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giovedì 6 settembre 2012

Il tasso ufficiale di sconto è il padre di ogni usura


Di Francesco Filini
DEFINIZIONE DI USURA (WIKI): L’usura (parola latina per interesse) è la pratica consistente nel fornire prestiti a tassi di interesse considerati illegali, socialmente riprovevoli e tali da rendere il loro rimborso molto difficile o impossibile, spingendo perciò il debitore ad accettare condizioni poste dal creditore a proprio vantaggio, come la vendita a un prezzo particolarmente vantaggioso per il compratore di un bene di proprietà del debitore, oppure spingendo il creditore a compiere atti illeciti ai danni del debitore per indurlo a pagare.
“[...] Dico questo perchè, invece, il fenomeno dell’usura continua ad essere molto diffuso (anche) sul territorio abruzzese e comincia ad avere tributi di vite umane, come lasciano comprendere alcuni suicidi avvenuti negli ultimi tempi. Dell’usura parlai a lungo nella relazione del 1995, rapportandola alla altrimenti ingiustificabile espansione delle società finanziarie, e addebbitandone la responsabilità anche al sistema bancario, specialmente nei confronti dei piccoli e medi imprenditori, degli artigiani e dei commercianti, perche alla riduzione del tasso di sconto non ha fatto seguire un corrispondente intervento riduttivo a favore della clientela corrente. Oggi desidero precisare, per completezza d’esposizione, che, in definitiva, IL PADRE DI OGNI USURA E’ PROPRIO IL TASSO UFFICIALE DI SCONTO PRATICATO DALLA BANCA D’ITALIA, senza alcuna giustificazione economica e morale, se è vero che per tutta la durata della circolazione, la moneta rappresenta un debito una passività dell’Istituto di Emissione” e che “non può pertanto sostenersi che la Banca d’Italia sia proprietaria dei valori monetari”, come ha riconosciuto il sottosegretario di Stato per il Tesoro, rispondendo all’interrogazione di due senatori* il 20 Maggio 1995. Perciò è giustificato domandarsi come possa l’istituto di emissione pretendere interessi (quali sono i tassi di sconto) su moneta di cui non è proprietario e di cui, anzi, è debitore. “
Questo è uno stralcio della RELAZIONE SULL’AMMINISTRAZIONE DELLA GIUSTIZIA NEL DISTRETTO DEGLI ABRUZZI redatta dal Procuratore Generale della Repubblica Bruno Tarquini in occasione dell’apertura dell’anno Giudiziario del 1997.
In quell’anno il Governatore di Bankitalia S.p.a. è Antonio Fazio (successore di Ciampi) al quale il Procuratore Generale Tarquini ha affibiato, senza mezzi termini, la patente di usuraio per l’applicazione di un interesse (il tasso di sconto) sui valori monetari di cui la Banca Centrale NON E’ PROPRIETARIA. La certificazione che Bankitalia non era proprietaria delle lire allora in circolazione viene data dall’allora sottosegretario di Stato al Tesoro Carlo Pace, il quale rispose ad un’interrogazione di due senatori* in questa maniera: è inesatto sostenere che la banca centrale è proprietaria dei valori monetari, avendo per legge il compito istituzionale di emettere moneta e quindi crearla e di immetterla in circolazione “mediante il trasferimento ad altri soggetti, normalmente verso il corrispettivo di titoli o valute estere, attraverso le operazioni a tal fine legislativamente previste (quali, ad esempio, quelle di risconto o di anticipazioni, disciplinate dagli articoli 27 – 30 del Regio Decreto 28 Aprile 1910, n. 204, e successive modificazioni)”; ciò premesso, “in sostanza, per tutta la durata della circolazione, la moneta rappresenta un debito una passività dell’Istituto di Emissione; e come tale è iscritta, nel suo Bilancio, fra le poste passive”.
* uno dei due senatori che presentarono l’interrogazione era Nicola Pasetto

mercoledì 15 agosto 2012

15 Agosto 1971, ecco quando nasce il debito pubblico e privato


Di Stefano Di Francesco

Risulta spesso difficile riuscire determinare le cause per cui il debito nelle società moderne risulti così troppo spesso fuori controllo e necessiti di misure straordinarie quanto inefficienti per essere riportato a dimensioni più rassicuranti.
Oggi si discute molto delle cure necessarie per intervenire sull’indebitamento, sulle politiche di riduzione della spesa pubblica, vendita di asset da parte degli stati, elevazione dell’età pensionabile, sganciamento dei salari dalle dinamiche inflazionistiche e via dicendo.
Quasi mai però ci si chiede come mai sia stato possibile arrivare a questo punto, con debiti colossali e che riguardano tutti i paesi del mondo.
Osservando con attenzione il seguente grafico, credo si possa riuscire ad intuire da cosa ha avuto origine la dinamica fuori controllo del debito americano:

fonte: www.cobraf.com
Dal grafico del debito federale degli Stati Uniti si nota che fino ai primi anni ’70, l’ammontare di questo era ben inferiore ai 5 miliardi di dollari, mentre dal 1971-73 la sua entità ha incominciato ha crescere a dismisura, sino a raggiungere e superare oggi i 20 miliardi di dollari ( 10 volte il nostro debito pubblico!!)
Cosa ha potuto determinare un incremento del debito così consistente in neppure 40 anni, visto che nei quasi 40 anni precedenti era si cresciuto, ma nulla di paragonabile agli incrementi attuali?
Esistono almeno tre ordini di cause che han determinato questa crescita:
1 – l’abolizione degli accordi di Bretton Woods del 15 agosto 1971 con cui si cancellò la convertibilità del dollaro in oro; da allora l’intera emissione e creazione monetaria è basata sul nulla, risultando essere un puro fatto contabile;
2 – dal 1979 in poi, l’allora governatore della FED, Paul Volcker (nominato presidente della Federal Reserve nell’agosto 1979 dal presidente Jimmy Carter e riconfermato nel 1983 dal presidente Ronald Reagan),  alzò i tassi d’interesse negli USA dal 5 al 16% come evidenziato dal grafico seguente, creando le premesse per una crescita fuori controllo dei debiti federali (che puntualmente si ebbe).
Inoltre,in quegli anni sventurati, Guido Carli e Beniamino Andreatta sancirono il divorzio tra la Banca d’Italia ed il Tesoro, obbligando di fatto lo Stato italiano a pagare interessi sul debito dell’ordine del 15% ( ovvero in  6 anni il debito sarebbe raddoppiato) facendolo esplodere in termini sia assoluti che relativi. Il grafico che segue mostra l’andamento dei tassi d’interesse pagati sul debito (linea rossa) confrontati con l’inflazione dal 1958 al 2012:
E’ interessante notare come prima del 1981, i tassi praticati sul debito fossero inferiori all’inflazione, mentre dopo quella data sono restati sempre ben al di sopra di questa, offrendo talvolta guadagni a doppia cifra. Di questa irresponsabile gestione del debito pubblico protagonista fù,assieme all’intera classe politica connivente, Carlo Azelio Ciampi, Governatore della Banca d’Italia, che ebbe il merito, durante il suo mandato, di portare il debito pubblico dal 62 al 118,4% del Pil. Ovviamente, tale prodezza venne in seguito premiata con riconoscimenti politici ed una carriera folgorante (Presidente del Consiglio, Superministro dell’economia, Presidente della Repubblica);
3 – dagli anni ’90, la graduale cancellazione dei dazi nei confronti della Cina, India e delle Tigri dell’Est, la nascita del WTO con la conseguente eliminazione delle barriere commerciali, hanno prodotto enormi deficit commerciali nei paesi occidentali (Italia compresa) con conseguente progressiva perdita di moneta circolante. Infatti, mentre fino alla fine degli anni ’80, pur tra mille difficoltà, eravamo un Paese ricco che “produceva ed esportava”, a seguito delle politiche di folle liberismo degli anni ’90 siamo stai consegnati inerti e  disarmati al cospetto del mercato, trasformandoci in una nazione di “consumatori ed importatori”.
Queste considerazioni fin qui fatte attengono  forse più alla sfera finanziaria che a quella economica, ma se volessimo sintetizzare gli effetti mostruosi dell’esasperato ricorso alla moneta –debito e della globalizzazione senza regole, potremmo senza  ombra di dubbio osservare il grafico che segue, nel quale viene mostrato come, gli effetti della finanza abbiano trovato  immediato riscontro nella vita di tutti noi, andando ad incidere in modo drammatico sulla creazione di posti di lavoro.
A partire dagli anni 90, quella che era stata la crescita annua media di occupazione intorno al 2,1% nelle economie occidentali, ha subito una drastica flessione sin quasi azzerarsi,con le conseguenze che noi tutti oggi constatiamo.
Un ultimo pensiero è per coloro che ancora oggi si dicono convinti che occorrano orde di migranti per lavorare in Italia e più generale nelle economie occidentali; dal grafico si vede chiaramente che posti di lavoro nuovi non se ne sono creati più a partire dagli anni ‘90, perlomeno in maniera tale da necessitare di manodopera d’importazione.
L’unico  tangibile effetto che ha prodotto la massiccia immigrazione in Italia è stato il livellamento verso il basso dei salari, che di fatto ha spiazzato una enorme massa di giovani italiani confinandoli ai margini del sistema economico. Senza tale immigrazione, fuori controllo fin dall’origine, le imprese avrebbero dovuto pagare il giusto per il lavoro delle nuove leve che certo, avrebbe aumentato i loro costi nell’immediato, ma avrebbe anche indotto un incremento della domanda e dei consumi, quindi, in ultima istanza dei loro ricavi.
In sintesi, ora sappiamo alcuni dei nomi e cognomi di coloro che hanno contribuito in modo così irresponsabile alla distruzione di una generazione, alla disgregazione del tessuto sociale, alla perdita di speranza, all’inaridimento dell’umanità. Ricordiamocelo quando ci chiederanno di nuovo il voto per continuare a distruggere quel che resta di un  Grande Paese.


fonte: ioamolitalia.it

Vedi anche: Bellissimo articolo su signoraggio, sovranità monetarie ed eurocrazia pubblicato da Magdi Allam su "Il Giornale"

