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martedì 3 febbraio 2015

La Croazia cancella il debito dei suoi cittadini e rifiuta l'euro. "Manovra senza precedenti"

La Croazia cancella il debito dei suoi cittadini
e rifiuta l'euro. "Manovra senza precedenti" ZAGABRIA - La Croazia ha cancellato il debito dei suoi cittadini e, nonostante sia membro dell'Unione europea dal 1º luglio 2013, continua ancora ad usare la sua valuta nazionale, la kuna croata, rifiutando l'euro. 

Il Governo così si propone di aiutare alcuni dei 317.000 croati i cui conti bancari sono stati congelati a causa dei loro debiti. Precisamente saranno 60.000
i cittadini che potranno beneficiare di questa misura che è fattibile senza la moneta unica e che costerà tra i 31 milioni di dollari e i 300 milioni.

REQUISITI 
Il debito deve essere inferiore a 35.000 kune (circa 5000 dollari), e il reddito mensile non deve essere superiore a 1.250 kune (138 dollari). Una manovra senza precedenti per gli economisti.

lunedì 8 dicembre 2014

I NOSTRI PROBLEMI (ESSERE O NON ESSERE)

Siamo tutti consapevoli che le parole di Prodi sull’euro (lavorare un giorno di meno e guadagnare un giorno di più) si sono rivelate una grande mistificazione, dettate, credo, più dall’incompetenza cronica che dalla mala fede… Ci siamo infatti trovati le spese eguali a prima (se non aumentate), con gli stipendi dimezzati e con le tasse raddoppiate, proprio un bell’affare abbiamo fatto!!!
E se pensiamo che questi sarebbero dopo tutto il male minore, visto che non sappiamo che fine abbia fatto la nostra invidiabile riserva aurea, che non abbiamo più la possibilità di battere cassa e che alla fine non abbiamo neppure più la nostra autonomia e dipendiamo invece dai capricci di altre nazioni, quelle che non hanno la disgrazia di sopportare i nostri politici corrotti, irresponsabili e lecchini… 
Così siamo ridotti a sudditi, a servi della gleba, con tanti doveri e nessun diritto, alla mercé delle lobbies, che a loro volte si inchinano ai grandi potenti… Dobbiamo sottostare alle prepotenze di chi pretende che l’unica scatola europea degli immigrati, dei rom sia la nostra terra e rifiutano anche l’idea che parte dei nostri fardelli possa essere “espatriata”… Lo vuole l’Europa! … Ma quale Europa: quella dei popoli che, bene o male hanno difficoltà economiche quasi eguali alle nostre o quella delle banche che non possono o non devono fallire (ci pensano gli stati con i loro finanziamenti – ed indovinate da chi prendono i soldi! -), quella dei grossi finanzieri che impunemente trasportano i loro averi da un paese all’altro per questioni di tasse, mettendo sul lastrico centinaia di lavoratori… E noi, zitti, o al massimo capaci solo di brontolare dietro le quinte… Già, ma che possiamo fare? INTANTO USCIRE DALL’EURO, malgrado le intimidazioni terroristiche di chi è contrario, che obiettivamente possono davvero spaventare i già poveri cristi… State attenti, dicono, sarebbe il crollo finanziario del Paese… Eh già, perché invece ora… BUGIARDI!!! Anche togliendoci da quella moneta, non è che la stessa scomparirebbe dalla faccia della terra: rimarrebbe la moneta degli altri stati, ma anche quella delle nostre banche, quelle dove abbiamo i nostri conti correnti, per intenderci, e se queste non vogliono speculare sui loro clienti (meglio vigilare, per maggiore sicurezza, affinché ciò non avvenga) rimarrebbe nei nostri risparmi. A queste si affiancherebbe la nuova moneta (sia che si chiami nuovamente lira, oppure euro mediterraneo, o come si vuole…), col diritto di conio e riacquistando quindi anche la nostra sovranità nazionale. Di questo ne sono convinto, ma posso anche comprendere i timori degli scettici. Tuttavia se io abbraccio i miei averi, ma questi poco per volta scivolano via, arriverà il momento che mi ritroverò ad abbracciare … il vuoto. E continuando così si arriverà a presto in questa situazione…

martedì 13 maggio 2014

L’euro, va svalutato! A 1,40 sul dollaro è un suicidio

Sono ormai anni che lo dico e lo scrivo. Fermo restando che l’euro rappresenta la metastasi di quel cancro chiamato Europa. L’euro è comunque un problema anche se fosse legale, perchè è troppo forte sulle altre monete usate per scambi commerciali, come Yen giapponese, Lira Sterlina ma soprattutto sul Dollaro Usa e deve quindi essere svalutato almeno del 30%.
Sono oltre 5 anni che abbiamo difficoltà su difficoltà e che le gravi difficoltà come quello che stiamo soffrendo dipendono anche dal fatto che l’euro è una moneta troppo forte rispetto al dollaro. Se vi ricordate, all’inizio valeva solo 85 centesimi; L’America, con i “mutui sub prime”, è colpevole di aver creato una crisi peggiore di quella del 1929. Ma il Governo Usa – contrariamente a noi – dall’inizio della crisi ha detto “le banche hanno fatto il danno, adesso lo risolvano”, mentre noi le abbiamo riempite di soldi dei contribuenti.
Ma, fortunatamente o sfortunatamente dipende dai punti di vista, la Lehman Brothers crolla e subito il Governo usa corre ai ripari. In che modo? Semplice, fa quello che ha sempre fatto che fa e che sempre farà un Paese Sovrano, Un Paese è Sovrano solo quando stampa, emette, conia una propria moneta. Se noi italiani potessimo stampare una cifra pari a 16 miliardi di euro al mese potremmo dire basta ai guai. ma torniamo agli Usa. La FED, per affrontare la crisi, comincia a stampare 85 miliardi di dollari al mese ed ha rilanciato l’economia. Noi utili italioti, invece? Noi Regione d’Europa? Europa Regione della Germania?
Abbiamo adottato una moneta senza Stato e senza Banca di ultima garanzia. Noi italioti e soprattutto i politici italioti non siamo capaci di chiedere, di pretendere il minimo sindacale e cioè: che l’euro torni almeno alla pari col dollaro e creare una Banca di Stato, una Banca Nazionale, Una Banca degli Italiani, una Banca di ultima garanzia che ci farebbe risparmiare almeno 50/60 miliardi di euro, prendendo attingendo direttamente dalla Bce, anziché dalle banche private italiane che fanno signoraggio sul proprio Stato.
Armando Manocchia
Tratto da:http://www.imolaoggi.it
L’euro, va svalutato! A 1,40 sul dollaro è un suicidio

lunedì 14 aprile 2014

MONETA UNICA, ADDIO? Uscire dall'euro è possibile: tutti i dettagli del piano bipartisan

