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venerdì 12 settembre 2014

Euroburocrati da strapazzo. Ci tolgono altri soldi

Non è bastato aver messo in croce i nostri imprenditori del settore agroalimentare sottoscrivendo il primo embargo. Avanti spediti col secondo, giusto per dare un bel ceffone alle nostre aziende di alta tecnologia, agli imprenditori del tessile, al comparto dell'auto
 
Ieri mattina ci siamo svegliati con la solita buona notizia, un allarme rosso della Banca centrale europea sulla tenuta dei conti dell'Italia e in generale dell'Europa.
Uno pensa: bene, cioè male, ma speriamo che nel corso della giornata qualcuno faccia cose intelligenti per migliorare la situazione.
Non dico in Parlamento, dove i partiti si stanno scannando per la nomina dei nuovi membri della Corte costituzionale e del Consiglio superiore della magistratura (chi se ne frega). Non dico il governo, che ieri stranamente non ha annunciato nulla di nuovo e che si sta impantanando sull'ultima promessa, i tagli ai ministeri (in primis quello della Sanità). No, dico su in Europa, dove ci sono le uniche leve ancora in grado di incidere sulla dura realtà. Siamo stati accontentati. All'ora di pranzo ecco l'annuncio. Un annuncio suicida: varate le nuove misure dell'embargo alla Russia per via della questione ucraina, bloccata l'esportazione di tecnologia, congelati i conti correnti e gli investimenti in Europa di un'altra ventina di magnati e società russe. La risposta di Mosca è attesa a ore ma già si parla di riduzione delle forniture di gas (con inevitabili aumenti del prezzo), blocco delle importazioni nei campi del tessile, delle auto e cosette simili.
Essendo la decisione europea stata presa all'unanimità, deduco che il governo italiano abbia avallato la decisione. Non è bastato aver messo in croce i nostri imprenditori del settore agroalimentare sottoscrivendo il primo embargo. Avanti spediti col secondo, giusto per dare un bel ceffone alle nostre aziende di alta tecnologia, agli imprenditori del tessile, al comparto dell'auto (e nelle prossime ore capiremo a chi altri in base all'umore di Putin) che davano giusto segnali di ripresa dalla crisi. Io non capisco. Passi che ci hanno messo nella cacca fino al collo, ma accendere pure il ventilatore per alzare l'onda è cosa da pazzi irresponsabili. E tutto per permettere al governo fantoccio di Kiev voluto da Obama di continuare ad affamare il suo popolo e costringere le sue bellissime donne, per campare, a prostituirsi oltre confine. Sull'argomento colpisce il silenzio di Renzi, uno a cui la parlantina certo non manca. Danneggiare il proprio Paese per incapacità o errore capita, ma farlo per conto terzi obbedendo a ordini masochisti deve essere davvero cosa di cui vergognarsi.


venerdì 17 gennaio 2014

Boicottate la festa ai carcerieri dei marò

Suonare per i secondini dei marò dedicando il concerto dell'orchestra sinfonica di Milano "all'India in occasione della Festa Nazionale" fa venire il voltastomaco



I marò sono ingiustamente trattenuti in India da quasi due anni ed in Italia, invece che far quadrato, almeno simbolicamente attorno ai fucilieri di Marina, ci mettiamo a strimpellare per gli indiani.
La musica è cultura, libera da condizionamenti, ma suonare per i secondini dei marò dedicando il concerto dell'orchestra sinfonica di Milano, Giuseppe Verdi, «all'India in occasione della Festa Nazionale», fa venire il voltastomaco. Per non parlare dell'invito all'auditorium di Milano del 26 gennaio, sovrastato dalla bandiera indiana, annunciato dal console di un Paese che trattiene i marò da troppo tempo. Verdi, compositore del Va' pensiero, si rivolta nella tomba, ma gli orchestrali devono pure sbarcare il lunario in tempi di vacche magre. Una buona idea sarebbe suonare oltre a Mahler l'inno del reggimento San Marco, che è lo stesso della Marina militare. Giusto per ricordare agli indiani un minimo di dignità nazionale. Oppure, per chi ci crede, appuntarsi al bavero il fiocco giallo di solidarietà dei marò, che campeggia sulla testata de il Giornale. L'esempio potrebbe darlo il presidente della Fondazione che sostiene l'orchestra Verdi, l'ex europarlamentare Pci, Giovani Cervetti famoso per «L'oro di Mosca». Ai tempi del crollo del muro di Berlino fu anche ministro ombra della Difesa dei comunisti. Sarebbe bello un fiocco giallo pure per gli ospiti che proprio vogliono andare al ricevimento, a Milano o Roma, per la 65ima festa della Repubblica indiana. Altrimenti faremo la figura della solita Italietta.

lunedì 23 settembre 2013

Dall'austerità alla decrescita Ecco i miti tristi della sinistra La crisi petrolifera del 1973 fornì a Enrico Berlinguer un cavallo di Troia per criticare l'Occidente. Poi su queste idee si è innestato il terzomondismo

Quarant'anni fa l'Italia si svegliò dal sogno del benessere e dal sonno del consumismo e piombò nella depressione cupa della crisi economica. Era il 1973, e l'Italia, con l'Occidente intero, entrò nell'autunno dell'Austerity. Fu chiamata così in lingua internazionale, preludio alla globalizzazione, la risposta etica ed economica alla crisi che ci fece perdere l'euforia sprecona degli anni Sessanta.







