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lunedì 8 aprile 2013

Moneta e titoli di Stato: per uscire dalla crisi copiamo dal Giappone In appena tre mesi il governo nipponico ha raddoppiato gli yen in circolazione e risollevato l'economia. La Bce invece è immobile



L' Europa e l'Eurozona sono in crisi dal 2009. Da allora più di 35 vertici, quasi nessuna decisione presa. In Giappone in 3 mesi è cambiato tutto. È cambiata la politica economica, è cambiata la strategia della banca centrale, si è abbassato il cambio e il paese è tornato a crescere. Volere è potere. Ed è del tutto chiaro che la via maestra per portare l'Europa fuori dalla crisi sia nota a tutti già da tempo, ma evidentemente manca la volontà politica perché ciò possa accadere.
La soluzione è pronta almeno da giugno 2012, quando i presidenti di Consiglio europeo, Commissione europea, Banca Centrale Europea e Eurogruppo hanno presentato una ben definita road map verso 4 unioni nell'area euro: unione bancaria, economica, politica e di bilancio. Cui si aggiunge la modifica dei Trattati, al fine di attribuire alla Bce il ruolo di prestatore di ultima istanza. È rimasta lettera morta. E quel poco che è stato fatto dalle istituzioni comunitarie, vale a dire il Meccanismo Europeo di Stabilità (alias «scudo anti spread»), e dalla Bce, che a luglio 2012 ha deliberato un programma di acquisto illimitato sul mercato secondario di titoli di Stato con vita residua fino a 3 anni dei paesi sotto attacco speculativo (Omt, Outright monetary transactions), è di fatto bloccato dalla Germania. Il primo perché, per volontà tedesca, non può ricapitalizzare direttamente le banche europee se prima non parte un sistema unico di supervisione bancaria nell'area euro. Il secondo perché a ottobre la Corte costituzionale tedesca dovrà pronunciarsi sulla legittimità del programma in quanto, secondo l'interpretazione prevalente in Germania, i trasferimenti illimitati (quali quelli per cui si è impegnata la Banca Centrale Europea) all'interno
dell'area monetaria dell'euro sono vietati.
Spesso nelle nostre analisi abbiamo messo a confronto la politica economica timida e bloccata dell'Europa con quella pragmatica ed efficiente degli Stati Uniti. Ma c'è qualcuno che negli ultimi mesi ha superato il gigante americano, in termini di politica economica e di politica monetaria: il Giappone. Con effetti positivi tanto sulla propria economia quanto sulle borse di tutto il mondo.
È bastato un nuovo governo, insediatosi il 26 dicembre 2012, e un nuovo presidente della banca centrale (Bank of Japan), nominato il 20 marzo 2013, per fare una vera e propria rivoluzione. In 3 mesi è cambiato tutto: il Giappone, dall'essere un paese in recessione cronica (5 lunghi cicli nell'arco degli ultimi 15 anni) e bloccato da una valuta, lo yen, fin troppo forte, è passato a ridurre il valore della moneta e, udite udite, è uscito, come per magia, dalla recessione. È aumentata la fiducia dei consumatori e sono cresciuti gli investimenti delle imprese. Ripetiamo: tutto in 3 mesi. È bastata la volontà politica.
L'11 gennaio 2013, poco più di 2 settimane dopo l'insediamento, il primo ministro giapponese, Shinzo Abe, ha lanciato un piano da 10.300 miliardi di yen (116 miliardi di dollari), finalizzato a un aumento del Pil di almeno 2 punti percentuali e alla creazione di 600mila posti di lavoro, nonostante un rapporto deficit/Pil del paese oltre il 10% e un rapporto debito/Pil superiore al 220%. I 10.300 miliardi di yen saranno così utilizzati: 3.900 miliardi sono destinati alla ricostruzione dell'area di Tohoku, devastata dal terremoto e dallo tsunami; 3.200 miliardi riguardano misure per la competitività e l'innovazione delle imprese industriali; 3.200 miliardi sono impegnati per la sicurezza sociale, la sanità e l'istruzione.
Obiettivo primario del nuovo premier: risollevare l'economia nazionale. In linea (e oltre) con la politica economica adottata dagli Stati Uniti. L'esatto contrario delle ricette sangue, sudore e lacrime imposte ai paesi dell'Eurozona sotto attacco speculativo dall'Europa a trazione tedesca.
