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domenica 28 ottobre 2012

ENTI LOCALI Tagli ai costi della politica, la Bicamerale boccia il testo del governo In Parlamento no secco al testo sulle Regioni: bisogna rivedere il "commissariamento" della Corte dei Conti su sanità e spese

La Casta ha stoppato la legge 
che taglia i costi delle Regioni: hanno vinto ancora i Fiorito

Sui tagli a vitalizi e fondi ai gruppi consiliari, spiegano gli onorevoli, "serve più collaborazione tra lo Stato e gli enti locali"
No al commissariamento delle Regioni: il Parlamento blocca il decreto sui tagli ai costi della politica del governo. Una bocciatura totale al testo inusuale, perché arrivata in Commissione bicamerale per le questioni regionali e da consuetudine le Commissioni approvano dando solo indicazioni di massima. In questo caso, invece, il no è secco e su un punto cruciale: il "commissariamento" delle Regioni da parte della Corte dei Conti. Secondo la commissione è da riformulare completamente l'articolo del decreto che prevede un controllo di legittimità preventivo della Corte dei Conti su tutti gli atti normativi e di programma di Regioni (in primis la spesa sanitaria) ed Enti locali. L'accusa è di "carenza di incisive modalità di interazione ed interlocuzione con le autonomie territoriali in relazione all'esigenza di una graduale modulazione degli interventi in materia di rafforzamento della partecipazione della Corte dei Conti al controllo sulla gestione finanziaria". Passano, invece, i tagli ai costi della politica (vitalizi e fondi per i gruppi consilari), ma si "ravvisa l'opportunità di un rafforzamento della leale collaborazione tra Stato e autonomie territoriali in merito al contenimento delle spese".
http://www.liberoquotidiano.it/

lunedì 15 ottobre 2012

Uscire dall’euro subito. Ah, ci fosse un partito!


Le notizie sempre più ripugnanti che provengono dalle Regioni, la commistione sempre più evidente fra i nostri politici – i nostri traditori politici – e la mafia, ha un lato tragico ulteriore: non c’è nessuna forza autorevole che possa darsi come programma politico l’uscita dall’euro, e spiegarne i motivi alla popolazione. Ciò significa la rovina certa della nostra economia e della nostra società.

Uscire dall’euro subito. Ah, ci fosse un partito!
MAURIZIO BLONDET
Dobbiamo farlo adesso, prima che Monti e i suoi tecnici, messi lì proprio per impedirci di liberarci dal nodo scorsoio, ci abbiano spolpato del tutto. La liberazione non sarà un pranzo di gala. Questa è una guerra. Ma numeri alla mano abbiamo la prospettiva di vittoria, ossia di una recuperata prosperità in un futuro non lontano. C’è una luce in fondo al tunnel. Ci manca una sola cosa da nulla: il partito politico che guidi gli italiani a questa alternativa.
http://www.effedieffe.com/

martedì 25 settembre 2012

Le Regioni? Un disastro da eliminare. Il malessere di cui si era accorto Giorgio Almirante


