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domenica 28 luglio 2013

L'Italia in 20 anni ha pagato 3.100 miliardi di euro di interessi suldebito


L'ITALIA HA PAGATO - dal 1980 al 2012 - LA BELLEZZA DI 3.100 MILIARDI DI EURO (pari a 6.002.437.000.000.000 - sei milioni di miliardi - di vecchie lire...) DI INTERESSI SUL DEBITO PUBBLICO... (che oggi ammonta a 2.074 miliardi di euro...)



UNA SOMMA ENORME, SUPERIORE A 2 ANNI DI PIL NAZIONALE, CHE CI HA INEVITABILMENTE MANDATO SUL LASTRICO... soldi che siamo costretti a pagare perché anzichè emettere denaro, lo stato se lo fa PRESTARE dalle banche centrali private... !!!

Altro che "gli sprechi e le ruberie della casta", che a confronto sono spiccioli...

NON CREDO CHE CI SIA BISOGNO DI AGGIUNGERE ULTERIORI COMMENTI...







venerdì 21 giugno 2013

Gawronski: stampare denaro, o l’Italia sarà rasa al suolo


crisiIl rapporto Istat appena uscito prefigura un crollo di civiltà: la percentuale di concittadini in stato di «grave deprivazione» vola al 14,7. In soli sei anni il Pil pro capite è sceso dell’11,5%; nella graduatoria internazionale l’Italia passa dal 31˚al 45˚posto. Anche il futuro è stato ipotecato: calano infatti la ricchezza (-12%), gli investimenti pubblici (dal 4 al 2,9% del Pil), la capacità produttiva (-16% nell’industria), gli studenti universitari (-17%); crescono il debito pubblico, il debito estero netto (28% del Pil, sul quale l’Italia paga 12 miliardi di interessi l’anno), i giovani senza lavoro (57% fra disoccupati e scoraggiati). Perciò è essenziale a questo punto dire la verità. La crisi non dipende dai nostri vizi storici, bensì – lo dicono i dati – da uno straordinario, diffuso timore di spendere i soldi.
Per uscirne non è perciò necessario «cambiare gli italiani» o la struttura economica: la depressione della domanda, notoriamente, si cura sostenendo la domanda. Terapia tutt’altro che difficile: basta spendere soldi; e i soldi… si stampano. Ma noi abbiamo consegnato le leve macroeconomiche all’Europa. E i trattati europei – concepiti per combattere l’inflazione (l’eccesso di domanda) – offrono ai liberisti europei un inopinato potere di veto su tutto ciò che di significativo si potrebbe e si dovrebbe fare. Perciò resta il problema di fondo, «noto e così riassumibile: l’Italia deve rimanere credibile sul terreno dei conti pubblici, ma deve dare prova concreta di discontinuità in chiave pro crescita» (Guido Gentili). Cioè: deve alimentare la spesa, ma non ha i soldi per farlo.

Per uscire dall’impasse ci sono tre strade. La prima è cambiare consensualmente le politiche economiche dell’Eurozona. Non basta diluire l’austerità: occorre rovesciare le politiche economiche nel cuore dell’Europa. Ma né i partiti né il governo, a parte lamentarsi, hanno ripreso e avanzato nelle sedi europee le proposte degli economisti in questo senso: la liquidità immessa nel sistema finanziario non passa all’economia reale? La Bce distribuisca base monetaria ai governi, che la usino per aiutare i poveri e finanziare lavori pubblici nelle zone ad alta disoccupazione. La Bce alzi il target di inflazione e favorisca una rapida crescita dei salari tedeschi: gli squilibri di competitività rientreranno, senza dolore per nessuno. I paesi con più margini di manovra fiscale rilancino la domanda interna con il deficit spending: la depressione finirà. In ogni caso, la Germania ha sempre risposto picche; e continuerà a farlo. Per indurla a trattare seriamente non Gawronskibasta il crollo dei fondamenti teorici dell’austerità, o l’evidenza empirica: bisogna cambiare i suoi incentivi politici.
La seconda possibile via d’uscita è lasciare l’euro, e/o ristrutturare il debito. Bisognerà cominciare a parlarne: essa offre sicuri benefici (la fine della depressione), non è vero che il Pil cadrebbe del 30%; ma comporta anche rischi e costi elevati. Ci sarebbe una terza via, percorribile su base nazionale, che è sfuggita all’attenzione mediatica, e che consentirebbe di uscire dalla crisi “a velocità giapponese”. Bisogna però essere disposti ad approfittare di un clamoroso vuoto della normativa europea. E violare lo spirito, non la lettera, dei trattati. Come ha fatto finora la Germania, scambiando la “cultura della stabilità” con la “cultura della depressione”. Eludere le regole senza lasciare l’euro riaprirebbe anche il negoziato sull’Eurozona. Per realizzare una simile strategia ci vuole però un quadro politico assai più propenso all’innovazione, desideroso di sfidare l’ortodossia liberista. Capace di alzare la qualità della proposta, e offrire all’Europa un nuovo paradigma, nel dimostrabile interesse anche del popolo tedesco. Si può fare. Perciò si deve fare.
(Piergiorgio Gawronski, “Stampare denaro per uscire subito dalla crisi”, lettera indirizzata al direttore del “Corriere della Sera” il 25 maggio 2013, poi ripresa da “Il Fatto Quotidiano” e da “Come Don Chisciotte”).