Allo stesso modo, il 3 aprile 2013, a due settimane esatte dalla nomina, il presidente della banca centrale giapponese, Haruhiko Kuroda, ha stravolto la politica monetaria e ha lanciato un piano di stimolo che in 2 anni porterà al raddoppio della base monetaria del Giappone da 138.000 miliardi di yen a 270.000 miliardi di yen (tra 60.000 e 70.000 miliardi di yen in più all'anno); al raddoppio degli acquisti di titoli a lungo termine (fino a 40 anni) del debito sovrano giapponese, nonché all'allungamento della vita media residua di quelli già in circolazione, da meno di 3 anni a circa 7 anni; alla sospensione della regola, introdotta nel 2001, per cui la banca centrale non può detenere in portafoglio un ammontare di titoli di Stato superiore alla quantità totale delle banconote in circolazione. Quest'ultima previsione porterà ad un totale di titoli di Stato in possesso della banca centrale giapponese pari a 290.000 miliardi di yen nel 2014, vale a dire 3 volte la quantità totale di banconote in circolazione nello stesso anno, pari a 90.000 miliardi di yen. Nonostante tutto ciò, l'inflazione in Giappone non supererà il 2%.
Numeri da far girar la testa anche al presidente della Federal Reserve americana, Ben Bernanke. Diverse, invece, le posizioni del presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, che proprio poche ore dopo l'annuncio del piano «shock» da parte del suo collega giapponese, ha confermato lo status quo. Nulla di più.
Dal quadro delineato emergono politiche economiche e monetarie molto differenti. Difficile dire chi abbia ragione e chi torto. Un dato è certo: al di là delle percentuali, senz'altro importanti e da tenere in conto e che gli Stati membri dell'Eurozona si ostinano a rincorrere con la pistola dello spread puntata alla tempia, in Usa e Giappone la ripresa è solida e l'economia reale è più in salute rispetto all'Europa, che, invece, è ridotta allo stremo. Proprio sull'attenzione all'economia reale il presidente della banca centrale giapponese ha basato il suo programma straordinario: se i tassi di interesse sui titoli di Stato calano, le istituzioni finanziarie private riposizionano i loro portafogli con meno bond pubblici e più prestiti alle imprese e più attività di rischio legate all'economia reale. Con relativo cambio drastico nelle aspettative degli operatori di mercato e di tutte le entità economiche, imprese e consumatori compresi.
Ma la lezione giapponese ci insegna anche altro: che in 3 mesi si possono cambiare le sorti di un paese. Cosa che un'Europa miope, masochista, calvinista, ipocrita e balbettante non è riuscita a fare in 3 anni di crisi. Un'Europa piena di contraddizioni interne, con uno Stato egemone, la Germania, che ha deciso che nell'imminenza delle proprie elezioni politiche, che si terranno a settembre 2013, il clima sui mercati non deve essere turbato.
Cosa succederebbe se in questi giorni le solite 20 banche che fanno il bello e cattivo tempo sui mercati decidessero di vendere titoli del debito pubblico italiano, come hanno fatto nella primavera-estate del 2011? In un battibaleno lo spread aumenterebbe di 200 punti e si formerebbe subito un governo di grande coalizione.
Evidentemente la Germania non vuole che questo avvenga, perché non gradisce che l'Italia abbia un esecutivo autonomo, forte, capace di liberarsi del controllo esterno e di orientare, piuttosto che subire, la politica economica europea. Magari cambiandola in senso giapponese. Al contrario, lo spread relativamente basso favorisce lo stallo. Se continuano così le cose, chi farà, in Italia, il Piano Nazionale delle Riforme e il Programma di Stabilità, documenti economici di primaria importanza, che hanno gittata poliennale e che devono essere inviati alla Commissione europea entro il 30 aprile?
Ecco perché serve la volontà politica storica per un governo forte in Italia, che metta insieme il centrodestra e il centrosinistra. Basta un atto di buonsenso, da parte dei due partiti che hanno raccolto più consensi alle ultime elezioni, che porti alla formazione di un governo sostenuto da un'ampia maggioranza, e lo stallo che ci affligge dalla caduta del governo Berlusconi nel novembre 2011 giungerebbe a soluzione. Indipendentemente dallo spread. E dalla Germania. Un primo, fondamentale passo verso il recupero della nostra sovranità nazionale, dentro un Europa finalmente capace di decidere il proprio destino. Volere è potere. Il Giappone ci insegna che in 3 mesi si può cambiare tutto. Noi siamo alla melina di Bersani e all'inutilità dei saggi, facilitatori del nulla.

