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domenica 25 novembre 2012

"L'Alto Adige non è Italia!"


I morti dimenticati da Eva Klotz per un Sudtirolo indipendente dal nostro Paese

"L'Alto Adige non è Italia!"
Eva Klotz
Carabinieri, poliziotti, finanzieri, civili. Una scia di caduti da far invidia alle Brigate Rosse, colpevoli solo di essere italiani, di essersi trovati in mezzo ad una follia indipendentista. Vittime innnocenti di stragi e carneficine, dimeticate dai carnefici e da tutti noi. Perchè del Trentino Alto-Adige non si parla mai... Ecco il libro della figlia di uno dei terroristi che non spende neppure una parola per i morti fatti da suo padre e dagli altri del BAS
Si fa un gran parlare della Lega Nord e degli slogan indipendentisti degli aderenti al partito di Bossi. Ma, come sempre accade in Italia, ci si dimentica di tutta un’altra vicenda -ben più grave- che ha le sue radici in una regione un po’ dimenticata: il Trentino Alto Adige. Ora, capita che una signora (sconosciuta ai più) di nome Eva Klotz, scriva un libro per celebrare suo padre Georg: “Una vita per l’unità del Tirolo”. Fin qui nulla di strano. Se non fosse che l’adorato e venerato papà, altri non è che uno dei più sanguinari terroristi del movimento  -impronunciabile- Befreiungsausschuss Südtirol , BAS per comodità, letteralmente “Comitato per la liberazione del Sudtirolo”. Liberazione da cosa? Dall’Italia. Attivo soprattutto negli anni sessanta, mezzo secolo fa. Georg Klotz, assieme a molti altri seguaci come  Sepp Kerschbaumer e Luis Amplatz, ha dedicato la sua intera esistenza alla causa. Lui stesso si definiva “combattente per un Sudtirolo completamente indipendente dall’Italia”.
Eva Klotz racconta la storia di suo padre come se parlasse di un eroe, di un martire. Omettendo del tutto la vera natura del “Santo Martellatore della Val Passiria”, quella di terrorista e assassino. Georg Klotz di mestiere faceva il fabbro e il carbonaio. Durante la seconda guerra mondiale tutta la sua famiglia appoggiò il Terzo Reich. Lui stesso si arruolò volontario nella Wehrmacht. A detta di sua figlia per lui fu “una contraddizione. Viveva tra il rifiuto d’essere occupato nella terra sua e l’occupare le terre altrui”. Come se qualcuno lo avesse pregato di partire. Nel 1950 mette su famiglia. Si sposa con Rosa e con lei ha sei figli, di cui Eva è la primogenita. Oggi impegnata attivista politica. All’inizio degli anni sessanta entra in contatto con Sepp Kerschbaumer, diventa parte attiva del BAS, nato dal 1956. Partecipa ad una miriade di attentati dinamitardi insieme agli altri componenti dell’organizzazione, quasi tutti con trascorsi da nazisti. Tanto che lo storico Leopold Steurer ricorda che Klotz “girava per la Val Passiria con i fucili della Wehrmacht”. La sera  12 giugno del 1961, quella chiamata Feuernacht (la Notte dei fuochi), che suona un po’ come “La notte dei Cristalli” di nazionalsocialista memoria, il gruppo di terroristi fece saltare la bellezza di 42 tralicci dell’alta tensione. Uno degli ordigni, rimasto inesploso ai piedi di un albero, uccise un uomo. Giovanni Postal stava cercando di disinnescare la bomba, così da non causare danni ulteriori. Gli esplose fra le mani. Fu la prima vittima degli attentati del BAS. Ma questo Eva nel suo libro non lo racconta. Parla dei martiri indipendentisti. Ma per tutti gli innocenti fatti saltare in aria da suo padre e dagli altri dell’organizzazione non c’è spazio nel suo libro. E non c’è spazio per loro neppure nell’articolo di Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera di ieri. Alle vittime italiane di quella follia non dedica che tre righe. Alla storia raccontata dalla Klotz, la bellezza di tre colonne del primo quotidiano del nostro Paese.
Dalla morte di Postal in poi, il “Comitato” alzò il tiro. Gli atti dimostrativi si trasformarono in vere e proprie carneficine. Una dietro l’altra. Una più cruenta dell’altra.
 Il 3 settembre 1964 venne ammazzato nella caserma di Selva dei Molini un carabiniere, Vittorio Tiralongo. Senza alcun motivo. Neppure una settimana dopo si sfiorò una strage. Vennero gravemente feriti  un sottufficiale e quattro militari su una strada provinciale. Dopo sole ventiquattr'ore venne ferito un altro agente di polizia.