Risuonarono parole cancellate dall'opulenza del boom economico e dalla liberazione sessantottina: sacrificio, risparmi, austerità. L'origine dell'austerity fu la crisi del Medio Oriente e l'impennata del petrolio. Fu l'ultima crisi economica legata a un bene reale come l'oro nero: poi, le crisi diventarono soprattutto finanziarie. Fu in quel tempo che la riserva aurea smise di essere il parametro per le finanze di un Paese. Finì l'età dell'oro. Gli effetti sociali dell'austerity furono traumatici ma non tutti malefici. Entrammo nell'epoca del risparmio energetico, la benzina triplicò i prezzi nel giro di pochi mesi, i limiti di velocità frenarono la corsa, calò l'oscurità per le strade di notte per non sprecare l'elettricità, ci fu un limite di tempo e di temperatura anche per i termosifoni. L'oscurantismo colpì soprattutto l'aspetto ludico: i locali pubblici chiudevano prima, concerti e veglioni non potevano inoltrarsi nella notte, le sale del cinema anticiparono gli ultimi spettacoli, persino la tv chiudeva prima delle ventitrè... E poi le domeniche a piedi o in bicicletta, la prima vera crisi dell'auto e dei consumi, i primi elogi della lentezza e del km0... 
Fu curioso e paradossale l'effetto che produsse da noi la crisi petrolifera: anziché attivare l'investimento sulle fonti energetiche alternative al petrolio, a cominciare dal nucleare, produsse una forte sensibilità ecologista che di fatto paralizzò la ricerca e le centrali. Poi arrivò la mazzata di Cernobyl a dare l'estrema unzione al piano energetico del nostro Paese. Restammo come don Chisciotte, con i mulini a vento, fuori dalla realtà. E dipendenti dall'estero.
Il terreno dell'austerity era stato culturalmente preparato da alcuni sensori. Da noi per esempio ci furono le denunce di un gruppo di scienziati, il club di Roma guidato da Aurelio Peccei, che l'anno prima alla crisi energetica pubblicò I limiti dello sviluppo, un libro che riprendeva, forse senza saperlo, certo senza citarlo, un discorso di quarant'anni prima del Duce contro l'utopia dello sviluppo e dei consumi illimitati. Risale a quegli anni anche il libro apocalittico di successo del futurologo Roberto Vacca, Medioevo prossimo venturo. Il mito dell'austerity precorse l'odierna «decrescita felice» o «l'abbondanza frugale». 
La cultura hippie, i figli dei fiori e le comunità alternative prima del '68 furono le avanguardie di questo movimento antimoderno. Sul versante tradizionalista riprendeva fiato la cultura antimoderna di Julius Evola, Renè Guénon, Marcel de Corte e molti autori pubblicati dalla Rusconi diretta da Alfredo Cattabiani.
Tramontava sull'onda nera del petrolio, il modello consumista ma anche il modello industrialista dei regimi d'ispirazione marxista e leninista. La convinzione cioè che il comunismo fosse «socialismo più elettrificazione», il culto della dinamo che diventò il logo per molte squadre di calcio dell'est comunista, l'ideologia del progresso, legata allo sviluppo dell'industria. Cominciò a serpeggiare l'idea di essere entrati in una società postindustriale, mentre si faceva strada il terzomondismo in difesa dei Dannati della terra, come li aveva chiamati Frantz Fanon in un celebre libro sponsorizzato da Sartre.
Sull'austerità si gettò a capofitto il Pci che la vide come «l'occasione per trasformare l'Italia» come recitava un libro firmato da Enrico Berlinguer per gli Editori Riuniti. Con la lentezza di un pachiderma il vecchio Partito Comunista arrivò in ritardo all'austerità che culminò nel '77 in alcuni incontri, uno con gli intellettuali al teatro Eliseo di Roma, un altro con gli operai al teatro Lirico di Milano incentrati sulla svolta austeritaria. Introdotto da Giorgio Napolitano, Berlinguer disse agli intellettuali raccolti intorno al Partito-Principe: «austerità significa rigore, efficienza, serietà, e significa giustizia». Ma vuol dire soprattutto superamento del modello capitalista, in una linea che ancora risentiva dell'influenza cristiano-comunista di Franco Rodano. Berlinguer ibridava questo ritorno all'austerità, che assumeva a volte i tratti dell'autarchia mussoliniana degli anni trenta, con un riferimento terzomondista che strizzava l'occhio al Vietnam e più cautamente alla Cina di Mao. Ma restava saldamente ancorato all'Urss con queste parole inequivocabili dette agli operai a Milano e poi raccolte in quel libro: «noi rispondiamo di no a chi vuol portarci alla rottura con altri partiti comunisti; a chi vuol portarci a negare quello che è stato la Rivoluzione d'ottobre e gli altri rivolgimenti che hanno avuto luogo nell'Oriente europeo ed asiatico, il ruolo che esercitano l'Unione Sovietica e gli altri paesi socialisti negli equilibri internazionali e nella lotta per la pace mondiale; a chi vuol portarci a negare il carattere socialista dei rapporti di produzione che esistono in quei paesi». Poi si prodigava in un'apologia del «centralismo democratico» in cui, sì, tutti hanno diritto alla loro opinione ma «la posizione che risulta maggioritaria diventa la posizione di tutto il partito e tutti, quindi sono tenuti a rispettarla». Questo era al tempo Berlinguer, leninista, brezneviano e filosovietico. Contrariamente all'immagine che si vuol accreditare oggi, nella politica d'austerità di Berlinguer non c'era tanto il rigore o la questione morale ma la speranza nel collasso del capitalismo, «il declino irrimediabile della funzione dirigente della borghesia», l'egemonia del movimento operaio unita all'egemonia culturale, esplicitata nell'incontro dell'Eliseo quando il segretario del Pci sottolineò che le forze intellettuali «hanno oggi in italia un peso sociale quale non avevano mai avuto e... hanno in larghissima misura un orientamento politico democratico di sinistra». L'austerità era per il Pci di Berlinguer il cavallo di troia del comunismo in Occidente. Arrivò poi la reaganomics, l'edonismo yuppie degli anni ottanta, il collasso sovietico, a liquidare con l'austerità anche il modello comunista. Fu così che l'austerità anziché indicare un'antica virtù e uno stile sobrio di vita, evocò l'arcigno grigiore del comunismo al tramonto. Di cui Berlinguer fu l'icona triste in Italia, nonostante le postume beatificazioni, gli enfatizzati strappi e le benigne immagini ridenti.