sabato 6 aprile 2013

GIAPPONE, IL BELLO DI AVERE UNA BANCA CENTRALE: STAMPARE DENARO!

Vedi anche: L'importanza della sovranità monetaria: Giappone, debito 240% e nessun problema!
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HARUHIKO KURODA GOVERNATORE DELLA BANCA CENTRALE DEL GIAPPONE
Haruhiko Kuroda, governatore della Banca Centrale
del Giappone

Operazione “fast and furious”: raddoppiata la base monetaria, addio al tetto dei titoli in cassa, non più legati alle banconote in circolazione - Tokio scommette sull’inflazione per dar vita all’esportazione (quello che faceva una volta l’Italia con la lira)… 

Stefano Carrer per il "Sole 24 Ore" - tratto da Dagospia

La Banca centrale che fu pioniera del QE (quantitative easing) torna a scrivere la storia lanciando il QQE (quantitative and qualitative easing). Nel severo edificio della Nippon Ginko a Nihombashi è andata in scena una rivoluzione: il primo board presieduto dal nuovo governatore Haruhiko Kuroda ha accantonato ogni preoccupazione sul debito e la credibilità a lungo termine per lanciare uno stimolo monetario all'economia equivalente a 1.400 miliardi di dollari, in meno di due anni, nel Paese industriale a più alto indebitamento (rispetto al Pil) del mondo.

Criticata per un decennio per fare le cose "too little, too late", la Bank of Japan (BoJ) ha deciso di agire in modo "fast and furious" (definizione di un autorevole analista) che ha sorpreso e anzi scioccato i mercati. Al "lascia o raddoppia" della lotta alla deflazione, Kuroda ha deciso di raddoppiare su tutta la linea: entro la fine del 2014 sarà di dimensioni doppie sia la base monetaria, sia il balance sheet dell'istituto centrale, principalmente attraverso il raddoppio degli acquisti di titoli pubblici (e della loro durata residua media) e anche di strumenti finanziari privati rischiosi come gli Etf. Tutti i tabù sono caduti.