La soluzione

Pronto il piano bipartisan per uscire dall’euro

Pronto il piano bipartisan per uscire dall’euro

Trasformare le idee di economisti sempre più numerosi in azione politica. Attuare un «piano B» per modificare l’euro, o per abbandonarlo del tutto. I politici, anche in Italia, si preparano così all’appuntamento delle prossime Europee. A destra e a sinistra, dalla Lega Nord a Rifondazione Comunista. La conferma arriva dal convegno sul tema: «Un’Europa senza euro. Costi e benefici per imprese e famiglie europee. Analisi e proposte di economisti e politici europei», promosso dall’associazione a/simmetrie e dal Manifesto di Solidarietà Europea, rete internazionale di economisti, che si propone di salvare l’integrazione europea attraverso lo smantellamento controllato dell’Eurozona.
I lavori del convegno si aprono con un minuto di silenzio assoluto per ricordare le tante vittime della crisi economica che sta attanagliando la vita assediando milioni di europei. Nella sala gremita dell’Auditorium Antonianum di Roma il silenzio è totale e sembra introdurre simbolicamente alle immagini che di lì a poco scorrono su un grande schermo. Uomini e donne che manifestano per le strade di Atene, senza più un lavoro, senza la certezza di poter essere curati dalla sanità pubblica. Scorrono le immagini della gente in fila per un pasto caldo distribuito per la strada, consumato su una panchina, mentre si alternano i commenti di intellettuali, lavoratori, medici, giornalisti (quelli dell’ERT, l’emittente radiotelevisiva chiusa per mancanza di fondi), che descrivono l’inferno in cui sta precipitando la Grecia. «Il più grande successo dell’euro», si intitola il documentario presentato e ideato da una troupe di follower del blog Goofynomics di Alberto Bagnai, prendendo il titolo - con tragica ironia - da una famosa affermazione di Mario Monti. Nel settembre 2011 l’ex premier definì infatti la Grecia proprio «il più grande successo dell’euro».
Quelle immagini, viene scandito nei successivi interventi, potrebbero illustrare il futuro prossimo venturo per molti altri europei. Gli italiani in primis. Un concetto declinato da economisti, politici (per l’Italia, Giorgio La Malfa, Gianni Alemanno, Ugo Boghetta, Stefano Fassina, Guido Crosetto, Ignazio Messina, Matteo Salvini), storici, giornalisti, di ogni orientamento, di tutta Europa, che si confrontano in pubblico sulla necessità di un «piano B», ossia che fare quando l’uscita dall’euro si renderà necessaria, se le richieste di riforma dell’assetto monetario dell’Ue saranno, ancora una volta, cadute nel vuoto. Un dato è tangibile: un anno fa, ad un convegno sull’argomento, hanno partecipato pochi esperti e quasi nessun politico. Ora il fronte del no-Euro - estremamente variegato - si è molto allargato ed è certo un suo impatto sulle elezioni di maggio. Ecco allora Hans-Olaf Henkel, ex presidente della Confindustria tedesca, e attuale candidato di Alternativa per la Germania alle Europee, spiegare che per salvare l’euro o si fanno gli Stati Uniti d’Europa oppure si deve dividere l’area della moneta unica, con i Paesi più forti che utilizzano un’altra valuta. «Ripensare l’euro» è l’unica soluzione per evitare il baratro: ne è convinto l’olandese Frits Bolkestein, ex commissario Ue. Alberto Bagnai, autore del saggio Il tramonto dell’euro, presenta una ricerca condotta da a/simmetrie per quantificare l’impatto di un riallineamento del cambio sul prezzo della benzina. Nel caso estremo di svalutazione del 40 per cento rispetto al dollaro il prezzo della benzina aumenterebbe di circa il 6% in 6 mesi. È successo di peggio dentro l’euro, sottolinea Bagnai.
«Sono venuto ad ascoltare per trasformare in azione politica ciò che è stato detto qui», spiega Salvini, segretario della Lega Nord e capolista nelle prossime elezioni, durante il dibattito moderato da Mario Giordano, direttore del Tg4 e autore, tra i molti altri, del bestseller Non vale una lira. Sempre convinto, Salvini, che «l’euro stia uccidendo l’Europa», mentre in Italia «una nostra moneta tornerebbe a far correre l’economia». «La costituzione italiana non conta più niente da quando c’è l’euro», ribatte convinto Boghetta, di Rifondazione Comunista. La strada da imboccare è una sola, sostiene Alemanno, candidato alle Europee per Fratelli d’Italia-Alleanza Nazionale: bisogna «rinegoziare i trattati, altrimenti si esce dell’Eurozona»
di Caterina Maniaci
fonte

 