martedì 7 agosto 2012

TUTTI I TRADITORI DELLA COSTITUZIONE DA PRODI A MONTI


traditori
di Luigi Cavallaro

ECCO COME HANNO DISTRUTTO LO STATO SOCIALE ITALIANO: Tutti che guardano allo spread, intanto questa crisi ha cambiato completamente i connotati ai fondamenti dello Stato di diritto…
Più esattamente, questa crisi sta cambiando i connotati a quella peculiare declinazione dello Stato di diritto che è lo Stato sociale, a cominciare dalla sua pretesa di governare i processi economici. Si tratta in effetti della maturazione di un trend che ormai data da lontano. Per capirci, quando i nostri costituenti vararono la Costituzione, inserirono nel terzo comma dell’articolo 41 il principio secondo cui lo Stato doveva indirizzare e coordinare sia l’economia pubblica sia quella privata. Lo Stato, ai loro occhi, non doveva essere solo il “regolatore” dell’iniziativa economica e nemmeno il produttore di beni e servizi da offrire in alternativa alle merci capitalisticamente prodotte: doveva porre sia l’iniziativa economica pubblica sia quella privata nell’ambito di un proprio disegno globale, che individuava priorità, strategie, mezzi. Un obiettivo del genere, sebbene fermamente voluto sia dai cattolici che dai comunisti, era particolarmente inviso ai liberali, che erano ben disposti a godere dei benefici della spesa pubblica, ma certo non volevano saperne di cedere allo Stato poteri di indirizzo e controllo sulla loro attività. Si optò allora per un compromesso che – grazie alla mediazione di Luigi Einaudi, capofila dei liberali tra i costituenti – prese la forma dell’art. 81 della Costituzione: ogni legge di spesa doveva indicare la corrispondente fonte di entrata. Era un modo per dire che nemmeno lo Stato poteva sottrarsi al principio del pareggio di bilancio, perché Einaudi sapeva bene che, se si fosse consentito allo Stato di indebitarsi (come invece predicavano i keynesiani ortodossi), l’economia pubblica, che già si trovava collocata su una posizione di primazia, avrebbe preso il sopravvento sull’economia privata.
Un compromesso per la proprietà e il capitale…
Sì, ma nel 1966 la Corte costituzionale lo fece saltare, perché in una sentenza stabilì che anche il debito costituiva una forma di entrata. A quel punto – ricordiamo che in quel periodo il 90% del sistema bancario e un’elevatissima percentuale di quello industriale erano di proprietà pubblica – c’erano tutte le premesse perché anche l’economia italiana potesse avviarsi lungo i temuti (da Confindustria, beninteso) sentieri della “bolscevizzazione”: nel corso degli anni ’70 Guido Carli lo denunciò a più riprese e trovò ascolto, oltre che nelle classi proprietarie, in una nuova leva di economisti e giuristi che presto ne divennero gli intellettuali organici: penso a Eugenio Scalfari, Nino Andreatta, Romano Prodi, Giuliano Amato. In effetti, quando finalmente si scriverà la storia degli anni ’70, bisognerà pur dire che quella che andò in scena dietro il paravento delle crisi petrolifere, del balzo dell’inflazione, delle stragi e del terrorismo fu una vera e propria guerra civile, innescata dai tentativi di “rivoluzione dall’alto” che furono portati avanti dai tanto vituperati governi di solidarietà nazionale e del compromesso storico voluti da Moro e Berlinguer. Ma lasciamo stare, perché quel che ci interessa qui è la reazione capitalistica. La quale, più ancora che nella marcia dei 40.000, si manifestò nel cosiddetto “divorzio” tra il Tesoro e la Banca d’Italia. Su iniziativa di Andreatta e Ciampi (appena asceso al soglio di Governatore della Banca d’Italia), la nostra Banca centrale venne esonerata dall’obbligo di acquistare i titoli del debito pubblico che fossero rimasti invenduti in asta. Quell’obbligo, in pratica, significava che lo Stato poteva indebitarsi al tasso desiderato, perché tutti i Buoni del tesoro che i privati non avessero acquistato finivano alla Banca centrale. Era il modo in cui lo Stato “comandava” il capitale monetario. Con il divorzio, invece, lo Stato venne costretto a indebitarsi ai tassi d’interesse correnti sul mercato, i quali giusto in quel periodo schizzavano verso l’alto a causa della svolta monetarista impressa da Paul Volcker all’azione della Federal Reserve, la banca centrale americana. Può essere interessante ricordare che un giovanotto di nome Mario Monti scrisse allora che il correlato inevitabile del “divorzio” doveva essere la dismissione progressiva delle aree d’intervento pubblico: se lo Stato non poteva più indebitarsi ai (bassi) tassi precedenti, c’era il rischio che la sua azione provocasse un aumento del debito pubblico. Ma la maggioranza pentapartito fu di diverso avviso, e così il nostro debito pubblico, che nel 1981 era pari al 58% del Pil (nonostante il profluvio di spese anticicliche sopportate nei sei anni precedenti), arrivò nel 1992 al 124% del Pil. E bada bene, non perché ci fosse un eccesso di spese sociali rispetto alle entrate: il debito raddoppiò solo per effetto dell’aumento della spesa per interessi causato dal “divorzio”.
E dal 1992 ad ora che è successo?
E’ successo che quel processo di dismissione delle aree d’intervento statale, che fino ad allora non si era potuto realizzare perché la nostra Costituzione era “interventista”, è stato finalmente intrapreso grazie alla nostra adesione ai Trattati europei. I quali, dal punto di vista delle prescrizioni economiche, sono praticamente antitetici rispetto alla nostra Costituzione: per dirla con una battuta, è come se da Keynes fossimo tornati ad Adam Smith e David Ricardo. Peggio, alle “armonie economiche” di Bastiat. Si è cominciato a privatizzare, si sono tagliate le piante organiche delle amministrazioni pubbliche, si sono riformate la sanità e le pensioni in modo da umiliare i malati e impoverire i pensionati. Sono tutte politiche dettate dalla volontà di spazzar via lo Stato dal processo economico, che però hanno generato una diminuzione della domanda, perché non esiste alcuna domanda interna o estera capace di soppiantare la minor domanda pubblica di beni e servizi. L’unica fiammata di (relativo) benessere la nostra economia lo ha conosciuto tra il 1995 e il 1996, quando si fecero finalmente sentire gli effetti della pesantissima svalutazione della lira attuata (a danno dei lavoratori, grazie alla disdetta della scala mobile) nel 1992. Ma da quando siamo entrati a far parte della banda ristretta di oscillazione che poi (dal 1999) porterà alla moneta unica, le nostre esportazioni sono crollate e con esse la domanda, il reddito e l’occupazione. Guarda i tassi di crescita del nostro Pil dal 1997 a oggi e scoprirai che la “decrescita” ce l’abbiamo in casa fin da prima che Latouche inondasse con la sua bibliografia gli scaffali delle librerie.
Quindi il “fiscal compact” non è una novità come sembra…
La modifica che è stata adesso apportata all’articolo 81 della Costituzione, che ha reso davvero stringente il vincolo del bilancio in pareggio, è assolutamente coerente con l’ingresso del nostro paese nell’Unione europea. L’attività dello Stato, ci dice l’Europa, è possibile solo in quanto non interferisce con l’iniziativa privata. Non c’è più alcuna politica economica possibile: non una politica fiscale (perché si devono solo ridurre le spese), non una politica monetaria (perché ci pensa la Banca centrale europea), non una politica industriale (perché ci pensa Marchionne). Si devono solo abbassare i salari, perché non sono compatibili con un sistema produttivo arretrato come il nostro, che campa ancora di agroalimentare, abbigliamento, arredo casa e un po’ di automazione meccanica. E dunque via alla balcanizzazione dei contratti nazionali in una miriade di contratti aziendali: a questo serve la modifica dell’articolo 18, sebbene molta parte del sindacato non se ne dia per inteso.
Ma non c’erano alternative possibili?
Quello che è più triste è dover constatare che anche quanti avrebbero dovuto denunciare e contrastare per tempo questa follia di ritornare allo Stato ottocentesco, allo Stato veilleur de nuit, hanno avuto un ruolo che possiamo definire di “agevolazione colposa”. Mi riferisco all’antistatalismo viscerale che ha ispirato ed ispira molta parte della cosiddetta “sinistra d’alternativa”, che nei vent’anni trascorsi anni ha coltivato e diffuso nelle generazioni più giovani una quantità impressionante di mitologie protese a ricercare improbabili “terze vie” tra privato e pubblico, tra capitale e Stato: prima era il “terzo settore”, adesso sono i “beni comuni” e in mezzo ci sono sempre le utopie regressive dell’“ecologismo radicale”. Sono i cascami dell’anarchismo, dell’autogestionarismo e dell’assemblearismo post-sessantottino e post-settantasettino, che – va da sé – hanno assai più mercato editoriale e visibilità massmediatica rispetto alle più classiche posizioni marxiane o keynesiane: in fondo, non fanno altro che ripetere che la via “pubblica” è sbagliata e comunque non è percorribile, dunque al capitale fanno molto comodo. Quando vedo le marce contro la privatizzazione dell’acqua (e va da sé, per l’“acqua bene comune”), sorrido e mi vien da pensare a una battuta di Flaiano, che più o meno diceva che quando in Italia si organizza un convegno sull’importanza del bovino vuol dire che i buoi sono scappati dalla stalla. “No alla privatizzazione dell’acqua”: bene. Ma dove eravate, vien fatto di dire, quando si privatizzavano le banche e le industrie? Ci siamo dimenticati che il grosso delle privatizzazioni si è fatto a partire dal 1996, quando Presidente del Consiglio era Romano Prodi e Rifondazione Comunista sosteneva il governo? O ci siamo dimenticati che il dibattito timidamente avviato da un centinaio di economisti e intellettuali, che nel 2006 avevano sostenuto la possibilità di stabilizzare il debito in rapporto al Pil, fu stroncato da Fausto Bertinotti in persona, che mise il veto alla stessa possibilità che Rifondazione potesse esprimersi in merito per non ostacolare l’ennesima manovra “lacrime e sangue” voluta dal compianto Tommaso Padoa-Schioppa? Oggi siamo alla conclusione di un processo avviatosi trent’anni fa: il “fiscal compact” approvato in sede europea di fatto rimuove qualunque idea di direzione pubblica dei processi economici per i prossimi cinquant’anni. Il fatto che ci sia una tremenda crisi economica in corso può forse offrire una qualche speranza che tutto il marchingegno salti. Ma se questo meccanismo salta, salta da destra: la sinistra, come scrisse ormai quasi dieci anni fa Luigi Pintor nel suo ultimo editoriale, è morta da un pezzo.