Fonte: http://www.libreidee.org/2013/06/gawronski-stampare-denaro-o-litalia-sara-rasa-al-suolo/

mercoledì 16 gennaio 2013

La Cgil svela il suo piano: “40 miliardi di nuove tasse”


Susanna-Camusso-2
La pressione fiscale intorno al 45% del Pil non basta? Figuriamoci, la Cgil vuole ancora più tasse
Il sindacato sta mettendo a punto una specie di programma con un’energica riforma del sistema fiscale capace di portare nelle casse dello Stato «almeno 40 miliardi di euro all’anno» in più rispetto a oggi. Grazie alle tasse…
Camusso e compagni pensano a una «patrimonialona» sulle grandi ricchezze, a un aumento dell’imposizione sulle transazioni finanziarie e all’introduzione di tasse ad hoc per chi inquina (una serie di imposte ambientali).
Non possono fare a meno di spremerci, è nel loro dna…

martedì 4 dicembre 2012

Il debito pubblico per paese: Mappa del Mondo



Country NameDebito pubblico (% PIL)Year of Estimate
Zimbabwe2202011
Giappone2122011
Saint Christopher e Nevis2002011
Grecia1622011
Libano1342011
Islanda1282011
Giamaica1262011
Italia1202011
Eritrea1192012
Singapore1182011
Portogallo1132011
Irlanda1052011
Belgio1002011
Barbados962011
Sudan942011
Canada872011
Gran Bretagna862011
Belize852011
Francia852011
São Tomé e Príncipe852012
Egitto832011
Sierra Leone832012
Germania822011
Ungheria812011
Sri Lanka792011
Bhutan7910
Burundi782012
Dominica782009
Capo Verde742012
Austria742011
Israele732011
Nicaragua712011
Malta702011
Spagna682011
Stati Uniti682011
Costa d'Avorio652011
Paesi Bassi652011
Marocco642011
Guyana622011
Pakistan602011
Albania602011
Ciad592012
Giordania582011
Norvegia582011
Maurizio572011
Vietnam572011
El Salvador572011
Polonia572011
Brasile542011
Bahrein542011
Malesia532011
Svizzera522011
Uruguay512011
Filippine512011
Kenya502011
Tunisia492011
Figi492012
Finlandia492011
India492011
Seicelle452011
Bielorussia452012
Serbia452011
Montenegro452011
Lettonia452011
Costa Rica452011
Colombia452011
Danimarca442011
Croazia442011
Etiopia442011
Cina442011
Emirati arabi uniti442011
Slovacchia432011
Bosnia-Erzegovina432011
Slovenia422011
Panama422011
Argentina412011
Repubblica ceca412011
Thailandia412011
Turchia402011
Yemen392011
Ucraina392011
Romania392011
Armenia392012
Svezia382011
Bolivia372011
Taiwan362011
Lituania362011
Ghana362011
Malawi362011
Tanzania362011
Repubblica dominicana362011
Nuova Zelanda362011
Messico352011
Cuba352011
Bangladesh352011
Siria352011
Venezuela352011
Mozambico352011
Senegal352011
Sudafrica342011
Corea del Sud342011
Honduras342011
Qatar332011
Trinidad e Tobago332011
Benin312012
Hong Kong302011
Moldavia292011
Macedonia282011
Zambia282011
Namibia272011
Australia272011
Ruanda252012
Guatemala252011
Indonesia242011
Uganda242011
Papua Nuova Guinea222011
Ecuador222011
Gabon212011
Perù202011
Niger182011
Nigeria182011
Bulgaria182011
Angola172011
Lussemburgo172011
Botswana152011
Camerun142011
Paraguay142011
Arabia Saudita132011
Kazakistan122011
Iran122011
Cile92011
Uzbekistan82011
Russia82011
Russia82011
Algeria82011
Kuwait72011
Estonia62011
Azerbaigian62011
Guinea Equatoriale52011
Libia42011
Oman42011
Liberia32012


