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sabato 15 marzo 2014

L'esclusiva di Libero in edicola oggi "Quell’insegnante è di destra" E le negano l’abilitazione


"Quell’insegnante  è di destra" E le negano l’abilitazione

RENATO BESANA
L’università italiana non le ha concesso l’abilitazione a professore associato perché è dichiaratamente di destra e - quale orrore - si permette di svolgere attività giornalistica, anche in tivù e persino su fogli impresentabili quali Libero: con queste motivazioni, benché espresse nella prosa elusiva del burocratese, Simonetta Bartolini si è vista bocciare al concorso nazionale per titoli cui ha partecipato.
Ai candidati, il ministero dell’istruzione chiedeva di compilare un formulario in cui elencare le attività svolte, allegando, in formato elettronico, (...)
(...) dodici pubblicazioni fra quelle degli ultimi dieci anni. Simonetta Bartolini si è attenuta alle indicazioni, senza sospettare che stava fornendo ai suoi giudici il pretesto per escluderla. Da una decina d’anni è ricercatrice all’Unint, Università internazionale di Roma, dove insegna Letteratura italiana contemporanea e Letterature comparate. Segretaria di redazione alla «Rassegna della letteratura italiana» dal ’95 al ’98, ha ricoperto incarichi in numerose istituzioni culturali, dirige la rivista on line «Totalità» e si è a lungo dedicata alla critica sulla carta stampata e dagli schermi tivù. Un ottimo curriculum, cui si aggiungono libri e articoli su riviste importanti, per esempio «Nuova storia contemporanea» di Francesco Perfetti. Titoli inutili, se non dannosi, per chi è stato chiamato a vagliarli.
Uno dei commissari, Mario Sechi - omonimo del più noto giornalista - non ha remore nel metterlo nero su bianco: «Come studiosa», scrive nel testo rintracciabile sul sito del Muir, «la candidata presenta un profilo marcatamente militante, orientato sulle tesi del revisionismo storiografico (sul fascismo e sulla Resistenza come guerra civile, e sulla stessa esperienza della Rsi), e impegnato in un tentativo di rivalutazione di autori rivendicati dalla destra politica come fondativi di una tradizione alternativa a quella “vincente” ed egemonicamente canonizzata: da Soffici a Barna Occhini, di cui ha pubblicato il carteggio, a Papini e Guareschi (che viene messo a confronto con primo Levi in un saggio del 2008), a Comisso nella sua formazione dannunziana, a un Pasolini proiettato sin dai suoi esordi in una prospettiva ultra-mistica e ultra-tradizionalista».
Gli autori esclusi dal Pantheon della sinistra - quali Papini, Soffici, Comisso - non hanno dunque diritto di cittadinanza: dedicare loro analisi critiche è superfluo. Sul fascismo siamo tornati a un’era antecedente a De Felice; rileggere Pasolini in chiave eterodossa è blasfemo; parole come mistica e tradizione costituiscono, di per sé, un marchio d’infamia. Alla Bartolini si rimprovera il «profilo militante», perché rivolto a destra; se la militanza si fosse orientata nella direzione opposta, avrebbe rappresentato un titolo di merito.
Non è finita: la monografia su Papini, di cui la Bartolini è autrice, l’unica mai pubblicata, che conta 400 pagine fitte, è stata ritenuta «modesta». Beata ingenuità: nel testo, per ottenere plauso, sarebbe bastato aggiungere che il corrosivo scrittore presentava aspetti d’antifascismo inconsapevole, un po’ come fece Bruno Zevi che, per salvare Giuseppe Terragni dalla damnatio memoriae, asserì che la sua opera era «oggettivamente» antifascista.
Tra i demeriti ascritti dalla commissione ministeriale all’imprudente studiosa, anche il fatto d’aver dedicato saggi e scritti al padre, il grande pittore e incisore Sigfrido Bartolini: pubblicazioni, si legge nello sprezzante giudizio, “che nascono dal contesto familiare”, e dunque per questo irrilevanti. Da non credere, soprattutto in un’università, com’è la nostra, soggetta al più bieco familismo. Ancor peggio l’attività giornalistica, di per sé spregevole, anche perché svolta fuori dalle testate gradite all’apparato cultural-mondano. Se gli articoli della Bartolini fossero apparsi su Repubblica, di sicuro nessuno avrebbe avuto da ridire.
Da notare che l’abilitazione a professore associato non garantisce alcun posto: chi l’ottiene, può soltanto sperare nella chiamata d’un ateneo. È tuttavia agghiacciante costatare come nel 2014 il pregiudizio ideologico ancora determini le sorti del nostro sistema educativo. Il criterio, da quarant’anni a questa parte, resta il medesimo: fuori i fascisti dall’università, come continuano a gridare i bravi ragazzi dei collettivi (e fascista, beninteso, è chiunque non s’inchina al politicamente corretto).