A proposito di crisi, come giudichi il protagonismo della Bce?
Il fatto che la banca centrale prometta di diventare prestatore di ultima istanza non risolve le contraddizioni del sistema capitalistico: su questo punto, Marx obiettò a Bagehot con considerazioni che mi paiono ancora decisive. Quel che si può dire con certezza è che, se l’Italia resterà nell’euro così com’è strutturato adesso, andremo incontro a un impoverimento progressivo e crescente: basti dire che per i prossimi vent’anni dovremo fare tagli di spesa per 45 miliardi all’anno…
Ma la giustificazione è che se il debito non diminuisce lo spread aumenta…
Questa è una delle più colossali mistificazioni spacciate per verità dalla borghesia dominante e dagli intellettuali suoi lacchè. Se l’andamento dello spread dipendesse dall’ammontare del debito pubblico, il divario tra i nostri titoli e quelli tedeschi dovrebbe essere superiore a quello che c’è fra quelli spagnoli e quelli tedeschi: la Spagna ha infatti un debito pubblico di molto inferiore al nostro. Invece non è così, e la ragione è che lo spread risente assai più dall’andamento della bilancia commerciale. In pratica, è come se i mercati scommettessero che i Paesi che si trovano con una bilancia commerciale in rosso saranno presto o tardi costretti o a svendere tutte le loro industrie ai tedeschi (o ad altri possibili compratori esteri) o a uscire dalla moneta unica e a ripudiare il debito in euro. Grecia, Portogallo, Spagna e Italia sono i Paesi maggiormente “indiziati” perché sono i Paesi con la struttura produttiva più debole. Sta qui – detto per inciso – la vera finalità delle manovre finanziarie cui ci sottopongono da vent’anni e da ultimo della stessa spending review: l’obiettivo è quello di deflazionare i consumi interni per abbattere il fabbisogno di importazioni e riportare in pareggio la bilancia commerciale. Funzionerà come funzionavano i salassi praticati dai cerusici ai malati di un tempo: terapie efficaci, ma solo perché uccidevano il paziente. Anche in Confindustria cominciano a sospettarlo.


fonte

martedì 17 luglio 2012

Da Maastricht a Lisbona, ovvero lo "stupro della nostra costituzione"