sabato 29 marzo 2014

Quando Napolitano era contro l’euro

di Giorgio Napolitano
Signor Presidente, onorevoli colleghi, siamo tutti consapevoli, credo, del significato e della difficoltà di questo dibattito. E’ in gioco una decisione  importante, rispetto alla quale i pareri sono discordi, mentre vengono alla luce modi diversi di concepire lo sviluppo della Comunità europea e di intendere la presenza e il ruolo dell’Italia in seno alla Comunità.
Ma, se c’è un paese in cui la discussione attorno a questi problemi, attorno ai problemi suscitati dalla proposta di accordo monetario europeo, avrebbe potuto svolgersi in termini del tutto obiettivi, senza essere alterata e deviata da contrapposizioni ideologiche e da manovre politiche, questo paese, onorevoli colleghi, è il nostro.
In Italia, infatti, tra i partiti democratici, tra le forze fondamentali della nostra società e nello spirito pubblico non circolano pregiudizi antieuropeistici; non operano né tradizioni di isolamento, più o meno splendido, dal resto dell’Europa, né presunzioni di grandezza nazionale. Le tendenze nazionalistiche, sfruttate ed esasperate dal fascismo, e quindi travolte nel suo disastro, non sono risorte, neppure come vaghe correnti di opinione, anche grazie alla linea cui si sono ispirate tutte le forze democratiche italiane.
Non è meno importante il fatto che, pur muovendo da posizioni diverse, tutte le forze politiche e sociali che si riconoscono nei valori della Costituzione, si siano via via riconosciute anche nei valori dell’europeismo democratico, liberati dalle distorsioni e dagli strumentalismi del periodo della guerra fredda; si siano riconosciute nel difficile sforzo di costruzione di un’Europa comunitaria realmente ancorata a principi di solidarietà, di progresso sociale, di cooperazione internazionale e di pace.
Che in questo sforzo si considerino pienamente impegnati tutta la sinistra e il movimento operaio – come dimostra la loro adesione senza riserve alla scelta dell’elezione diretta del Parlamento europeo – è un fatto che differenzia in non lieve misura la situazione italiana da quella inglese o francese. E’ un punto di forza per il nostro paese sul piano internazionale, un punto di forza che solo polemiche pretestuose ,ed irresponsabili possono oggi tendere ad oscurare.
Nello stesso tempo, non può non considerarsi una naturale manifestazione di vitalità democratica e di ricchezza politica e culturale la dialettica di posizioni che si esprime – nell’ambito di una comune scelta europeistica – tra diverse valutazioni dell’esperienza comunitaria e diverse concezioni dell’azione – da condurre in seno alla Comunità. La discussione attorno al progetto di sistema monetario europeo avrebbe dunque, onorevoli colleghi, potuto svolgersi in Italia in termini del tutto obiettivi. E così è stato, nel complesso, sino ad alcune settimane fa: nonostante le disparità di opinioni, si è discusso a lungo, e a più riprese, nel Parlamento e sulla stampa, tra i rappresentanti dei partiti di maggioranza ed il Governo, tra gli specialisti di ogni tendenza, all’interno del mondo economico e sindacale, entrando nel merito dei problemi, nel concreto delle proposte avanzate e delle loro implicazioni, della trattativa in corso e della linea da seguire in tale trattativa e dei risultati che via via si ottenevano.
Oggi, nella fase finale, sono affiorate e prevalse forzature di varia natura. Su di esse tornerò più avanti. Mi limito ora a rillevare che queste forzature sono venute da una parte sola, cioè da coloro che hanno premuto per l’ingresso immediato dell’Italia nel sistema monetario.
Il Presidente del Consiglio ha dato atto, nel suo discorso di ieri mattina che né prima né dopo il vertitce di Bruxelles sono state fatte verso il sistema monetario di cui stiamo discutendo eccezioni mosse da riserve europeiste o da contrarietà alla creazione di un sistema monetario come tale. Non si può, invece, negare ,che le pessioni in senso opposto le la scelta conclusiva siano state viziate da schemi e da calcoli che prescindevano da una valutazione obiettiva dei termini del problema.
Ma mi si permetta, onorevoli colleghi, signor Presidente, di ripartire dalla posizione assunta da noi comunisti di fronte al vertice di Brema, di fronte alle indicazioni scaturite nel luglio scorso da quella riunione dei capi di Governo della CEE. Guardammo allora con interesse ai propositi di rilancio del processo di integrazione e di maggiore solidarietà, per far fronte ad una crisi di portata mondiale, per accelerare lo sviluppo delle economie europe e combattere la disoccupazione e, insieme, ridurre l’inflazione. Non negamno l’esigenza di realizzare, a questo fine, anche una maggiore stabilità nei cambi, non esprimemmo alcuna pregiudiziale negativa nei confronti dell’idea di un nuovo sistema monetario europeo.
Ponemmo invece il problema della relazione tra uno sforzo inteso a conseguire una maggiore stabilità nei rapporti tra le monete e lo sforzo inteso ad avvicinare le situazioni e le politiche economiche e finanziarie dei paesi della Comunità in funzione di obiettivi chiari di crescita, di riequilibrio, di progresso sociale. Ponemmo in questo senso il problema delle condizioni in cui il nuovo sistema monetario europeo avrebbe potuto nascere come strumento valido e vitale, al quale l’Italia avrebbe potuto aderire fiin dall’iniizio.
E’ un fatto, signor Presidente del Consiglio, che quindi ci riconoscemmo nelle condizioni formulate dal Governo italiano e illustrate alla Camera dal ministro del tesoro nella seduta del 10 ottobre, e valutammo via via l’andamento del negoziato in rapporto a quelle condizioni. Su di esse sembrarono concordare tutti i partiti della maggioranza; ma mentre alcuni hanno poi finito per discostarsene nei loro giudizi, è ancora ad esse che noi ciriferiamo nel valutare le conclusioni raggiunte a Bruxelles e la decisione a cui ieri è pervenuto il Presidente del Consiglio.
Consideriamo non seria – mi si consenta di dirlo – la tendenza a liquidare come problema tecnico irrilevante quello di una attenta verifica dei contenuti della risoluzione di Bruxelles del 5 dicembre per valutarne la rispondenza alle concrete esigenze poste da parte italiana. Quello delle garanzie da conseguire affinché il nuovo sistema monetario possa avere successo, favorire un sostanziale riequilibrio all’interno della Comunità europea (e non sortire un effetto contrario), contribuire a una maggiore stabilità monetaria e ad un maggiore sviluppo su scala mondiale, è un rilevante problema politico.
Le esigenze poste da parte italiana non riflettevano solo il nostro interesse nazionale: la preoccupazione espressa dai nostri negoziatori fu innanzitutto quella di dar vita a un sistema realistico e duraturo, in quanto – cito parole e concetti del ministro del tesoro e del governatore della Banca d’Italia – “Un suo insuccesso comporterebbe gravi ripercussioni sul funzionamento del sistema monetario internazionale, sull’avvenire e sulle possibilità di avanzamento della costruzione economica europea e sulle condizioni dei singoli paesi”.
E come condizione perché il nuovo sistema risultasse realistico e duraturo si indicò uno sforzo volto a contemperare le esigenze di rigore che un sistema di cambi deve necessariamente avere con la realtà della Comunità, che presenta situazioni fortemente differenziate; e in modo particolare si sollecitò una flessibilità del sistema tale da accompagnare senza sussulti il cammino del rientro dell’Italia verso condizioni economiche generali e, più in particolare, verso condizioni di inflazione prossime a quelle dei paesi più forti.
Gli interessi della costruzione comunitaria e gli interessi dell’Italia si sono cioè presentati come strettamente intrecciati tra loro.
Ma, ciononostante, le condizioni poste da parte itaiiana sono state in notevole misura disattese, e i rischi paventati e indicati dai nostri negoziatori e da tanti osservatori obiettivi, da tanti studiosi ed esperti, rimangono sostanzialmente in piedi.
Ella, onorevole Andreotti, ha dato invece nel suo discorso di ieri un apprezzamento largamente positivo dei risultati ottenuti, e non ha parlato più dei rischi. Ma l’apprezzamento positivo, punto per punto, strideva, me lo consenta, con il suo stesso giudizio complessivo, secondo cui la riunione di Bruxelles ha solo in parte soddisfatto le aspettative, dando l’impressione che si dimensionassero sia la suggestiva cornice di Brema, sia taluni propositi di concreta solidarietà che erano apparsi realistici nella fase preparatoria.
