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giovedì 26 aprile 2012

La Francia avverte Sarkozy: basta con l’Europa delle banche e della Merkel, torni l’Europa delle Nazioni

La sinistra francese ha fatto scorrere fiumi di champagne per festeggiare quella che, almeno stando ai polls, era l’attesa affermazione di Francois Holland al primo turno delle presidenziali. Contemporaneamente, a Roma hanno festeggiato a Lambrusco di Castelvetrano ed a Bari con lo Chardonnay del Salento, prendendo quel successo elettorale non tanto come un auspicio, quanto come un annuncio anticipato, un chiaro segnale dello scontato ritorno di un socialista all’Eliseo dal quale manca dai tempi di Mitterrand, un personaggio ambiguo e spesso inquietante che i francesi non si sono mai pentiti abbastanza di avere eletto. E ne traggono anche favorevoli auspici per un ritorno della sinistra italiana in vista della tornata elettorale delle amministrative, ed ancor più per quella successiva delle politiche del 2013, se Monti ci arriva al 2013 con quello che sta emergendo sul suo conto. Ma sinceramente tanto smodato entusiasmo ci sembra assolutamente fuori luogo ed al posto loro noi osserveremmo una maggiore cautela, anzi ci andremmo con i piedi di piombo a trarre conclusioni come le loro, quanto meno affrettate e poco ponderate. E’ vero che il primo turno elettorale francese è stato un sonoro schiaffo a Sarkò, al suo atteggiamento passivo, timido, succube, quasi riverente osservato nei confronti della Merkel, la “truce affamatrice dell’Europa”, assolutamente incomprensibile per l’elettorato transalpino visto che poi il presidente uscente di Francia ha in mente idee ed impostazioni politiche che quasi mai collimano con quelle della cancelliera tedesca. Però, se andiamo a vedere i numeri, vediamo che Hollande ha vinto di misura, ma che le vera sorpresa uscita dalle urne è lo straordinario successo della destra sociale di Marine Le Pen al 20 %, accompagnato da un risultato lontano dalle attese del Front de Gauche di Melenchon. Al contrario di quel che pensano i “progressisti” italiani, questo non è l’avvio di un nuovo ciclo delle sinistre, che in Francia restano minoritarie con il 39,9% appena dei voti, e se si mettono d’accordo, ma piuttosto il sintomo di una crisi di rigetto antieuropeista, perlomeno nei confronti di questa Europa di stampo merkeliano recessiva ed ossessionata dalla finanza. I nostri benpensanti si mettano l’animo in pace e lascino invecchiare il vino buono in cantina riservandoselo per tempi migliori, perché il cuore della Francia continua a battere per una destra a favore dell’unione identitaria dei popoli, che da sola dispone del 46,5% dei voti, ai quali potrebbero sommarsi quelli dei centristi di Bayrou – comunque non destinati alla Gauche – per fondare una nuova Europa orientata allo sviluppo della società, non delle banche, e lontano dall’attuale retorica europeista propria di burocrati inefficienti, freddi, immotivati e senza ideali. Hanno vinto quelli schierati contro l’assurdità del “fiscal compact”, lo strangolamento imposto del pareggio di bilancio, misura privilegiata rispetto alla crescita ed al benessere, difeso dalla Merkel con il sostegno incondizionato di Mario Monti e supinamente accettato da Sarkò, che pure nei corridoi ammette di non essere completamente d’accordo con questa linea. Hollande ha preso voti perché vuol denunciare il fiscal compact, e su questo tutti concordiamo, ma poi lui si ferma qui, scadendo nel solito velleitarismo sinistroso fatto di promesse demagogiche senza mai spendere una sola parola sul come reperire le risorse necessarie a mantenerle.