Renato Besana
fonte

mercoledì 14 agosto 2013

L'INCHIESTA DI LIBERO Ecco i cinquanta ospedali migliori e i peggioriLo studio di Agenzia per i servizi sanitari e ministero sulleprestazioni delle strutture: il Nord è virtuoso, ma anche il Centro...

13/08/2013
Ecco i 50 migliori ospedali
E quelli da evitare
Qual è il tuo stato d'animo?
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L’ospedale civile“Madonna del Soccorso” di San Benedetto del Tronto ha un primato: vanta il più basso tasso di mortalità nei primi trenta giorni successivi al ricovero per infarto miocardico acuto: il 2,2 per cento.  Ad appena due ore di macchina, spostandosi dalle Marche al Lazio, si incontra  invece la struttura che registra i risultati peggiori: al “San Giovanni Evangelista” di Tivoli il 24,6 per cento dei malati muore entro il primo mese.  La media nazionale è del 10,3 per cento.  Alle Marche spetta un’altra medaglia: l’ospedale “Bartolomeo Eustacchio” di San Severino  ha il tasso minore di mortalità nei  30 giorni successivi al  ricovero per un ictus: l’1,5 per cento. La maglia nera dista quattro ore di macchina: è il barese (frazione Carbonara) ospedale “Di Venere”, dove il tasso sale al 37,4 per cento,  contro una media nazionale dell’11,6. Lo studio sullo stato di salute degli ospedali italiani è stato fatto dall’Agenzia nazionale per i servizi sanitari (Agenas), in collaborazione con il ministero della Salute. Un’analisi che ha incrociato i dati del Sistema informativo ospedaliero, l’immenso archivio in cui confluiscono le informazioni su tutti i ricoveri registrati in Italia, e quelli dell’Anagrafe tributaria. Il risultato è un elenco puntiglioso dei pregi e dei difetti del nostro sistema sanitario.