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Le Regioni ? Un disastro da eliminare. La cronaca quotidiana della politica s’arricchisce sempre più di scandali, cresce sempre più un malessere che ci piomba addosso con tutte le negatività di una politica che perde la via maestra dei valori per cui si dovrebbe lottare. Registriamo fatti che colpiscono al cuore il sistema politico amministrativo italiano. Un sistema che costruito sotto la maschera del buon funzionamento amministrativo del territorio e in nome di false autonomie regionali, oggi è alla resa dei conti manifestando tutto il suo fallimento non solo in termini politici ed amministrativi, ma anche e soprattutto in termini morali e democratici. Le ultime notizie sulla Regione Lazio  purtroppo non sono le uniche perchè  veniamo a conoscenza di una storia che si ripete da anni in molte regioni d’Italia. Sono fatti che ci danno la misura esatta del disastro politico, amministrativo ed economico prodotto dalle Regioni, un disastro annunciato anni fa in Parlamento da coloro che si opposero strenuamente alla nascita delle Regioni . Oggi ci si accorge , con tanti anni di ritardo, di un malessere che in tempi lontani , negli anni 60 del secolo scorso, un deputato del Parlamento GIORGIO ALMIRANTE, eletto nelle liste del MSI, denunciò preannunciando tutto lo scenario che oggi si presenta agli Italiani.
Ricordo una durissima battaglia in Parlamento, condotta sia al Senato che alla Camera solo ed esclusivamente dalla pattuglia del MSI, il partito fuori dai giochi dell’arco costituzionale e isolato dai cosiddetti democratici. Fu scritto a chiare lettere che riconosciuta l’autonomia speciale alle Regioni della Sicilia, Sardegna, Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia, per motivi storici e politici, non era il caso di allargare il diritto all’autonomia al resto d’Italia.
Si sarebbero verificate anomalie non solo politiche amministrative, ma anche e soprattutto di natura economica con danni per la buona e sana politica e soprattutto per gli Italiani . Fu condotta una dura azione di ostruzionismo al varo della legge, ma vinsero i condottieri del grande carrozzone del secolo “le Regioni”. Con la nascita delle Regioni i Partiti riuscirono a soddisfare le loro esigenze di potere governativo nel territorio, come se non bastasse quello delle Province.
Non ci fu distinzione tra Centro, Sinistra e liberali in merito alla volontà di istituire le Regioni in tutto il territorio nazionale che fu spartito tra democristiani, comunisti liberali e socialisti, mentre Almirante con i suoi deputati fece una campagna di opposizione nelle piazze, in Parlamento ad una legge che sicuramente avrebbe aperto le porte allo spreco e all’uso improprio delle risorse economiche dello Stato. Già allora si sapeva che i costi per le Regioni sarebbero stati nel tempo superiori alle effettive risorse per la loro copertura.
Tuttavia non si pensava mai che nel terzo millennio l’uso delle risorse sarebbe stato indiscriminato, volgarmente sperperato e soprattutto legalizzato da regole, leggi e leggine di competenza regionale. In questi giorni si parla spesso di abolizione delle Province , ma nessuno mai si sogna di eliminare le Regioni, divenute vere grandi carrozzoni di arricchimento per un esercito di eletti nei vari Consigli.
Se si pensa che un deputato Regionale del Lazio ha un emolumento pari a € 11.000 più le somme messe a disposizione del gruppo e altre migliaia di euro, ci viene da chiedersi a che cosa servono le Regioni se poi i servizi in gran parte sono di competenza dei Comuni? O se la competenze delle strade non statali è di competenza della Provincia?
Se oggi apprendiamo che mediamente un Consigliere Regionale incassa poco più di 100.000 € l’anno, e i problemi della sanità, del turismo e dell’economia locale vanno alla malora per deficienza di mezzi finanziari, ci viene da chiedersi a cosa serva la Regione? Perchè eliminare la Provincia e non la Regione? Se si vuole dimagrire perché lo Stato è in difficoltà e perché la crisi è ancora lontana dall’ essere risolta, necessita ritornare al passato tagliando definitivamente il parassita nazionale che è la Regione.
D’altra parte i padri costituenti nel 1946 non si sognarono minimamente di includere nella Costituzione Nazionale le regioni come Enti autonomi fatta eccezione per la Sicilia, la Sardegna, il Trentino Alto Adige e il Friuli Venezia Giulia. Subito dopo il Referendum del 2 giugno 1946 l’Italia si è dato un impianto costituzionale di Repubblica dividendo il territorio sul piano amministrativo in Province Regionali comprendendo un certo numero di Comuni, e concedendo lo statuto speciale per la loro autonomia a poche Regioni .
Se per La Sicilia, la Sardegna, il Trentino Alto Adige il riconoscimento non fu soltanto un atto dovuto ma anche un segno deterrente per controbattere i movimenti separatisti in fermento in quelle Regioni, non credo che per le altre regioni ci fossero motivazioni valide. In verità pur di varare una legge che favoriva il parlamentarismo in po’ ovunque nella Nazione le motivazioni furono ben diverse e cioè, in nome di una maggiore democrazia partecipativa, si vollero creare i carrozzoni dei partiti in un sistema oggi fortemente incrinato e morente e sull’orlo del fallimento totale.
Oggi la nostra attenzione si è fermata sulle note vicende del Lazio, ma non dimentichiamo la Sicilia divenuta un vero colabrodo finanziario, per non parlare della Lombardia o della Campania, della Puglia e così via. Tutti ci concentriamo sui personaggi scellerati che hanno prodotto un saccheggio legalizzato e prodotto dal primo giorno in cui furono istituite le Regioni, ma pochi riflettono sulla causa che a mio parere è figlia del sistema voluto dalla partitocrazia degli anni 60 del 1900 e ingrassata dai novelli autonomisti di tutte le risme. Senza fare calcoli, possiamo dire che il marcio sta alla base dei parlamenti regionali che legiferano sui bilanci della Regione che stanziano somme ingenti a disposizione dei gruppi e dei singoli deputati per cui si arriva a superare anche centinaia di migliaia di euro per ogni deputato oltre alle varie indennità di carica.
In Sicilia vige una legge che dà tra i tanti appannaggi con danaro contante, somme non indifferenti ai gruppi consiliari per finanziare la campagna elettorale del deputato uscente. Tutto questo concede una posizione privilegiata rispetto agli altri candidati della stessa lista proprio per avere a disposizione risorse finanziarie provenienti dal denaro pubblico e così viene mortificata la democrazia e la parità tra i concorrenti.
Mentre il Governo Monti studia piani d’intervento in campo fiscale sulla testa dei cittadini il Parlamento non fa nulla per azzerare i miliardi di euro di una spesa pubblica che non è fatta solo dalle auto blu, ma anche e soprattutto dall’enorme calderone dei consiglieri regionali con un bilancio estremamente oneroso.
Oggi sono maturi i tempi in cui non ha senso l’autonomia regionale anche della stessa Sicilia perché dando maggiore potere alle Province e ai Comuni che riescono più e meglio nel territorio. Via le regioni , via il vergognoso giro di miliardi gestiti dai Consiglieri regionali , e maggiore forza alla Provincia , al Comune per riprendere il cammino della buona politica diretta alla gestione del territorio strettamente legato all’ente che più di un carrozzone grasso e spendaccione.
La Regione va abolita per rilanciare la Provincia e il Comune a stretto contatto con i suoi cittadini.
Gaetano Masaracchio