Inoltre, mentre su alcuni punti è apparsa corretta la valorizzazione, che noi non contestiamo, dei risultati conseguiti (la possibilità per la lira di oscillare nella misura del 6 per cento anziché del 2,25 per cento; le disponibilità di quello che poi diventerà il Fondo monetario europeo; alcuni aspetti del funzionamento dei meccanismi di credito), nella sua esposizione, onorevole Andreotti, non sono stati però presentati nella loro effettiva e cruda realtà i punti più negativi delle conclusioni di Bruxelles.
Così, per quel che riguarda gli accordi di cambio in senso stretto, si è teso quasi a far credere che si sia ottenuta una equilibrata distribuzione degli oneri di aggiustamento o, come si dice, una simmetria degli obblighi di intervento, tra paesi a moneta forte e paesi a moneta debole, in caso di allontanamento dai tassi di cambio iniziali e di avvicinamento al margine estremo di oscillazione consentito.
Ma l’ulteriore alterazione nell’ultimo vertice di Bruxelles nella formula relativa a questo aspetto essenziale dell’accordo di cambio, quella sostituzione – che può apparire innocuamente bizantina dell’avverbio “eccezionalmente” con l’espressione “in presenza di circostanze speciali”, è stata solo la conferma di una sostanziale resistenza dei paesi a moneta più forte, della Repubblica federale di Germania, e in modo particolare della banca centrale tedesca, ad assumere impegni effettivi ed a sostenere oneri adeguati per un maggiore equilibrio tra gli andamenti delle monete e delle economie di paesi della Comunità.
E così venuto alla luce un equivoco di fondo, di cui le enunciazioni del consiglio di Brema sembravano promettere lo scioglimento in senso positivo e di cui, invece, l’accordo di Bruxelles ha ribadito la gravità: se cioè il nuovo sistema monetario debba contribuire a garantire un più intenso sviluppo dei paesi più deboli della Comunità, delle economie europee e dell’economia mondiale, o debba servire a garantire il paese a moneta più forte, ferma restando la politica non espansiva della Germania federale e spingendosi un paese come l’Italia alla deflazione.
E ben strano, mi si consenta, che di questo rischio, così presente nelle dichiarazioni del rappresentante del Governo il 10 ottobre alla Camera e il 26 ottobre al Senato, non si parli più nel momento in cui si propone l’adesione immediata, alle attuali condizioni, dell’Italia al sistema monetario europeo.
Non voglio ripetere le considerazioni già svolte puntualmente dal collega Spaventa sui motivi che giustificano e impongono un particolare sforzo del nostro paese per conseguire un più alto tasso di crescita, e sul rischio che invece i vincoli del sistema monetario, quale è stato congegnato, producano effetti opposti.
Ma desidero sottolineare che nulla ci è stato detto per confutare analisi come quella citata dal collega Spaventa secondo cui, di fronte ad una tendenza alla rapida svalutazione della lira rispetto al marco, che discende dallo scarto attualmente così forte tra tasso di inflazione italiano e tedesco, le regole dello SME ci possano portare ad intaccare le nostre riserve e a perdere di competitività, ovvero a richiedere di frequente una modifica del cambio, una svalutazione ufficiale e brusca della lira fino a trovarci nella necessità di adottare drastiche politiche restrittive. Il rischio è comunque quello di dissipare i risultati conseguiti negli ultimi due anni in materia di attivo della bilancia dei pagamenti e delle riserve, quei risultati di cui anche il cancelliere Schmidt, con un giudizio politicamente significativo, ha nei giorni scorsi messo in luce il valore. I1 rischio è quello di veder ristagnare la produzione, gli investimenti e l’occupazione invece di conseguire un più alto tasso di crescita; di vedere allontanarsi, invece di avvicinarsi, la soluzione dei problemi del Mezzogiorno.
Questi rischi erano tanto presenti al Governo e ai suoi rappresentanti nel negoziato per il sistema monetario che essi non solo avevano richiesto garanzie – in materia di accordi di cambio – ben più consistenti di quelle che si sono ottenute, ma avevano posto, come una delle condizioni non scambiabili con altre, quella del trasferimento di risorse e dalla revisione delle politiche comunitarie in funzione dello sviluppo delle, economie meno prospere.
Si disse che andava così compensata la più rigida disciplina economica, comunque implicita nel sistema monetario, e che occorreva procedere simultaneamente nelle diverse direzioni.
Mi pare che si tentasse di evitare che quella che il Presidente dal Consiglio ha ieri definito <la suggestiva cornice di Brema>, restasse solo una cornice e per di più ridimensionata. Da questo punto di vista, le cose sono andate purtroppo nel modo più deludente – non è giusto nascondercelo – per i limiti posti sia all’ammontare dei nuovi prestiti disponibili per l’Italia e l’Irlanda, sia alla misura (non più dd 3 per cento) degli abbuoni di interesse, sia all’utilizzazione dei prestiti stessi, con l’esclusione di qualsiasi progetto per lo sviluppo industriale (per quel ci riguarda nel Mezzogiorno) e addirittura di qualsiasi progetto che alteri i termini della <<competitività di particolari industrie all’interno degli Stati membri >>.
Il problema non era per altro solo questo, ma quello del concreto avvio alla revisione e allo sviluppo di determinate politiche comunitarie; anche se ovviamente nessuno si illudeva che tale revisione potesse essere conclusa entro il 4 o il 5 dicembre. Ma contano, a questo proposito, i segni negativi che si sono avuti.
Il primo vi è stato con il rifiuto francese di aumento del fondo regionale; rifiuto che significa molte cose: negazione dell’autorità del Parlamento europeo; negazione, al limite, della necessità di una politica di riequilibrio nell’ambito della comunità, di cui il mezzogiorno d’Italia sia tra i principali beneficiari; tendenza, comunque, della Francia a sottrarsi ad un maggior impegno in questo senso.
L’altro segno negativo è costituito dal fatto che a Brema non si sia niusciti ad avviare seriamente alcun processo di revisione della politica agricola comunitaria; che non si sia preso in esame neppure il memorandum a questo scopo predisposto e preannunoiato dal presidente della Commissione Jenkins. Non si sono nemmeno avuti chiarimenti esaurienti rispetto alle preoccupazioni esposte di recente nella Commissione agricoltura del Senato da esponenti di diversi gruppi, del partito repubblicano, della democrazia cristiana, e dallo stesso ministro dell’agricoltura, per quel che riguarda le ripercussioni di un’entrata immediata dell’Italia nello SME sul sistema dei prezzi agricoli, mentre non si sono definiti finora i correttivi di cui a questo proposito si è parlato, e le ipotesi pure ventilate di svalutazione della <lira verde> sollevano intanto seri interrogativi sugli effetti inflazionistici che ne potrebbero derivare.
Il tema della politica agricola comunitaria, onorevoli colleghi, è un tema centrale; e quando si compie il bilancio di questa politica, come di tutta l’esperienzacomunitaria, non si deve indulgere a semplificazioni retoriche di stampo idilliaco.
Non si può parlare di politica agricola comunitaria solo per ricordarne il fine dichiarato di migliorare le condizioni di vita delle popolazioni rurali, e tacere sulle grandissime distorsioni che essa ha prodotto a beneficio dei paesi più ricchi a svantaggio di paesi come l’Italia, alla quale – se si calcola la differenza tra i prezzi dei prodotti CEE importati dall’Italia e quelli vigenti sul mercato internazionale – è stata addossata una tassa che da qualcuno viene calcolata (si tratta di calcoli probabilmente discutibili, ma non possediamo stime ufficiali) in 2 mila miliardi di lire.
Tornando, Signor Presidente, alle conclusioni raggiunte a Bruxelles, non c‘è dubbio che esse autorizzassero largamente la decisione, presa il 5 dicembre dal Presidente del Consiglio, non di aderire entro otto giorni, ma di riservarsi ancora sostanzialm,ente la scelta dell’adesione immediata e a tutti gli effetti oppure no.