Fonte: CIA World Factbook tratto da indexmundi.com

giovedì 27 settembre 2012

SPAGNA CHIAMA ITALIA In piazza contro i banksters

di Ernesto Ferrante
Le genti di Spagna, Grecia e Portogallo scendono in piazza per dire no alle manovre lacrime e sangue varate dagli sguatteri governativi al servizio dei Banksters.
Gli italiani invece continuano al massimo a frignare come bambini a cui è stato strappato dalle mani il giocattolino preferito. Si guardano ad occhi sgranati le immagini provenienti dalle maggiori città di quei lembi d’Europa sprezzantemente ribattezzati Pigs, come fossero cronache marziane. Il tirare a campare di marca italiota funge da callo e alle bastonate montiane si reagisce inarcando ancora di più la schiena, per riceverle meglio.
Eppure il baratro è a pochi passi, come il vicino della porta accanto. Basta dare un’occhiata anche rapidissima al Rapporto Svimez 2012, per rendersene conto. Se il Nord annaspa, il Sud è già ai rantoli, tra desertificazione industriale e segregazione occupazionale. I consumi non crescono da quattro anni, la disoccupazione reale supera il 25% e lavora meno di una giovane donna su quattro. Dal 2007 al 2011, l’industria meridionale ha perso 147 mila unità (-15,5%), il triplo del resto del Paese (-5,5%), e ha accelerato la fuga verso un Nord non più in salute di tanti giovani. Nel 2011 i pendolari di lungo raggio sono stati quasi 140 mila (+4,3%), dei quali 39mila in possesso di laurea. Ma non finisce qui. Per fine anno si dovrà prendere nota di altri disastrosi crolli: quelli del Pil (- 3,5%), dei consumi (-3,8%) e degli investimenti (-13,5%).
Di questo passo, ci vorrebbero 400 anni per recuperare lo svantaggio che separa il Mezzogiorno dal Settentrione. E la crisi assume i contorni del dramma in grandi regioni come la Campania che batte tutti nella corsa alla miseria con il Pil pro capite più basso (16.448 euro).
Il cappio al collo dei cittadini tartassati si stringe ogni giorno di più e la criminale frantumazione delle dorsali industriali di Campania, Puglia e Sicilia, sta facendo aprire voragini di disperazione in territori già lacerati socialmente anche per la forte presenza dei cartelli criminali. La gravità della situazione è cosa nota, ma la rabbia non riesce a tradursi in reazione ed il possibile fronte di lotta continua ad essere spaccato da chiese particolari e distinguo residuali. Non è guardando le istantanee delle proteste in casa altrui che si può cambiare il corso degli eventi. Le bacchette magiche non esistono. Occorre mettere in moto gambe e cervello, facendo rete, rompendo il cordone invisibile dell’ignavia e della rassegnazione. I Libertadores, diceva tale Ernesto Guevara de la Serna, detto el Che, non esistono. Sono i popoli che si liberano da sé. Come stanno provando a fare in Spagna, in Grecia, in Portogallo; come dovrebbe accadere anche da noi...

http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=16981

venerdì 27 luglio 2012

L'importanza della sovranità monetaria: Giappone, debito 240% e nessun problema!


Editoriale a cura dello staff di nocensura.com


Di seguito un breve articolo pubblicato da "Il Sole 24 ore" in data 5 Giugno 2012:


"Alla fine di giugno il tasso sul decennale giapponese (i titoli di stato, ndr) potrebbe scendere allo 0,74% mettendo a segno il maggior calo trimestrale da due anni a questa parte. Questo almeno è l'orientamento medio di 14 investitori istituzionali sentiti da Bloomberg. Ad oggi solo il titolo decennale svizzero ha un rendimento più basso di quello giapponese che dai mercati viene considerato a tutti gli effetti un "bene rifugio". E questo nonostante Tokyo abbia un debito pubblico colossale che ha raggiunto quasi il 240% del Pil a fine 2011. Fitch ha recentemente declassato il debito giapponese a livello A+, non tanto distante dalle disastrate Italia e Spagna. A differenza di questi due paesi Tokyo ha sovranità monetaria, cioè ha facoltà di stampare moneta. La stragrande maggioranza del debito pubblico giapponese poi è detenuta da investitori locali. Insomma una serie di elementi hanno tenuto la bomba del debito giapponese disinnescata. I rendimenti poi continuano a calare. Da inizio anno quelli sul decennale sono scesi del 24,3%, quelli sul quinquennale del 45% e quelli sul biennale del 31 per cento stando a S&P Capital IQ." - fonte

ECCO SVELATO L'ARCANO: LA QUESTIONE CENTRALE E' IL TASSO DI INTERESSE SUI TITOLI DI STATO CHE SIAMO COSTRETTI A PAGARE A CAUSA DELLA MANCANZA DI SOVRANITA' MONETARIA!!!


L'Italia, come sappiamo bene, con l'attuale immotivato spread elevatissimo che si aggira a quota 500 è costretta, per avere liquidità, a pagare OLTRE IL 6% DI INTERESSI: la Spagna persino di più. Il Giappone invece deve corrispondere un tasso di interesse INFERIORE all'1%

Nota per chi non capisce di cosa stiamo parlando: Le nazioni non emettono moneta, ma titoli di stato, che vengono "acquistati" dalle banche, che forniscono liquidità in cambio di un tasso di interesse. Per ottenere 100 miliardi di euro, l'Italia ne deve restituire 107, mentre la Germania 101, il Giappone persino meno. Questo perché l'Italia, privata della sovranità monetaria, deve sottostare alla speculazione delle banche...


Approfondimenti circa il debito giapponese e la situazione economica solida:
  • Il paradosso del debito La domanda è questa: perché Usa e Giappone continuano a indebitarsi tranquillamente a costo zero e le loro monete si rafforzano, mentre l’intera Europa, pur meno indebitata, sta affondando?
  • Giappone: debito a 235% e 241% nel 2012 e 2013. Ma il paese campa Livello record tra le nazioni G8. Il Fmi spinge Tokyo ad alzare l'Iva che al momento è appena al 5%, per creare inflazione. Ma il debito e' quasi tutto in mani giapponesi e il paese stampa la propria moneta.

