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giovedì 3 ottobre 2013

RE TENTENNA


RE TENTENNA
Non mi è piaciuto, mi dispiace, ma proprio non mi è andata giù la sceneggiata che si è svolta ieri al Senato.
Forse la coerenza non è più di moda, ma personalmente non sono mai andato dietro le voglie degli altri e non comincerò certo oggi... Neppure sono mai stato discepolo del detto (maoista mi pare) secondo cui “se non puoi combattere il nemico, unisciti a lui” - pare che l'italiano oltretutto sia bravo in questo, la storia insegna -... Tralasciando il cui prodest, materia di argomento di tanti, a me interessa tratteggiare la vicenda umana di un leader, di un imprenditore che venti anni fa si è dato alla politica, asserendo pur tuttavia di non fare parte di quel mondo. Un grande imprenditore che ha dato lavoro alle migliaia di operai delle sue aziende e che, come Cesare Ragazzi aveva una grande idea in testa. La sua era quella di “scendere in campo” per risolvere tutti i problemi economici di un paese che era in crisi già prima dell'attuale crisi, una crisi d'identità. Bisogna convenire che tanti ci hanno creduto, si sono lasciati avvincere dal suo ottimismo, dalla sua simpatia, dalla sua verve. E scendendo in campo ci ha condotto in un'interminabile partita di calcio tra la sua squadra e quella dei sinistri. Va bene tutto, ma piano piano il nostro mondo si è trasformato e perfino l'avversario, per adeguarsi e limitare le perdite ha adottato le sue strategie ed i suoi programmi, cosicché destra e sinistra continuano a presentarsi agli elettori senza troppe variazioni in contrapposizione e forse è proprio questo la vera presa per i fondelli verso il popolo. Non ho mai votato Berlusconi, anche se a volte ho solidarizzato con lui, in quanto perseguitato dalla giustizia fin dagli esordi. Non ho votato lui, in quanto le mie idee non comprendono il liberalismo (altrimenti, come detto prima, avrei avuto difficoltà tra scegliere lui o gli altri, ma essendo lui l'originale e gli altri la fotocopia avrei deciso alla fine), e non comprendono neppure un liberalismo mascherato da finta risoluzione di problemi sociali ed un esercito, quello suo composto in prevalenza da ex democristiani desiderosi di rivincita, da ex liberali quasi estinti e perfino da comunisti rinnegati e da ex magistrati che ai loro tempi avevano la mano pesante nei confronti di una precisa parte ideologica (il riferimento all'avvocato Pecorella è puramente casuale).
Chiarito questo punto torniamo al personaggio... Grande, l'ha definito ieri il Presidente del Consiglio ed io non sono tanto convinto, a differenza di altri, che vi fosse ironia. Grande sì, interpretando l'utilitarismo, la volontà di salvare il salvabile, quello che ne rimane... Considerate come volete, il povero Silvio, ma non definitelo stratega, a meno che non riconosciate storicamente come stratega alla stregua di Alessandro, Cesare e Napoleone il Maresciallo Badoglio nell'atto specifico dell'8 settembre del '43... Chiusa parentesi storica. Mi auguro che sia solo colpa dell'età avanzata ma, o non cominciava neppure la sua opera di sgretolamento del governo, oppure la doveva continuare fino in fondo, costi quel che costi, anche la sconfitta. Perché, mica si sarà messo in testa di avere vinto, per caso, no?!? Difficilmente potrà rialzarsi: anche la forza di volontà ha i suoi limiti, specie se è quotidianamente messa a dura prova dai suoi quasi amici, dai beneficiati invidiosi, dalle serpi in seno e da tutti gli altri... Dimenticavo la ciliegina sulla torta: la Spada di Damocle del voto della giunta sulla sua decadenza da senatore. E' la fine, la sua fine... Oppure no?

 

mercoledì 31 luglio 2013

Pasticcio in Senato,niente carcere per reati di stalking


Niente carcere per chi fa stalking Carfagna: "Presenterò subito un emendamento"

Passa una modifica del decreto svuotacarcere: innalzata a 5 anni la pena massima che fa scattare le manette

