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lunedì 15 ottobre 2012

Uscire dall’euro subito. Ah, ci fosse un partito!


Le notizie sempre più ripugnanti che provengono dalle Regioni, la commistione sempre più evidente fra i nostri politici – i nostri traditori politici – e la mafia, ha un lato tragico ulteriore: non c’è nessuna forza autorevole che possa darsi come programma politico l’uscita dall’euro, e spiegarne i motivi alla popolazione. Ciò significa la rovina certa della nostra economia e della nostra società.

Uscire dall’euro subito. Ah, ci fosse un partito!
MAURIZIO BLONDET
Dobbiamo farlo adesso, prima che Monti e i suoi tecnici, messi lì proprio per impedirci di liberarci dal nodo scorsoio, ci abbiano spolpato del tutto. La liberazione non sarà un pranzo di gala. Questa è una guerra. Ma numeri alla mano abbiamo la prospettiva di vittoria, ossia di una recuperata prosperità in un futuro non lontano. C’è una luce in fondo al tunnel. Ci manca una sola cosa da nulla: il partito politico che guidi gli italiani a questa alternativa.
http://www.effedieffe.com/

domenica 12 agosto 2012

Il "miracolo" tedesco: nascondere i "senza lavoro" e trasformarli in "senza diritti"


di Maurizio Blondet
La Cancelleria suona le trombe: ecco il miracolo economico tedesco! I disoccupati sono scesi dai 5,1 milioni nel 2005 ai 2,8 oggi. Sono solo il 6,9% della popolazione attiva, un record storico e un sogno in confronto al 9,9% di disoccupati in Francia e al 9,1% negli Usa. Sembra ripetersi il miracolo del Terzo Reich, che in tre anni mise la popolazione al pieno impiego. Merito, dicono le trombe, della “moderazione salariale” dei lavoratori tedeschi, della “disciplina” accettata dai sindacati.
Nel 2001, il governo Schroeder comincia ad applicare   le idee di Peter Hartz, il capo del personale (pardon, “risorse umane”) di Volkswagen: convinto,  non a torto, che i grassi sussidi  (di disoccupazione e sociali in genere)  vigenti allora in Germania tendano a creare uno strato di fannulloni cronici, concepisce un marchingegno legale che “costringe” i disoccupati a trovar lavoro. 
Prima della riforma Hartz, i disoccupati  che durante il lavoro avevano versato i contributi, avevano il diritto ad una “allocazione” (Arbeitsengeld o AG1) che durava due, e in certi casi 3 anni.  Dopo Hartz,  il sussidio AG1 dura un anno soltanto. 
Prima, i disoccupati di lunga durata che avevano esaurito il diritto al primo sussidio AG1, prendevano un AG2, molto più modesto. Esisteva anche un “aiuto sociale” (Sozialhilfe) per le persone ancora più lontane dal mondo del lavoro.  Oggi, AI2 e Sozialhilfe sono fusi in uno,  e distribuiti attraverso centri di lavoro speciali: presso questi centri di lavoro ogni disoccupato deve fare “passi positivi”  presentandosi bi-mensilmente  e accettare un impiego qualunque, anche meno pagato del precedente, sotto pena di perdere i sussidi.
Il sistema ha fatto cancellare milioni di persone dalle liste di disoccupazione…solo per farle riapparire nelle liste di “lavoratori poveri”, che hanno lavoretti di meno di 15 ore settimanali, e pagati di conseguenza:  anche meno di 400 euro mensili. Il buono del sistema Hartz è che per questi “mini-jobs” e mini-salari, lo stato non esige il versamento dei contributi previdenziali e sanitari.  Ciò ha incoraggiato molti datori di lavoro ad assumere mini-salariati sotto i 400 euro.  Il lato sgradevole è che questi lavoratori, non contribuendo alla previdenza, non hanno pensione nè assicurazione sanitaria.