E le valutazioni espresse nel merito dei risultati ottenuti dal ministro degli esteri e dal ministro del commercio con l’estero pubblicamente, dal ministro del tesoro in Parlamento, ed in sede tecnica dalla autorità monetaria (senza che questa per altro travalicasse i limiti della propria competenza ed invadesse il campo della autorità politica, senza che si prestasse a strumentalizzazioni né in un senso né nell’altro), queste valutazioni sono a noi apparse tali da giustificare pienamente una scelta che si limitasse ad una dichiarazione di principio favorevole e alla partecipazione a talune dellle operazioni previste dalla risoluzione di Bruxelles, e che escludesse l’accettazione dal 1° gennaio dei vincoli di cambio, del meccanismo del tasso di cambio, tanto più in presenza di una analoga decisione della Gran Bretagna, con tutto ciò che questa decisione comportava e comporta.
Una scelta che infine esprimesse un impegno positivo e incisivo- dell’Italia per l’ulteriore confronto su tutti gli aspetti del nuovo sistema monetario e della politica complessiva di sviluppo della Comunità.
Perché non si è seguita questa strada ?
Perché non si sono raccolte le preoccupazioni e gli avvisi di prudenza che venivano da diversi settori della maggioranza e dall’interno dello stesso Governo ?
Queste preoccupazioni nascevano anche dall’esigenza finora non sodisfatta di collocare la creazione di un’area di stabilità monetaria in Europa nel più vasto quadro – ne ha parlato il collega Spaventa – di una ridefinizione dei rapporti con l’area del dollaro e di uno sforzo per giungere ad un nuovo ordine monetario internazionale e per contribuire ad una accelerazione, non ad un rallentamento, dello sviluppo economico mondiale.
Perché non si sono ascoltate abbastanza nei giorni scorsi queste voci e si è giunti ad una decisione precipitata ed arrischiata ? Onorevoli collleghi, su questo punto noi non possiamo ritenere che si sia fatta sufficiente chiarezza finora e ci si permetterà di contribuire alla ricerca di risposte sodisfacenti.
Parto dalle sollecitazioni e motivazioni davvero più nobili, quelle dei più ardenti fautori dell’unità europea, tra i quali il collega ed amico Altiero Spinelli. Questi amici si sono preoccupati di non contribuire, con una decisione di non ingresso immediato dell’Italia nello SME, a un parziale insuccesso di quello che appare il primo rilevante tentativo di rilancio del processo di integrazione europea dopo anni ed anni di involuzione e di crisi. Ma quello che non ci ha persuaso in tale motivazione è la tendenza ad attribuire ad un tentativo del genere, così come è concepito e congegnato, la virtù di mettere in moto una reale ripresa su basi nuove e solide dell’integrazione europea.
No, onorevoli colleghi, noi siamo dinanzi ad una risoluzione, quella di Bruxelles, che assume i limiti ristretti della creazione di un meccanismo del tasso di cambio le cui caratteristiche rischiano per di più di creare gravi problemi ai partecipanti.
Naturalmente non sottovalutiamo la importanza degli sforzi rivolti a creare un’area di stabilità monetaria. Ma se è vero che le frequenti fluttuazioni dei cambi costituiscono una causa di instabilità e un fattore negativo per lo sviluppo del commercio intracomunitario (la crisi di questo commercio non può per altro essere ricondotta soltanto alle fluttuazioni nei cambi) è vero anche che esse sono il riflesso di squilibri profondi all’interno dei singoli paesi, all’interno della Comunità europea e nelle relazioni economiche internazionali.
La verità è che forse – come si è scritto fuori d’Italia – si è finito per mettere il << carro >> di un accordo monetario davanti ai <<buoi>> di un accordo per le economie. Ed è invece proprio su questo terreno, oltre che su quello della revisione del meccanismo dei cambi in quanto tale, che occorreva continuare a premere, a discutere, a negoziare.
Ma – ci si chiede – come: stando dentro o stando fuori?
Francamente di fronte ad una domanda di questo genere noi sentiamo il bisogno di osservare – e mi scuso per l’ovvietà – che il 5 dicembre non si è creata a Bruxelles una nuova Comunità europea al posto della vecchia.
Noi continuiamo, evidentemente, qualunque sia la decisione relativa allo SME, a stare dentro tutte le istituzioni e le sedi di confronto comunitarie; possiamo anche partecipare, pur non aderendo nell’immediato al sistema monetario, a consultazioni specificamente previste dalla risoluzione di Bruxelles in materia di politiche monetarie.
Il documento approvato il 5 dicembre – e questo è un suo aspetto indubbiamente positivo – non scava alcun solco fra chi aderisce subito e chi si riserva di aderire successivamente; né credo che il nostro  ingresso immediato avrebbe avuto un effetto traumatico, quasi che dipendesse da ciB che lo SME nascesse, come ha detto ieri l’onorevole Andreotti, a sei invece che ad otto e mezzo (tanto per restare nel gergo monetario, non riesco a capire quale unità di conto abbia adoperato l’onorevole Andreotti per attribuire un peso del due e mezzo all’ingresso immediato dell’Italia nel sistema monetario).
E nostra convinzione che avremmo potuto esercitare una maggiore forza contrattuale mantenendo la nostra riserva, la nostra posizione di non ingresso immediato.
Onorevoli colleghi, in quest’aula si è parlato (vi si è riferito poco fa anche il collega Cicchitto)delle sollecitazioni e delle assicurazioni pervenuteci negli ultimi giorni da governi amici; sembra anche che esse abbiano avuto un notevole peso nella scelta finale del Governo.
Per la verità voglio ricordare che anche qualche altra volta abbiamo ricevuto telegrammi. Ricevemmo – non è vero, ministro Marcora? – un telegramma pieno di assicurazioni dal cancelliere Schmidt anche nel maggio scorso, per invitarci a sciogliere la riserva sul negoziato per i prezzi agricoli e sul << pacchetto >> mediterraneo.
Quale seguito han. no avuto quelle assicurazioni telegrafiche ?
Anche in questa occasione più dei messaggi a fuochi spenti sarebbe valso l’accoglimento concreto di determinate istanze e proposte.
Queste sollecitazioni, comunque, confermano l’esistenza di un reale e forte interesse degli altri paesi membri della Comunità ad avere l’Italia al più presto presente nel sistema monetario. Si sarebbe, dunque, potuto far leva su questo interesse, non dando la adesione immediata allo SME, per portare avanti un serio negoziato, utilizzando le stesse scadenze previste dalla risoluzione di Bruxelles, in particolare la scadenza della revisione di determinate misure dopo sei mesi, nonché altre occasioni e scadenze, soprattutto quella della annuale trattativa di marzo sui prezzi agricoli, che va trasformata in un ben più ampio ed impegnativo negoziato sulla politica agricola nel suo complesso, partendo da proposte già elaborate in Italia dai partiti, dal Parlamento e dal Governo, per le modifiche da realizzare sia nell’immediato, sia nel medio periodo.
Si tratta, in definitiva, di muoversi in modo conseguente per una trasformazione della Comunità – a cui ci auguriamo possa contribuire anche quell’importante, primo elemento di democratizzazione che è costituito dall’elezione diretta del Parlamento europeo – che punti all’affermarsi di un nuovo modo di guardare allo sviluppo dell’economia europea, non concependo più – siamo d’accordo su questo punto fondamentale con il collega Spinelli – questo sviluppo come consolidamento delle economie più forti e come ulteriore elevamento del livello di benessere nei paesi più ricchi, ma come impegno di espansione verso le regioni più arretrate della stessa Comunità e verso i paesi di quello che veniva definito terzo mondo.
Ma se ci si vuole, onorevoli calleghi, confrontare con questi che sono i problemi di fondo, i problemi delle politiche economiche, del ritmo e della qualità dello sviluppo, bisogna sbasrazzarsi di ogni residuo di europeismo retorico e di maniera dando ben altra organicità, forza e coerenza alla presenza dell’Italia nella Comunità.
Sappiamo che passa qui una linea discriminante fra diversi modi di concepire e di praticare l’impegno europeista, ma sappiamo anche che su questo punto esistono posizioni convergenti fra diversi partiti; in primo luogo, come hanno dimostrato le vicende di queste settimime e questo dibattito, tra il partito comunista ed il partito socialista, ma non salo tra essi.
Nella nostra visione – desidero ribadirlo – tutela degli interessi nazionali e impegno per il rilancio dell’integrazione europea fanno tutt’uno.