Sul quotidiano in edicola oggi, 13 agosto 2013, trovate tutte le tabelle 

con le classifiche dei dieci migliori e peggiori ospedali 


Gli indicatori - Oggi Libero pubblica la lista dei dieci migliori e dei  dieci peggiori ospedali in riferimento a cinque dei 45 indicatori presi in esame dall’Agenas. Oltre all’infarto miocardico acuto e all’ictus, si è presa in considerazione  la mortalità a un mese dal ricovero dopo l’innesto di un bypass aortocoronarico. Con questa operazione si sostituisce un tratto di arteria coronaria ostruita con un segmento alternativo di vena o arteria. L’esito a breve termine (30 giorni, appunto) dell’intervento è un importante indice di qualità. Per trovare l’ospedale migliore, anche qui bisogna restare nell’Italia centro-adriatica. Non più le Marche, come per ictus e infarti, ma l’Abruzzo, con il “Mazzini” di Teramo, che però condivide il primato (lo 0,5 per cento di decessi contro una media nazionale del 2,45) con la palermitana casa di cura “Villa Maria Eleonora”. Mentre i peggiori risultati sono quelli dell’azienda ospedaliera “Sant’Anna e San Sebastiano” di Caserta, con il 16,1 per cento di decessi.
Altro indicatore preso in esame: i giorni di degenza successivi a un intervento chirurgico di colecistectomia laparoscopica. Mediamente ne sono necessari quattro. I tempi si dimezzano in due strutture piemontesi, due toscane, una veneta, una marchigiana, una lombarda; mentre raddoppiano in  due strutture abruzzesi, due laziali, una piemontese, una pugliese. 
Infine,  ci siamo soffermati sul tempo d’attesa per un intervento chirurgico in seguito alla frattura del collo del femore. In questi casi i tempi non sono una variabile secondaria: non è soltanto in questione il disagio personale del paziente. In effetti, specialmente per  le persone  anziane, che sono interessate con una certa frequenza dalla rottura del femore, una lunga attesa prima dell’intervento corrisponde a un aumento del rischio di mortalità e di disabilità. La soluzione ideale è che il paziente con femore rotto venga operato entro 24 ore dall’ingresso in ospedale. Ad oggi, c’è una sola struttura in Italia a garantire questa tempistica ed è l’ospedale “San Francesco d’Assisi” di Oliveto Citra, in provincia di Salerno. 
Solo altri otto ospedali riescono a garantire l’operazione entro 48 ore: tre in Lombardia, tre nella Provincia autonoma di Bolzano, uno in Veneto e uno in Toscana. E se campano è il record positivo,  campano è anche quello negativo: ben 31 giorni di attesa per chi bussa alla porta dell’ospedale “Landolfi” di Solofra, Avellino. Da notare: tra l’una e l’altra struttura, cioè tra un giorno d’attesa e un mese d’attesa, c’è meno di un’ora di macchina.
Qualche sorpresa - I dati sono in parte sorprendenti per chi è affezionato ai luoghi comuni: non è raro infatti trovare strutture di eccellenza al Centrosud. Anche se è vero che al Sud si concentrano in genere le strutture con le prestazioni più negative. La vicinanza di ospedali virtuosi e pessimi all’interno di una stessa area geografica  è un altro fattore degno di nota. Solo qualche esempio: la Campania ospita una struttura ottima per chi è colpito da un infarto a Battipaglia (il“Santa Maria della Speranza”: mortalità dopo 30 giorni al 3,2 per cento) e una pessima a Santa Maria Capua Vetere (il “San Giuseppe e Melorio”: mortalità al  21,8 per cento). Dopo un ictus, nell’ospedale    “SS. Antonio e Margherita” di Tortona si ha solo il 6 per cento delle possibilità di morire nei primi trenta giorni di ricovero, ben al di sotto della media nazionale dell’11,6 per cento, ma all’ospedale “Santo Spirito” di Casale Monferrato la percentuale sale al 24,5 per cento. Tra le due strutture c’è poco più di mezz’ora di automobile. In Veneto tra l’ospedale di Conegliano e quello di Vittorio Veneto la distanza,   in macchina,  è ancora minore: nel primo la percentuale di decessi è del 20,3 per cento, nel secondo è del 5,4 per cento. 
Prima di leggere le tabelle in questa pagina e nelle seguenti, due avvertenze, legate entrambe allo scrupolo di chi ha elaborato i dati. La prima: l’Agenas preferisce non parlare di «classifiche, graduatorie, pagelle, giudizi» bensì di «strumenti di valutazione (…) finalizzati al miglioramento dell’efficacia e dell’equità nel Servizio sanitario nazionale».  Seconda avvertenza: nelle liste  spesso non compaiono ospedali i cui dati pure sono stati raccolti, e che magari si piazzerebbero anche nelle parti alte. La scelta è dell’Agenas, che giudica, in quei casi, troppo alto il rischio d’errore, attribuendo magari alla qualità o all’inefficienza dell’ospedale interessato ciò che invece è imputabile alla sorte. Il dato viene   quindi  giudicato statisticamente non  significativo e noi lo omettiamo. 
Ultima precisazione: i valori si riferiscono al 2011 e sono “aggiustati”, cioè corretti in modo da tener conto di fattori che potrebbero alterare i risultati,  non rendendoli confrontabili: l’età e il genere del paziente, la gravità delle sue condizioni di salute, la presenza di altre malattie... (1.Continua)
di Alessandro Giorgiutti

martedì 18 dicembre 2012

Rai sobria, ma non con Benigni: ecco quanto ci costa


Rai sobria ma non con tutti. Ecco il cachet di Benigni

Al comico quasi 6 milioni di euro per una serata sulla Costituzione e dodici puntate su Dante. Con i tecnici i compensi (per qualcuno) non calano


di Francesco Borgonovo
Sarà anche la Rai dei tecnici e dei sobri, ma i compensi di Roberto Benigni sono quelli milionari di sempre. Ieri sul Fatto quotidiano il bravo Carlo Tecce ha scodellato le cifre riguardanti il ritorno in video del comico toscano, che il 17 dicembre prossimo condurrà una prima serata su RaiUno. Il programma si intitolerà La più bella del mondo e si occuperà, almeno nella seconda  metà, della Costituzione italiana. La prima parte, invece, dovrebbe comporsi di un classico monologo satirico a base di battute più o meno politiche. Bene, per questo show, rivela Tecce, la televisione pubblica sborserà 1,8 milioni di euro. Tutto compreso: regia, scenografia, registrazione a Cinecittà. Produzione a cura della Melampo di Benigni e della Arcobaleno 3 di Lucio Presta. 

La domanda più ovvia è: vale la pena spendere tutti questi soldi per Robertaccio? Risposta: per quanto le posizioni politiche del guitto possano non piacere a tutti, sì. Basta guardare gli ascolti ovvero l’unica legge che conti in televisione. L’ultima volta che il nostro si è palesato sul piccolo schermo, cioè a Sanremo 2011, ha fatto il botto: 50% di share, con 15 milioni di italiani incollati allo schermo per vederlo discettare dell’inno nazionale. Un’infornata di retorica piuttosto stucchevole, ma di innegabile successo, mediatico e commerciale. Identica storia nel novembre 2010, quanto Benigni partecipò al soporifero Vieni via con me della coppia Fazio-Saviano: 25,48% di share, miglior risultato di RaiTre in dieci anni.