domenica 2 dicembre 2012

Goldman Sachs ha completato la conquista economica dell’Europa





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...ed ora ci manca solo Prodi al Quirinale

Con l’annuncio a sorpresa della nomina del canadese Mark Carney a Governatore della Bank of England, Goldman Sachs completa il proprio dominio, virtualmente su tutte le principali economie europee.

ttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttt ttttt ttttttttttttttttt ttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttt ttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttt ttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttt ttttttttttttttttt ttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttt ttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttLa nomina di Carney è stata una sorpresa solo per coloro che si aspettavano che l’incarico fosse affidato a Paul Tucker, attuale Governatore deputato della Bank of England; ma non per noi, dato chegià ad aprile scorso avevamo previsto che Carney sarebbe stato scelto per tale incarico.

Carney ha un curriculum di 13 anni passati in Goldmam Sachs e puòvantare di aver preso parte alla crisi finanziaria russa del 1998, esasperata dalla Goldman Sachs che metteva in guardia la Russia mentre, contemporaneamente, giocava contro la capacità del Paese di ripagare il proprio debito.

La nomina di Carney giunge dopo 6 mesi dalla sua partecipazione alla riunione Bilderberg del 2012 a Chantilly – Virginia, USA – annuale ritiro riservato ad congrega di un centinaio dei più potenti ricconi al mondo che d’abitudine mostrano in tale occasione il loro potere regale.

Il Guardian riferisce che Carney è «decisamente sconosciuto fuori dai ristretti circoli dei banchieri centrali e dei regolatori finanziari, ed è per questo motivo che la sua nomina ha colto molti di sorpresa – Malcolm Barr della JP Morgan incluso – che consideravano Paul Tucker il sicuro vincitore».

Il fatto che Carney sia canadese è stata certo una sorpresa per molti, ma rimane comunque persona sottoposta alla Regina d’Inghilterra, che ne ha confermato l’incarico, dopo esserle stato raccomandato dal Primo Ministro David Cameron.

La presenza di Carney alla riunione Bilderberg di quest’anno lo ha senza dubbio aiutato ha raccogliere i favori dell’élite globalizzatrice e ad assicurargli la nomina a Governatore della BoE, così come ha già aiutato altri luminari a salire ad alti incarichi. È il caso di Herman Van Rompuy,scelto come Presidente dell’Unione Europea esattamente alcuni giorni dopo aver partecipato alla cena Bilderberg.

L’ascesa di Carney a capo della BoE è anche l’ultimo tassello del grande puzzle della scalata Goldman Sachs per il controllo virtuale di tutte le grandi economie del continente europeo.

Lo scorso anno, l’ex commissario europeo Mario Monti è stato scelto per rimpiazzare Silvio Berlusconi, il Primo Ministro italiano democraticamente eletto. Monti è consulente internazionale della Goldman Sachs, Presidente Europeo della Commissione Trilaterale – creatura di David Rockefeller – e membro emerito del Bilderberg Group.

Alessandro Sallusti , direttore del quotidiano italiano Il Giornale, commentava così: «Questa è proprio la banda di criminali che ci ha portato al disastro finanziario». [noi italiani sappiamo che fine gli stanno facendo fare per questo genere di dichiarazioni, ndt]

Analogamente, quando il Primo Ministro greco George Papandreou ha osato suggerire che il popolo greco potesse esprimere il proprio parere tramite referendum, si è ritrovato sostituito in pochi giorni da Lucas Papademos, ex vice-Presidente BCE, visiting Professor ad Harvard, ed ex-economista senior alla Boston Federal Reserve.

Papademos dirigeva la Banca Centrale greca proprio mentre supervisionava all’affare sui derivati concluso dal governo greco con la Goldman Sachs, affare che ha permesso alla Grecia di nascondere la vera dimensione del proprio colossale debito, conducendo quindi all’attuale crisi europea del debito.

Papademos e Monti sono stati piazzati con lo status di capi non elettiproprio perché, in questo modo – come ha fatto notare Stephen Faris sul Time Magazine – non sono direttamente responsabili verso il popolo. Una volta di più ecco quali sono le fondamenta dittatoriali ed anti-democratiche dell’Unione Europea. (Poco dopo, anche Mario Draghi – ex vice Presidente Goldman Sachs International – veniva nominato Presidente della Banca Centrale Europea).

All’inizio del crollo finanziario 2008, il Segretario del tesoro USA era un tale Hank Paulson – ex CEO della Goldman Sachs. Quando Paulson fu rimpiazzato da Tim Geithner, venne nominato consigliere capo Mark Patterson, lobbista per Goldman Sachs. L’attuale CEO Goldman Sachs Lloyd Blankfein ha visitato la Casa Bianca almeno 10 volte. La Goldman Sachs è stata il maggior finanziatore della campagna elettorale di Obama nel 2008.