moneta-sovrana-500-lire.jpg
Non sarà facile ma voglio provare a raccontare la storia di un grande imbroglio a danno dei popoli europei e non solo, un inganno che parte da lontano, diciamo dalla fine della seconda guerra mondiale.
 E’ la storia di un progetto che potremo tranquillamente definire “eversivo” e che vede l’Europa governata da una agguerrita oligarchia burocratico/finanziaria.
 Poiché il progetto subisce, nel 1992, un’importante accelerazione,  è da tale anno che bisogna iniziare a raccontare questa incredibile storia.
 Il trattato di Maastricht
 Il 29 gennaio 1992 viene emanata la legge numero 35/1992, ovvero la Legge “Carli / Amato”: per la privatizzazione di istituti di credito ed enti pubblici.
 Subito dopo, precisamente il 7 febbraio 1992 si verificano due fatti estremamente importanti  per la realizzazione del progetto: viene varata la legge 82 con cui il ministro del Tesoro Guido Carli (già governatore della Banca d’Italia), attribuisce alla Banca d’Italia la “facoltà di variare il tasso ufficiale di sconto senza doverlo più concordare con il Tesoro”.
Quindi, dal 1992 la Banca d’Italia decide “autonomamente” per lo Stato italiano il costo del denaro.
Giulio Andreotti come presidente del Consiglio assieme al ministro degli Esteri Gianni de Michelis e al ministro del Tesoro Guido Carli firmano il Trattato di Maastricht, con il quale vengono istituiti il Sistema europeo di Banche Centrali (SEBC) e la Banca Centrale Europea (B.C.E.).
 Il SEBC è un’organizzazione, formata dalla BCE e dalle Banche Centrali nazionali dei Paesi dell’Unione Europea, che ha il compito di emettere la moneta unica (euro) e di gestire la politica monetaria comune con l’obiettivo fondamentale di mantenere la stabilità dei prezzi.
I cittadini italiani non si rendono conto della gravità delle conseguenze che questi atti hanno, ed avranno, sulle loro vite.
 Ne subiscono le conseguenze e quando si domandano “perché”, ogni volta  viene loro proposto un capro espiatorio diverso.
 L’importante è che i cittadini non riescano a capire quanto sta avvenendo.
 Le potenti élite finanziarie, nel frattempo, continuano imperterrite a lavorare al loro progetto e, il 13 ottobre 1995, il governo italiano, con il Decreto Ministeriale numero 561, pone il segreto su: “articolo 2) atti, studi, analisi, proposte e relazioni che riguardano la posizione italiana nell’ambito di accordi internazionali sulla politica monetaria…;
 d) atti preparatori del Consiglio della Comunità europea;
 e) atti preparatori dei negoziati della Comunità europea…
 Articolo 3. a ) atti relativi a studi, indagini, analisi, relazioni, proposte, programmi, elaborazioni e comunicazioni… sulla struttura e sull’andamento dei mercati finanziari e valutari…; ecc. …)”.
 Insomma, quanto il Governo sta facendo per realizzare il progetto europeo non si deve sapere, men che meno in ambito di politica monetaria.
 Il 1 gennaio 2002 l’Italia ed altri Paesi europei, non tutti però, vedi ad es. Gran Bretagna, Danimarca, Svezia, adottano come moneta l’Euro. I prezzi raddoppiano, gli stipendi no. La crisi economica si acuisce. Anche in questo caso viene offerto ai cittadini qualche spiegazione di comodo per giustificare una crisi che, invece, secondo alcuni analisti, è stata pianificata da tempo.
 Nei primi mesi del 2005 Famiglia Cristiana rende note le quote di partecipazione alla Banca d’Italia. Si scopre così, per la prima volta (le quote di partecipazione di Banca d’Italia erano “riservate”) che l’istituto di emissione e di vigilanza, in palese violazione dell’articolo 3 del suo statuto che così recita: “In ogni caso dovrà essere assicurata la permanenza della partecipazione maggioritaria al capitale della Banca da parte di enti pubblici o di società la cui maggioranza delle azioni con diritto di voto sia posseduta da enti pubblici” è, per il 95% in mano a banche private e società di assicurazione (Intesa, San Paolo, Unicredito, Assicurazioni Generali, ecc..).
 Solo il 5% delle quote è detenuto da un ente pubblico: l’INPS (l’INAIL in percentuale molto modesta).
 Da quando la Banca d’Italia è in mano ai privati? Come è potuto succedere tutto ciò? La risposta è semplice: con la privatizzazione degli istituti di credito voluta con la legge numero 35/1992 Amato- Carli, cui, l’ex governatore della Banca d’Italia, ha fatto subito seguire la legge 82/1992, che dava facoltà  alla Banca d’Italia di decidere autonomamente il costo del denaro.
 In altri termini con queste due leggi la Banca d’Italia è divenuta proprietà di banche private che si decidevano da sole il costo del denaro decretando così, definitivamente, il dominio della finanza privata sullo Stato. A questo stato di cose seguono i noti scandali bancari (Bond argentini, Cirio, Parmalat, scalata Unipol con il rinvio a giudizio del governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio, ecc..) con grande danno per migliaia di risparmiatori.
 Non è possibile che il ministro Carli, ex governatore della Banca d’Italia, non si sia accorto di tutto ciò. Ed ancora: è possibile che i politici, ministri del Tesoro, governatori non si siano accorti, per ben 12 anni, di questa anomalia? Comunque se ne accorgono alcuni cittadini, che citano immediatamente in giudizio la Banca d’Italia.
 Il 26 settembre 2005 un giudice di Lecce, con la sentenza 2978/05, nel processo intentato dall’Adusbef, condanna la Banca d’Italia a restituire ad un cittadino (l’attore) la somma di euro 87,00 a titolo di risarcimento del danno derivante dalla sottrazione del reddito monetario.
 Nella sentenza viene sottolineato, inoltre, come la Banca d’Italia, solo nel periodo 1996-2003, si sia appropriata indebitamente di una somma pari a 5 miliardi di euro a danno dei cittadini.
 Ma ancora non basta, perché la perizia del CTU nominato dal giudice mette in evidenza, per quanto concerne la Banca d’Italia: come questa sia, in realtà, un ente privato, strutturato come società per azioni, a cui è affidata, in regime di monopolio, la funzione statale di emissione di carta moneta, senza controlli da parte dello Stato; come, pur avendo il compito di vigilare sulle altre banche, Banca d’Italia sia in realtà di proprietà e controllata dagli stessi istituti che dovrebbe controllare; come, dal 1992, un gruppo di banche private decida autonomamente per lo Stato italiano il costo del denaro.
