uscita i tassi d’interesse Italiani salirebbero alle stelle. Sono già saliti in termini reali (anche se oggi sono più bassi in termini nominali che al tempo delle lire). In effetti, può essere argomentato in contrario che l’unico modo per l’Italia in questa fase di abbattere i costi finanziari reali è quello di lasciare immediatamente l’euro.
Ovviamente saranno gli Italiani a decidere del proprio destino.
In vacanza in Italia, ho letto l’eccellente resoconto di Arrigo Petacco della Seconda Guerra Mondiale dal punto di vista Italiano, La Nostra Guerra 1940-1945.
Il tema che più mi ha colpito è stato il numero delle sconfitte e dei disastri Italiani che sono stati il risultato di errori commessi dallo stesso alto comando Tedesco, soprattutto da Rommel.
I subs inglesi hanno affondato l’80% dei convogli di rifornimento Italiani in Nord Africa, perché gli Inglesi avevano penetrato i codici dell’Enigma Tedesco, e gli ufficiali Tedeschi inoltravano inutilmente tutti i dettagli dei convogli al proprio quartier generale. Ma Rommel diede tutta la colpa a Roma, dicendo, ingiustamente, che ci dovevano essere delle spie della marina Italiana.
La storia si ripete – questa volta in tempo di pace. L’Italia non ha più nulla da guadagnare ad ascoltare i distruttivi consigli Tedeschi o a persistere in questa soffocante disavventura.
Attendiamo una variante contemporanea del messaggio di Badoglio dell’8 settembre 1943.
Tutto ad un tratto, l’Italia ha compiuto l’impensabile. Gli Italiani che ascoltavano la radio alle 18.15 di quella sera scoprirono con loro grande sorpresa – e con grande sollievo – che non erano più impegnati ad andare avanti nella follia.


mercoledì 2 maggio 2012

Se il Primo maggio si traveste da 2 novembre



Ci
 faccia vedere il curriculum. Qui, davanti a tutti? Totò aveva precorso la vana oscenità di mostrare il curriculum per trovare la­voro

Ci faccia vedere il curriculum. Qui, davanti a tutti?
Totò aveva precorso la vana oscenità di mostrare il curriculum per trovare lavoro. Vorrei consigliare al ministro Fornero e ai sindacati che oggi festeggiano il Lavoro di procurarsi un mediometraggio di due ragazzi del sud, Gianluigi Belsito e Michele Caricola.
Si chiama «A chi appartieni» ed è un’espressione assai in uso dalle mie parti, in versione dialettale, non tanto per sapere come Dante «chi fur li maggior tui», ma chi sono i tuoi protettori, il tuo partito, il tuo pappone, la tua gang di riferimento.
Perché, sostengono i due ragazzi, per cercare lavoro il criterio dell’appartenenza prevale su quello della competenza.
Sì, il vero dramma del mondo del lavoro che vale 18 articoli 18, è quello. Che si aggrava ora che non ci sono soldi, gli imprenditori chiudono o s’ammazzano, nessuno può promettere nulla se non fuffa e raggiro. Gli unici settori che pagano bene sono sesso, droga e criminalità. Magari se ne trascurano altri come l’assistenza ai vecchi; ma la penuria è vistosa. Ho provato a fare un censimento empirico tra i ragazzi: crescono paurosamente i disadattati che sono o si sentono incapaci di affrontare la vita e il lavoro; poi ci sono gli adattati che prendono due euro all’ora, da precari, pur di fare qualcosa; infine gli adatti che però di solito lasciano l’Italia o la legalità. Si salva chi eredita un lavoro.
Col lavoro che manca, la disoccupazione che cresce e gli imprenditori che si uccidono, mi sa che dovremo accorpare il Primo maggio col 2 novembre.

mercoledì 11 aprile 2012

Sale la disoccupazione Ma il governo tecnico non faceva i miracoli?


In un anno la disoccupazione sale di un punto: è al 9,3%. Smentiti gli anti Cav convinti che le dimissioni di Berlusconi bastassero a salvare l'Italia. Ma Monti non ha la bacchetta magica...

La speranza è che la riforma del mercato del lavoro riformi effettivamente il mercato del lavoro. Ma, soprattutto, che riesca a dare una sferzata all'occupazione.
Lavoro e disoccupazione
Lavoro e disoccupazione
Ingrandisci immagine
I dati pubblicati oggi dall'Ocse parlano, infatti, di un forte peggioramento nel corso dell'ultimo anno. Mentre il tasso di disoccupazione dell’area Ocse è rimasto stabile all’8,2% nel mese di febbraio, invariato rispetto a gennaio e dicembre, l’organizzazione di Parigi ha fatto sapere che in Italia il tasso dei senza lavoro è in continua crescita: nel giro di un mese si è passati dal 9,1% di gennaio al 9,3%.
Per farsi un'idea di quanto la situazione sia peggiorata basta dare un'occhiata ai dati dello scorso anno. Nel settembre del 2001, un paio di mesi prima che i mercati e i poteri forti obbligassero il governo Berlusconi a un passo indietro, in Italia il tasso di disoccupazione si aggirava intorno all'8,3% mentre nell'Eurozona si attestava al 10,2%. Il Vecchio Continente toccava così il livello più elevato dal giugno del 2010. In parlamento il centrosinistra chiedeva a gran voce le dimissioni del premier Silvio Berlusconiinvitandolo a far spazio a un esecutivo tecnico che avrebbe rilanciato lo sviluppo economico del Belpaese e abbattuto la disoccupazione. Con l'avvento di Mario Monti a Palazzo Chigi la riforma del mercato del lavoro è subito entrata tra le prime misure che hanno messo a confronto il governo e le parti sociali. La riforma adesso è al vaglio delle Camere ma il Wall Street Journal ha già accusato il Professore di essersi arreso nella battaglia coi sindacati sull'articolo 18.
La crisi economica è tutt'altro che passata. L'altalena dei mercati ne è la diretta conseguenza. A febbraio, si legge nel bollettino compilato dai tecnici dell'Ocse, la disoccupazione nell'Unione europea è aumentata per l’ottavo mese consecutivo con una crescita di 0,1 punti percentuali. L'Eurozona ha così raggiunto il 10,8% segnando un nuovo record (negativo) dall’inizio della crisi. Fra i paesi dell'area euro, la disoccupazione è aumentata un po' ovunque. Dall'Austria al Lussemburgo, dall'Italia, che ha toccato il 9,3%, al Portogallo. Va peggio in Spagna dove si è attestata al 23,6%: il dato peggiore di tutta l'Eurozona. I dati dell'istituto parigino dimostrano un malessere generalizzato, ma in meno di un anno il tasso di disoccupazione in Italia è peggiorato di almeno un punto percentuale. Alla faccia di chi credeva che le dimissioni del Cavaliere bastassero per sistemare tutti i mali dell'Italia e di chi confidava nella bacchetta magica di Mario Montiper risolvere la prepotenza dei sindacati, l'immobilismo della macchina politica e l'antagonismo delle lobby.