Fonte: liberoquotidiano.it

martedì 27 novembre 2012

REGOLE FERREE Le primarie Pd sono una farsa "Ecco come ho votato tre volte"

La farsa delle primarie Pd: 
"Così ho votato tre volte"


di Luciano Capone
Le primarie sono state una grande festa di  partecipazione democratica. Noi di Libero ad esempio abbiamo votato  tre volte di fila, due a Milano (stessa sezione) e una a Monza, sempre democraticamente. Non abbiamo corrotto nessuno, né abbiamo falsificato documenti. Secondo il regolamento del Pd, ogni studente o lavoratore fuori sede doveva inviare, entro le 19 di venerdì 23 novembre, una e-mail al coordinamento provinciale della zona ove intendeva votare. I coordinatori avrebbero avvisato del cambio i colleghi della provincia di residenza e,  infine, indicato all’elettore la nuova sezione in modo da evitare falle utili a chi avesse voluto alterare la gara. E invece no. 
Venerdì abbiamo scritto una mail al coordinamento di Milano e una a quello di Monza, dichiarando in entrambi i messaggi di voler votare come fuori sede (quali irpini momentaneamente a Milano/Monza). Dopo pochi minuti rispondono i brianzoli: «Lei voterà al seggio 1, in via Lecco 12». Il giorno seguente ecco Milano: «Voterà  al seggio  di via Borgogna 3, senza bisogno della tessera elettorale». In realtà non abbiamo avuto bisogno neppure dei documenti. Domenica mattina, primo seggio: Milano via Borgogna. I volontari spulciano l’elenco dei fuori sede iscritti, spuntano il nome e, senza chiedere la carta d’identità, ci fanno sottoscrivere l’appello «ItaliaBeneComune», versare i due euro di contributo e ci consegnano la scheda. Tutto in cinque minuti. Circa un’ora dopo siamo a Monza. Al seggio nessuno ha l’elenco dei  fuori sede  pre-iscritti e ammessi al voto. Ci basta dare nome e cognome, compilare il modulo, sottoscrivere l’appello, sganciare altri due euro e votare. Anche in questo caso senza bisogno di mostrare  documento di identità o certificato elettorale. 
Dopo aver fatto il bis, leggiamo su Twitter che a Milano fanno votare anche i fuori sede che non si erano pre-iscritti. Apperò. La regola è sparita e gli elenchi pure: l’occasione è ghiotta. In serata, senza nemmeno dover  togliere gli occhiali o cambiare pettinatura, ci ripresentiamo al seggio di via Borgogna. La scena è surreale: code di ragazzi che chiedono di votare, fogli e moduli che passano di mano in mano senza essere  compilati e iscrizioni, come sempre, senza documenti. L’unica regola su cui non si transige sono i due euro di obolo. Dopo aver pagato ci consegnano la scheda, che imbuchiamo per la terza volta in poche ore. È tarda sera, non c’è tempo per piazzare la quarta crocetta. E non finisce qui.  
Ora il problema è che la macchina delle primarie non può più tappare la falla dei voti multipli in vista del secondo turno: chi ha votato ha già la tessera (o le tessere) per il ballottaggio e potrà votare (o stravotare) in tutte le sezioni d’Italia. 
Il tema solleva diversi quesiti agli organizzatori: se questo è ciò che è avvenuto a Milano e Monza, dove le sezioni erano piene di rappresentanti di lista, cosa può essere accaduto laddove erano in pochi a presidiare i seggi? Cosa è potuto succedere nelle zone da cui, per tutta la nottata, non sono arrivati i dati dello spoglio? Se nel nostro caso tutto è avvenuto senza coinvolgimento di altre persone, chi avrebbe potuto controllare organizzatori di seggi interessati a gonfiare i voti? Riuscite, cari organizzatori delle primarie, a quantificare il numero dei voti multipli? Facciamo noi una proposta: se vi portiamo indietro le schede, ci restituite i soldi? È un affare: con soli due euro potete rottamare un voto multiplo.
http://www.liberoquotidiano.it/news/politica/1130924/Le-primarie-Pd-sono-una-farsa---Ecco-come-ho-votato-tre-volte---.html

lunedì 1 ottobre 2012

DOPPI SENSI "La diamo a tutti": il porno spot imbarazza l'Abruzzo L'azienda connetti.it spopola con un manifesto sull'Adsl decisamente sexy. Protesta in consiglio regionale: "E' sessista"