L'istituto, che non andava oltre lo shopping di bond triennali, ora si comprerà persino i Jgb a quarant'anni. Il sacro benchmark della vecchia politica monetaria, ossia l'overnight call rate, viene dichiarato inutile: il target di riferimento della BoJ sarà, al suo posto, l'intera base monetaria.
Quella stessa rigida istituzione che nel 2001 aveva introdotto la "regola delle banconote" al fine esplicito di tutelare la credibilità propria e quella dello yen dichiara che sfonderà alla grande questa limitazione che si era autoimposta, sia pure temporaneamente: l'ammontare dei titoli di Stato nel portafoglio della banca centrale non sarà più contenuto entro il volume delle banconote di circolazione (considerate liabilities a lungo termine), ma lo supererà di oltre tre volte a fine 2014 arrivando a 290mila miliardi di yen (contro 90mila miliardi di yen in biglietti di banca circolanti).
Al briefing per la stampa estera, il funzionario della BoJ non mostrava neanche imbarazzo nel cercare di spiegare il perché di una decisione unanime presa da un board la cui maggioranza (6 su 9 membri) aveva pure avallato - sotto la precedente gestione dell'ex governatore Masaaki Shirakawa - un approccio opposto improntato alla prudenza.
Se Shirakawa, con evidente malavoglia, aveva accettato su pressioni del governo il target di inflazione del 2% come qualcosa a cui tendere, ieri il comunicato è stato categorico: «La banca raggiungerà» (non più: «tenderà a conseguire») l'obiettivo «nell'arco di circa 2 anni» (altra novità assoluta: l'impegno temporale) e per di più manterrà la politica ultra-espansiva finché il rialzo annuo dei prezzi al consumo sarà del 2% in modo sostenibile (ovvero sostanzialmente permanente).
Il bello è che queste misure straordinarie sono state varate non nel segno dell'emergenza, ma quando il Paese è già uscito dalla recessione, tanto che la stessa BoJ sottolinea che «l'economia giapponese ha smesso di indebolirsi e ha mostrato alcuni segnali di ripresa». È il sistema-Paese che ha deciso di agire di concerto per il successo dell'Abeconomia (l'insieme delle politiche promosse dal nuovo premier Shinzo Abe), di cui la leva monetaria è il primo pilastro (seguito da stimoli fiscali e promesse di riforme incisive).
La reazione dei mercati è stata di benedizione al nuovo corso: la Borsa di Tokyo, che perdeva il 2%, ha chiuso in rialzo del 2,2%, mentre lo yen è tornato a indebolirsi a buon auspicio della competitività internazionale delle imprese nipponiche.
Il messaggio che filtra sulle finalità della BoJ nel promettere uno shopping compulsivo (non solo di titoli di Stato ma anche di Etf e fondi immobiliari) è nel segno dell'ambizione: si ha fiducia che sarà incoraggiato un declino dei tassi a lungo e un abbassamento del premio di rischio sui prezzi degli asset, per far sì che le istituzioni finanziarie private riposizionino i loro portafogli con meno titoli pubblici e più prestiti alle imprese e più attività di rischio legate all'economia reale; il tutto nel quadro di un cambiamento drastico nelle aspettative degli operatori di mercato e di tutte le entità economiche, consumatori compresi.
Rischio di bolle finanziarie o di perdite di credibilità delle istituzioni? La risposta di Kuroda è stata quella di pensare più ai potenziali benefìci del nuovo corso che ai possibili pericoli: anziché rincorrere mugugnando e a piccoli passi affannati la politica espansiva della Federal Reserve, lui ha preferito scavalcarla mettendo subito tutte le carte a sue disposizione sul tavolo dei mercati.


Fonte: http://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/giappone-il-bello-di-avere-una-banca-centrale-stampare-denaro-53643.htm 

venerdì 21 settembre 2012

IL MITO DELL' INSOLVENZA DEL GIAPPONE

DI ELLEN HODGSON BROWN
webofdebt.wordpress.com

Il più grande “debitore” del mondo è adesso il più grande creditore del mondo

L'enorme debito pubblico del Giappone nasconde un enorme beneficio per il popolo giapponese, il che insegna molto sulla crisi debitoria degli USA.

In un articolo pubblicato su Forbes nell'aprile del 2012, intitolato “Se il Giappone È insolvente, Come Mai Sta Soccorrendo Economicamente l'Europa?"”, Eamon Fingleton faceva notare come il Giappone sia il paese, al di fuori dell'Eurozona, che abbia dato di gran lunga il maggior contributo all'ultima operazione di salvataggio finanziario dell'Euro. Si tratta, scrive, dello “stesso governo che è andato in giro facendo finta di essere in bancarotta (o perlomeno, che ha evitato di opporsi sul serio quando ottusi commentatori americani e britannici hanno dipinto le finanze pubbliche giapponesi come un totale disastro).”