Nessuno di noi ha commentato il vertice di Bruxelles ponendo i problemi come li ha posti il primo ministro Callaghan ai Comuni, senza essere per questo accusato di golpismo.
“La semplice verità” – ha dichiarato Callaghan – “è che noi a Bruxelles abbiamo valutato i nostri interessi nazionali esattamente come altri paesi hanno valutato i loro”.
Noi non poniamo i problemi in questi termini, proprio perché siamo convinti che l’interesse ,del nostro paese, e specificamente l’interesse del nostro Mezzogiorno, coincida con la causa di uno sviluppo della Comunità su base di maggior coordinamento e integrazione delle politiche economiche e in direzione delle regioni più arretrate. Ma quella che non possiamo accettare è una posizione di rinunci a battersi per la trasformazione della Comunità e ‘dei suoi indirizzi, di sfiducia radicale nel ruolo ,del nostro paese e di utilizzazione strumentale dei nostri impegni comunitari a fini interni, quali che siano.
Da parte di alcuni esponenti del partito repubblicano si è giunti a sostenere che << l’Italia non dovesse scegliere in questi giorni se appartenere o meno ad un meccanismo valutario o ad un’area di stabilità dei cambi, ma se recidere >> – dico recidere – << o meno i suoi legami con i paesi dell’Europa occidentale, sul terreno economico e sul terreno politico.
Ma questa è una tesi che non trova alcun riscontro obiettivo, che non poggia su atcun argomemto razionale e si colloca, invece, nel quadro di una drammatizzazione gratuita ed esasperata della scelta che era davanti al nostro paese.
Si è giunti anche a dire che, d’altra parte, noi saremmo nell’imbarazzo, perché l’europeismo dei comunisti deve ancora tradursi in atti pratici.
Ma atti pratici, coatributi pratici sul terreno europeistico ne abbiamo dati assai più di altri, in dieci anni di lavoro altamente qualificato nel Parlamento europeo, che qualunque osservatore obiettivo ha riconosciuto ed apprezzato.
Al di là di ciò già un mese fa non è mancata in qualche discorso da me personalmente ascoltato l’affermazione che il nostro paese non fosse in grado di porre alcuna condizione e che la sola speranza di salvare l’Italia da sviluppi catastrofici della crisi attuale fosse il vincolo esterno di un rigoroso meccanlsmo di cambio.
Chi sostiente questo fa un grave torto a tutte le forze democratiche italiane dimenticando prove come quella dell’autunno 1976, quando, di fronte ad una drammatica caduta della lira i partiti dell’attuale maggioranza, i partiti democratici, con la collaborazione delle forze sociali, con la collaborazione del movimento sindacale, seppero assumere impegni severi, che valsero ad evitare il peggio e permisero di conseguire quei risultati, per quanto parziali, su cui oggi possiamo fare affidamento per fronteggiare le difficoltà che ci stanno davanti.
Noi non attenuiamo minimamente – ella lo sa, onorevole Ugo La Malfa, ma io tengo a ribadirlo – il nostro giudizio sulla persistente e per certi aspetti crescente gravità degli squilibri di fondo che minano lo sviluppo economico e sociale del nostro paese. Noi non ci nascondiamo l’acutezza di problemi come quelli della produttività, del costo del lavoro, della competitività.
Concordo con le considerazioni che sono state svolte a questo proposito da altri colleghi. Non può reggere a lungo – è questa la nostra persuasione – una << via italiana >> alla competitività, basata su una svalutazione strisciante, su un alto tasso di inflazione, sull’economia sommersa e sul lavoro nero.
E – voglio aggiungere – non ci nascondiamo le difficoltà che incontra lo sforzo per trovare consensi nelle parti sociali attorno a comportamenti coerenti con le esigenze del rilancio degli investimenti, di sviluppo del Mezzogiorno e dell’occupazione e, insieme, di lotta all’inflazione.
Ma queste difficoltà non vengono solo dall’interno del movimento sindacale e lì, comunque, siamo noi che con più chiarezza e coraggio reagiamo a posizioni che consideriamo sbagliate. La si smetta, però, onorevoli colleghi, di guardare da una parte sola, senza vedere le responsabilità che altre forze si stanno assumendo (parlo di forze imprenditoriali) con i loro atteggiamenti negativi nei confronti di ogni prospettiva di programmazione e nei confronti proprio delle più qualificate proposte del movimento sindacale.
Comunque, proprio per rispondere a queste  difficoltà fu concepito il << docunento Pandolfi>>  e si assunse l’impegno del piano triennale il cui obbiettivo – non si dimentichi – deve essere la riduzione graduale del tasso di inflazione ma, insieme, il rilancio degli investimenti e della occupazione, in un contesto di rinnovata solidarietà europea.
E’ sul piano triennale che si deve realizzare il necessario severo confronto fra tutte le parti investite di responsabilità nella vita politica, economica e sociale.
Ma in quale rapporto con questo impegno così importante andava posta la questione dell’ingresso immediato o meno dell’Italia nel sistema monetario europeo ?
Condividiamo l’opinione che è stata espressa, secondo cui il confronto sul piano triennale previsto per le prossime settimane andava assunto come la necessaria preparazione ad una entrata credibile dell’Italia nel nuovo sistema, piuttosto che come insostenibile conseguenza di una entrata prematura.
Se oggi, comunque, tra i fautori dell’ingresso immediato circolasse il calcolo di far leva su gravi difficoltà che possono derivare dalla disciplina del nuovo meccanismo di cambio europeo per porre la sinistra ed il movimento operaio – eludendo la difficile strada della ricerca del consenso – dinanzi ad una sostanziale distorsione della linea ispiratrice del programma concordato tra le forze dell’attuale maggioranza, dinanzi alla proposta di una politica di deflazione e di rigore a senso unico, diciamo subito che si tratta di un calcolo irresponsabile e velleitario, non meno di quelli che hanno spinto determinate componenti della democrazia cristiana a premere per l’ingresso immediato dell’Italia nello SME in funzione di meschine manovre anticomuniste, destinate a sgonfiarsi rapidamente ma non senza aver prodotto il danno di una irresponsabile mescolanza tra fatti di corrente e di partito e scelte altamente impegnative, sul piano internazionale e sul piano interno, per il nostro paese.
Noi attendiamo, onorevoli colleghi, le risposte del Governo – dando già ora ed essendo pronti a dare il nostro contributo costruttivo – sui problemi aperti acutamente e posti con forza dal movimento sindacale per Napoli, la Calabria ed il Mezzogiorno, problemi ormai non più prorogabili, sui temi di una politica di seria lotta all’inflazione ed alla disoccupazione sui contenuti e gli strumenti del piano triennale per la finanza pubblica e per la economia che dovrà essere presentato entro il 31 dicembre.
Anche in questo momento difficile, che vede una divisione non certo irrilevante in seno alla maggioranza, il nostro obbiettivo, la nostra scelta non è una crisi di Governo, ma il superamento delle debolezze e delle ambiguità che hanno finora caratterizzato l’azione di Governo, il rilancio della solidarietà tra i partiti della maggioranza per superare l’emergenza, per risanare l’economia italiana rinnovandola nelle sue strutture, per risanare la finanza pubblica attraverso una pratica di effettivo rigore in tutte le direzioni e garantendo una effettiva giustizia – dalla quale si continua a restare molto lontani – nella ripartizione dei sacrifici.
Dicevo all’inizio, onorevole Andreotti, che condividiamo oggi un dibattito difficile; ma nella vita di un’ampia maggioranza come quella che oggi sorregge il Governo vi sono momenti in cui si impongono la chiarezza delle rispettive posizioni e la distinzione delle responsabilità.
Questa distinzione, onorevole Presidente del Consiglio, noi non l’abbiamo ricercata. Ella ha ritenuto di dover compiere una scelta, che consideriamo rischiosa e da cui dissentiamo, e di doversi assumere una responsabilità che non ci sentiamo di condividere.
Ci auguriamo che le prossime scadenze vedano una seria ripresa dell’impegno comune dei partiti dell’attuale maggioranza a fare uscire il paese dalla crisi.
Ci guida comunque la serena coscienza di aver operato lealmente nell’interesse dell’Italia e dell’Europa
(Vivi applausi dell’estrema sinistra - congratulazioni).
Fonte: http://www.camera.it/_dati/leg07/lavori/stenografici/sed0383/sed0383.pdf