Secondo lo studio francese,  i fruitori del sistema (Hartz IV) sono 6,6 milioni. Di cui 1,7 sono bambini, figli di ragazze madri o famiglie marginali.  Il che fa che gli altri – 4,9 milioni di adulti, sono “mini-impiegati” da meno di 15 ore settimanali o precari d’altro tipo. Ci sono anche percettori di “lavori da un euro” –  pagati un euro l’ora  -  per lo più per lavori d’interesse pubblico (“Socialmente utili”, diciamo noi).
Perchè qualcuno dovrebbe accettare “lavori” da un’euro l’ora? Perchè altrimenti perde i sussidi.  I “mini-jobs” sono la forma di lavoro che è più straordinariamente cresciuta (+47% tra il 2006 e il 2009), superata solo dal lavoro interinale (+134%).  I mini-job sono molto diffusi tra i pensionati: 660 mila di loro integrano la pèensione in questo modo.  Dietro le cifre, c’è la tragedia sociale degli anziani licenziati: in base all’ultima riforma previdenziale tedesca, l’età pensionabile è stata alzata dai 65 ai 67 anni, il che ha aumentato il numero di quelli che non vengono più assunti, causa l’ìetà, se non in mini-jobs.  Non a caso, se il numero dei beneficiari del sistema Hartz IV è ufficialmente calato del 9,5% tra il 2006 e il 2009,  tra i tedeschi di più di 55 anni  il numero dei beneficiari è cresciuto del 17,7%.
Nel maggio 2011, gli occupati con mini-jobs  erano 5 milioni: si può parlare, senza offesa, di un esercito di sotto-occupati e precari? Ci sono stati anche scandali: aziende che preferiscono assumere due o tre mini-jobs (su cui non pagano i contributi previdenziali) invece di un lavoratore a tempo pieno. La Scheckler, una catena di drogherie, è stata accusata dai verdi di fare questo genere di “dumping salariale”.
Nell’agosto 2010, un rapporto dell’Istitutio del Lavoro dell’Università di Duisberg-Essen ha calcolato che più di 6,55 milioni di tedeschi ricevono meno di 10 euro lordi l’ora –  sono aumentati di 2,3 milioni rispetto a dieci anni prima. Due milioni di lavoratori in oltre-Reno campano con meno di 6 euro l’ora, e molti nell’ex Germania comunista si contentano di 4 euro l’ora, ossia 720 euro mensili per un lavoro a tempo pieno.
I salariati con mini-job non sono i soli mal pagati. In Germania non esiste un salario minimo stabilito  per  legge (situazione unica in Europa).  I “lavoratori poveri” (che restano in miseria pur lavorando) sono il 20% degli occupati germanici.
Quelli che lavorano per meno di 15 ore settimanali, con paghe in proporzione, sono chiamati Aufstocker: sono un milione, ed integrano il magrissimo salario con i magrissimi  sussidi sociali. Il loro numero è in continua crescita.  Quanto ai sussidi sociali, rende noto lo studio francese, non sono completamente cumulabili: “Per 100 euro  di salario, il lavoratore perde il 20% del susidio, per un impiego da 800 euro ne perde l’80%.”
Il caso è stato portato da tre famiglie alla Corte costituzionale di Karlsruhe nel febbraio 2010:  i loro sussidi non consentivano “un minimo vitale degno”, era la lagnanza. La Corte ha  sancito la costituzionalità della Hartz IV, ma ha chiesto al legislatore di rivalutare l’allocazione di base. E’ stata infatti aumentata: da 359 euro a persona, a 374 euro. Adesso è “un degno minimo vitale”.
Se si toglie il milione di Austocker ai 4,9 milioni di attivi beneficiari di sussidi, si hanno 3,9 milioni di disoccupati di lunga durata, che vivono eslusivamente delle suddette allocazioni: essenzialmente famiglie con un solo genitore e anziani. 
Un dirigente del centro-impiego (Arbeitsagentur) di Amburgo, sotto anonimato, dichiara: “Ma quale miracolo economico. Oggi, il governo ripete che siamo sotto i 3 milioni di disocupati, e se fosse vero sarebbe un fatto storico. Ma la verità è diversa, sono 6 milioni di persone beneficiarie di Hartz IV (che prendono i sussidi, ndr.), e sono tutti disoccupati o ultra-precari.  La vera cifra non è 3 milioni di senza-lavoro, ma 9 milioni di precari”.
Si aggiunga che la percentuale trionfale di 6,9% di senza-lavoro nasconde forti disparità regionale. I disoccupati sono il 3,4% nella ricca e prospera Baviera, ma il 12,7 a Berlino.  E ogni minimo accenno di rallentamento dell’economia colpisce più duramente, com’è ovvio, i milioni di precari o mini-jobs: i primi ad essere licenziati, come si vede nella tabella seguente (le riduzioni del 2009 rispetto al 2008, riguardano soprattutto gli “atipici”). 
Che dire? La competitività tedesca ha il suo segreto in quel 20 per cento di sotto-salariati; il miracolo germanico si regge su un gigantesco dumping sociale. E’ questo il modello che ci  viene proposto ad esempio: la cinesizzazione della forza-lavoro a basso livello di qualificazione. 
Bisogna  constatare che, nella nuova economia globalizzata, i popoli diventano superflui – o almeno, grandi porzioni dei popoli. Il che forse spiega la  “crisi” della democrazia, ossia la devoluzione della sovranità popolare ai tecnocrati, operata dai politici di professione: maggioranze di cui non si ha bisogno per produrre o consumare, sono inutili  anche politicamente.  Hanno perso la dignità di cittadini.
Naturalmente, la medaglia ha anche un’altra faccia:  in Germania, il costo  della vita è inferiore a quello  di Francia e Italia (perchè esiste, come abbiamo visto, un “mercato del consumo pauperistico”, per i sottoccupati), e i salari delle classi medie qualificate sono alti. Un professore di liceo ha uno stipendio iniziale di 3 mila euro netti.  Il boom esportativo  produce persino una mancanza di lavoratori qualificati, tanto che attualmente  si arruolano giovani diplomati spagnoli.  E’, fra l’altro, un effetto della crescita-zero demografica tedesca. “La riserva di persone disponibili al lavoro sta calando”, ha avvertito la ministra del lavoro, Ursula Van der Leyen.  Attualmente, il numero di entranti nel mercato del lavoro è inferiore al numero di quelli che ne escono per anzianità, ed ecco un’altra causa che fa’ calare meccanicamente la disoccupazione…