30/07/2013
L'autogol dello svuotacarceri: 
niente galera per chi fa stalking 
Carfagna: "Modifica aberrante"
Mara Carfagna
Qual è il tuo stato d'animo?
0
Un emendamento al decreto svuotacarcercri approvato nei giorni scorsi dal Senato potrebbe non fare più scattare la custodia cautelare e gli arresti domiciliari per gli stalker. Come riporta il Corriere della Sera, a Palazzo Madama è infatti passato un emendamento presentato da Lucio Barani che sposta il tetto del carcere preventivo da quattro a cinque anni.
Il codice - L'articolo 280 del Codice penale cambierebbe così: "La custodia cautelare in carcere può essere disposta solo per delitti consumati o tentati per i quali sia prevista la pena della reclusione non inferiore nel massimo a 5 anni". Peccato l'articolo 612 che disciplina il reato di stalking prevede che la pena per questo reato vada da sei mesi a 4 anni. 
Indignazione - E ora che il danno è fatto sono in molti a chiedere una modifica del testo. Mara Carfagna parla sul suo blog di "modifica aberrante". E annuncia: "Alla Camera presenterò un emendamento affinché anche per gli stalker scatti la custodia cautelare". Evidentemente, conclude amara l'ex ministro alle Pari opportunità, "le tragiche vicende di cronaca degli ultimi giorni non sono sufficienti per far comprendere a certi legislatori la gravità sociale del problema".

mercoledì 8 maggio 2013

Il Senato commemora Andreotti e i grillini fanno una gazzarra


"Per favore, chiedo rispetto", implora la vicepresidente del Senato. I grillini gridano "vergogna". Nel consiglio regionale lombardo protesta "silenziosa" di Ambrosoli

La vicepresidente del Senato, Valeria Fedeli, invita i colleghi a un minuto di silenzio per la scomparsa di Giulio Andreotti. Ma, come spesso avviene negli stadi, quel silenzio viene interrotto da urla belluine.
"Vergogna, vergogna", gridano i senatori del Movimento 5 Stelle. Protestano e urlano infischiandosene delle parole della loro collega che, in quel momento, presiede i lavori in Aula. "Per favore, per favore, chiedo rispetto", ripete quasi supplicando la Fedeli. Ma le voci dai banchi dei "grillini" rompono il silenzio. Il fattaccio è avvenuto ieri. Una vera e propria vergogna per le istitutizoni della Repubblica. Va bene tutto, ognuno è libero di contestare e avere opinioni diverse (anche molto negative) su questa o quella figura politica. Ma di fronte alla morte è troppo chiedere almeno un minuto di silenzio?
Non ce l'avevano contro Andreotti, precisa in serata l’ufficio stampa del gruppo M5S. Dunque perché tanto baccano? Era una contestazione di tipo procedurale, fanno sapere. Protestavano con il mancato accoglimento della richiesta di verifica delnumero legale (questioni attinenti ai lavori parlamentari). Certo, aver scelto proprio quel momento per inscenare la gazzarra fa capire il livello di inciviltà in cui siamo arrivati. Neanche il minimo rispetto per un uomo che, negli ultimi ventidue anni, ha occupato uno degli scranni a Palazzo Madama.
"Voglio ricordare il senatore a vita Giulio Andreotti...", dice la vicepresidente Fedeli. E alza la voce per farsi rispettare. "Vergogna, vergogna", ripetono ossessivamente i grillini, le cui voci disturbano la commemorazione letta in aula. La Fedeli finisce di parlare, dà inizio al minuto di silenzio ma i senatori pentastellati continuano la loro sceneggiata. La vicepresidente riaccende il microfono e insiste: "Per favore, io chiedo rispetto. Chiedo rispetto a questo minuto di raccoglimento.
Per favore, per favore, chiedo un minuto di silenzio".
Completamente diversa la contestazione silenziosa(e dunque rispettosa) fatta, nel consiglio regionale della Lombardia, da Umberto Ambrosoli. Tutti i consiglieri lombardi, compreso il governatore Roberto Maroni, hanno ascoltato in piedi il discorso del presidente dell'assemblea, Raffaele Cattaneo. Ma non Ambrosoli. Il coordinatore del centrosinistra è uscito. Il suo staff ha poi spiegato che non ha voluto fare "polemiche né commenti per rispetto alla morte di una persona", ma al contempo non ha voluto condividere la commemorazione. "Ho una storia personale che si mischia, ma non è il caso di fare polemiche ed è giusto che le istituzioni ricordino gli uomini delle istituzioni, ma è anche giusto che chi compone le istituzioni faccia i conti con la propria coscienza", ha spiegato Ambrosoli. Non tutti hanno gradito: "Non è stato un gesto elegante nei confronti di un politico che ha segnato la storia d’Italia", ha detto Maroni. I pensieri di Umberto ovviamente vanno al padre Giorgio, ucciso nel 1979 da un sicario ingaggiato dal banchiere siciliano Michele Sindona, sulle cui attività Ambrosoli stava indagando. Suo figlio non può dimenticare il sacrificio dell'eroe borghese, e forse neanche quell'infelice battuta pronunciata da Andreotti in una delle sue ultime interviste in tv, quando, riferendosi ad Ambrosoli, ebbe a dire: "Una persona che in termini romaneschi direi che se l’andava cercando". Comunque la si pensi la decisione di Umberto Ambrosoli è coerente con la sua storia e, soprattutto, rispettosa delle istituzioni e della memoria di una persona scomparsa.