 Per quanto concerne la B.C.E.: come questa sia un soggetto privato con sede a Francoforte; come, ex articolo 107 del Trattato di Maastricht, sia esplicitamente sottratta ad ogni controllo e governo democratico da parte degli organi dell’Unione Europea; come la succitata previsione faccia si che la B.C.E. sia un soggetto sovranazionale ed extraterritoriale; come, tra i sottoscrittori della B.C.E. vi siano tre Stati (Svezia, Danimarca ed Inghilterra) che non hanno adottato come moneta l’euro, ma che, in virtù delle loro quote, possono influire sulla politica monetaria dei Paesi dell’euro.
 In altri termini la sentenza mette in evidenza come lo Stato, delegato dal popolo ad esercitare la funzione sovrana di politica monetaria, dal 1992 l’abbia ceduta a soggetto diverso dallo Stato: prima alla Banca d’Italia (di proprietà al 95% di privati), quindi alla BCE a tutti gli effetti soggetto privato, soprannazionale ed extraterritoriale.
 Così facendo lo Stato ha violato due articoli fondamentali della Costituzione:
 L’articolo 1 che recita: “… La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Infatti il popolo aveva delegato i suoi rappresentanti ad esercitare la funzione sovrana di politica monetaria, non a cederla a soggetti privati.
 L’articolo 11 della Costituzione che recita: “L’Italia … consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”.
 L’articolo 11 della Costituzione consente “limitazioni” e non consente affatto “cessioni” della sovranità nazionale.
 Inoltre, la sovranità monetaria non è stata ceduta a condizioni di parità (le quote di partecipazione alla BCE non sono paritarie), vi fa parte anche la Banca d’Inghilterra che non fa parte dell’euro e partecipa alle decisioni di politica monetaria del nostro Stato, senza che lo Stato italiano possa in alcun modo interferire nella politica monetaria interna.
 Ed ancora. Tale limitazione (non cessione) può essere fatta ai soli fini di assicurare “la pace e la giustizia tra le Nazioni”. I fini della BCE non sono quelli di assicurare pace e giustizia fra le nazioni, ma quello di stabilire una politica monetaria.
 La sentenza è, quindi, estremamente importante e, per taluni, anche estremamente pericolosa, visto che ai politici che illegittimamente hanno concesso la sovranità monetaria prima alla Banca d’Italia e poi alla BCE potrebbero essere contestati i reati di cui agli articoli:
 241 codice penale: “Chiunque commette un fatto diretto a sottoporre il territorio dello Stato o una parte di esso alla sovranità di uno Stato straniero, ovvero a menomare l’indipendenza dello Stato, è punito con l’ergastolo”.
 283 codice penale: “Chiunque commette un fatto diretto a mutare la costituzione dello Stato, o la forma del Governo con mezzi non consentiti dall’ordinamento costituzionale dello Stato, è punito con la reclusione non inferiore a dodici anni”.
 I politici, infatti, hanno ceduto un potere indipendente e sovrano ad un organismo privato e, per quanto riguarda la BCE , anche esterno allo Stato.
 Il pericolo c’è, ma la paura di un possibile rinvio a giudizio per questi gravi reati dura poco.
 Per una strana coincidenza, a soli 5 mesi dalla sentenza che condanna la Banca d’Italia,  nell’ultima riunione utile prima dello scioglimento delle camere in vista delle elezioni, con la legge 24 febbraio 2006 numero 85 dal titolo “Modifiche al codice penale in materia di reati di opinione” vengono modificati proprio gli articoli 241 (attentati contro l’indipendenza, l’integrità e l’unità dello Stato); 283 (attentato contro la Costituzione dello Stato); 289 (attentato contro organi costituzionali e contro le assemblee regionali), ovvero le figure di attentato alle istituzioni democratiche del Paese, che, diciamolo, con i reati di opinione hanno ben poco a che vedere.
 Cosa cambia con questa modifica? Nella sostanza le figure di attentato diventano punibili solo se si compiono atti violenti. Se invece si attenta alla Costituzione semplicemente abusando di un potere pubblico non si commette più reato. I politici, dunque, non solo sono salvi per quanto concerne il passato, ma, da ora in poi, potranno abusare del loro potere pubblico violando la Costituzione senza più rischiare assolutamente nulla.
 Certo, questa modifica priva la nostra repubblica di qualsiasi difesa, ma di questo pare nessuno se ne accorga. O forse è proprio questo che i nostri politici vogliono…
 Pochi mesi dopo questa modifica arriva la sentenza 16.751/2006 della Cassazione a Sezioni Unite,  che accoglie il ricorso di Banca d’Italia avverso la succitata sentenza del giudice di Lecce.
 Nelle motivazioni si legge: “… al giudice non compete sindacare il modo in cui lo Stato esplica le proprie funzioni sovrane, tra le quali sono indiscutibilmente comprese quelle di politica monetaria, di adesione a trattati internazionali e di partecipazione ad organismi sovranazionali: funzioni in rapporto alle quali non è dato configurare una situazione di interesse protetto a che gli atti in cui esse si manifestano assumano o non assumano un determinato contenuto”.
 In altri termini il giudice non può sindacare su come lo Stato esercita le sue funzioni sovrane, neanche quando queste arrechino un danno al cittadino.
 Ma, come abbiamo appena visto, il cittadino è rimasto privo di difese anche nel caso in cui, abusando di poteri pubblici, la sua sovranità venga svenduta a soggetti privati. E allora che fare? Al cittadino resta un’ultima flebile speranza? Può aggrapparsi alla violazione dell’articolo 3 dello Statuto della Banca d’Italia? Assolutamente no, anche l’articolo 3 dello Statuto, ovviamente, è stato modificato a dicembre del 2006  da un altro banchiere travestito da politico: Romano Prodi capo dell’allora Governo. Ora non è più necessaria nessuna partecipazione pubblica in Banca d’Italia. Tutto in mano ai privati per Statuto. La sovranità monetaria è persa. Ma l’inganno è solo all’inizio, anche se è stato portato a termine un tassello importante del progetto, in fondo si sa, è il denaro che governa il mondo.
 Veniamo ora al famigerato Trattato di Lisbona
 I nostri potenti banchieri, sicuri della loro totale impunità, proseguono nel grande imbroglio ai danni dei Popoli e, visto che nel 2005 la Costituzione Europea, che tra l’altro, presentava palesi violazioni con le maggiori costituzioni europee e pareva scritta per favorire le grandi lobby affaristiche in danno dei cittadini, era stata bocciata da francesi ed olandesi al referendum, decidono che, per far passare il testo, si deve agire in due modi:
 evitare di far votare la popolazione;
 rendere il testo illeggibile.