Zero Hedge – che ha anch’esso aveva ben previsto la nomina di Carney alla BoE – fa osservare che: «È necessario comprendere una cosa soltanto: è Goldman Sachs che guida i giochi. Tutto il resto è secondario».

Come mostrato nell’immagine, le economie di Francia, Irlanda, Germania e Belgio sono anch’esse controllate da persone che hanno un legame diretto con la Goldman Sachs.



Il gigante bancario internazionale, noto per la sua corruzione e l’insider trading, esercita (ora più che mai) una massiccia influenza praticamente su tutte le principali economie occidentali del pianeta.

Traduzione per EFFEDIEFFE.com a cura di Massimo Frulla, revisione di Lorenzo de Vita

giovedì 22 novembre 2012

Ma lo sapete che Bassolino ha ancora la scorta?



Bassolino, il plurinquisito ex sindaco di Napoli, appena censurato dalla Corte dei Conti per un danno erariale di 43 milioni. Lo stesso Bassolino che ha sprecato 13 miliardi di euro. Bene proprio lui, ha ancora la scorta (senza alcun motivo), come riporta Il Giornale
Un anno e mezzo dopo essere uscito dalla grande scena politica e ad avere mollato la poltrona di presidente della Campania, Antonio Bassolino gode ancora di certi privilegi. Ad esempio della scorta: l`ex ministro Pds del Lavoro ha due poliziotti, tutti per lui, e un`Alfa« civetta»della Polizia di Stato che lo preleva dalla sua bellissima casa di Posillipo e lo riaccompagna quando la sua giornata è terminata. Un autista e un poliziotto dell`Ufficio scorte lo scorrazzano ovunque. E quando esce fuori città,il prezioso passeggero viene preso in carico da un`altra scorta. Cosi aveva deciso a suo tempo il Comitato per l`ordine e la sicurezza. Ma oggi ha ancora un senso, vista la carenza di uomini e mezzi che lamentano le forze dell`ordine, mantenere attiva la scorta per un ex personaggio pubblico, finito nel dimenticatoio, che cinque milioni di campani – e soprattutto che un milione di napoletani – ha cacciato via dal Palazzo?
http://www.ilfazioso.com

mercoledì 21 novembre 2012

Quel Croce dimezzato che celebrano oggi

Ricorderanno oggi a Napoli, il presidente Napolitano e gli altri relatori ufficiali, a sessant'anni giusti dalla sua morte, che Benedetto Croce era un conservatore prima che un liberale e un liberale prima che un democratico?
di Marcello Veneziani

Ricorderanno oggi a Napoli, il presidente Napolitano e gli altri relatori ufficiali, a sessant'anni giusti dalla sua morte, che Benedetto Croce era un conservatore prima che un liberale e un liberale prima che un democratico? Ricorderanno che diffidava del parlamentarismo, presiedette nel '14 il Fascio d'Ordine e il suo liberalismo esigeva uno Stato forte, autorevole e in casi estremi autoritario? Ricorderanno che Croce era nemico dei regimi totalitari a partire dal comunismo e non fu solo antifascista?
Anzi ricorderanno che prima di diventare il padre nobile dell'antifascismo, don Benedetto sostenne inizialmente il fascismo, lo votò in Parlamento anche subito dopo il delitto Matteotti, ritenne che ci volessero le sue maniere forti per affrontare la crisi e la minaccia bolscevica? Ricorderanno che fu Croce a suggerire a Mussolini di chiamare Gentile a proseguire la sua riforma della scuola? Diranno che Croce non era un liberal ma un fautore dello Stato etico hegeliano, tradotto dalla Destra storica e da Silvio Spaventa?
Ricorderanno che Croce veicolò in Italia autori come Georges Sorel, teorico della violenza e principale ispiratore di Mussolini e del sindacalismo rivoluzionario e fece pubblicare da Laterza autori scomodi come Julius Evola? No, non lo ricorderanno. Diranno di Croce liberale, antifascista ed europeista, grande filosofo e grand'uomo di lettere, anche in senso epistolare, e padre costituente. Che è vero. Ma la verità dimezzata non si addice al filosofo. E in quanto dimezzata ha le gambe corte, come la bugia.

lunedì 19 novembre 2012

Quei rivoluzionari di sinistra che vivono nel lusso con i soldi di papà


Per la serie “sinistrati radical chic” il caso di Christopher Chiesa, tra gli arrestati dopo gli scontri tra studenti e forze dell’ordine
Vent’anni, matricola di Scienze politiche alla Sapienza dopo due bocciature al liceo, una frase di Ulrike Meinhof orgogliosamente sbandierata sul profilo Facebook («se dai fuoco a una macchina è reato, se ne bruci migliaia è un’azione politica»)
ecco cosa ne pensa il padre, imprenditore, chef stellato titolare di un noto ristorante a Cuneo, intervistato da Il Giornale
Dovevano tenerlo dentro più a lungo, senza una punizione gli togliamo persino il senso di colpa. Lui è tutto tronfio per questa pseudovittoria giudiziaria. Io lavoro, non lancio sampietrini ai poliziotti. E non possiamo fare di questi ragazzi degli eroi. Col garantismo familiare non li aiutiamo a crescere
Mio figlio studia Scienze politiche alla Sapienza, mi contesta, fa il comunista ma poi a Roma ha casa, a mie spese, a Monte Mario, mica a Cento celle. Vive nel lusso e fa il no-global con le spese legali saldate dai centri sociali. Lui è iscritto a un centro sociale. E poi lui quando faceva il rappresentante di classe era l’ultimo della sua classe. Devi dare l’esempio, studia, gli dicevo io… macché. Adesso gestisco alberghi e ristoranti, di lavoro ne avrebbe se volesse. Ma lui vive molto meglio di tanti poliziotti che sono stati aggrediti negli scontri…
ed ecco come risponde il genio rivoluzionario al Corriere
La violenza, ripeto, è condannabile, ma quando la gente ha fame, alla fine, siamo tutti esseri umani. Scrittore preferito? «Non leggo romanzi». Saggi, allora? «Boh, al momento non me ne viene uno in mente» Fare il poliziotto è una scelta. Non dettata dalla crisi. Non è che non ci sia altro rifugio che la polizia. Io faccio l’università e lavoro come giardiniere…

