domenica 25 marzo 2012

Dove vanno a finire gli introiti dell'IVA aumentata? A Morgan Stanley!



Il Tesoro paga a Morgan Stanley 3,4 mld per smontare un derivato




Metà degli introiti dell'aumento dell'IVA deciso da Monti finisce direttamente a pagare Morgan Stanley. I nostri governi di metà anni '90 s'erano messi a giocare in derivati con la mega-banca statunitense per ridurre i costi dell'indebitamento.  (fonte)
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Quando Morgan Stanley disse in gennaio di aver tagliato la sua esposizione netta all'Italia di 3,4 miliardi di dollari, non disse agli investitori che il Paese aveva pagato quell'intera cifra alla banca per smontare una scommessa che aveva fatto sui tassi di interesse, più precisamente per smontare dei derivati sui tassi di interesse. 

Queste le parole con cui ha aperto il sito web di Bloomberg, rilanciando come nuova una notizia in realtà già apparsa sulla stampa italiana e internazionale nelle scorse settimane, che a sua volta aveva dato il via a un Atto di sindacato ispettivo al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministero dell'Economia da parte del senatore e presidente dell'Adusbef, Elio Lannutti, e a un'interrogazione parlamentare da parte dei senatori Donatella Poretti e Marco Perduca allo stesso Ministro dell'Economia.

Sebbene la cifra, che equivale a oltre 2,5 miliardi di euro, sia di per sé alta, così come in assoluto sembra alta la cifra di 31 miliardi di euro di fair value negativo delle posizioni in derivati che si sostiene siano attualmente in portafoglio al Governo italiano, in fondo si tratta di percentuali modeste su uno stock di debito che ha quasi raggiunto i due mila miliardi e la cui vita media è stata allungata nel tempo sino a quasi sette anni con un'abile gestione da parte della responsabile del Debito Pubblico, Maria Cannata, e della sua squadra.

Gestire in maniera adeguata un debito pubblico così importante richiede quindi anche un adeguato ricorso agli strumenti derivati. Così, secondo le ricostruzioni più accreditate poiché il Tesoro non vuole commentare, sembra che il derivato smontato fosse uno swap sui tassi a scadenza 30 anni, messo in piedi a metà degli anni '90 quando i tassi swap a 30 anni quotavano tra il 4% e il 5% contro il 2,5% di oggi. Allora il Tesoro, che per titoli a scadenza 10 anni pagava anche il 10% all'anno, sceglieva di spalmare quella spesa su un periodo più ampio, anche appunto di 30 anni, entrando in uno swap con delle banche d'affari come Morgan Stanley alle quali pagava il tasso swap a 30 anni per i successivi 30 anni.

Considerato che aumentare la vita media del debito ha un costo, il Tesoro nel tempo è ricorso anche alle cosiddette swaptions, cioè a opzioni sui tassi swap. In particolare, precisa Bloomberg, il Tesoro italiano ha venduto opzioni sui tassi incassando il relativo premio, con il quale è andata a pagare il servizio del debito. Ma, per definizione, chi vende opzioni si mette in una posizione più rischiosa di chi compra, perchè il venditore dell'opzione è obbligato a fare quello che gli chiede l'acquirente dell'opzione quando decide di esercitarla. Così, il venditore dell'opzione può soffrire danni significativi se il mercato si comporta diversamente da quanto previsto.

In ogni caso smontare il derivato in questione ha portato a Morgan Stanley un incasso di 3,4 miliardi di dollari, che si sono tradotti in 600 milioni di dollari di utili per il settore fixed income nel quarto trimestre 2011. Quanto al Tesoro italiano, non è chiaro se contestualmente abbia montato poi con un'altra controparte un derivato simile a condizioni diverse, in modo tale da andare a compensare almeno in parte l'esborso dei 2,5 miliardi di euro.

Contattata da milanofinanza.it, BancaImi smentisce di essere entrata in alcun modo nell'operazione. Il nome della banca d'affari di IntesaSanpaolo era stato indicato sul mercato come quello dell'istituto di credito che era subentrato a Morgan Stanley nella posizione sul derivato. (
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