"La diamo a tutti" In Abruzzo c'è 
il porno spot
Il lato sexy dell'Adsl stuzzica i pubblicitari, molto meno i politici. In Abruzzo ha scatenato polemiche il cartellone-spot dell'azienda Connetti.it: una sensualissima ragazza in costume, in posa sensuale, e con uno slogan ammiccante. "La diamo a tutti …l’adsl dove non c’è". Più che doppio, il senso è unico. Tanto che in consiglio regionale è scoppiato un caso: la pubblicità è stata definita "sessista" dal consigliere regionale Marinella Sclocco e dall’assessore Federica Carpineta.
http://www.liberoquotidiano.it/

lunedì 24 settembre 2012

L’esercito della politica: mezzo milione di privilegiati che ci costano 2 miliardi



Sono numeri da brivido, quelli riportati sul libro Il Costo della Democrazia (Salvi e Villone) e citati su Libero, quelli che riguardano la Casta

Sul bilancio pubblico pesano, complessivamente, per 1,8 miliardi di euro. Attenzione: non guadagnano tutti le cifre incredibili di «er Batman», Franco Fiorito. Stiamo parlando della casta dei politici, un esercito di mezzo milione di persone che «campa» grazie a un incarico o una consulenza pubblica. Oppure a un «posto» da eletto nei municipi (le vecchie circoscrizioni), nei comuni, nelle comunità montane, nelle province, nelle regioni, alla Camera e al Senato, al Parlamento europeo. In tutto, tenetevi forte, 427mila persone. Tanto per fare un confronto con la cosiddetta economia reale: più di tutti gli occupati nel mondo bancario (330mila) e quasi dieci volte gli operai della Fiat. Il «gruppo» più folto è quello composto da quanti si beccano quattrini per incarichi di varia natura o fanno i consulenti: 278mila soggetti.

Ma sul peso economico delle varie categorie che si evidenziano i problemi

Il peso dei consiglieri regionali sui bilanci pubblici raggiunge quota 124 milioni di euro, mentre i sindaci – che sono molti di più – presentano un conto finale da 256 milioni. Di rilievo pure il bilancio finale degli stipendi (e accessori vari) pagati ai deputati e ai senatori (nonostante l`assenteismo): in totale 200 milioni di euro, a cui vanno sommati i 196 milioni di finanziamento ai partiti e i 92 ai gruppi di Camera e Senato. Una voce enorme è certamente quella degli incarichi e delle consulenze, che esistono a tutti i livelli della pubblica amministrazione: nei ministeri come nel più piccolo dei comuni d`Italia. A sommare tutti gli emolumenti si sfiora il miliardo di euro.

Assisteremo mai a una vera dieta di questo enorme spreco pubblico?

http://www.ilfazioso.com

martedì 21 agosto 2012

Assurdo: 11 miliardi di beni sequestrati alle mafie che lo Stato non sfrutta


E’ Franco Bechis su Libero a svelare l’ennesima assurdità di uno Stato incapace di recuperare soldi che sono già a disposizione. Parliamo dei beni sequestrati alle mafie
  • C`è un tesoretto che vale più di 10 miliardi di euro, e secondo stime provvisorie supera addirittura gli 11 miliardi. È nelle mani dello Stato, che in gran parte non può farsene nulla: non può tenerlo, non può mantenerlo e non lo può nemmeno vendere.
  • l`Agenzia ha oggi in gestione 3.470 beni immobili di ogni tipologia: ville, capannoni industriali, appartamenti, terreni, box auto etc… Oltre a questi gestisce 305 «beni aziendali», e fra questi ci sono
    35 gruppi industriali con le loro partecipazioni e un consistente ulteriore patrimonio immobiliare.
  • Che cosa fa l`Agenzia con tutto questo patrimonio? Poco o nulla. I beni non possono essere né ristrutturati nè valorizzati perché non ci sono i fondi necessari: vive di un ordinario stanziamento di 4,2 milioni di euro annui
  • Quel patrimonio per legge può essere affidato a onlus, ad enti pubblici o associazioni di categoria. Ma in moltissimi casi questo non è nemmeno possibile: «1.570 unità immobiliari risultano gravate da ipoteca e, pertanto, secondo la vigente normativa sono difficilmente destinabili sia al patrimonio dello Stato sia a quello degli enti territoriali»
  • L`unica sarebbe venderli a privati, risolvendo per altro un problema di finanza pubblica evidente a tutti. Ma la legge oggi lo vieta, e l`idea di cambiare quelle norme fa alzare barricate a tutto il fronte antimafia
  • quella modifica ci vuole e bisognerebbe procedere alla vendita dei beni sul libero mercato e senza limiti, consentendo all`erario di incassare le relative somme
In Parlamento ci sono alcune proposte di legge in tal senso. Già Maroni ci aveva provato ottenendo in cambio le barricate della sinistra che evidentemente vuole mantenere questo enorme spreco. La loro paura è che la mafia si possa ricomprare gli immobili. A parte che è improbabilem ma è meglio che lo Stato non ottenga nulla o che recuperi molti soldi?