giovedì 27 marzo 2014

La rilevazione Sondaggio Datamedia: "Gli italiani vogliono la lira"

Sondaggio Datamedia: "Gli italiani vogliono la lira"

"Torniamo alla lira". Gli italiani hanno le idee chiare. L'euroscetticismo in Italia continua a sedurre gli elettori che in vista delle europee sono pronti a dare una scossa all'Ue rivendicando il ritorno alla vecchia valuta. L'istiututo di rilevazioni Datamedia ha chiesto agli italiani, per conto de il quotidiano il Tempo, se l'uscita dalla moneta unica possa rappresentare un fatto positivo. Ebbene quasi sei italiani su dieci hanno detto si. Nel dettaglio il 58,1. Un dato - come racconta il quotidiano romano - ancor più rafforzato dalla distanza tra il sì e il no, ben 22%. Ormai - si legge - la percezione diffusa è che una delle cause principali di questo malessere sia proprio la moneta unica. Insomma a quanto pare la vocazione europeista degli italiani è ormai al capolinea.

I partiti - Anche le rilevazioni per le elezioni del 25 maggio parlano chiaro. I partiti euroscettici come La Lega e Fratelli d'Italia sono in trend positivo. La Lega, sempre secondo Datamedia è al 5 per cento. Mentre Fdi continua a crescere. Se si votasse oggi. A due mesi quasi esatti dal voto solo quattro partiti supererebbero la soglia del 4%. Il Pd (fermo al 30,5%), M5s (stabile al secondo posto con il 24,0%), Forza Italia (20,5%) e la Lega (5,0%). Gli altri sarebbero fuori anche se c'è un trend positivo che riguarda due formazioni: Fratelli d'Italia e Lista Tsipras, potenzialmente in grado di arrivare oltre quota quattro. Il vento della Le Pen ora bussa alle porte dell'Italia. 

fonte

venerdì 14 febbraio 2014

Buona la prima !