mercoledì 22 agosto 2012

Non hanno una casa, ma devono pagare l'Imu I terremotati dell'Emilia si mobilitano


SCADENZE IN VISTA

Non hanno una casa, ma devono pagare l'Imu I terremotati dell'Emilia si mobilitano

Il primo ottobre i cittadini colpiti dal sisma dovranno mettersi in regola con le tasse. I presidenti delle regioni chiedono una proroga


Senza casa devono pagare l'Imu
I terremotati si mobilitano

venerdì 16 marzo 2012

Le Regioni ignorano il decreto del governo e non tagliano assessori e consiglieri




 



Tagli mancati anche alla regione Lazio
Le regioni ignorano il decreto del governo; e non solo. Altro che abolizione: solo pochi mesi fa LA REGIONE LAZIO HA ESTESO IL VITALIZIO AGLI ESTERNI, una decisione scandalosa che ha avuto ben poca risonanza sui mass media nazionali (ne ha parlato solo "Il Fatto Quotidiano" e poche altre testate locali) e anche l'opposizione certo non si è "strappata i capelli", visto che in futuro, sicuramente avranno modo di beneficiarne anche loro.... staff nocensura.com
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di seguito l'articolo de "Il Fatto Quotidiano" "Le Regioni ignorano il decreto del governo e non tagliano assessori e consiglieri"


La legge 138/2011 che prevedeva la riduzione dei componenti dei consigli da 1.100 a 700 e degli uomini di giunta da 211 a 148 resta lettera morta. I Comuni sul piede di guerra: l'Anci denuncia la disparità di trattamento tra gli enti

Quattrocento consiglieri e centocinquanta assessori regionali di troppo, 110 enti enti che sulla carta erano da abrogare ma che sono rimasti in piedi. Almeno per ora. I furbetti della finanza pubblica hanno nome e cognome. Sono le Regioni e le Province d’Italia che erano chiamate a una cura dimagrante ma che sono riuscite a evitare abilmente tutti i tagli, compresi quelli al numero delle poltrone, alle indennità, ai trattamenti previdenziali e al numero degli enti provincia.
Le riduzioni erano previste dalla manovra di Ferragosto e dovevano arrivare entro il 13 febbraio per essere applicate alle prime elezioni, le amministrative di maggio. E invece tutto il corredo di tagli della legge 138/2011 è rimasto lettera morta. A denunciarlo è un dossier del Sole24Ore che mette in fila numeri e metodi che hanno consentito agli enti regionali e provinciali di fare esattamente il contrario del dettato legislativo: mentre l’Italia dibatteva di ridurre costi e poltrone, Regioni e Province non solo non facevano nulla per adeguarsi, ma facevano crescere la spesa corrente come nulla fosse. I conti sono presto fatti. Le legge indicava alle Regioni di ridurre il numero dei consiglieri da 1.109 a 700. A dover fare i sacrifici maggiori erano quelle con un numero di poltrone abonorme rispetto alle media. La Sicilia, ad esempio, doveva passare da 90 a 50 consiglieri, la Sardegna da 80 a 30. Niente di tutto questo. Oggi, a sei mesi dalla legge, le uniche regioni che hanno ridotto le poltrone sono Veneto e Toscana che sono passate rispettivamente da 60 a 50 consiglieri e da 90 a 50. Lombardia ed Emilia erano già in linea col provvedimento e infatti non hanno modificato la composizione dei rispettivi consigli.