A proposito: Rivolgiamo una domanda a coloro che non hanno ancora capito che il debito pubblico è una truffa, ovvero la logica conseguenza di questo sistema monetarioBASATO sul debito (tutta la moneta circolante è emessa a debito... lo spiega a chiare lettere anche Magdi Allam in un recente articolo pubblicato su Il Giornale) e credono che il debito pubblico sia dovuto alle spese pazze dei governi: (che hanno sicuramente fatto spese folli e sprechi di tutti i tipi, ma li hanno "coperti" aumentando esponenzialmente la pressione fiscale fino ai livelli di oggi: il debito pubblico non c'entra niente) Come mai un paese virtuoso come il Giappone ha un debito pubblico così alto? Come mai tutte le nazioni del mondo hanno debito pubblico? Se sei tra coloro che - a causa della disinformazione mediatica - credono che il debito pubblico sia dovuto agli sprechi, informatevi sul funzionamento del sistema monetario... leggi qui oppure cerca: "sistema monetario a debito" - "sovranità monetaria" - "signoraggio bancario"...


Staff nocensura.com

venerdì 20 luglio 2012

L’Italia sarebbe il paese che avrebbe il maggior vantaggio ad uscire dall’euro


Ridotto all’osso, il downgrade di Moody’s dell’Italia di due tacche, a un livello vicino a junk, è un atto d’accusa contro l’intera politica di shock-therapy e di contrazione dell’eurozona (Moody’s contro l’Italia: rating vicino a spazzatura).
Le prospettive economiche a breve termine dell’Italia si sono deteriorate, come risulta sia dalla crescita più debole che dalla maggiore disoccupazione, che comportano il rischio di non riuscire a raggiungere gli obiettivi di consolidamento fiscale. Il mancato rispetto degli obiettivi di bilancio a sua volta potrebbe indebolire ulteriormente la fiducia dei mercati, aumentando il rischio di una brusca frenata dei finanziamenti sul mercato.
Etc, etc
Se Fitch segue l’esempio, il downgrade provocherà un’ondata di vendite da parte dei fondi Asiatici e degli altri fondi sottoposti a severi limiti sul tipo di debito che possono detenere. Questi investitori hanno smesso di comprare debito Italiano mesi fa, naturalmente. Ma non l’hanno neanche venduto. Lo faranno.
Moody’s fondamentalmente sta dicendo che la drastica austerità imposta all’Italia dalla BCE dopo il suo ultimo Putsch di fine estate (acquisti di obbligazioni a intermittenza per forzare l’uscita dal governo di Silvio Berlusconi) è essa stessa la causa della profonda crisi.
Il mix delle politiche di contrazione è stato disastroso. La BCE lo scorso anno ha permesso – o meglio ha causato – il crollo in Italia della massa monetaria M1 ed M3 a livelli da Grande Depressione, con una politica monetaria restrittiva nel bel mezzo della crisi. Questo è stato uno dei peggiori episodi di errore nella politica monetaria dell’ultimo mezzo secolo.
Il risultato di questa stretta monetaria e fiscale combinata è stata una doppia recessione, del tutto evitabile e molto dannosa. La Confindustria Italiana ha avvertito che solo quest’anno l’economia si contrarrà del 2.4% e forse anche molto di più, e ha aggiunto che l’austerità sta riducendo il paese in “macerie” dal punto di vista sociale.
Questa medicina stile anni ’30 è la ragione principale per cui la traiettoria del debito Italiano, una volta stabile, è improvvisamente peggiorata, con il debito pubblico galoppante al 126% del PIL quest’anno, secondo il FMI.
Moody sembra reagire agli obiettivi di “consolidamento fiscale” imposti al paese da Berlino, Francoforte e Bruxelles.
L’Italia non dovrebbe farlo. Queste richieste sono velenose. L’Italia ha già un avanzo primario di bilancio, che quest’anno aumenterà al 3.6% del Pil, e il prossimo anno al 4.9%.
Questo è di gran lunga il “miglior” profilo fiscale nel blocco del G7, ma è una vittoria di Pirro. Gli effetti recessivi stanno annullando i guadagni. Il debito sta accelerando. La struttura industriale del paese viene dissanguata.
Il risultato politico è la spettacolare ascesa di Beppe Grillo, il flagello dell’euro e ora padrone di Parma. Berlusconi può già annusare l’occasione di lanciare una rimonta su un programma anti-Merkel, anti-Tedesco, anti-BCE, e anti-Europa.
L’uscita dall’Euro
“Non è una bestemmia parlare di uscita dall’euro”, dice, chiedendo un ritorno alla lira a meno che la BCE da parte sua non intervenga per una riduzione dei rendimenti obbligazionari Italiani.
L’uscita dall’Euro potrebbe “avere i suoi vantaggi” dice. “La svalutazione ci permetterebbe di esportare. Se andiamo avanti con le politiche della signora Merkel finiremo sempre peggio in una spirale recessiva.”