Maurizio Blondet

Fonte: www.rischiocalcolato.it tratto da ariannaeditrice.it

lunedì 7 maggio 2012

Appello per rompere l’euro


di Maurizio Blondet
Il divertente e tragico grafico qui sotto misura il tasso di «dispersione» dei Paesi che fanno parte di unioni monetarie: ossia di quanto siano divergenti l’uno dall’altro, il che fornisce il grado di assurdità di una forzata unione monetaria.

Vi sono elencate unioni monetarie esistite in passato(Unione scandinava, ad esempio) ed anche alcune totalmente arbitrarie: notare la penultima colonna, che fornisce il grado di dispersione di una fantomatica unione monetaria che unisse «tutti i 13 Paesi che cominciano con la M», dal Messico al Madagascar. Ebbene: anche questa risulterebbe composta di Paesi meno divergenti di quelli da cui è composta la zona Euro.

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(CLICCARE PER INGRANDIRE)
La tabella è stata elaborata da Michael Cembalest, un analista di JP Morgan. Benchè umoristica nei risultati, la ricerca dà una seria indicazione ai «mercati» che speculano sulla possibilità che l’eurozona si spacchi. La possibilità è alta, abbastanza da continuare a puntare contro l’euro.

Per valutare la «dispersione» (o divergenza) dei Paesi dell’Euro, Cembalest ha valutato un centinaio di fattori tratti dal Global Competitiveness Index, del World Economic Forum: dal PIL pro-capite alla indipendenza della magistratura, fino ai chilometri-passeggero delle linee aeree. Le massime divergenze, in Europa, si notano nel rapporto fra salari e produttività, nella efficienza del sistema legale nelle cause d’affari, nella qualità della ricerca scientifica, nel livello di spreco e corruzione pubblica (indovinate quale nazione ha questi primati). «E i risultati sono simili anche se si esclude la Grecia; la divergenza tra i Paesi europei va oltre la Grecia», commenta l’analista.

Ecco perchè il mantenimento della moneta unica che continua a perseguire ostinatamente l’eurocrazia (di cui Mario Monti e Mario Draghi sono augusti esponenti) non è solo un bagno di sangue per i popoli, ma un tentativo condannato comunque: l’euro si spaccherà, lo si voglia o no. Inutili sofferenze di massa, solo perchè gli eurocrati non vogliono ammettere di aver avuto torto (e non perdere il posto e gli emolumenti). (Making eurozonians, or not)

Ciò dà un altro argomento al gruppo di economisti francesi e tedeschi – sì, anche tedeschi – che si sono riuniti a Dusseldorf il 27 aprile scorso per chiedere pubblicamente ai governi di procedere a uno smantellamento concordato dell’euro.

Tredici anni dopo, scrivono gli esperti, è evidente che l’euro non ha tenuto nessuna delle sue promesse:

- «Invece della prosperità, un rallentamento della crescita in tutti i Paesi dell’eurozona».

- «Invece del rigore pubblico, dieci anni di irresponsabili aumenti della spesa pubblica e dell’indebitamento».

- Anzichè una migliore integrazione economica, «squilibri tra i Paesi che si aggravano ogni giorno. I Paesi del Sud, anche la Francia, vedono la loro competitività degradarsicontinuamente da dieci anni».