Un grande storico fu Renzo De Felice nato a Rieti l'8 aprile 1929 e morto a Roma il 25 maggio 1966 fu uno dei più grandi studiosi del fascismo dedicandogli tutta la vita.
Fu ricercatore storico nel vero senso della parola,cercava la vera verità degli avvenimenti storici senza cadere nel trionfalismi del vincitore o nella nostalgia dello sconfitto.
Nascita del fascismo in Italia secondo De Felice le cause del fascismo vanno ricercate nella profonda crisi che si aprì al termine della 1guerra mondiale;si può riconoscere tale crisi a diversi livelli:
1-crescente disoccupazione,cosa che sta avvenendo anche oggi
2-livello sociale con un sentimento ostile nei confronti della politica e dei partiti tradizionali,colpevoli di una entrata in guerra e dei sacrifici di guerra. Per riportarlo ai giorni nostri la popolazione non vede di buon occhio i partiti politici classici,anche se continuano a cambiare denominazione,colpevoli oltre di sprechi e privilegi sulla loro pelle,colpevoli di aver fatto carte false per entrare nell'euro con susseguenti sacrifici e manovre lacrime e sangue.
3-livello culturale basso ieri per colpa dell'analfabetismo molto esteso mentre oggi abbiamo tante scuole ma che producono studenti mediocri.
4-Situazione di forte instabilità in parlamento per mancanza di una solida maggioranza,noi oggi abbiamo fato di più con un premier sfiduciato dal segretario del proprio partito.
Aggiungiamo che dopo la marcia su Roma Vittorio Emanuele III chiamo Mussolini per formare un governo stabile,mentre oggi Giorgio Napolitano II chiama Renzi per cercare una nuova maggioranza per governare.
A questo punto qualcuno storcerà il naso per il parallelismo tra i due periodi di storia Italiana ma attenzione come diceva Karl Marx “La storia si ripete sempre due volte: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa.”





giovedì 23 gennaio 2014

Aumentano le sofferenza L'euro ha impoverito solo gli italiani Perfino Grecia e Portogallo sono cresciute Dall'introduzione della moneta unica il reddito pro capite a parità di potere d'acquisto è cresciuto ovunque tranne che da noi

Il malato migliora, dicono gli investitori internazionali che convergono sui titoli di Stato, le azioni e pure i debiti di casa nostra. Ma, a giudicare dai sintomi non si direbbe. Prendiamo, tanto per cominciare, il dato delle sofferenze bancarie, cresciute in un anno del 22%. A novembre, il sistema ha toccato un record drammatico: 149, 6 miliardi di sofferenze lorde (75,6 miliardi quelle nette) con un incremento di 1,9 miliardi per un importo che ormai rappresenta il più del 9 per cento del prodotto interno lordo. Nel 2007, prima della crisi, il rapporto tra sofferenze ed impieghi, dati Abi, era pari allo 0,86%, oggi viaggia sul 4,08%. 
EURO SCIAGURA D'ITALIA 
Perché la moneta unica 
ha impoverito solo noi
Le cifre sono allarmanti, ma spiegano solo in parte il dramma sociale in atto: il totale degli affidati in sofferenza ha ormai raggiunto la cifra di 1.205.000 soggetti, di cui 1.015.369 per importi inferiori a 125 mila euro. Sono colpiti i piccoli operatori economici, artigiani e commercianti, così come le imprese, specie quelle del settore costruzioni, esposto per il 200% del valore aggiunto il che equivale a dire che per ripagare i debiti sarebbe necessaria l’intera produzione dei prossimi due anni. Ma le sofferenze ormai hanno investito anche le famiglie: le sofferenze sui mutui ed i crediti al consumo rappresentano il 5,5 % del totale, quasi il doppio del 2007.
Dietro questi numeri, oltre al disagio dell’economia, emergono le preoccupazioni del sistema bancario alla vigilia degli stress test della Bce. Le banche stringono i cordoni della borsa e moltiplicano le manovre difensive (a partire dalle cartolarizzazioni) prima degli esami. Ancora una volta, insomma, l’appuntamento con l’Europa si traduce in un supplemento di rigore per il credito di casa nostra. Sperando che, finalmente, alla fine tanti sforzi vengano premiati. Come è accaduto di rado in questi anni, a giudicare da altri numeri. Dieci anni fa, nel 2004, anno quinto dalla nascita dell’euro, l’Italia ha subìto un sorpasso storico passato all’epoca quasi inosservato: il reddito pro-capite a parità di potere d’acquisto del Bel Paese quell’anno è scivolato, per la prima volta, sotto la media europea passando dal 102,5% del 1995 al 97,4%. Da allora le cose sono andate peggiorando in maniera sensibile, come ci informa un grafico di The Economist dai numeri così spietati da rendere inutili i commenti: il reddito pro capite è cresciuto ovunque, Grecia e Portogallo comprese, nonostante la crisi economica e le recessioni. Meno che in Italia dove, dati del Fondo Monetario alla mano, il reddito reale è sceso di tre punti abbondanti. 
Colpa dell’euro? Non solo. Nella classifica il Bel Paese è ampiamente superata sia dai Paesi che aderiscono all’euro che dalla Gran Bretagna, che a fine millennio aveva un reddito pro-capite simile al nostro che negli ultimi 15 anni ha distanziato in maniera sensibile l’Italia: 31.450 euro di reddito annuo contro 26.000. Ma è riuscito a perder colpi nei confronti del resto dell’Eurozona che oggi vanta un reddito medio di un buon 13% superiore a quello italiano. Per effetto della crescita tedesca e di quella finlandese (in entrambi i Paesi il reddito è cresciuto del 21% nel periodo), ma non solo se si pensa che la Grecia, nonostante la tremenda crisi di questi anni, è comunque su del 3% rispetto al ’99. 
L’euro, insomma, per qualcuno ha avuto effetti positivi. Anzi, qualche effetto benefico c’è stato per quasi tutti. Se ci limitiamo alla questione bancaria, pur così importante, prendiamo atto che in questi anni le banche francesi e tedesche sono riuscite a recuperare i capitali investiti in Irlanda, Grecia o Portogallo. Magari adoperando mezzi drastici, come lamenta Dublino, obbligata a ripagare per intero i debiti delle sue banche senza potersi rivalere su azionisti e creditori (in buona parte gli istituti tedeschi): I Paesi della cosiddetta “periferia”, pur stremati dalla politica imposta dall’ineffabile troika (oggi sotto tiro al Parlamento europeo) hanno comunque ricevuto i capitali per ripianare il passivo. E l’Italia? Tra Efsf e fondi Ems, il Bel Paese ha versato finora 56 miliardi destinati al salvataggio delle banche di Portogallo, Irlanda, Grecia e Cipro verso cui i nostri istituti avevano esposizioni limitate o nulle (a differenza di francesi e tedeschi). Non ha visto finora un solo euro d’aiuti. E difficilmente ne vedrà in futuro.
Ugo Bertone
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