Le Pen va oltre, sventola la bandiera della Patria perché se siamo convintamente europei, non per questo smettiamo di essere italiani, francesi, tedeschi o spagnoli, attacca la finanza speculativa e le politiche migratorie che stanno imbarbarendo l’Europa, sempre più vicina a quel mostruoso coacervo di illegalità e prevaricazioni multirazziali e multiculturali che Oriana Fallaci chiamava Eurabia. In dieci anni di Euro senza una banca centrale garante e “datore di ultima istanza” la crescita non c’è stata e la burocrazia bizantina e l’egoismo teutonico hanno prodotto questo risultato, che a prevalere sono quelli che prendono le distanze da tutto ciò che abbia una relazione condizionante con Bruxelles, la moneta unica e la Banca centrale europea. Sino a prova contraria, sono i popoli che votano, non i consigli d’amministrazione, e quanto accade in Francia, rappresenta un fenomeno in crescita anche in Inghilterra, in Spagna ed in altri Paesi e presto, liquidati Monti e la sua banda, sarà così anche in Italia. Sarkozy ha pagato la sua acritica sintonia con Angela Merkel. La stessa cosa accadrà dappertutto perché gli elettori non sono dei creduloni che si possono raggirare impunemente, ma sanno leggere, e bene, cosa sta accadendo nel Vecchio Continente. Chi afferma di voler salvare la Grecia strangolandola ha creato un mostro che  si aggira per l’Europa rivoltandoglisi contro, perché nessuno dà fiducia a chi affama un popolo, né esistono popoli disposti ad essere sacrificati sull’ara della Bce o di Odino.
Sarkozy ha minimizzato definendo il risultato che lo riguarda un “voto di crisi”, ma sbaglia se è convinto di questo e dovrebbe invece recitare il “mea culpa” per essersi reso responsabile di aver contribuito ad alimentare questa crisi perversa, commettendo un grande errore di valutazione, sconcertante per un politico così ricco di talento come lui. Avrebbe dovuto mettersi a capo con Italia e Spagna di un “asse mediterraneo” perché si deve rendere conto che la Francia per i tedeschi è e resta un Paese del meridione latino. Avrebbe dovuto battersi per una riforma strutturale della politica europea, per contribuire a tracciare un sentiero virtuoso verso l’identità politica, economica e culturale del continente, privilegiando la collaborazione costruttiva tra i popoli dell’unione, non la loro competizione sotterranea a chi concede di meno ed arraffa di più. Ha sbagliato tutto il possibile, ed assecondando i piani egemonici tedeschi ha contribuito a mettere in ginocchio l’economia europea, oltre che ad essersi quasi giocato l’Eliseo. Al secondo turno può ancora succedere di tutto, con Sarkò che però corre il serio rischio che gli elettori di destra stavolta gli voltino le spalle proprio perché rifiutano la regia di Berlino. Non si fidano più e per convincerli Sarkozy dovrà dipingere ai francesi, ed a tutti noi, una versione sostenibile dell’Unione Europea, smettendo di raccontarla solo dietro una tazza di the alla presenza di Carlà, ma trovando il coraggio di sbatterla sul tavolo di Frau Angela ed ai burocrati inutili e superpagati di Bruxelles. Se saprà essere convincente e si dimostrerà capace di cambiare passo potrà coltivare la fondatissima speranza di non traslocare dall’Eliseo. Gli ultimi eventi gli vengono incontro e lo incoraggiano a prendere l’iniziativa per far scendere la Merkel dal piedistallo. Il violento attacco che la sua connazionale Christine Lagarde ha portato dal Fondo Monetario Internazionale alla cancelliera accusata di “egoismi e sotterfugi per proprio vantaggio a scapito dell’Europa”, costringerà la Merkel, presa con le mani nel barattolo della marmellata, a considerare con meno scetticismo e maggior interesse l’introduzione degli Eurobond, l’unico mezzo efficace per cercare di ridurre gli effetti devastanti del debito pubblico di tre quarti d’Europa e sostenere la ripresa.
In ogni caso, il messaggio che arriva dal primo turno francese è trasparente e facilmente leggibile, per cui in Italia il governo ed i partiti dovrebbero meditarci su, perché l’ondata di rinnovamento europeista non si infrangerà sulle mura di Parigi. Nel frattempo, a Palazzo Chigi possono annotare sul taccuino il fatto che la cancelliera Merkel da oggi è più debole. In questo scenario, comportarsi da filotedeschi, da “collaborazionisti” può rivelarsi un boomerang. Allora, per una volta, cerchiamo di ricordarci di essere italiani, tiriamo fuori il nostro orgoglio e facciamo sventolare fieri il tricolore, perché stanno tornando le Nazioni.
Questo hanno annunciato i francesi, non il ritorno degli sfascisti di sinistra