sabato 16 marzo 2013

Senato, Pietro Grasso eletto presidente


Anche il Senato ha il suo presidente: è Pietro Grasso, ex procuratore antimafia eletto nelle file del Pd. Il M5s si spacca. Crimi: "Non faremo da stampella a nessuno". Orellana: "Decisione non unanime". I montiani annunciano scheda bianca. Decisivi grillini e montiani. Berlusconi: "Questo voto non ha importanza". Calderoli contesta l'elezione, il presidente Colombo: "Non dovevo darle la parola"


Dopo la Camera, anche il Senato ha il suo presidente: è l'ex procuratore antimafiaPietro Grasso (Pd) che con 137 voti ha superato al ballottaggio nella quatra votazione Renato Schifani (117 voti).
Il candidato scelto questa mattina dal Pdl ha ottenuto le preferenze attese prima dello scrutinio, mentre quello del centrosinistra ne ha raccolti una dozzina in più, provenienti con tutta probabilità dalle file del M5S o di Scelta civica. Anche le schede bianche, in ogni caso, hanno favorito l'elezione di Grasso.
Alla fine delle operazioni e prima dello spoglio, Roberto Calderoli ha contestato l'esito del voto chiedendo che di contare anche le schede bianche per calcolare la maggioranza relativa che porterà all'elezione del nuovo presidente. "Se dovesse esserci un certo numero di schede bianche, nessuno dei due candidati al ballottaggio è in grado di arrivare a quella maggioranza relativa: e dunque la votazione va annullata", ha detto il leghista riferendosi all’art. 4 del regolamento del Senato. "Non avrei dovuto darle la parola", ha replicato il presidente provvisorio Emilio Colombo, secondo cui vince chi ottiene più voti, indipendentemente dal numero delle schede bianche, anche alla luce del precedente del 1994 tra Scognamiglio e Spadolini.
In mattinata i grillini sembravano orientati a restar fermi nelle loro scelte "Noi abbiamo già detto quello che voteremo", ha ribadito il capogruppo al Senato, Vito Crimi, quando Bersani ha scoperto le sue carte e ha proposto Piero Grasso sullo scranno più alto del Senato. Un nome non inviso al M5S e che potrebbe spostare verso il Pd anche la seconda carica dello Stato. "Grasso non è un nome di apparato...", ha detto Luis Alberto Orellana, candidato grillino che nel terzo spoglio ha raggiunto 52 voti. Dopo una lunga riunione Crimi ha ribadito: "Il gruppo parlamentare del Movimento 5 Stelle non ritiene di dover modificare la propria posizione. Non interveniamo nelle scelte politiche di questo o quello schieramento e non faremo da stampella a nessuno. È una scelta non sulla qualità delle persone ma sulle strategie politiche degli schieramenti in campo". Sempre Orellana ha però detto che "non c’è stata l’unanimità nella decisione. Come persone non sono equivalenti: una è una scelta in continuità con il passato. Mi sono espresso personalmente contro la scelta del collega Schifani".
Hanno deciso per la scheda bianca, invece, i senatori di Scelta civica: "Nella situazione politico-istituzionale che si è venuta a determinare le forze che si riconoscono nel gruppo Scelta Civica per l’Italia ribadiscono che l’assetto di vertice delle istituzioni non può rispondere solo a logiche di parte. La drammatica situazione del Paese richiede una coraggiosa impostazione riformatrice che solo situazioni che siano rappresentative di una forte coesione nazionale possono assicurare. Per queste ragioni abbiamo deciso di votare scheda bianca anche in occasione del ballottaggio per l’elezione del presidente del Senato".
Duro il commento del segretario del Pdl Angelino Alfano: "Noi abbiamo proposto una scelta istituzionale. Se invece si dovesse consolidare il ticket proposto dal Pd si precipiterebbe verso il voto", ha detto l'ex guardasigilli sulla sua pagina Facebook. In aula c'è anche Silvio Berlusconi: "Sono qui per votare Schifani", ha detto ai giornalisti sottolineando di non sapere se l'ex presidente del Senato abbia qualche chance di vittoria. "Ma tanto non ha nessuna importanza questa elezione", precisa.
"Mai come ora la storia italiana si intreccia con quella europea. Entrando qui mi ha colpito l’affresco sul soffitto con 4 parole: lavoro, giustizia, diritto fortezza e concordia di cui il paese ha disperatamente bisogno come della pace sociale" ha detto il neo presidente Piero Grasso. "Penso alla politica che va cambiata e ripensata dal profondo nei costi, nelle regole, nei servizi e nelle consuetudini, nella sua immagine rispondendo ai segnali che i cittadini ci mandano. Quest’aula spero diventi come una casa di vetro". Poi: "Ho sempre cercato verità e giustizia e continuer• a cercarle da questo scranno, auspicando che venga istituita una nuova Commissione d’Inchiesta su tutte le stragi irrisolte del nostro Paese"