giovedì 18 ottobre 2012

Assurdo: oltre al vitalizio paghiamo i viaggi anche agli ex deputati



Siamo all'assurdo totale. Nei giorni scorsi "Il Giornale" ha fatto luce sulle spese che i cittadini continuano a sostenere per gli ex deputati: molti dei quali percepiscono un cospicuo vitalizio. Abbiamo speso 800.000 euro per i viaggi degli ex deputati: hanno diritto a rimborsi per le loro attività politiche, un rimborso che per coloro che hanno fatto più legislature arriva a 1.000 euro.


Entrare in Parlamento anche solo
per pochi mesi in Italia è come
vincere al "Win for Life" con la
differenza che tale concorso è
limitato nel tempo....
Coloro che invece hanno ricoperto le più alte carichehanno diritto addirittura ad un "ufficio stampa" di due persone ed in alcuni casi alla scorta: privilegi che sono stati parzialmente aboliti recentemente (a partire dal... 2023) facendo infuriare l'ex Presidente della Camera, Irene Pivetti: che da anni è uscita dal mondo della politica  e si è data alla TV, continuando a beneficiare dei privilegi acquisiti. 

La lista dei privilegi di cui godono i deputati è sconfinata, una parte di questi vengono mantenuti praticamente a vita.

staff nocensura.com

Di seguito l'articolo di Paolo Bracalini per "Il Giornale":
- - - - - Ogni ex deputato che torna a Roma per attività politiche è rimborsato dalla Camera: uno spreco da 800mila euro. E chi ha più legislature alle spalle può arrivare fino a mille euro

«Con quel poco che ci danno come vitalizio, per gente che ha 80 anni e magari è malata, ha difficoltà a muoversi, e deve andare avanti con 4mila euro di pensione. Molti di noi non riescono a campare, e a Roma non ci vengono neppure più» dice con amarezza Gerardo Bianco, ex ministro e presidente dell'«Associazione ex parlamentari», con 1600 associati su 2700 ex deputati e senatori complessivi, vivi e vegeti malgrado le ristrettezze. «Chi come me ha fatto più di 4 legislature arriva a 5.500 euro, ma altri prendono anche meno, la maggioranza è sui 4mila. Ci sono situazioni difficili, oggi mi ha scritto un ex deputato ligure, con tre by-pass, che se la prende con me perché dal 2005 i nostri vitalizi non vengono più adeguati. Per chi ha dedicato la vita alla politica è umiliante. Capisco che rispetto a una pensione di operaio sono tanti soldi, ma altri funzionari dello Stato hanno pensioni molto più alte».

Ristrettezze che poi li tengono lontani dalla vecchia Camera, anche se il viaggio - biglietto aereo o treno - è pagato dalla Camera dei deputati. Il totale spunta nel bilancio consuntivo appena approvato. Ottocentomila euro in un anno per «Rimborsi di viaggio ai deputati cessati dal mandato». Il rimborso spetta agli ex deputati e non agli ex senatori, a cui è stato tagliato nel 2010, insieme a una bella sforbiciata anche sui viaggi degli ex inquilini della Camera (1.650.000 euro, all'anno, in meno rispetto a prima). Si è introdotto poi un sistema che porterà con gli anni all'esaurimento della scorta.
Ma quali viaggi rimborsano? Non le gite al mare o i week end in agriturismo, ma solo i viaggi dalla città di residenza a Roma, motivati per attività politiche legate al vecchio mandato. Per gli ex deputati con più legislature siamo sui mille euro l'anno di rimborsi, ma è impossibile definire una cifra precisa di rimborso spettante agli ex (categoria di cui fanno parte molte meteore, da Cicciolina a Sergio D'Elia al no global Caruso, anche loro tra i possibili beneficiari di viaggi rimborsati). Dipende da due fattori: l'età dell'ex deputato (il contributo cala con l'aumentare degli anni) e la durata del mandato (più soldi per più legislature). «È un meccanismo complicato» conferma l'onorevole questore della Camera, Gabriele Albonetti. Non è chiarissimo che tipo di documentazione debba produrre l'ex deputato (e nemmeno se lo debba fare) per dimostrare che il suo è un viaggio istituzionale a Roma. Comunque sia, stando a quanto dice Bianco, nove legislature da deputato alle spalle, l'assegno mensile della maggioranza degli ex non basta per sostenere trasferte a Roma, poiché l'albergo e il vitto non sono rimborsati, diversamente dai viaggi.
Eppure la spesa della Camera per i vitalizi degli ex tocca una cifra ragguardevole: 96.605.000 euro di «vitalizi diretti» e 24.500.000 di «vitalizi di reversibilità» goduti da vedove e figli. Dentro ci sono anche ex parlamentari per un giorno, come il radicale Luca Boneschi, eletto il 12 maggio 1982, dimessosi il 13 maggio 1982, un giorno dopo. Per quelle 24 ore di duro lavoro Boneschi prende 3.108 euro lordi al mese di pensione. Ma ci sono altri pensionati senza sforzo. Paolo Prodi, fratello di Romano, è stato in Parlamento 126 giorni, per una pensione di 3.108 euro. Stesso vitalizio per Eugenio Scalfari e anche per Toni Negri, che invece lo ha fatto per 64 giorni complessivi. Loro però non fanno parte dell'«Associazione ex parlamentari». «In altri Paesi le associazioni di ex deputati vengono trattate coi guanti bianchi, in Italia invece no. Tra di noi ci sono ex ministri, ex sottosegretari, relatori di finanziarie, gente di grande spessore e competenza, come Visco, Cacciari, Zanone, Filippo Maria Pandolfi». Si sono anche offerti di fare da consulenti, gratis, per il governo, ma Monti non sembra molto interessato. «Ci ha risposto cortesemente - racconta Bianco - che avrebbe tenuto in considerazione la cosa».
Poi più niente. Non vale più la pena di venire a Roma. Nonostante le molte iniziative dell'associazione: convegni sui moti risorgimentali, sul debito pubblico italiano, sui costi della democrazia... E sul nuovo regime sui vitalizi, quello contributivo, introdotto nel 2011. Che ha destato enormi preoccupazioni tra gli ex parlamentari che, confortati dal parere di studi legali, hanno preparato ricorsi per difendere il «diritto acquisito». Se viaggeranno alla volta di Roma, sarà per dibattere in udienza.