sabato 28 luglio 2012

Il misterioso caso della Rana-Toro


Nell'estate di 45 anni fa tutti i giornali italiani ed esteri si interessarono di un fatto di cronaca che portò per mesi la città di Sesto San Giovanni alla ribalta. Pubblichiamo il servizio che il quotidiano "Libero" realizzò il 7 luglio 2005.
Per quelli che forse si ricorderanno del curioso episodio, che tanto agitò gli animi in quel lontano 1966, riportiamo l'intervista al giornalista Giuseppe Gallizzi da parte della collega Cristiana Lodi.
Invitiamo chi ha vissuto quei momenti ad esporre la loro impressione e fornire ulteriori particolari sulla vicenda.

Nel 1966, tra pecore e cani sgozzati, l’ululato di un grosso batrace scosse la palude di Sesto San Giovanni. Si fermò l’Italia e partì la caccia al mostro. Ma la verità era che…
All’epoca i corrispondenti dalle province venivano pagati 35 lire a riga. Chi più scriveva più intascava. E quell’estate i cronisti erano riusciti a campare alla grande, nonostante la calma piatta ( e feriale) di notizie. Il successo fu dovuto al mostro misterioso che allignava sul fondo di un’angusta palude. A Sesto San Giovanni, dietro le fabbriche della Falk. Era il 1966, si stampava col piombo e internet era ancora di là da venire. La cronaca si metteva insieme facendo il giro delle stazioni dei carabinieri e dei commissariati di polizia. Niente telefono, si usava andare di persona a suonare il campanello al brigadiere. Mattino, pomeriggio e alla sera tardi, prima che le rotative cominciassero a girare. Il brigadiere Zanotti, in servizio a Sesto, quell’estate fu artefice senza accorgersene, della fortuna dei corrispondenti della zona e non soltanto di loro. La grande notizia partì proprio dalla sua caserma e fece il giro dell’Italia. Titoli a nove colonne sui giornali nazionali, che schierarono gli inviati speciali. Protagonista sempre lui: ” Il mostro della palude di Sesto”. Un mistero mai svelato, del quale oggi ci racconta volentieri Giuseppe Gallizzi, 32 anni al Corriere della Sera, come cronista e poi come redattore capo. Fu l’autore dello scoop, e il mostro lo vide ” nascere”. In quegli anni stava all’Informatore, settimanale di Sesto San Giovanni, ma era anche attivissimo corrispondente ( dalla zona) per il quotidiano di via Solferino. Dice Gallizzi: « È successo tutto durante il giro del pomeriggio. Mi aprì il portone il solito Zanotti. Che portava la divisa perfettamente stirata. ” Novità brigadiere?”, domandai. ” Niente, tutto a posto per oggi”, fu la risposta. Tutto a posto un corno, pensai io » , ricorda il giornalista, « mi ostinai e tornai alla carica: ” Proprio niente signore?”. E lui: ” C’è la carogna di una pecora giù alla palude e la gente da quelle parti già dice che la notte sente ululare” » . È fatta, pensò il cronista. E andò di corsa allo stagno, che era fondo quasi 5 metri nel punto più alto ed era grande come un campo di pallone. La carcassa ovina era là, a 10 centimetri dalla riva, in via Della Pace. Due metri più avanti c’era pure un cane. Sgozzato, sussurrò qualcuno. Luigi Rossi, capo della Protezione animali ( si chiamava così), particolarmente versato in anfibiologia, guardò la povera bestia e sentenziò: « Il caso è misterioso, il meticcio presenta squarci alla gola, come fosse stato azzannato o finito a unghiate » . Non c’è dubbio: il mostro si nasconde nella palude. Bastò un titolo sul giornale del mattino, e la psicosi fu generale. « La gente di Sesto, centro notoriamente operoso e quindi uso a lunghi e pacifici sonni riparatori, la notte non chiude più occhio » , scriveva il grande Dino Buzzati. Stando alle cronache, il terrificante ululato saliva dalle acque melmose appena il buio calava. Un innocuo ranocchione (ululone), in fondo a un fiume? Macché, Giuseppe Gallizzi ricorda le parole della gente che ormai passava le notti in bianco: « Non è un gracidare, il verso assomiglia di più a un lungo muggito ( così: muuuhmuuuh…) e si sente anche sei- sette volte in una notte » . Arrivarono i pompieri, la polizia, i carabinieri e i battitori con i gambali alti. Armati di mazze di ferro e retini, cominciarono la caccia. Il postino Ernesto Bottoli, che veniva da Mantova, diede subito il suo parere: « Secondo me è una ranagolia, detta anche ranatoro. Quattro anni fa ne trovarono cinque o sei nel lago Inferiore di Mantova; sono anfibi che rivano dalla California, a zampe distese arrivano fino a 70 centimetri di lunghezza. Alcuni mesi fa ne hanno uccisa una anche nel Cremonese, con una bomba a mano » . Ma un mostro è sempre un mostro, se attacca si può anche sparare. E un tale decise di mettergli una taglia di 50 mila lire sulla testa. « A quel punto fu guerra dichia-arrata » , dice Gallizzi, « c’era la folla in via Della Pace e la fila di macchine fino a Monza, la gente veniva da tutta la Lombardia per assistere alle battute. Gli ambulanti avevano portato in riva all’acquitrino le bancarelle, con le bibite e i panini col salame. Pagine e pagine sui giornali, io ero diventato amico del brigadiere e così il mio giornale aveva sempre qualche ululato in più, rispetto agli altri. Si campò così due mesi » . Alla fine i pompieri svuotarono lo stagno, e sul fondo i pescatori Francesco Panchieri e Antonio Martinelli, trovarono una rana-toro che pesava 7 etti e 80 grammi. Il mostro fu catturato con una rete e la storia finì. Ma a Sesto, quando arriva l’estate qualcuno sente ancora ululare.
Cristiana Lodi