Osservando che fu sempre il Giappone, praticamente da solo, a salvare il FMI al culmine del panico globale del 2009, Fingleton domanda: 

“Com'è possibile che una nazione il cui governo si suppone sia il più indebitato tra i paesi avanzati si permetta tanta generosità? (…) L'ipotesi è che la vera finanza pubblica del Giappone sia molto più solida di quanto la stampa occidentale ci abbia fatto credere. Quello che non si può negare è che il Ministero delle Finanze giapponese sia uno dei meno trasparenti del mondo...”

Fingleton riconosce che i passivi del governo giapponese sono ingenti, ma dice che dovremmo guardare anche all'aspetto patrimoniale del bilancio: 

“[I]l Ministero delle Finanze di Tokyo ottiene sempre più prestiti dai cittadini giapponesi, ma non per pazze spese statali in patria, bensì all'estero. Oltre a rimpolpare il piatto per far sopravvivere il FMI, Tokyo è ormai da tempo il prestatore di ultima istanza sia del governo statunitense sia di quello britannico. E intanto prende in prestito denaro con un tasso di appena l'1% in dieci anni, il secondo tasso più basso del mondo dopo quello svizzero.”

Per il governo giapponese è un buon affare: può farsi prestare denaro all'1% in dieci anni, e prestarlo agli USA a un tasso dell'1,6 (il tasso attuale dei titoli USA a dieci anni ), con un discreto margine di guadagno.

Il rapporto debito/PIL del Giappone è quasi del 230% , il peggiore tra i più grandi paesi del mondo. Eppure il Giappone resta il maggior creditore del mondo, con un netto di bilancio con l'estero di 3.190 miliardi di dollari. Nel 2010 il suo PIL pro capite era superiore a quello di Francia, Germania, Regno Unito e Italia. Inoltre, anche se l'economia della Cina è arrivata, a causa della sua popolazione in progressivo aumento (1,3 miliardi contro 128 milioni), a superare quella del Giappone, i 5.414 dollari di PIL pro capite dei cinesi è solo il 12% dei 45.920 dei giapponesi.

Come si spiegano queste anomalie? Un buon 95% del debito pubblico giapponese è detenuto all'interno del paese, dagli stessi cittadini.

Oltre il 20% del debito è in possesso della Japan Post Bank [1], dalla Banca centrale e da altre istituzioni statali. La Japan Post è la più grande detentrice di risparmio interno del mondo, e gli interessi li versa ai suoi clienti giapponesi. Anche se in teoria è stata privatizzata nel 2007, è pesantemente influenzata dalla politica, e il 100% delle sue azioni è in mano pubblica. La Banca centrale giapponese è posseduta dallo stato per il 55%, ed è sotto il suo controllo per il 100%. Del debito rimanente, oltre il 60% è detenuto da banche giapponesi, compagnie assicurative e fondi pensione. Un ulteriore porzione è in mano a singoli risparmiatori. Solo il 5% è detenuto all'estero , per lo più da banche centrali. Come osserva il New York Times in un articolo del settembre 2011:

“Il governo giapponese è pieno di debiti, ma il resto del Giappone ha denaro in abbondanza.”

Il debito pubblico giapponese è il denaro dei cittadini. Si possiedono l'un l'altro e ne raccolgono insieme i frutti.

I Miti del Rapporto Debito/PIL in Giappone

Il rapporto debito pubblico/PIL del Giappone sembra davvero pessimo. Ma, come osserva l'economista Hazel Henderson , si tratta solo di una questione di procedura contabile – una procedura che lei e altri esperti ritengono fuorviante. Il Giappone èleader mondiale in parecchi settori della produzione di alta tecnologia, inclusa quella aerospaziale. Il debito che compare sull'altra colonna del suo bilancio rappresenta il premio riscosso dai cittadini giapponesi per tutta questa produttività. 