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lunedì 23 aprile 2012

Ora l’uscita dall’euro non è una bestemmia


I sacerdoti della moneta unica prospettano catastrofi per chi la lascia ma la Francia non si è fatta spaventare. E concordano pure gli economisti

Il giorno elettorale di Hollande (e quello della Le Pen) potrebbe rappresentare il punto di svolta per il destino dell'euro. Non a caso il candidato socialista all'Eliseo (che pure dice cose inquietanti su tasse e ruolo dello Stato) ha riservato le sue ultime parole prima del silenzio delle urne proprio alla Bce e alla necessità che cambi la sua missione per garantire direttamente il debito degli Stati dell’Unione.
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Ben svegliati. Nei «bugiardini» delle medicine c'è sempre scritto che se il paziente peggiora o ha reazioni indesiderate dopo l'assunzione del farmaco, occorre interrompere immediatamente la cura. Nel caso dell'Europa, messa in cura dagli eurocrati di cui Monti è organico rappresentante, abbiamo già assistito al primo morto (la Grecia) e tutti gli altri «malati» continuano a peggiorare.
L'unica differenza con il recente passato è stato l'anestetico dei mille miliardi prestati dalla Bce. 
Il voto in Francia ci ricorda che gli Stati Europei sono ancora democrazie e non possiamo sempre dare la colpa agli «altri». Dice benissimo l'economista premio Nobel Paul Krugman quando parla di «suicidio» dell'Europa. Non è importante quanto e cosa «imponga» la Germania nel suo unico legittimo interesse: se acconsentiamo a proseguire in cure sbagliate avremo da biasimare solo noi stessi. Supponiamo però di volerci ribellare e di volerci strappare la flebo del veleno dell'austerità fiscale che ci sta uccidendo: il gesto non sarebbe senza conseguenze, quindi è meglio sapere bene cosa sono i pro e i contro.
La questione è stata recentemente inquadrata sia dallo stesso Krugman che dal capo economista di Nomura, Koo. Tutti e due concordano con una premessa: impossibile proseguire così. Impossibile, assurdo e suicida. Chiedere a uno Stato con la disoccupazione al 23% come la Spagna ulteriore austerità è una bestialità talmente grande che dovrebbe aprire gli occhi anche ai ciechi, così come non ci voleva un profeta per prevedere che in Italia la stretta fiscale cominciata con le manovre di luglio e proseguita da Monti avrebbe avuto come immediata conseguenza la recessione.
I due economisti poi cercano di analizzare le vie d'uscita e, seppure con differenti sfumature, le conclusioni sono simili: o un cambiamento a 180 gradi delle politiche economiche europee con meno tasse, più spesa e Bce garante del debito e disposta a tollerare l'eventuale inflazione, oppure l'unico modo per salvarsi è l'uscita dalla moneta unica, trauma che però risolverebbe alla radice i problemi di competitività con una normale svalutazione, riavviando la crescita. I medici del veleno tuttavia predicano sventure: guai, disperazione e carestia attendono chi mai dovesse osare mettere in discussione il dogma dell'euro. Basterebbe vedere quale prosperità ha invece raggiunto Atene seguendo le loro ricette per seppellirli di risate, ma il timore dell'ignoto è comprensibile.
Eppure è dimostrabile che i disagi (principalmente pratici) paventati in caso di uscita dalla moneta unica possono essere minori di quanto si pensi. Certo, ridenominare il debito in un'altra valuta è un default ma se l'alternativa a questo cambio di valuta fosse peggiore, anche i creditori capirebbero. Il timore più grande nel caso di uscita dall'euro, vale a dire la fuga dei capitali, è una lama spuntata, dal momento che il famigerato spread dimostra semplicemente come quella fuga sia già in atto.
Della ricchezza degli italiani la parte immobiliare, con quasi 6.000 miliardi, rappresenta la proporzione maggiore del valore e (per definizione) non scappa. Il contante vale solo 100 miliardi, di più sono i depositi anche se in buona parte risparmio postale o vincolato, però non sono più trasferibili oltrefrontiera senza problemi, specialmente considerando i controlli pervasivi di cui ormai il governo può disporre. Non sono un problema né le azioni quotate (poche, 80 miliardi, e in pratica beni reali) né le partecipazioni né i titoli esteri (non sarebbero impattati dal cambio). Rimangono solo quindi i titoli domestici di debito. Qui però la fuga è già avvenuta e probabilmente il calo dei prezzi è già superiore al timore di cambio valuta.
Difficile che uno venda un Btp a prezzi molto bassi temendo una svalutazione che probabilmente sarebbe inferiore di quella implicita nei valori attuali.
Anche il cambio della valuta fisica sarebbe relativamente indolore, basterebbe una conversione alla pari con la nuova valuta di contratti, stipendi e depositi (conversione, non cambio: a quel punto il cambio esterno con l'euro sarebbe definito dal mercato e ci interesserebbe quanto ci interessa ora il cambio con il dollaro) per non dover nemmeno cambiare i cartellini dei prezzi. Mantenendo provvisoriamente gli stessi formati delle banconote non occorrerebbe neppure cambiare bancomat e macchinette. Disagi e rischi ci sono, tuttavia se sull'altro piatto della bilancia c'è la miseria dell'oppressione fiscale e dell'austerità recessiva infinita è da irresponsabili non considerare l'alternativa.
Twitter: @borghi_claudio