giovedì 26 luglio 2012

ALLA FACCIA DEL MERITO Il Molise dà 13mila euro di bonus al dirigente in galera

Il Molise dà 13mila euro di bonus al dirigente ladro finito in galera

Il paradosso del Molise che premia un dirigente che gli ha rubato fondi e che si trova da sei mesi in cella.

Tre mesi fa Elvio Carugno è finito in galera con l’accusa di peculato aggravato e continuato per aver sottratto soldi regionali. Ma la Regione Molise gli ha dato un bonus di 13.099 euro “per merito” in aggiunta allo stipendio.
Lo scandalo è stato raccontato oggi dal Corriere della Sera. Il 6 luglio viene inviata al Servizio di gestione risorse umane una lettera della Direzione generale della Regione Molise. L’oggetto è: “Erogazione indennità di risultato dirigenza anno 2011”. Il totale dei premi - che fa inorridire in questi tempi di crisi e di disoccupazione - è 805.046 euro e 57 centesimi da dividere tra 68 dirigenti, tutti quelli della Regione. E quale sarebbe il “merito”? L’”organizzazione degli uffici”. Poco importa se uno di questi dirigenti, sia in carcere per peculato. 

domenica 1 luglio 2012

Passera indagato per frode fiscale, ora si dimette, vero?

passera Passera indagato per frode fiscale, ora si dimette, vero?
Corrado Passera è indagato per frode fiscale. Il ministro dello Sviluppo è accusato per operazioni compiute quando era a Banca Intesa. Banca Intesa  avrebbe utilizzato veicoli finanziari per pagare meno tasse in Italia. In quel periodo Passera era amministratore delegato dell`istituto. Banca Intesa, attraverso operazioni illecite, avrebbe creato un tesoretto all`estero da scontare poi nei conti del gruppo, grazie a un`asimmetria impositiva.
Secondo l’agenzia delle entrate “il credito in esame, lungi dall`essere stato utilizzato per i fini previsti dall`ordinamento, altro non rappresenta che un
illegittimo extrarendimento il cui godimento ha governato l`intera operazione”
Intesa tra l’altro ha già transato con il fisco 1,15 miliardi di euro contestati, pagando 270 milioni. Così come hanno fatto altre banche, compresa Unicredit.
Come riporta Libero due mesi fa, Andrea Zoppini, quando è stato raggiunto da un avviso di garanzia per frode fiscale, si è dimesso dal governo: era sottosegretario della Giustizia.
Passera 3 mesi fa dichiarò quanto seguire in merito all’evasione fiscale
Contro l’evasione fiscale ci deve essere anche una sanzione sociale. Non deve essere tollerabile anche tra le persone che chi può contribuire in maniera adeguata non lo fa, come avviene adesso.
fonte 

venerdì 25 maggio 2012

Anche Equitalia evade il fisco A Roma l'agenzia di riscossione non paga il balzello sui rifiuti e ha un contenzioso di 200mila euro