Secondo Gary Shilling
 in un suo articolo su Bloomberg del giugno 2012, più della metà della spesa pubblica giapponese va in servizi al debito e previdenza sociale. Il servizio al debito viene erogato sotto forma di interessi ai “risparmiatori” giapponesi. La previdenza e gli interessi sul debito pubblico non vengono inclusi nel PIL, ma in realtà si tratta della rete di sicurezza sociale e dei dividendi collettivi di un'economia altamente produttiva. Sono questi, più dell'industria bellica e dei “prodotti finanziari” che costituiscono una grossa parte del PIL degli USA, i veri frutti dell'attività economica di una nazione. Per quel che riguarda il Giappone, rappresentano il godimento da parte dei cittadini dei grandi risultati della loro base industriale ad alta tecnologia. Shilling scrive: 

“Il deficit statale si suppone serva a stimolare l'economia, eppure la composizione della spesa pubblica giapponese, sotto questo aspetto, non sembra molto utile. Si stima che il servizio al debito e la previdenza – in genere non uno stimolo per l'economia – consumeranno il 53,5% della spesa per il 2012...”

Questo è quello che sostiene la teoria convenzionale, ma in realtà la previdenza e gli interessi versati ai risparmiatori interni stimolano, eccome, l'economia. Lo fanno mettendo denaro in tasca ai cittadini, incrementando così la “domanda”. I consumatori che hanno soldi da spendere riempiono i centri commerciali, incrementando così gli ordini di ulteriori merci, e spingendo in su produzione e occupazione.

I Miti sull'Alleggerimento Quantitativo

Una parte del denaro destinato alla spesa pubblica viene ottenuto direttamente “stampando moneta” per mezzo della banca centrale, procedura nota anche come “alleggerimento quantitativo” [Quantitative easing]. Per più di un decennio la Banca del Giappone ha seguito questa procedura; e tuttavia l'iperinflazione che secondo i falchi del debito si sarebbe dovuta innescare non si è verificata. Al contrario, come osserva Wolf Richter in un articolo del 9 maggio 2012:

“I giapponesi [sono] infatti tra i pochi al mondo a godersi una vera stabilità dei prezzi, con periodi alternati di piccola inflazione o piccola deflazione – l'opposto di un'inflazione al 27% su dieci anni che la Fed si è inventata chiamandola, demenzialmente, 'stabilità dei prezzi'”. 

E cita come prova il seguente grafico diffuso dal Ministero degli Interni giapponese:



Com'è possibile? Dipende tutto da dove va a finire il denaro prodotto con l'alleggerimento quantitativo. In Giappone, il denaro preso in prestito dallo stato torna nelle tasche dei cittadini sotto forma di previdenza sociale o interessi sui loro risparmi. I soldi sui conti bancari dei consumatori stimolano la domanda, stimolando la produzione di beni e servizi, facendo aumentare l'offerta. E quando domanda e offerta aumentano insieme, i prezzi restano stabili.

I Miti sul “Decennio Perduto”

La finanza giapponese si è a lungo ammantata di segretezza, forse perché quando il paese era maggiormente disposto a stampare denaro per sostenere le proprie industrie, si è fatto coinvolgere nella II Guerra Mondiale . Nel suo libro del 2008, In the Jaws of the Dragon, Fingleton suggerisce che il Giappone abbia simulato l'insolvenza del “decennio perduto” degli anni 90 per evitare di incorrere nell'ira dei protezionisti americani a causa delle sue fiorenti esportazioni di automobili e altre merci. Smentendo le pessime cifre ufficiali, durante quel decennio le esportazioni giapponesi aumentarono del 75%, ci fu un incremento delle proprietà all'estero, e l'uso di energia elettrica aumentò del 30%, segnale rivelatore di un settore industriale in espansione. Arrivati al 2006, le esportazioni del Giappone erano diventate il triplo rispetto al 1989.

Il governo giapponese ha sostenuto la finzione di adeguarsi alle norme del sistema bancario internazionale, prendendo “in prestito” il denaro invece di “stamparlo” direttamente. Ma prendere in prestito il denaro emesso da una banca centrale proprietà dello stesso governo è l'equivalente pratico di un governo che il denaro se lo stampi, in particolare quando il debito continua a rimanere nei bilanci ma non viene mai ripagato.