venerdì 1 marzo 2013

Il senatore Bartolomeo Pepe non sa dov'è il Senato - La Zanzara 28-02-2013



Il neoeletto senatore Bartolomeo Pepe, non avendo la più pallida idea nè di dove si trovi lo stesso Senato nè di come venga eletto il Presidente della Repubblica, invece di ammettere esplicitamente lapropria ignoranza preferisce rendersi totalmente ridicolo, come nella migliore tradizione politica italiana, nel tentativo di cambiare discorso e di prendere tempo in modo infantile.

mercoledì 20 febbraio 2013

IL BALLETTO DEI PARLAMENTARI


Il partito dei voltagabbana: in 5 anni sono 180 le poltrone che hanno cambiato padrone

Bersani annuncia la "caccia ai grillini" dopo le elezioni. E visto quanto è accaduto dal 2008 può essere ottimista

Il partito dei voltagabbana:
in 5 anni sono 180 le poltrone
che hanno cambiato padrone

martedì 25 dicembre 2012

Salasso Tares, verso lo slittamento ad aprile per il pagamento di rifiuti e servizi



Si inizierà a pagare prima delle attuali tasse e tariffe sui rifiuti, e costerà di più perché dovrà finanziare interamente il servizio di igiene ambientale, e dovrà occuparsi anche di illuminazione pubblica, manutenzione delle strade e così via.
Sono queste le caratteristiche della nuova Tares, che sostituirà la Tarsu o la Tia (dipende dal prelievo oggi adottato dal Comune) dal 2013 e chiamerà i contribuenti alla cassa già a gennaio per la prima rata. Contribuenti che, a differenza di quanto accade per l'Imu, non sono rappresentati solo dai proprietari di immobili, perché la Tares si applica a tutti coloro che «occupano o detengono locali o aree scoperte».
A loro puntano già ora le tasse e le tariffe sui rifiuti, e dall'anno prossimo si rivolgerà anche il tributo per finanziare i «servizi indivisibili»: l'illuminazione, appunto, la manutenzione delle strade, e tutte le attività diverse da quelle che, come asili nido o assistenza domiciliare, sono effettuate «a domanda individuale».
È proprio questo secondo aspetto a "garantire" che la Tares costerà per tutti più di quanto pesano oggi Tarsu e Tia. Per finanziare i «servizi indivisibili», in pratica, il Comune applicherà al tributo sui rifiuti una maggiorazione, pari a 30 centesimi (elevabile a 40) al metro quadrato: qualche decina di euro all'anno per abitazioni e negozi, quindi, e un conto più pesante per imprese, uffici, centri commerciali e così via.
In tutto, i contribuenti pagheranno un miliardo di euro all'anno, che lo Stato (cioè la fiscalità generale) "risparmierà" grazie a un taglio equivalente agli ex trasferimenti ai Comuni ora rivoluzionati dalla legge di stabilità.
In molti casi, però, anche la componente rifiuti dovrà aumentare il conto rispetto a quello presentato oggi. Il tributo, infatti, dovrà finanziare integralmente il costo del servizio rifiuti, cosa che oggi accade con sicurezza solo nei Comuni che applicano la tariffa Tia (sono circa 1.300, il 16% del totale).
Nell'altro 84% di enti, che sono ancora fermi alla "vecchia" Tarsu, la situazione varia da caso a caso: in alcuni Comuni gli aumenti degli scorsi anni hanno avvicinato costi ed entrate fino a farli pareggiare, in altri invece c'è ancora una strada più o meno lunga da fare. A Milano, per esempio, la Tarsu è già aumentata nel 2012, passando da 209 a 256 milioni di incasso: per raggiungere i 271,4 milioni di costo del servizio, però, dovrà crescere ancora per raccogliere il 5,4% in più.
A prevedere la Tares è il decreto «Salva-Italia» del dicembre 201, cioè la prima manovra del Governo Monti: a farla entrare concretamente in campo dal 2013, invece, sono i ritocchi alle basi imponibili e al sistema di riscossione previsti dagli emendamenti dei relatori al Ddl di stabilità, che martedì dovrebbe ottenere la fiducia al Senato prima di tornare alla Camera per il via libera definitivo.
Al debutto, la Tares si baserà sulle stesse superfici dichiarate ai fini Tarsu o Tia, e solo quando lo scambio di informazioni effettivo fra Catasto e Comuni sarà attivato (se ne parla da anni) assumerà la propria base imponibile effettiva, cioè l'80% della superficie catastale dell'immobile.
Il pagamento sarà in 4 rate, fissate per legge a gennaio, aprile, luglio e dicembre. Le prime tre rate saranno scandite in base agli importi pagati come Tarsu o Tia nel 2012, a cui si aggiungeranno i 30 centesimi al metro per i servizi indivisibili. Al saldo di dicembre, come accade oggi con l'Imu, gli importi potranno crescere in base alle scelte comunali.
http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-12-16/salasso-tares-gennaio-italiani-191724.shtml?uuid=Abm3DlCH