sabato 14 aprile 2012

Tecnici o partiti, la padella o la brace


Siamo tra la padella e la brace. La pa­della dei tecnici e la brace dei parti­ti. Una ci dissangua, l’altra ci deruba. L’incudine della Maleuropa e il martel­lo della Malitalia

Siamo tra la padella e la brace. La padella dei tecnici e la brace dei partiti. Una ci dissangua, l’altra ci deruba. L’incudine della Maleuropa e il martello della Malitalia.

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Non c’è scampo.
In una situazione meno grave, in Francia c’è chi ha il coraggio di puntare su una donna energica di rivolta sociale e nazionale. Marine Le Pen gode in questo momento della provvisoria sospensione del linciaggio mediatico perché ruba voti soprattutto a Sarkozy e dunque aiuta la sinistra nel ballottaggio.
È una storia vecchia sin dai tempi di suo padre, che la sinistra vedeva di buon occhio solo in campagna elettorale perché toglieva voti a Chirac e favoriva Mitterrand. Ma sua figlia piace a un elettorato giovanile e femminile, non reducista; è più presentabile di suo padre. Certo, pure lei non ama l’immigrazione clandestina, preferisce i francesi agli stranieri, rilancia l’orgoglio francese e soprattutto attacca il potere della finanza e della tecnocrazia europea.
Questo la rende imperdonabile ai potenti e cara al popolo; e questo, se permettete, me la rende simpatica, pur non condividendo certe sue posizioni estreme.
Ma qui torno al caso disperato,l’Italia commissariata. Possibile che in questa situazione estrema non emerga nessun credibile leader che copra il ruolo di Marine in versione italiana? Lo spazio ci sarebbe, l’esasperazione sociale pure, c’è insofferenza verso i partiti che si appropriano e verso i bancocrati che ci espropriano.
Aspettiamo lo sbarco in Italia di Marine: non è il rimedio, ma almeno un primo livello di risposta.