fonte: http://www.ilgiornale.it/news/interni/paghiamo-ancora-800mila-euro-i-viaggi-degli-ex-deputati-843613.html

mercoledì 3 ottobre 2012

Sallusti torna al Giornale



Sallusti torna al Giornale

Alessandro Sallusti tornerà alla direzione del quotidiano di via Negri. Una settimana fa la sentenza della Cassazione

sabato 22 settembre 2012

Vogliono arrestare Sallusti: democrazia negata per legge

Stanno per arrestare il direttore de ilGiornale: Alessandro Sallusti rischia 14 mesi in cella per un articolo neppure firmato. La corte d'Appello di Milano lo ha condannato in tempi record per diffamazione aggravata e non solo per omesso controllo. Nel testo non appariva nemmeno il nome del magistrato che si è sentito offeso. Il 26 la Cassazione decide se dovrà andare in carcere. La colpa? Non è dei giudici, ma dei politici che non hanno mai cambiato una legge antidemocratica

Un giornalista in carcere per motivi professionali è la negazione della democrazia. Infatti l'Italia non è un Paese democratico né liberale: l'unico in Occidente a non esserlo.
Alessandro Sallusti
Noi siamo uguali alla Corea del Nord, simili alla fallita Unione Sovietica. Tutto dalla vita mi sarei aspettato, tranne che di scrivere questo articolo. Mi tremano le mani sulla tastiera della Olivetti.
Vi racconto ciò che sta per accadere: il nostro direttore responsabile, Alessandro Sallusti, è sul punto di essere arrestato. Ha ucciso un persona, premeditando il delitto? Ha rapinato una banca? Ha violentato una bambina? Ha scritto un articolo contro Gesù o contro Maometto? Nossignori. Nel 2007, in quanto gerente di Libero, aveva la responsabilità oggettiva di quanto quel quotidiano pubblicava. Poiché un dì vennero stampati sul medesimo foglio un pezzo e un commento su una vicenda giudiziaria, nei quali era citato un giudice tutelare, Giuseppe Cocilovo, questi, ritenendosi diffamato, sporse querela.
Il commento in questione non era stato vergato da Sallusti, ma da un altro autore che lo aveva firmato con uno pseudonimo. Non importa. La legge considera responsabile di ogni riga storta (uscita sul giornale) il direttore. Il quale pertanto è stato processato a sua insaputa. Perché a sua insaputa? L'avvocato dell'azienda editoriale si era distratto e non aveva tutelato l'imputato. Che, in primo grado, fu condannato a una pena pecuniaria: 5mila euro. Routine. Si paga, di solito, e buona notte. Incidenti di percorso.La sentenza però fu appellata dalla parte lesa. Trascorre un po' di tempo, e si celebra il processo di secondo grado, ancora senza l'avvocato di fiducia, assente ingiustificato: ha disertato l'aula per smemoratezza o altro, non si sa; lui non è più rintracciabile. Automaticamente, gli subentra un legale d'ufficio che forse non si prende molto a cuore la storia, cosicché il verdetto è micidiale. La pena pecuniaria di 5mila euro, e sottolineo 5mila euro, viene trasformata in pena detentiva: un anno e due mesi di prigione. Uno pensa: vabbè, c'è la condizionale. Col cavolo. Niente condizionale, perché i direttori di giornale - tutti - sono pieni di cause, ne perdono molte, quindi accumulano precedenti su precedenti, e addio sospensione della pena.
Mercoledì sera, a Sallusti - che cade dalle nuvole - comunicano che il 26 settembre, cioè mercoledì venturo, la Cassazione esaminerà il caso; non entrerà nel merito, ma controllerà la regolarità formale del giudizio di secondo grado. Se non avrà nulla da eccepire, la sentenza sarà immediatamente esecutiva. E il nostro direttore verrà arrestato e chiuso in una cella come un delinquente e dovrà scontare il castigo. Inammissibile, assurdo.
Segnalo ai lettori che l'Italia è l'unico Paese europeo - che dico? occidentale - in cui i reati a mezzo stampa sono valutati dalla giustizia penale anziché da quella civile. Solo le dittature più efferate usano sistemi di questo tipo: un modo violento allo scopo di reprimere ogni tentativo di criticare il regime. Nelle democrazie appena appena decenti, la persona offesa da un giornale si rivolge al tribunale civile e chiede un congruo risarcimento, poi, eventualmente, accordato dal giudice. D'altronde - esemplifico - se qualcuno mi dà gratuitamente del cretino, o mi attribuisce un'azione cattiva che non ho commesso, non ho interesse che chi mi ha insultato o diffamato vada in galera; mi preme piuttosto che egli paghi in soldoni il suo errore.