giovedì 29 novembre 2012

Senato paralizzato su input di Berlusconi. Così i tagli alla Casta potrebbero saltare



Decreto sui costi della politica, minuti contati al Senato per l’approvazione. Il provvedimento scade il9 dicembre ed entro quella data dovrà essere convertito in legge, pena la decadenza. Ecco perchè si rincorrono voci su un possibile ricorso alla fiducia da parte del governo per non perdere gran parte delle norme. Alla Camera sono stati fatti cambiamenti radicali, ma non c’è tempo per poter intervenire di nuovo e ripristinare alcune parti (buone) del testo originario. Come quelle sui tagli ai vitalizi. Nonostante nelle commissioni Affari Costituzionali e Bilancio di Palazzo Madama siano stati presentati oltre 370 emendamenti (che anche se solo parzialmente approvati, costringerebbero ad un ritorno del testo alla Camera e questo si rivelerebbe esiziale) si cercherà di evitare di mettere mano al testo. C’è troppo timore che il provvedimento possa decadere, costringendo il governo ad intervenire ex novo, ma anche in questo caso non ci sarebbero i tempi per concludere un nuovo iter prima della fine della legislatura. Insomma, per il decreto taglia (parzialmente) i costi della politica, questa è davvero l’ultima spiaggia. E la fiducia, quindi, si avvicina.

sabato 10 novembre 2012

PATRIOTTISMO SUI BANCHI Il governo dei prof porta l'Inno di Mameli a scuola Solo la Lega non ha votato a favore della legge passata al Senato

Il governo porta l'Inno a scuola: sarà obbligatorio
insegnare Mameli

L'Inno di Mameli saà insegnato a scuola. IlSenato ha dato il via libero definitivo al ddl che prevede l’introduzione dell’inno in aula. I sì sono stati 208, i no quattordici, due gli astenuti. Hanno votato a favore tutti i gruppi, ad eccezione della Lega Nord. Addirittura, molti senatori del Carroccio, per protesta, hanno abbandonato l’aula prima del voto. Il provvedimento diventa ora legge.  Il provvedimento approvato dall’aula del Senato istituisce, inoltre, che il 17 marzo sia la "Giornata dell’Unità della Costituzione dell’inno e della bandiera", ma non sarà un giorno festivo.
http://www.liberoquotidiano.it/

martedì 25 settembre 2012

Le Regioni? Un disastro da eliminare. Il malessere di cui si era accorto Giorgio Almirante