Le altre, pur avendo consiglieri in eccesso, non hanno fatto proprio nulla. Un problema per la finanza pubblica perché ogni consigliere – con differenze territoriali forti – guadagna dai 6mila ai 15mila euro al mese. Anche prendendo una media di 10 per le 409 poltrone che si voleva abolire il conto per i cittadini e per la finanza pubblica è di 4 milioni al mese. Stesso discorso per gli assessori: sono 211 e il decreto indicava una riduzione a 148 con un risparmio di tre milioni. Ma anche su questo fronte la situazione è rimasta la stessa: nessuna regione ha operato tagli e il record resta al Lazio che ancora ha 16 assessori al posto dei 10 previsti.

Così la beffa è servita e lo scotto più duro da pagare tocca a chi i tagli chiesti dal governo non potrà esimersi dal farli cioè ai comuni: è in corso un tavolo tecnico con Monti che si era lasciato con una sorta di “tregua armata” ma a questo punto, vista la disparità di trattamento tra enti, riprenderà decisamente armata. Lo conferma a ilfattoquotidiano.it il direttore generale dell’AnciAngelo Rughetti che a quel tavolo partecipa insieme ai rappresentanti dei comuni e definisce la vicenda come “cronaca di una morte annunciata”.

“Che nessuno avrebbe fatto le riduzioni indicate nel decreto era chiaro. La scappatoia è nella riforma del Titolo V della Costituzione che ascrive proprio alle Regioni la competenza legislativa in materia di indennità, spese, rimborsi e previdenza. Un caso unico in Europa perché in genere è un soggetto terzo a disciplinare queste materie invece in Italia questa compentenza è risconosciuta in via eslusiva alle Regioni. Il risultato è che queste dovendo decidere per sé fanno quello che vogliono e lo Stato può emanare norme di carattere nazionale che per loro sono solo di indirizzo senza obbligo giuridico”. E così è andata per le Regioni. La questione però si fa economica e non solo politica. Sia per le cifre in ballo, sia per i sacrifici che invece sono rischiesti con valore di legge ai comuni, ormai colpiti dalla sindrome di Calimero. “Per noi, al contrario, il Dl 78 e il 138 hanno forza di legge e quindi le riduzioni di poltrone e indennità hanno effetto immediato. Alle prossime elezioni di maggio le amministrazioni si voterà per eleggere amminsitrazioni con un numero di consiglieri ridotti della metà, da 12 a 6 con l’aggravio che basterà che due consiglieri cambino idea su un piano regolarore che la maggioranza potrà saltare con conseguenze nefaste per l’aumentato potere dei singoli rispetto all’andamento generale della macchina pubblica”.

Ma che le cose sarebbero andate così c’era più di un sospetto quando la commissione guidata dal presidente dell’Istat Giovannini fu chiamata ad analizzare i costi degli enti locali. “Noi abbiamo portato puntualmente i compensi netti e lordi degli amministratori locali, le Regioni non hanno portato nulla”. Sempre con la scusa del federalismo e dell’autonomia. Il risultato è un divario crescente con la spesa dei comuni che si è ridotta (come pure gli investimenti) e quella di Regioni e Province che non solo è rimasta uguale ma è addirittura aumentata. “Le spese dei comuni sono sotto controllo perché l’aumento è standardizzato all’inflazione. Quella degli enti Provincia che si voleva abolire è aumentata di 6 miliardi. Quella delle regioni aumenta con un artificio: avendo competenze in materia sanitaria le Regioni riescono a qualificare com spesa sanitaria anche quello che non lo è e siccome è una voce incomprimibile hanno facile gioco nell’ottenere quanto chiedono, con un effetto moltiplicatore dei costi per la finanza pubblica”. Insomma come e più di prima.

Se non bastasse quel decreto disatteso nei fatti è anche impugnato presso al Corte Costituzionale da tutte le Regioni, a scanso di equivoci. Così sul tavolo del Governo resta solo la finanza locale dei comuni da tagliare. “Per questo al prossimo incontro con l’esecutivo porremo la questione della disparità di trattamento che va contro l’articolo 114 della Costituzione e contro i cittadini”, dice Rughetti. Ma i comuni hanno effettivamente risparmiato? “Si, lo dice la Corte dei Conti. Nel 2010 la spesa per 8mila amministrazioni era di 70 miliardi, nel 2011 è scesa a 64,6”. E poi c’è un punto irrisolto, la disparità tra trattamento economico e responsabilità: “I consiglieri regionali non hanno responsabilità amministrativa ma solo politica eppure guadagnano il doppio di un sindaco di città capoluogo di provincia. Un sindaco può essere chiamato in giudizio con profili di responsabilità penale, contabile e civile. E nel 90% dei casi ha compensi da fame. Questo sistema che privilegia alcuni e mette sotto torchio sempre i soliti non può più reggere. Questo diremo a Monti”.