Implicazioni per il “Precipizio Fiscale” [2]

Tutto questo ha delle implicazioni per gli americani preoccupati per un debito pubblico fuori controllo. Adeguatamente guidato e gestito, a quanto pare, il debito non deve far paura. Come il Giappone, e a differenza della Grecia e degli altri paesi dell'Eurozona, gli USA sono gli emittenti sovrani della propria valuta. Se lo volesse, il Congresso potrebbe finanziare il proprio bilancio senza ricorrere a investimenti esteri o banche private. Potrebbe farlo emettendo direttamente moneta o facendosela prestare dalla propria banca centrale, a tutti gli effetti a zero interessi, dato che la Fed versa allo stato i suoi profitti dopo averne sottratto i costi.

Un po' di alleggerimento quantitativo può essere positivo, se il denaro arriva allo stato e ai cittadini piuttosto che nelle riserve bancarie. Lo stesso debito pubblico può essere una cosa positiva. Come testimoniò Marriner Eccles , direttore della Commissione della Federal Reserve, in un'audizione davanti alla Commissione Parlamentare Bancaria e Valutaria [ House Committee on Banking and Currency] nel 1941, il credito dello stato (o il debito) “è ciò in cui consiste il nostro sistema monetario. Se nel nostro sistema monetario non ci fosse il debito, non ci sarebbe nemmeno denaro”.

Adeguatamente gestito, il debito pubblico diventa il denaro che i cittadini possono spendere. Stimola la domanda, finendo per stimolare la produttività. Per mantenere il sistema stabile e sostenibile, il denaro deve avere origine dallo stato e i suoi cittadini, e finire nelle tasche del medesimo stato e dei medesimi cittadini.

Ellen Brown è avvocato a Los Angeles e autrice di 11 libri. In Web of Debt: The Shocking Truth about Our Money System and How We Can Break Free,mostra come un monopolio bancario abbia usurpato il potere di emettere valuta, sottraendolo alla sovranità del popolo, e come il popolo possa riappropriarsene. Altri articoli di Ellen Brown. Il suo sito personale. 

Fonte: http://webofdebt.wordpress.com
Link: http://webofdebt.wordpress.com/2012/09/05/the-myth-that-japan-is-broke-the-worlds-largest-debtor-is-now-the-worlds-largest-creditor/
5.09.2012

Traduzione per www.Comedonchisciotte.org a cura di DOMENICO D'AMICO

note del traduttore

[1] Le poste giapponesi, pur diventando un vero e proprio istituto di credito, a differenza di altre banche commerciali ha come attività principale il risparmio. [Wikipedia]

[2] “Fiscal Cliff: letteralmente “rupe fiscale” ma reso in italiano anche con “precipizio”, il “fiscal cliff” indica il doppio impasse che dovranno affrontare gli Stati Uniti alla fine di quest'anno, quando scadranno gli incentivi fiscali introdotti nell'era Bush e si dovrà trovare un accordo sul tetto al debito Usa per evitare tagli automatici alle spese e aumenti delle tasse. Il fiscal cliff potrebbe esercitare pressioni significative sulla crescita Usa nei primi mesi del prossimo anno. Nel peggiore dei casi si rischierebbe anche una nuova recessione. Di qui la minaccia delle agenzie di rating (ultima ieri Fitch) di abbassare il giudizio sulla solvibilità degli Stati Uniti in caso di mancato accordo al Congresso. [Il Sole 24 Ore – 30 agosto 2012 ]

venerdì 27 luglio 2012

L'importanza della sovranità monetaria: Giappone, debito 240% e nessun problema!