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Le Regioni ? Un disastro da eliminare. La cronaca quotidiana della politica s’arricchisce sempre più di scandali, cresce sempre più un malessere che ci piomba addosso con tutte le negatività di una politica che perde la via maestra dei valori per cui si dovrebbe lottare. Registriamo fatti che colpiscono al cuore il sistema politico amministrativo italiano. Un sistema che costruito sotto la maschera del buon funzionamento amministrativo del territorio e in nome di false autonomie regionali, oggi è alla resa dei conti manifestando tutto il suo fallimento non solo in termini politici ed amministrativi, ma anche e soprattutto in termini morali e democratici. Le ultime notizie sulla Regione Lazio  purtroppo non sono le uniche perchè  veniamo a conoscenza di una storia che si ripete da anni in molte regioni d’Italia. Sono fatti che ci danno la misura esatta del disastro politico, amministrativo ed economico prodotto dalle Regioni, un disastro annunciato anni fa in Parlamento da coloro che si opposero strenuamente alla nascita delle Regioni . Oggi ci si accorge , con tanti anni di ritardo, di un malessere che in tempi lontani , negli anni 60 del secolo scorso, un deputato del Parlamento GIORGIO ALMIRANTE, eletto nelle liste del MSI, denunciò preannunciando tutto lo scenario che oggi si presenta agli Italiani.
Ricordo una durissima battaglia in Parlamento, condotta sia al Senato che alla Camera solo ed esclusivamente dalla pattuglia del MSI, il partito fuori dai giochi dell’arco costituzionale e isolato dai cosiddetti democratici. Fu scritto a chiare lettere che riconosciuta l’autonomia speciale alle Regioni della Sicilia, Sardegna, Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia, per motivi storici e politici, non era il caso di allargare il diritto all’autonomia al resto d’Italia.
Si sarebbero verificate anomalie non solo politiche amministrative, ma anche e soprattutto di natura economica con danni per la buona e sana politica e soprattutto per gli Italiani . Fu condotta una dura azione di ostruzionismo al varo della legge, ma vinsero i condottieri del grande carrozzone del secolo “le Regioni”. Con la nascita delle Regioni i Partiti riuscirono a soddisfare le loro esigenze di potere governativo nel territorio, come se non bastasse quello delle Province.
Non ci fu distinzione tra Centro, Sinistra e liberali in merito alla volontà di istituire le Regioni in tutto il territorio nazionale che fu spartito tra democristiani, comunisti liberali e socialisti, mentre Almirante con i suoi deputati fece una campagna di opposizione nelle piazze, in Parlamento ad una legge che sicuramente avrebbe aperto le porte allo spreco e all’uso improprio delle risorse economiche dello Stato. Già allora si sapeva che i costi per le Regioni sarebbero stati nel tempo superiori alle effettive risorse per la loro copertura.
Tuttavia non si pensava mai che nel terzo millennio l’uso delle risorse sarebbe stato indiscriminato, volgarmente sperperato e soprattutto legalizzato da regole, leggi e leggine di competenza regionale. In questi giorni si parla spesso di abolizione delle Province , ma nessuno mai si sogna di eliminare le Regioni, divenute vere grandi carrozzoni di arricchimento per un esercito di eletti nei vari Consigli.
Se si pensa che un deputato Regionale del Lazio ha un emolumento pari a € 11.000 più le somme messe a disposizione del gruppo e altre migliaia di euro, ci viene da chiedersi a che cosa servono le Regioni se poi i servizi in gran parte sono di competenza dei Comuni? O se la competenze delle strade non statali è di competenza della Provincia?
Se oggi apprendiamo che mediamente un Consigliere Regionale incassa poco più di 100.000 € l’anno, e i problemi della sanità, del turismo e dell’economia locale vanno alla malora per deficienza di mezzi finanziari, ci viene da chiedersi a cosa serva la Regione? Perchè eliminare la Provincia e non la Regione? Se si vuole dimagrire perché lo Stato è in difficoltà e perché la crisi è ancora lontana dall’ essere risolta, necessita ritornare al passato tagliando definitivamente il parassita nazionale che è la Regione.
D’altra parte i padri costituenti nel 1946 non si sognarono minimamente di includere nella Costituzione Nazionale le regioni come Enti autonomi fatta eccezione per la Sicilia, la Sardegna, il Trentino Alto Adige e il Friuli Venezia Giulia. Subito dopo il Referendum del 2 giugno 1946 l’Italia si è dato un impianto costituzionale di Repubblica dividendo il territorio sul piano amministrativo in Province Regionali comprendendo un certo numero di Comuni, e concedendo lo statuto speciale per la loro autonomia a poche Regioni .
Se per La Sicilia, la Sardegna, il Trentino Alto Adige il riconoscimento non fu soltanto un atto dovuto ma anche un segno deterrente per controbattere i movimenti separatisti in fermento in quelle Regioni, non credo che per le altre regioni ci fossero motivazioni valide. In verità pur di varare una legge che favoriva il parlamentarismo in po’ ovunque nella Nazione le motivazioni furono ben diverse e cioè, in nome di una maggiore democrazia partecipativa, si vollero creare i carrozzoni dei partiti in un sistema oggi fortemente incrinato e morente e sull’orlo del fallimento totale.
Oggi la nostra attenzione si è fermata sulle note vicende del Lazio, ma non dimentichiamo la Sicilia divenuta un vero colabrodo finanziario, per non parlare della Lombardia o della Campania, della Puglia e così via. Tutti ci concentriamo sui personaggi scellerati che hanno prodotto un saccheggio legalizzato e prodotto dal primo giorno in cui furono istituite le Regioni, ma pochi riflettono sulla causa che a mio parere è figlia del sistema voluto dalla partitocrazia degli anni 60 del 1900 e ingrassata dai novelli autonomisti di tutte le risme. Senza fare calcoli, possiamo dire che il marcio sta alla base dei parlamenti regionali che legiferano sui bilanci della Regione che stanziano somme ingenti a disposizione dei gruppi e dei singoli deputati per cui si arriva a superare anche centinaia di migliaia di euro per ogni deputato oltre alle varie indennità di carica.
In Sicilia vige una legge che dà tra i tanti appannaggi con danaro contante, somme non indifferenti ai gruppi consiliari per finanziare la campagna elettorale del deputato uscente. Tutto questo concede una posizione privilegiata rispetto agli altri candidati della stessa lista proprio per avere a disposizione risorse finanziarie provenienti dal denaro pubblico e così viene mortificata la democrazia e la parità tra i concorrenti.
Mentre il Governo Monti studia piani d’intervento in campo fiscale sulla testa dei cittadini il Parlamento non fa nulla per azzerare i miliardi di euro di una spesa pubblica che non è fatta solo dalle auto blu, ma anche e soprattutto dall’enorme calderone dei consiglieri regionali con un bilancio estremamente oneroso.
Oggi sono maturi i tempi in cui non ha senso l’autonomia regionale anche della stessa Sicilia perché dando maggiore potere alle Province e ai Comuni che riescono più e meglio nel territorio. Via le regioni , via il vergognoso giro di miliardi gestiti dai Consiglieri regionali , e maggiore forza alla Provincia , al Comune per riprendere il cammino della buona politica diretta alla gestione del territorio strettamente legato all’ente che più di un carrozzone grasso e spendaccione.
La Regione va abolita per rilanciare la Provincia e il Comune a stretto contatto con i suoi cittadini.
Gaetano Masaracchio