Personalmente,durante un viaggio a Roma tre settimane fa sono rimasto sbalordito dal livello di amarezza. Un alto funzionario – da lungo tempo sostenitore dell’UEM, uno dei suoi custodi – mi ha detto che l’euro era “praticamente morto”.
Oramai appena il 30% degli Italiani pensa che l’euro sia stata una “buona idea”. Hanno certamente delle buone ragioni per sentirsi danneggiati. L’Italia non è fondamentalmente un caso disperato. E’ stata trasformata in un caso disperato dai meccanismi perversi dello stesso euro.
Debito pubblico e privato combinati insieme arrivano al 260% del PI, più o meno come la Germania e molto meno di Francia, Spagna, Paesi Bassi, Danimarca, Regno Unito, Stati Uniti o Giappone. Con una ricchezza privata di 8.600 miliardi di €, gli Italiani hanno una ricchezza pro-capite maggiore dei Tedeschi.
Guardando all’indicatore del Fondo Monetario Internazionale sulla sostenibilità del debito a lungo termine, l’Italia ha uno dei punteggi migliori, al 4,1, davanti a Germania 4,6, Francia 7,9, Regno Unito 13,3, Giappone 14,3, e Stati Uniti 17. E’ uno dei pochi paesi che ha sistemato lo squilibrio delle pensioni.
L’unico grosso problema che hanno gli Italiani è che sono nella valuta sbagliata.
Come tutti sappiamo ormai, dal lancio dell’UEM hanno perso circa il 30% di competitività nel costo del lavoro per unità di prodotto contro la Germania, a causa dell’effetto strisciante di una spirale inflazionistica e della scarsa crescita della produttività. Il danno è fatto. Non si può riportare indietro l’orologio .
Lo storico surplus commerciale dell’Italia verso la Germania si è trasformato in un grande deficit strutturale, bloccato in modo permanente per effetto dell’UEM.
Hanno poche speranze di recuperare il terreno perduto attraverso la deflazione dei salari e la “svalutazione interna”, dal momento che la dinamica del debito scombinerà tutto di nuovo, se non condurrà addirittura alla rivoluzione nelle strade.
David Woo di Bank of America ha appena elaborato uno studio di “teoria dei giochi” sull’eurozona, in cui sostiene che l’Italia, più di ogni altro paese (eccetto l’Irlanda), trarrebbe vantaggio dal liberarsi e ripristinare il controllo sovrano sui suoi strumenti di politica economica.
Questo dà all’Italia molto potere in una prova di forza con la Germania … anche se se Wolfgang Schauble capisce che la questione è un’altra .
L’avanzo primario del paese implica che esso può lasciare l’UEM a sua scelta in qualsiasi momento (a differenza di Grecia, Spagna o Portogallo), ed è grande abbastanza per farcela da solo. La sua posizione di investimenti sull’estero è solo leggermente negativa (a differenza della Spagna, che è in rosso per un ammontare del 92% del PIL).
Il tasso di risparmio Italiano molto elevato e il suo livello di ricchezza privata significano che qualsiasi shock del tasso di interesse potrebbe per lo più essere rigirato di nuovo all’economia come pagamenti più elevati per gli obbligazionisti Italiani. Gli effetti-macro potrebbero anche non esserci.
Né accetto il solito mantra che dopo l’uscita i tassi d’interesse Italiani salirebbero alle stelle. Sono già saliti in termini reali (anche se oggi sono più bassi in termini nominali che al tempo delle lire). In effetti, può essere argomentato in contrario che l’unico modo per l’Italia in questa fase di abbattere i costi finanziari reali è quello di lasciare immediatamente l’euro.
Ovviamente saranno gli Italiani a decidere del proprio destino.
In vacanza in Italia, ho letto l’eccellente resoconto di Arrigo Petacco della Seconda Guerra Mondiale dal punto di vista Italiano, La Nostra Guerra 1940-1945.
Il tema che più mi ha colpito è stato il numero delle sconfitte e dei disastri Italiani che sono stati il risultato di errori commessi dallo stesso alto comando Tedesco, soprattutto da Rommel.
I subs inglesi hanno affondato l’80% dei convogli di rifornimento Italiani in Nord Africa, perché gli Inglesi avevano penetrato i codici dell’Enigma Tedesco, e gli ufficiali Tedeschi inoltravano inutilmente tutti i dettagli dei convogli al proprio quartier generale. Ma Rommel diede tutta la colpa a Roma, dicendo, ingiustamente, che ci dovevano essere delle spie della marina Italiana.
La storia si ripete – questa volta in tempo di pace. L’Italia non ha più nulla da guadagnare ad ascoltare i distruttivi consigli Tedeschi o a persistere in questa soffocante disavventura.
Attendiamo una variante contemporanea del messaggio di Badoglio dell’8 settembre 1943.
Tutto ad un tratto, l’Italia ha compiuto l’impensabile. Gli Italiani che ascoltavano la radio alle 18.15 di quella sera scoprirono con loro grande sorpresa – e con grande sollievo – che non erano più impegnati ad andare avanti nella follia.