In effetti, ripeto, succede così in tutto il mondo civile, o quasi, tranne che nella nostra piangente penisola. Ma non per colpa dei magistrati, che si limitano ad applicare la legge. A volte la applicano con mano lieve, altre con mano pesante. Ma non si inventano nulla. Applicano il codice e basta. La legge fornisce loro dei mezzi e delle armi, che vanno dal temperino al mitra. In alcune circostanze adoperano il primo, in altre il secondo. Ma non si tratta di abusi. Essi rimangono nell'ambito del consentito. Non è con loro che noi (io) polemizziamo. Ma con i dementi che, dopo 60 e passa anni di finta democrazia, mantengono in vita, per accidia e menefreghismo, alcune pagine del codice fascista.
Sì, fascista. Non vanno linciati i giudici «esagerati», che agiscono comunque in base alle regole, ma chi quelle regole non ha mai avuto il coraggio, e la sensibilità civile, di modificare, adeguandole ai canoni della democrazia liberale. Tra costoro metto anche Silvio Berlusconi che, incoscientemente, non ha provveduto quando avrebbe potuto farlo, imponendosi sui fetenti da cui era circondato, a revisionare il succitato codice. Giuro: a me aveva promesso che avrebbe depenalizzato i reati di opinione. Invece non è riuscito a combinare niente perché la lobby degli avvocati, potente e massiccia in Parlamento, si è opposta. Già: cause che pendono, cause che rendono.
Risultato. I giornalisti vanno in galera perché i rischi del mestiere sono questi in Italia: non di pagare con i risarcimenti, come sarebbe giusto, ma di pagare con la detenzione. Vergognatevi tutti, politici dei miei stivali. Si vergognino Berlusconi, Prodi, D'Alema, Amato, Ciampi, Fanfani (anche se è morto), Andreotti, Emilio Colombo, Craxi (anche se è morto), De Mita. Tutti i governi, di destra, di centro e di sinistra. Non solo hanno mandato in malora il Paese: hanno anche ucciso la libertà di stampa nella culla. Io me ne frego. Mi ribello a questa gente che ha pensato solo ai fatti propri, e ha abbandonato i giornalisti, lasciandoli alla mercé di una legge iniqua, fascista e tirannica, pur pretendendo che continuino a fare il loro mestiere.
Ma quale mestiere? Come si fa a lavorare serenamente se uno di noi, Alessandro Sallusti, per un articolo che neppure ha scritto, è in procinto di finire dietro le sbarre per un anno e due mesi? Qui non c'entrano le posizioni politiche di ciascuno di noi. Possiamo essere nel giusto o no, possiamo essere simpatici o antipatici, ben retribuiti o ridotti alla fame: non è questo che conta. Conta piuttosto che si distingua fra criminali e gente che nella propria attività, pur sbagliando, non merita il carcere.Cari politici del menga, svegliatevi. Date un segnale che non siete lì a difendere l'indifendibile, e se non potete salvare l'Italia dalla crisi, salvatela almeno da certi obbrobri. Cambiare una legge odiosa non costa niente: due righe da depennare comportano sì e no l'investimento di 20 euro. Non c'è più un centesimo perché avete già raschiato il fondo della cassa? Ve li do io. Attenzione: se Sallusti sarà associato alle carceri, non la passerete liscia. Oltre a non fare bella figura, rischierete gli sputi di tutti noi.
P.S.: caro Alessandro, siamo solidali con te, e come te ci sentiamo vittime di una classe politica capace di tutto e buona a nulla (Leo Longanesi)

mercoledì 15 agosto 2012

15 Agosto 1971, ecco quando nasce il debito pubblico e privato


Di Stefano Di Francesco

Risulta spesso difficile riuscire determinare le cause per cui il debito nelle società moderne risulti così troppo spesso fuori controllo e necessiti di misure straordinarie quanto inefficienti per essere riportato a dimensioni più rassicuranti.
Oggi si discute molto delle cure necessarie per intervenire sull’indebitamento, sulle politiche di riduzione della spesa pubblica, vendita di asset da parte degli stati, elevazione dell’età pensionabile, sganciamento dei salari dalle dinamiche inflazionistiche e via dicendo.
Quasi mai però ci si chiede come mai sia stato possibile arrivare a questo punto, con debiti colossali e che riguardano tutti i paesi del mondo.
Osservando con attenzione il seguente grafico, credo si possa riuscire ad intuire da cosa ha avuto origine la dinamica fuori controllo del debito americano:

fonte: www.cobraf.com
Dal grafico del debito federale degli Stati Uniti si nota che fino ai primi anni ’70, l’ammontare di questo era ben inferiore ai 5 miliardi di dollari, mentre dal 1971-73 la sua entità ha incominciato ha crescere a dismisura, sino a raggiungere e superare oggi i 20 miliardi di dollari ( 10 volte il nostro debito pubblico!!)
Cosa ha potuto determinare un incremento del debito così consistente in neppure 40 anni, visto che nei quasi 40 anni precedenti era si cresciuto, ma nulla di paragonabile agli incrementi attuali?
Esistono almeno tre ordini di cause che han determinato questa crescita:
1 – l’abolizione degli accordi di Bretton Woods del 15 agosto 1971 con cui si cancellò la convertibilità del dollaro in oro; da allora l’intera emissione e creazione monetaria è basata sul nulla, risultando essere un puro fatto contabile;
2 – dal 1979 in poi, l’allora governatore della FED, Paul Volcker (nominato presidente della Federal Reserve nell’agosto 1979 dal presidente Jimmy Carter e riconfermato nel 1983 dal presidente Ronald Reagan),  alzò i tassi d’interesse negli USA dal 5 al 16% come evidenziato dal grafico seguente, creando le premesse per una crescita fuori controllo dei debiti federali (che puntualmente si ebbe).
Inoltre,in quegli anni sventurati, Guido Carli e Beniamino Andreatta sancirono il divorzio tra la Banca d’Italia ed il Tesoro, obbligando di fatto lo Stato italiano a pagare interessi sul debito dell’ordine del 15% ( ovvero in  6 anni il debito sarebbe raddoppiato) facendolo esplodere in termini sia assoluti che relativi. Il grafico che segue mostra l’andamento dei tassi d’interesse pagati sul debito (linea rossa) confrontati con l’inflazione dal 1958 al 2012:
E’ interessante notare come prima del 1981, i tassi praticati sul debito fossero inferiori all’inflazione, mentre dopo quella data sono restati sempre ben al di sopra di questa, offrendo talvolta guadagni a doppia cifra. Di questa irresponsabile gestione del debito pubblico protagonista fù,assieme all’intera classe politica connivente, Carlo Azelio Ciampi, Governatore della Banca d’Italia, che ebbe il merito, durante il suo mandato, di portare il debito pubblico dal 62 al 118,4% del Pil. Ovviamente, tale prodezza venne in seguito premiata con riconoscimenti politici ed una carriera folgorante (Presidente del Consiglio, Superministro dell’economia, Presidente della Repubblica);
3 – dagli anni ’90, la graduale cancellazione dei dazi nei confronti della Cina, India e delle Tigri dell’Est, la nascita del WTO con la conseguente eliminazione delle barriere commerciali, hanno prodotto enormi deficit commerciali nei paesi occidentali (Italia compresa) con conseguente progressiva perdita di moneta circolante. Infatti, mentre fino alla fine degli anni ’80, pur tra mille difficoltà, eravamo un Paese ricco che “produceva ed esportava”, a seguito delle politiche di folle liberismo degli anni ’90 siamo stai consegnati inerti e  disarmati al cospetto del mercato, trasformandoci in una nazione di “consumatori ed importatori”.
Queste considerazioni fin qui fatte attengono  forse più alla sfera finanziaria che a quella economica, ma se volessimo sintetizzare gli effetti mostruosi dell’esasperato ricorso alla moneta –debito e della globalizzazione senza regole, potremmo senza  ombra di dubbio osservare il grafico che segue, nel quale viene mostrato come, gli effetti della finanza abbiano trovato  immediato riscontro nella vita di tutti noi, andando ad incidere in modo drammatico sulla creazione di posti di lavoro.
A partire dagli anni 90, quella che era stata la crescita annua media di occupazione intorno al 2,1% nelle economie occidentali, ha subito una drastica flessione sin quasi azzerarsi,con le conseguenze che noi tutti oggi constatiamo.
Un ultimo pensiero è per coloro che ancora oggi si dicono convinti che occorrano orde di migranti per lavorare in Italia e più generale nelle economie occidentali; dal grafico si vede chiaramente che posti di lavoro nuovi non se ne sono creati più a partire dagli anni ‘90, perlomeno in maniera tale da necessitare di manodopera d’importazione.
L’unico  tangibile effetto che ha prodotto la massiccia immigrazione in Italia è stato il livellamento verso il basso dei salari, che di fatto ha spiazzato una enorme massa di giovani italiani confinandoli ai margini del sistema economico. Senza tale immigrazione, fuori controllo fin dall’origine, le imprese avrebbero dovuto pagare il giusto per il lavoro delle nuove leve che certo, avrebbe aumentato i loro costi nell’immediato, ma avrebbe anche indotto un incremento della domanda e dei consumi, quindi, in ultima istanza dei loro ricavi.
In sintesi, ora sappiamo alcuni dei nomi e cognomi di coloro che hanno contribuito in modo così irresponsabile alla distruzione di una generazione, alla disgregazione del tessuto sociale, alla perdita di speranza, all’inaridimento dell’umanità. Ricordiamocelo quando ci chiederanno di nuovo il voto per continuare a distruggere quel che resta di un  Grande Paese.


fonte: ioamolitalia.it

Vedi anche: Bellissimo articolo su signoraggio, sovranità monetarie ed eurocrazia pubblicato da Magdi Allam su "Il Giornale"

sabato 16 giugno 2012

Basta euro, ridateci la lira



L'euro perde sempre di più la fiducia degli italiani. Sondaggio del Giornale.it: 7 lettori su 10 rivogliono la lira

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Basta euro, ridateci la lira
14:0015-giu
I nostri lettori si sono scatenati partecipando in gran numero al sondaggio che abbiamo lanciato ieri: Dentro o fuori dall'euro? VOTA. Intanto cresce l'euroscetticismo: impietosi i giudizi dei cittadini, l'Unione non difende gli obiettivi comuni