 Il loro progetto prevede di lasciare la Costituzione Europea immutata e, per evitare il referendum, di chiamarla “Trattato”.
 Poi, per non far capire al cittadino che nulla è cambiato, rendono il testo illeggibile inserendo migliaia di rinvii ad altre leggi e note a piè pagina, come hanno confessato:
 l’ex presidente francese Valéry Giscard D’Estaing: “Il Trattato è uguale alla Costituzione bocciata. Solo il formato è differente, per evitare i referendum”; il parlamentare europeo danese Jens-Peter Bonde: “i primi ministri erano pienamente consapevoli che il Trattato non sarebbe mai stato approvato se fosse stato letto, capito e sottoposto a referendum. La loro intenzione era di farlo approvare senza sporcarsi le mani con i loro elettori”; il nostro Giuliano Amato: “Fu deciso che il documento fosse illeggibile… Fosse invece stato comprensibile, vi sarebbero state ragioni per sottoporlo a referendum”.
 Nel 2007 tutto è pronto e il 13 dicembre i capi di governo si riuniscono a Lisbona per firmare il Trattato, ovvero la Costituzione Europea bocciata nel 2005 e resa illeggibile.
 Ora manca solo la ratifica dei vari Stati.
 Il parlamento italiano, “all’unanimità” ratifica il trattato di Lisbona l’8 agosto del 2008, approfittando della distrazione dei cittadini dovuta al periodo feriale. Nessuno spiega ai cittadini cosa comporti la ratifica del Trattato, e naturalmente tutta l’informazione asservita al potere politico/bancario, ancora una volta, vergognosamente tace.
 In realtà con quella ratifica abbiamo ceduto la nostra sovranità in materia legislativa, economica, monetaria, salute e difesa ad organi (Commissione e Consiglio dei Ministri) che non verranno eletti dai cittadini.
 Il solo organo eletto dai cittadini, il Parlamento Europeo, non avrà, nei fatti, alcun potere.
 Ancora una volta i nostri politici, abusando del loro potere pubblico, hanno violato l’articolo 1 e 11 della nostra Costituzione in favore dei loro soci: i banchieri privati.
 L’articolo 1 perché, come detto, lo Stato ha la delega ad esercitare la funzione sovrana in nome e per conto dei cittadini, non a cederla. E’ come se una persona avesse il compito di amministrare un immobile e lo vendesse all’insaputa del proprietario, abusando del potere che gli è stato conferito.
 Inoltre ha violato  l’articolo 11 perché, come abbiano visto: “L’Italia… consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità”.
 Lo Stato, invece, ancora una volta ha ceduto la sovranità e l’ha ceduta non in condizioni di parità.
 Infatti l’Inghilterra, che già non ha aderito all’euro, in sede di negoziato ha ottenuto diverse e importanti esenzioni per aderire al Trattato di Lisbona, eppure pare che il primo presidente europeo sarà proprio l’ex primo ministro inglese Tony Blair. La nomina a presidente europeo di Blair deve far riflettere, sopratutto in ordine alla cosiddetta ”Clausola di Solidarietà” presente nel Trattato di Lisbona. Detta Clausola prevede che ogni nazione europea sia tenuta a partecipare ad azioni militari quando si tratti di lottare contro “azioni terroristiche” in qualunque altra nazione. Il problema è che nessuno ha definito cosa si intenda per “azioni terroristiche”. Chi deciderà chi è un terrorista e perché?
 Persone come Tony Blair, in passato coinvolto nello scandalo sulle inesistenti armi di distruzione di massa in mano a Saddam con cui è stata giustificata la guerra all’Iraq?
 A quante guerre ci sarà chiesto di partecipare solo perché qualche politico non democraticamente eletto avrà deciso di usare la parola “terrorista” o “azione terroristica”?
 Si consideri che già, oggi, basta definire un cittadino “presunto terrorista” per poterlo privare dei diritti umani e permettere che i servizi segreti possano sequestrarlo a fini di tortura, attività criminale che potrà poi essere coperta con il segreto di Stato, come ha recentemente confermato con la sentenza 106/2009 (processo Abu Omar) anche la nostra Corte Costituzionale.
 Ma il dato più allarmante è che con il Trattato di Lisbona viene reintrodotta la pena di morte. Ovviamente tale dicitura non è chiaramente espressa nel testo, ma in una noticina a piè pagina, tanto per continuare nell’inganno !
 Leggendo attentamente questa noticina, e seguendo tutti i rimandi, si arriva alla conclusione che con il Trattato di Lisbona accettiamo anche la Carta dell’Unione Europea, la quale dice “La morte non si considera cagionata in violazione del presente articolo se è il risultato di un ricorso alla forza resosi assolutamente necessario: per eseguire un arresto regolare o per impedire l’evasione di una persona regolarmente detenuta; per reprimere, in modo conforme alla legge, una sommossa o un’insurrezione” (articolo 2, paragrafo 2 della CEDU).
 La cosa è di estrema gravità.
 Infatti, anche in questo caso, chi deciderà che una protesta è sfociata in disordini tali da rendere lecito un omicidio? (l’Italia, poi, ha un triste primato in fatto di “agenti provocatori” pagati per trasformare una manifestazione in guerriglia, Kossiga docet…). In quali casi si potrà sparare sulla folla disarmata? Chi deciderà quando potranno essere sospesi i diritti umani? Perché di questo si tratta.
 Ecco la storia di un grande inganno, un inganno che inizia:
 - con il cedere illecitamente, proteggendosi con il segreto, la funzione sovrana dell’esercizio della politica monetaria a privati:
 - nello sfuggire alle responsabilità del proprio operato depenalizzando le figure di attentato alla Costituzione;
 - nell’approfittare delle ferie estive per ratificare un Trattato con cui vengono cedute le nostre restanti sovranità (legislativa, economica, monetaria, salute, difesa, ecc.) ad una oligarchia non eletta e che nessuno conosce;
 - ed, in ultimo, nel dare il potere a qualche politico di poter privare i cittadini dei loro diritti umani semplicemente con una parola.
 Così, quando i cittadini si renderanno conto che hanno perso tutto, che la loro vita viene decisa da una oligarchia di potenti non eletti democraticamente o meglio una cerchia ristretta di banchieri/burocrati avidi e senza scrupoli, quando si renderanno conto del grande sopruso di cui sono vittime, non sarà loro concesso neanche reagire o protestare, perché basterà una sola parola per trasformare la reazione in “azione terroristica” o la protesta in “insurrezione”, legittimando così la sospensione dei diritti umani e l’applicazione della pena di morte.
Il tutto, poi, verrà coperto con il “segreto di Stato”.
Così è stata definitivamente stuprata e sepolta la Sovranità Popolare Europea.