martedì 17 luglio 2012

SPENDING REVIEW SULLE FESTE Il governo taglia pure il santo patrono Obiettivo: far crescere il Pil Il decreto verrà discusso venerdì in Cdm: l'idea è di spostare la festività alla domenica più vicina

Il governo taglia pure le feste 
Obiettivo: far crescere il Pil...

Si salva San Pietro e Paolo a Roma, Natale e Ferragosto per via dei Patti Lateranensi stipulati con il Vaticano. Per tutti gli altri chi vuole festeggiare deve prendersi un giorno di ferie

Il milanese che vuole festeggiare il 7 dicembre Sant'Ambrogio, dovrà prendere un giorno di ferie. Idem dovrà fare il napoletano che il 19 settembre non intende rinunciare alla processione della festa di San Gennaro e assistere ai riti sulla reliquia di sangue che si scioglie. Stesso discorso vale per il 25 aprile. Non solo è la festa della Liberazione, ma a Venezia, e anche a Latina, è San Marco, con le varie celebrazioni patronali. E così è a Catania il 5 febbraio per Sant'Agata o il 4 settembre a Viterbo per Santa Rosa. Per non parlare di Babbo Natale, che in realtà è San Nicola, e che a Bari, ma anche a Sassari, si festeggia il 6 dicembre. Se queste date non cadono di domenica, l'unico modo per non rinunciarci è prendere le ferie. Sì, perchè il governo Monti taglia pure sulle feste, o meglio vuole accorparle con l'obiettivo di far crescere il Pil. L'idea viene confermata in ambienti governativi e potrebbe essere esaminata nel prossimo cdm dopo il parere di quattro ministeri chiave. 
Il tema è stato affrontato anche dal governo Berlsuconi, lo scorso anno, e dopo una serie di valutazioni furono prese alcune decisioni, come ad esempio quella di far restare il 29 giugno un giorno di festa per i romani che celebrano i loro patroni, San Pietro e San Paolo. La festività rientra infatti tra quelle che sono oggetto di accordi con la Santa Sede, come, per esempio il 25 dicembre, Natale, o il 15 agosto, l'Assunzione.
Per tutti gli altri patroni si è aperta invece la via del decreto sul quale si è discusso nel preconsiglio di ieri. Il sottosegretario Antonio Catricalà avrebbe chiesto ai tecnici dei minsiteri di presentare un parere in modo che il provvedimento possa arrivare sul tavolo del Consiglio dei ministri già questo venerdì. Non si conoscono ancora i dettagli del testo.Tuttavia, alcune settimane fa il sottosegretario Gianfranco Polillo aveva sottolineato che ridurre il numero di giorni non lavorati di una settimana avrebbe portato all'aumento del pil di un punto percentuale.
fonte

mercoledì 4 luglio 2012

Italia condannata: Monti ci prepara vent'anni di orrori


Angela-Merkel-e-Mario-Monti.jpgL’esito del vertice europeo, al di là del trionfalismo dei giornali italiani che sostengono il governo Monti, è molto rilevante, ma non è positivo. La principale misura assunta al vertice – e che in Italia passa quasi sotto silenzio – prevede che i cittadini pagheranno i debiti delle banche private di tutta Europa. Si tratta di una gigantesca socializzazione delle perdite che non ha precedenti. Gli speculatori non dovranno così pagare il conto dei propri azzardi perché il conto lo pagherà il Fondo Salva Stati cioè i cittadini di tutta Europa con le loro tasse. Si tratta di un salasso enorme ai danni dei cittadini se pensiamo che solo per le banche private spagnole sono stati stanziati 100 miliardi di euro. In secondo luogo il Fiscal Compact non è stato modificato e questo determinerà per l’Italia la recessione assicurata per i prossimi vent’anni.

Si tratta di una misura che ha l’effetto di una guerra, perché il Fiscal Compact obbliga tutti i paesi che hanno un debito superiore al 60 per cento del Pil a rientrare nell’arco di vent’anni. Per l’Italia si tratta di tagliare 45 miliardi all’anno che saranno fatti in parte con tagli alla spesa (a partire da quella sociale come abbiamo già avuto modo di verificare) e in parte con la svendita del patrimonio pubblico: immobili, imprese, fino ad arrivare all’oro della Banca d’Italia. Questi tagli non verranno per nulla compensati dalle misure per la crescita, per due ragioni. Queste sono per l’Italia molto inferiori ai tagli (dell’ordine di un decimo) e inoltre l’Italia sarà obbligata a tagliare sul welfare e avrà risorse per investire su grandi opere sovente inutili e dannose (come la Tav). Tagli pesanti al welfare e nuove autostrade, questa è la ricetta che ne risulta.
In terzo luogo, invece di permettere alla Bce di comprare direttamente i titoli di Stato o di fare gli eurobond o di trasformare il Fondo Salva Stati in una banca che possa accedere alla liquidità illimitata della Bce, il vertice europeo ha dato vita a un meccanismo in cui il Fondo Salva Stati – con pochissime risorse – può intervenire a sostegno dei paesi che abbiano già demolito il welfare e che si impegnino a continuare a farlo. Infatti i conti in attivo sono la condizione per l’intervento del Fondo. L’eventuale intervento avverrà sotto stretto controllo della troika (Bce, Fmi e Ue) e prevede la firma di un memorandum in cui il paese viene nella sostanza commissariato.
Si tratta di una misura – quantitativamente non diversa da quanto fatto dalla Bce fino ad ora – del tutto insufficiente per evitare la speculazione sull’euro, ma efficacissima per continuare il ricatto sui singoli paesi, costringendoli a politiche di rigore che demoliscono il welfare e i diritti dei lavoratori. Infatti il meccanismo che viene messo in piedi è quello di un uso politico dello spread, in cui chi non ha ancora tagliato viene bastonato e chi ha tagliato e continua a tagliare, viene lasciato fuori dal pestaggio. Il tecnocrate liberista Monti esce vincente dal vertice, il popolo italiano perde e le stangate e la recessione continueranno.


fonte: Libreidee tratto da frontediliberazionedaibanchieri

giovedì 14 giugno 2012

La medicina non funziona


Paghiamo 50 miliardi per aiutare la Spagna ma il Pil e la Borsa calano e lo spread sale ancora. Allarme delle Ferrovie dello Stato: senza finanziamenti aboliremo i treni locali