Editoriale a cura dello staff di nocensura.com


Di seguito un breve articolo pubblicato da "Il Sole 24 ore" in data 5 Giugno 2012:


"Alla fine di giugno il tasso sul decennale giapponese (i titoli di stato, ndr) potrebbe scendere allo 0,74% mettendo a segno il maggior calo trimestrale da due anni a questa parte. Questo almeno è l'orientamento medio di 14 investitori istituzionali sentiti da Bloomberg. Ad oggi solo il titolo decennale svizzero ha un rendimento più basso di quello giapponese che dai mercati viene considerato a tutti gli effetti un "bene rifugio". E questo nonostante Tokyo abbia un debito pubblico colossale che ha raggiunto quasi il 240% del Pil a fine 2011. Fitch ha recentemente declassato il debito giapponese a livello A+, non tanto distante dalle disastrate Italia e Spagna. A differenza di questi due paesi Tokyo ha sovranità monetaria, cioè ha facoltà di stampare moneta. La stragrande maggioranza del debito pubblico giapponese poi è detenuta da investitori locali. Insomma una serie di elementi hanno tenuto la bomba del debito giapponese disinnescata. I rendimenti poi continuano a calare. Da inizio anno quelli sul decennale sono scesi del 24,3%, quelli sul quinquennale del 45% e quelli sul biennale del 31 per cento stando a S&P Capital IQ." - fonte

ECCO SVELATO L'ARCANO: LA QUESTIONE CENTRALE E' IL TASSO DI INTERESSE SUI TITOLI DI STATO CHE SIAMO COSTRETTI A PAGARE A CAUSA DELLA MANCANZA DI SOVRANITA' MONETARIA!!!


L'Italia, come sappiamo bene, con l'attuale immotivato spread elevatissimo che si aggira a quota 500 è costretta, per avere liquidità, a pagare OLTRE IL 6% DI INTERESSI: la Spagna persino di più. Il Giappone invece deve corrispondere un tasso di interesse INFERIORE all'1%

Nota per chi non capisce di cosa stiamo parlando: Le nazioni non emettono moneta, ma titoli di stato, che vengono "acquistati" dalle banche, che forniscono liquidità in cambio di un tasso di interesse. Per ottenere 100 miliardi di euro, l'Italia ne deve restituire 107, mentre la Germania 101, il Giappone persino meno. Questo perché l'Italia, privata della sovranità monetaria, deve sottostare alla speculazione delle banche...


Approfondimenti circa il debito giapponese e la situazione economica solida:
  • Il paradosso del debito La domanda è questa: perché Usa e Giappone continuano a indebitarsi tranquillamente a costo zero e le loro monete si rafforzano, mentre l’intera Europa, pur meno indebitata, sta affondando?
  • Giappone: debito a 235% e 241% nel 2012 e 2013. Ma il paese campa Livello record tra le nazioni G8. Il Fmi spinge Tokyo ad alzare l'Iva che al momento è appena al 5%, per creare inflazione. Ma il debito e' quasi tutto in mani giapponesi e il paese stampa la propria moneta.

A proposito: Rivolgiamo una domanda a coloro che non hanno ancora capito che il debito pubblico è una truffaovvero la logica conseguenza di questo sistema monetarioBASATO sul debito (tutta la moneta circolante è emessa a debito... lo spiega a chiare lettere anche Magdi Allam in un recente articolo pubblicato su Il Giornale) e credono che il debito pubblico sia dovuto alle spese pazze dei governi: (che hanno sicuramente fatto spese folli e sprechi di tutti i tipi, ma li hanno "coperti" aumentando esponenzialmente la pressione fiscale fino ai livelli di oggi: il debito pubblico non c'entra niente) Come mai un paese virtuoso come il Giappone ha un debito pubblico così alto? Come mai tutte le nazioni del mondo hanno debito pubblicoSe sei tra coloro che - a causa della disinformazione mediatica - credono che il debito pubblico sia dovuto agli sprechi, informatevi sul funzionamento del sistema monetario... leggi qui oppure cerca: "sistema monetario a debito" - "sovranità monetaria" - "signoraggio bancario"...


Staff nocensura.com