- Al posto di un avvicinamento dei popoli, «un’animosità crescente fra creditori e debitori».

- Anzichè un progresso della democrazia, «decisioni imposte dall’alto a popoli che le rifiutano».

Dopo questa diagnosi, gli economisti continuano: i successivi piani per «salvare l’euro» si riducono, in fondo, ad imporre una sola cosiddetta soluzione: «La deflazione dei prezzi (e dei salari) nei Paesi deficitari. Una tale operazione non è riuscita mai nella storia. Non è riuscita nella Germania del 1930 (austerità del cancelliere Brunswik, ndr) nè in Francia nel 1934».

«A forza di perseguire un obbiettivo che non sarà comunque raggiunto, l’Europa è trascinata in una spirale recessiva che allarma il pianeta intero». A cui si aggiunge «il rischio d’inflazione, in quanto la Banca Centrale Europea, violando i suoi stessi statuti, per prolungare la vita dell’euro non vede altra soluzione che una massiccia creazione monetaria, a beneficio delle banche».

A quelli che dicono: la soluzione è in «più Europa», non meno, ossia a un’Europa federale come gli Stati Uniti, gli esperti rispondono: «È illusorio sperare in una Europa dei trasferimenti», dove cioè la Germania e i suoi satelliti dovrebbero trasferire durevolmente centinaia di miliardi di euro ai Paesi in difficoltà. Ciò «configurerebbe una collettivizzazione dei deficit pubblici: soluzione rigettata dai popoli che si vorrebbe obbligare a contribuire (i tedeschi, poco contenti di pagare i costi del Quirinale italiano, quattro volte superiori a quelli della monarchia britannica, ndr) e senza dare alcuna speranza di risanamento dei Paesi in cattive condizioni». E intanto «l’Unione Europea resta il fantoccio delle oligarchie finanziarie che mirano alla distruzione delle basi stesse della nostra esistenza»: è «vergognoso vedere tali oligarchie sottomettere il potere politico ai loro interessi».

Bisogna mettere fine a «questo accanimento terapeutico», altrimenti «l’esperienza della moneta unica finirà nel caos»... «esplosione della disoccupazione, disordini sociali, distruzione dello Stato di diritto, salita degli estremismi... i Paesi d’Europa diverranno ingovernabili».

I firmatari propongono dunque una gestione ordinata della rottura monetaria: molte ne sono già avvenute in passato, «dimostrando non solo che la rottura ordinata è possibile, ma che s’è rivelata benefica in pochi mesi».

Detto ciò, gli esperti precisano le fasi della «rottura ordinata» della moneta unica: in succo, consiste nel tornare alle monete nazionali unite da un sistema monetario europeo con una unità di conto europea, entro cui e monete possano fluttuare (ossia svalutarsi o rivalutarsi) entro un margine determinato. Abbiamo già avuto questo sistema, si chiamava SME, il «Serpente» Monetario Europeo.

I nomi dei firmatari dell’appello: Bruno Bandulet, Rolf Hasse, Wilhelm Nölling, Karl Albrecht Schachtschneider, Wolf Schäfer, Dieter Spethmann, Joachim Starbatty, Alain Cotta, Jean-Pierre Gérard, Roland Hureaux, Gérard Lafay, Philippe Murer, Michel Robatel, Jean-Jacques Rosa.

Ne ha dato notizia l’ Economist, ma naturalmente non il CorriereRepubblica,24 Ore, eccetera. (Currency disunion)

Ora si spera che Hollande abbia il coraggio di afferrare questa bandiera; sarebbe seguito dall’intero Club Med tranne, forse, l’Italia del governo Goldman Sachs Monti. Ma è autorizzata la speranza?

RPanicos Demetriades
  Panicos Demetriades
Vediamo: è stato messo a capo della Banca Centrale di Cipro (zona euro) un nuovo governatore, Panicos Demetriades, a cui vanno i nostri auguri sinceri: è stato uno dei pochi economisti ufficiali (è laureato a Cambridge) che mesi fa ebbe il coraggio di dire: dall’euro deve uscire la Germania, non la Grecia. Per avere la poltrona di governatore, Demetriadis ha dovuto abiurare questa verità evidente. Altrimenti i banchieri tedeschi (ma non solo loro) non l’avrebbero accettato nel loro consesso, dove si è cooptati per omogeneità ideologica. Comunque, un tipo simile con idee simili, in un posto simile, è uno spiraglio di luce. (Cyprus' Central Bank new governor appointed)

Buon Panicòs a tutti.