L'Italia è il paese dei colmi infiniti. Può succedere, per esempio, che i controllori del fisco evadano. A RomaEquitalia non paga il balzello sui rifiuti e ha un contenzioso pesante. Se in un caso si tratta solo di disattenzione (anche se quella dei cittadini comuni non viene perdonata), sugli arretrati la situazione è un po' più spinosa e riguarda direttamente una controllata dell'agenzia di riscossione, Equitalia Sud: secondo quanto risulta a Libero, la morosità nei confronti dell'Ama ammonta a circa 200mila euro.Il colmo degli esattori delle tasse: anche Equitalia evade il fisco

martedì 10 aprile 2012

Spunta l'accordo tra i partiti per fregarci 2 miliardi di euro


Spunta l'accordo tra i partiti per fregarci 2 miliardi di euro

Intesa sul finanziamento, ma contributi non si toccano. E nel 2011 forze politiche hanno preso 200 mln dagli sgravi fiscali

""Si accelera sulla trasparenza del finanziamento dei partiti: controlli dei bilanci e certificazione. L’entità del malloppo, invece, per ora resta quello. Tagli rinviati. Sulla prima parte del problema, però, i partiti sembrano voler fare in fretta. Preoccupati dall’effetto negativo che la vicenda della Lega, seguita a quella della Margherita, ha su tutti i partiti, indistintamente", spiega Elisa Calessi su Libero in edicola oggi. Il punto è che i partiti non rinunciano ai soldi dello Stato. C'è stato un primo accordo tra i tre leader dei principali partiti (Angelino Alfano, Pierluigi Bersani e Pierferdinando Casini): è stata stretta un'intesa sulla trasparenza, ma per ora i contributi non si toccano. Per capirsi, dal 1994 i partiti hanno ricevuto 2,7 miliardi di rimborsi e ne hanno speso solo 700 mila euro. E le forze politiche sono tutte già d'accordo: un'intesa per tenersi i soldi. La proposta di legge verrà presentata alle altre forze parlamentari giovedì: ancora non si è deciso se si utilizzerà un decreto (caldeggiato dal Pd) o un disegno di legge (preferito dal Pdl).
Sgravi e fondi - Per quel che riguarda il solo 2011, i partiti hanno ricevuto 200 milioni in rimborsi elettorali: la soglia richiesta per accedervi è pari all'1 per cento. Ma non è tutto: altri 200 milioni sono arrivati alle formazioni politiche tramite sgravi e fondi ai giornali. Così altri 75 milioni li abbiamo pagati per i contributi ai gruppi consiliari delle 20 regioni. E ancora, altri 75 milioni di euro, sono arrivati per i contributi ai gruppi parlamentari. Cinquanta milioni, infine, per i finanziamenti ai giornali di partito. Dai privati, nel 2010, i partiti hanno ricevuto 49 milioni di euro.

giovedì 8 marzo 2012

Borsellino ucciso perché ostacolo accordo stato-mafia

Nuova indagine sull'assassino del giudice in via D'Amelio nel 1992: quattro arresti. "Riina voleva rivitalizzare la trattativa"

Il  giudice Paolo Borsellino sapeva dell'esistenza di una trattativa tra lo Stato e la mafia. Ne sono convinti i magistrati di Caltanissetta nelle carte della nuova inchiesta sulla strage di via D'Amelio che all'alba di oggi ha portato all'arresto di quattro persone, tra cui il presunto mandante Salvuccio Madonia. Dalle indagini emerge "che della trattativa era stato informato anche il dottor Borsellino il 28 giugno del 1992. Quest'ultimo elemento aggiunge un ulteriore tassello all'ipotesi dell'esistenza di un collegamento tra la conoscenza della trattativa da parte di Borsellino, la sua percezione quale 'ostacolo' da parte di Riina e la conseguente accelerazione della esecuzione della strage", scrivono i pm nisseni facendo riferimento alla testimonianza di Liliana Ferraro, l'ex direttore generale del Ministero della giustizia. Secondo i magistrati nisseni il boss mafioso voleva "rivitalizzare" quella trattativa, che "sembrava essere arrivata su un binario morto", con una sanguinaria esibizione di potenza come fu in effetti l'omicidio di Borsellino e di 5 uomini della sua scorta, il 19 luglio 1992. "La tempistica della strage - scrivono i pm - è stata certamente influenzata dall'esistenza e dalla evoluzione della così detta trattativa tra uomini delle Istituzioni e Cosa Nostra".