lunedì 24 settembre 2012

L’esercito della politica: mezzo milione di privilegiati che ci costano 2 miliardi



Sono numeri da brivido, quelli riportati sul libro Il Costo della Democrazia (Salvi e Villone) e citati su Libero, quelli che riguardano la Casta

Sul bilancio pubblico pesano, complessivamente, per 1,8 miliardi di euro. Attenzione: non guadagnano tutti le cifre incredibili di «er Batman», Franco Fiorito. Stiamo parlando della casta dei politici, un esercito di mezzo milione di persone che «campa» grazie a un incarico o una consulenza pubblica. Oppure a un «posto» da eletto nei municipi (le vecchie circoscrizioni), nei comuni, nelle comunità montane, nelle province, nelle regioni, alla Camera e al Senato, al Parlamento europeo. In tutto, tenetevi forte, 427mila persone. Tanto per fare un confronto con la cosiddetta economia reale: più di tutti gli occupati nel mondo bancario (330mila) e quasi dieci volte gli operai della Fiat. Il «gruppo» più folto è quello composto da quanti si beccano quattrini per incarichi di varia natura o fanno i consulenti: 278mila soggetti.

Ma sul peso economico delle varie categorie che si evidenziano i problemi

Il peso dei consiglieri regionali sui bilanci pubblici raggiunge quota 124 milioni di euro, mentre i sindaci – che sono molti di più – presentano un conto finale da 256 milioni. Di rilievo pure il bilancio finale degli stipendi (e accessori vari) pagati ai deputati e ai senatori (nonostante l`assenteismo): in totale 200 milioni di euro, a cui vanno sommati i 196 milioni di finanziamento ai partiti e i 92 ai gruppi di Camera e Senato. Una voce enorme è certamente quella degli incarichi e delle consulenze, che esistono a tutti i livelli della pubblica amministrazione: nei ministeri come nel più piccolo dei comuni d`Italia. A sommare tutti gli emolumenti si sfiora il miliardo di euro.