Accadono cose bizzarre, incomprensibili. Il cittadino si alza la mattina, compra il giornale e scopre con raccapriccio che pagando più tasse si riduce il cespite fiscale.
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E si domanda: perché non facciamo il contrario? Paghiamo meno tasse cosicché lo Stato incasserà di più. Rispondono i professori: non si può. Perché? Perché no, l’Europa non vuole.
La mattina dopo lo stesso cittadino ricompra il giornale e ne scopre un’altra mica male: bisogna aiutare la Spagna, altrimenti salta in aria l’Unione. Lui pensa: magari. Infatti, si dà il caso che la quota a carico del nostro Paese per il suddetto salvataggio sia di circa 50 miliardi. E dove andiamo a raccattarli che siamo in bolletta? I tecnici rassicurano: cari compatrioti, trattasi di sacrificio utile, noi sganciamo volentieri denaro perché, se non ne sganciassimo, sarebbe peggio, crollerebbe l’Ue e usciremmo dall’euro.Discorso per noi profani senza senso, ma spacciato come teoria scientifica; pertanto, nessuno osa contestarlo nel timore di apparire ignorante e perfino antieuropeo.Già,l’Europa ha sostituito Garibaldi nella lista degli intoccabili, dei miti inviolabili.
La gente, tuttavia, sottovoce, parlando con gli amici esprime quantomeno delle perplessità. Come è possibile che noi si vada in soccorso della Spagna se siamo costretti ad aumentare l’Iva per non fallire? Non sarebbe più opportuno che ci tenessimo i 50 miliardi destinati a tappare i buchi delle banche iberiche piene di debiti? Dato che tutti i Paesi sono indebitati, facciamo una bella cosa: ciascuno di essi provveda al proprio portafogli, e che Dio ce la mandi buona. Casca l’impalcatura comunitaria? Va a farsi benedire la moneta unica? Pazienza, ce ne faremo una ragione. Se non altro saremo padroni in casa nostra e, se ci rotoleremo nel fango, rimprovereremo noi stessi e non Angela Merkel, la quale, in fondo, si fa gli affari suoi e non ha mica torto.
Questa faccenda dell’euro è un rebus. Ci è costato entrarci, ci è costato da pazzi rimanerci e ci costerebbe ancor di più uscirne? Come il matrimonio: spendi per celebrarlo, spendi per mantenerlo e, se divorzi, sei rovinato, però riconquisti la tua libertà, fosse anche solo quella di fuggire. Tra l’altro, si dice che la Spagna abbia bisogno di una cifra superiore a 300 miliardi complessivi. Se fosse vero, significherebbe che tra qualche mese essa busserebbe di nuovo a soldi.
Ci stiamo intorcinando. La Bce ha prestato una valanga di miliardi anche alle banche italiane, che li hanno usati allo scopo di comperare Bot per tamponare il rischio default dello Stato; e gli imprenditori continuano ad avere difficoltà di credito. Adesso dobbiamo versare 50 miliardi per dare ossigeno a Madrid. Scusate, ma non ci siamo cacciati nella classica situazione del cane che si morde la coda?
Il governo Monti ha delle soluzioni un po’ più brillanti di quelle fasulle adottate finora? Non sarà che è considerato zero nelle alte sfere europee, le quali pretendono da noi ciò che non abbiamo? Ridursi al ruolo di gregari, di sudditi di Bruxelles non è neppure dignitoso. È troppo auspicare un soprassalto di orgoglio dei nostri luminari? Coraggio, rimettiamoci inproprio:soffriremo un po’, ma almeno saremo responsabili e autonomi, non più ossessionati dallo spread (salito a livelli folli) e dalla Borsa (giù a picco, nonostante tutto). Dobbiamo crepare? Ricordiamo che è preferibile morire in piedi che tirare a campare in ginocchio.

sabato 9 giugno 2012

Il mondo secondo “Margin Call” la sovranità scompare, comandano “altri”