Fonte: sovranidade  tratto da Frontediliberazionedaibanchieri

venerdì 6 aprile 2012

La grande truffa del debito pubblico. Quello che la politica ed media non ti diranno mai!


di Stefano Stefanini per nocensura.com

IN TRE SEMPLICI PASSAGGI, COME E' MATURATO IL NOSTRO DEBITO PUBBLICO E COME ESSO SIA LA PIU’ COLOSSALE TRUFFA MAI PERPETRATA AI DANNI DEI CITTADINI

Primo passaggio

Una data importante il 15 agosto 1971

Perchè è così importante questa data ?
Perché il sistema monetario, in vigore dagli accordi di Bretton Woods del 1944, che aveva lasciato agli USA  il ruolo di ultimo garante della conversione aurea del denaro circolante, cessava di esistere, con atto unilaterale Nixon ne decretò la fine.
Da quel giorno il denaro divenne ufficialmente un semplice pezzo di carta.
(approfondiremo più avanti questo aspetto)
Nel 1971 il nostro debito pubblico era la cifra, che oggi definiremo irrisoria, di 16 miliardi e 145 milioni
(dati Banca d’Italia e valore convertito in euro)

Secondo passaggio

Nel luglio del 1981 con l’ultima collocazione di titoli di stato, avvenne il divorzio fra Banca d’Italia e il Ministero del Tesoro :
In concertazione fra il Ministro del Tesoro Andreatta e l’allora Governatore di Banca d’Italia Ciampi avvenne questa separazione
Fino a questa data Banca d’Italia era un istituto di diritto pubblico a maggioranza pubblica (come previsto dall’articolo 3 dello statuto) e aveva nei confronti dello Stato vari obblighi, fra i quali sottolineo il più importante, ovvero l’obbligo di acquistare tutti i titoli di stato che venivano emessi e quindi di finanziare il deficit dello Stato.
Nei 10 anni fra il 71 e l’81 la rimozione del vincolo aureo aveva fatto si che si potesse finanziare la crescita del paese ed aumentarne il benessere dei cittadini attraverso una maggiore emissione di denaro,
esattamente il contrario di quello che accade oggi, denaro bloccato nelle banche e recessione.
Il debito era si salito a 142 miliardi dai 16 del 1971, perché lo Stato finanziava la crescita attraverso l’emissione, come normalmente dovrebbe essere. 
Il debito che si era creato, era un debito contratto con un Istituzione di proprietà dello Stato stesso,
Banca d’Italia, una sorta di partita di giro, una mera scrittura contabile, insomma un piccolo falso debito.
Lo Stato esercitava così la sua sovranità monetaria , finanziandosi senza indebitarsi con nessuno.

Terzo passaggio
nel 1992 con la legge 35/1992 viene privatizzata Banca d’Italia
Questa legge vede protagonista l’allora Ministro del Tesoro Guido Carli , guarda caso ex governatore Banca D’Italia.
Con la cessione a privati dei 3 principali gruppi bancari, Comit ,Credito Italiano e Banco di Roma che garantivano la maggioranza pubblica,  l’Istituto di palazzo Koch, diveniva privato (al 95%), in barba al vigente statuto che lo proibiva..
In questo periodo fra il 1981 ed il 1992, la rimozione dell’obbligo di acquistare i titoli per Banca D’Italia , aveva fatto si che per finanziare il deficit pubblico lo stato dovesse ricorrere al mercato, ovvero ai privati ,sottolineo che sul mercato primario dei titoli di stato, gli unici “acquirenti autorizzati”, sono primarie Banche commerciali ed Istituzioni finanziarie private, ne cito alcune;
IMI , Monte dei Paschi,Unicredit, Goldman Sachs, Merryl Linch ecc ecc ,
Si nel mezzo c’è anche la famosa o forse sarebbe meglio dire famigerata Goldman Sachs e anche la Merryl Linch di Monti Junor.
In questo periodo il nostro debito pubblico era passato dai 142 miliardi a 850 miliardi.
Si è vero lo sviluppo ed il benessere della nostra società avevano continuato a crescere ma……..
Si c’è un ma grosso come un grattacielo , quel “piccolo falso debito” come lo avevamo chiamato prima si era trasformato, grazie alla privatizzazione di Banca d’Italia ed al passaggio obbligato al mercato privato per finanziare lo Stato, in un “grande vero debito”.
Insomma fra la possibilità di avere denaro a credito o denaro a debito hanno scelto la seconda opzione, anche voi fareste la stessa cosa vero ???

Torniamo ora su quel primo passaggio per capire cosa è la sovranità monetaria e perché è un diritto che appartiene agli Stati
Con la fine del sistema aureo  la banca che fino ad allora poteva dirti:
-“Il denaro che creo e che ti do, te lo presto, perché è un titolo di credito rappresentativo dell’oro che è mio !!! “
Dopo quel giorno non avrebbe potuto più dirlo.
Ma le banche hanno continuato a trattare il denaro creato come proprio e quindi a prestarlo.
Questo importante passaggio è stato distrattamente o volutamente (vedete voi) ignorato, politici, economisti tutti in silenzio !!!
Invece una domanda sarebbe dovuta sorgere spontanea:
A chi appartiene ora questo denaro ?
Per spiegarlo farò un semplice esempio;
se Mario Draghi stampasse denaro su un isola deserta cosa varrebbe quel denaro?
Ovviamente niente perché non ci potremmo acquistare nulla.
Se sull’isola arrivassero due produttori,che grazie al loro lavoro producono merci, quel denaro quasi magicamente acquisisce valore.
I produttori scambieranno le loro merci usando quel denaro, ma se togliamo di nuovo da questo circolo economico i due produttori e le loro merci , il denaro torna a valere nulla.
Oggi il valore del denaro nasce ed esiste solo in virtù della produzione di merci e servizi dunque apparterrebbe in modo ovvio ai produttori, ai cittadini, ai lavoratori, agli imprenditori, insomma allo Stato in tutte le sue componenti produttive in quanto , come visto con l’esempio, solo la produzione di beni e servizi ne genera il valore  e senza di essa non esisterebbe, per questo motivo palese il denaro deve essere accreditato a chi produce beni e servizi e non addebitato come avviene oggi, la banca dovrebbe solo ricevere un compenso tipografico.
Il denaro oggi non è più un valore, ma un mezzo per misurare il valore.
“Dire che non si costruisce un ospedale perché mancano i soldi è come dire non costruisco una strada perché mancano i chilometri”
Un paradosso assurdo !!!
Si è proprio così questa crisi è un paradosso assurdo dove chi è capace di creare ricchezza non lo fa non per mancanza di materie prime, ma per la mancanza dell’unità di misura  il denaro , ovvero un pezzo di carta o un click sul computer
Ecco spiegata la truffa
Lo stato ha ceduto la propria sovranità monetaria a delle istituzioni private, trasformando la capacità di produrre e quindi di creare vera ricchezza in un mostruoso controsenso, dove più produci ricchezza, più ti indebiti e più diventi povero.

Per chiarimenti o approfondimenti contattatemi su facebook Stefano Stefanini