Assisteremo mai a una vera dieta di questo enorme spreco pubblico?

http://www.ilfazioso.com

domenica 5 agosto 2012

L'ultima bravata di Passera: chi lavora nei call center precario a vita


Il documento voluto e pensato dal ministro Passera è passato venerdì al Senato. Il testo, però, riserva una brutta sorpresa per gli operatori telefonici destinati possono lavorare col contratto a progetto vita natural durante



Col suo trentaduesimo voto di fiducia, per l’occasione al Senato, il governo fa approvare definitivamente il cosiddetto decreto Sviluppo. I contenuti sono quelli di cui si è parlato nelle settimane scorse: un po’ di semplificazioni, una riformetta degli incentivi alle imprese per anticipare quella proposta da Francesco Giavazzi, l’udienza filtro in appello, il credito d’imposta per la ricerca e poco altro. Corrado Passera, comunque, era contento che la sua creatura vedesse finalmente la luce, un po’ meno lo saranno stati quelli che lavorano nei call center. Colpa di un piccolo comma – per la precisione il settimo dell’articolo 24 bis – introdotto con un emendamento in commissione alla Camera e di cui finora non s’è quasi parlato: quella normetta prevede che chi si occupa di “attività di vendita diretta di beni e di servizi realizzata attraverso call center outbound”, vale a dire al telefono, può lavorare col contratto a progetto vita natural durante. Fine precarietà mai. In sostanza, governo e Parlamento hanno sancito per legge che chi lavora in un call center è una sorta di figlio di un dio minore e deve essere abbandonato alla necessità di chi lo assume – si fa per dire – di competere con le altre aziende del settore cercando profitto quasi esclusivamente nella compressione del costo del lavoro.

Nel dibattito parlamentare su questo provvedimento però, segnatamente a Montecitorio, è successa una cosa curiosa: un solo deputato s’è alzato, dopo le dichiarazioni dei capigruppo, per annunciare il suo no in dissenso rispetto al partito che l’ha eletto. “Questa norma che consente di non stabilizzare i lavoratori dei call center è inaccettabile”, ha scandito in aula Giacomo Portas, deputato indipendente nel Pd, che in Piemonte ha fondato un suo movimento chiamato “I Moderati” (non proprio un nostalgico del Pci, insomma) arrivato al 9,6 per cento alle ultime comunali. Qual è la cosa strana? Portas nella vita è stato un imprenditore, ed è ancora un manager, proprio nel settore dei call center.
“Qualcuno – racconta al Fatto – m’ha detto che il mio è stato finora l’unico conflitto di disinteresse della legislatura, ma voglio essere chiaro: non sono un santo, mi piace guadagnare, ma nell’azienda che ho contribuito a fondare, di cui sono stato socio per anni e con cui ora continuo a collaborare, di co.co.pro. non ne abbiamo fatti in 12 anni e non li faremo mai”. La società in questione si chiama Contacta, ha diverse sedi in Italia e 2.200 dipendenti, “tutti assunti col contratto nazionale delle telecomunicazioni: rispetto alla proposta del governo, per capirci, si passa da 8-9 euro l’ora a 20”. Il “moderato” Portas, curiosamente, su questo tema pare più a sinistra pure di qualche sindacalista: “Si parla tanto di crescita e io dico che ci sono 2 miliardi di fatturato libero per l’Europa in questo settore che potremmo portare in Italia creando lavoro vero”. Lavoro vero perché, quello che si realizza con questa leggina non lo è, anzi, per contrappasso, finisce per avere l’effetto di tenere nel sottosviluppo le industrie del settore: “Così non si contribuisce a fare dei call center una moderna industria dei servizi, in cui fai l’outbound, ma anche la ricerca, l’inserimento dati, il marketing: per noi, per dire, l’attività di call center nel senso stretto è il 25-30% del fatturato”. Sul mercato, è la tesi del deputato piemontese, si sta meglio così: “Puoi fare margine anche rispettando i diritti delle persone, basta puntare sulla formazione e sulla qualità di gente che non è facilmente sostituibile: avere lavoratori preparati ti fa trovare commesse migliori, pagate meglio. Faccio un esempio: noi curiamo l’on line di Chebanca!, gruppo Mediobanca, e prima di iniziare i nostri hanno dovuto fare tre mesi di corso: non è che li puoi sostituire da un giorno all’altro. E poi noi lavoriamo in Germania, in Finlandia, un po’ dovunque in Europa: per garantire un servizio in 12 lingue devi avere gente preparata, mica la puoi tenere alla fame”. Infine una domandina ai tecnici e ai teorici dei salari che devono adattarsi alle dinamiche del mercato: “Parliamo sempre di crescita e di rilancio dei consumi, ma quanto può consumare uno che guadagna 700 euro al mese?”.
da Il Fatto Quotidiano del 4 agosto 2012