Libertà dagli U.S.A., Una nazione che è " occupata" con 113 basi miltari straniere non può essere sovrana. La prima cosa da fare è smantellare tutte le basi americane e Nato presenti in Italia, è ora di dirgli, chiaramente e per sempre, ci avete " liberato" abbastanza, tornateve a casa vostra. Il secondo passo, non meno importante del primo, è ri-prendersi la sovranità monetaria: tornare ad una moneta a credito e non a debito, ad una moneta emessa dallo Stato. Quando era lo Stato che emetteva direttamente la propria moneta la situazione era la seguente: nel 1939 il rapporto debito/Pil era del 20%, nel 1945, dunque dopo 5 anni di guerra, era passato al 25%, nel 1970, dopo tutta la ricostruzione post-bellica era tornato al 20%; dal 1975 lo Stato ha smesso di emettere moneta, ha autorizzato i banchieri a farlo in vece sua, e i risultati sono sotto gli ochhi di tutti. Claudio Marconi  Non sono rimasti in molti a fare ricerca politica tenendo d’occhio la realtà sociale concreta. Il Censis è uno di questi pochi luoghi e sforna sempre un insieme di dati e riflessioni di livello. È così specialmente stavolta, con la ricerca Dove sta oggi la sovranità che apre un mese denso di appuntamenti scientifici coincidenti – forse non per caso – con il «giugno orribile» dell’Unione europea; quello in cui dovrà essere trovata una convincente via di superamento alla crisi oppure si presenterà alla porta il rischio di esplosione dell’eurozona.Il tema della sovranità non è infatti per nulla astruso: si tratta di capire chi decide, su cosa, attraverso quali procedure e – se sbaglia – quali sanzioni. La democrazia, nel dopoguerra, ha fornito una risposta forse zoppicante, ma che – ricorda il Censis – ha tenuto insieme il paese «comprando a debito la pax sociale». In parole semplici: facendo crescere il debito pubblico più velocemente del Pil pur di «includere» una massa critica sociale tale da evitare lo scontro frontale tra interessi opposti (a partire da quello tra imprese e lavoratori). È il cuore della «cetomedizzazione» reddituale, del «taglio delle estreme» sul piano politico, della proliferazione dei «corpi intermedi» (sindacati, associazionismo, volontariato, ecc).Mercati finanziari internazionali e istituzioni sovranazionali hanno però preso in mano – grazie alla crisi – il potere decisionale assoluto sulle scelte di politica economica: «ce lo chiedono i mercati» oppure «l’Europa» è la risposta standard di ministri senza carisma e fantasia. E convince sempre meno. In ogni caso, la «sovranità democratica» è scomparsa non solo per i paesi deboli, ma anche per quelli di prima fascia che partecipano all’Unione. Come l’Italia.Non è una scomparsa solo concettuale. Si porta dietro la fine della «politica» come luogo dove «l’insieme dei soggetti che fanno parte della nazione» e «attraverso i meccanismi della rappresentanza» riuscivano almeno a «condizionare le scelte decisive della vita collettiva». L’«eterodirezione», sempre sospettata dietro le porte del potere, prende quindi un corpo reale, anche se distante e sordo. La «sovranità in fuga verso l’alto» è percepita da tutti i settori sociali e si intreccia con pregiudizi atavici radicati nel nostro paese, che oscillano alternativamente verso la «sensazione di impotenza» o l’«antipolitica». Un riflesso distorto di un fatto reale: i partiti non «compattano» più sul piano ideologico interessi sociali differenziati, trasformandoli in riforme, diritti, redistribuzione. Maneggiano soldi pubblici, e per questo sono odiati, ma non detengono più le leve del potere reale. Il governo Monti ne è la certificazione indiscutibile.Eppure «il governo» è ancora, seppur di poco, indicato come il potere più rilevante rispetto alla vita materiale degli individui. Certo, l’«antipolitica» facilita curiose contrapposizioni fasulle. Un esempio: è più importante che i governanti siano «competenti» o «eletti dal popolo»? Ci cascano in tanti, ma meno di tutti i giovani e gli over 65; ovvero chi ha lo sguardo ancora fresco e chi ne ha viste di ogni. In mezzo, le due generazioni figlie della «fine delle ideologie», e quindi devote in modo spesso acritico all’unica rimasta.Ma la «percezione di non contare nulla in politica» è il segnale di quanto sia grave la «rottura del nesso rappresentanza-decisione» Gli italiani si sentono mediamente molto più impotenti degli altri cittadini europei (Grecia a parte, ovviamente) e di questo fa le spese anche «l’europeismo». Giustamente definito come «una delle ultime retoriche di massa significative», cresciuto all’ombra del conflitto bipolare e sul ricordo devastante della guerra tra paesi vicini, l’europeismo è oggi un sentimento d’appartenenza debole. Più somigliante a un «ormai ci siamo, non possiamo uscirne», che non a un’adesione convinta.È infatti certo per tutti che «la volontà sovranazionale si è imposta a seguito dell’operare di indicatori automatici che hanno imposto alla collettività determinate scelte, senza poterne discutere». Ma questo pone limiti seri a un’avanzamento deciso verso un’integrazione più cogente. «Eventuali nuovi strappi in avanti del processo unificatorio, oggi, non trovano consenso», perché giustamente associati a una serie di «riforme», «sacrifici», rinunce, che impoveriscono sia sul piano reddituale che su quello della cittadinanza.Deve far riflettere, in questo senso, che il rimprovero principale rivolto «alla politica» dei decenni scorsi non sia (per il momento) il fatto di aver accettato l’unificazione europea, ma nel non averla «negoziata abbastanza». Nell’aver insomma rinunciato a esercitare un ruolo più deciso e «protettivo».Tra percezione e realtà, in questioni di così grande dimensione, lo scarto può essere grandissimo. E anche legittimo. Certo è che se si condivide – come bisogna fare – il giudizio sulla storia italiana del dopoguerra come frutto di un «lungo e vero compromesso sociale; e se quel «meccanismo si è interrotto, a cominciare dalla capacità di dividere la torta in modo percepito come equo e inclusivo per tutti», allora i problemi di «tenuta sociale» che ci stanno davanti sono parecchio pesanti. Difficile passare indenni attraverso una «partita giocata tutta sul meno, sul ridurre, su una decrescita tutt’altro che virtuosa». Dove l’«equità» è solo una parola detta spesso per accompagnare una sottrazione forzosa di reddito e diritti. Di «sovranità democratica».Fonte: veromastrano