Quell’anno Klotz venne arrestato. Ma la l’organizzazione non fece una piega.
Qualche mese dopo la strage riuscì. Il 26 agosto 1965 vennero uccisi nella caserma di Sesto Pusteria i carabinieri Palmerio Ariù e Luigi De Gennaro. “Colpiti da 33 proiettili a 3 metri di distanza” come riporta il sito Carabinieri.it.
Il 24 maggio 1966 venne trucidato Bruno Bolognesi, un finanziere. Non con il piombo dei proiettili, ma con una mina appesa alla porta di un rifugio sul Passo di Vizze. Alcuni, ancora oggi, sostengono che in realtà Bolognesi venne ucciso da una valanga. Sì, quella causata dallo scoppio della mina.
Il 25 luglio dello stesso anno, altre due vittime, altri due finanzieri: Salvatore Gabitta e Giuseppe D'Ignoti. Ammazzati in un agguato in Val Casies.
Non basta. Un’altra strage. Sempre nel ’66. Il 9 settembre, venne fatta saltare in aria una caserma, quella di Malga Sasso.  Il vice brigadiere Eriberto Volgger e il finanziere Martino Cossu morirono immediatamente, sotto le macerie. Il tenente Franco Petrucci,  poco dopo, in ospedale.
Nel ’67 gli artificieri riuscirono ad evitare una carneficina. Trovarono nel rifugio di Plan, in Val Passiria un deposito di mine nascoste dal BAS.
Il 25 giugno di quello stesso anno, fecero saltare in aria (sempre con una mina), un traliccio dell’alta tensione a Cima Vallona, in provincia di Belluno. Nell’esplosione rimase ucciso uno degli alpini che sorvegliavano la zona, Armando Piva.  Non è tutto. Fu necessario inviare nell’area la Compagnia Speciale Antiterrorismo, visto che l’intero perimetro intorno al traliccio era stato disseminato di mine antiuomo. Alle due del pomeriggio la spedizione sembrava conclusa e la zona rimessa in sicurezza. I militari ripresero la strada che portava a fondo valle. Uno degli ordigni, però, era stato posizionato qualche centinaio di metri più in là. L’esplosione della seconda mina fece l’ennesima carneficina. Quella passata alla storia come la “strage di Cima Vallona”. Morirono sul colpo il capitano dei carabinieri Francesco Gentile e il sottotenente paracadutista Mario Di Lecce. Il sergente paracadutista Olivo Dordi, rimase gravemente ferito e morì poco dopo in ospedale. L’unico superstite fu il sergente paracadutista Marcello Fagnani.
E ancora, sempre nel ’67, quando le Brigate Rosse ancora non pensavano a terrorizzare l’Italia, il 30 settembre, il BAS fece saltare in aria un poliziotto, il brigadiere Filippo Foti e la guardia scelta Edoardo Martini, la cui unica colpa era prestare servizio alla stazione di Trento. Avevano ricevuto una segnalazione in cui si comunicava che a bordo del treno Alpen Express, proveniente da Innsbruck, vi fosse una valigia contenente una bomba. La bomba c’era. Esplose. Li uccise sul colpo.
No. Per nessuno di loro c’è posto nelle pagine di Eva Klotz. E meno male, verrebbe quasi da aggiungere. Visto lo spirito di questa vergognosa opera letteraria, ne avrebbe infangato la memoria.
Si fa un gran parlare della Lega Nord e degli slogan indipendentisti degli aderenti al partito di Bossi. Ma, come sempre accade in Italia, ci si dimentica di tutta un’altra vicenda -ben più grave- che ha le sue radici in una regione un po’ dimenticata: il Trentino Alto Adige. Ora, capita che una signora (sconosciuta ai più) di nome Eva Klotz, scriva un libro per celebrare suo padre Georg: “Una vita per l’unità del Tirolo”. Fin qui nulla di strano. Se non fosse che l’adorato e venerato papà, altri non è che uno dei più sanguinari terroristi del movimento  -impronunciabile- Befreiungsausschuss Südtirol , BAS per comodità, letteralmente “Comitato per la liberazione del Sudtirolo”. Liberazione da cosa? Dall’Italia. Attivo soprattutto negli anni sessanta, mezzo secolo fa. Georg Klotz, assieme a molti altri seguaci come  Sepp Kerschbaumer e Luis Amplatz, ha dedicato la sua intera esistenza alla causa. Lui stesso si definiva “combattente per un Sudtirolo completamente indipendente dall’Italia”.
Eva Klotz racconta la storia di suo padre come se parlasse di un eroe, di un martire. Omettendo del tutto la vera natura del “Santo Martellatore della Val Passiria”, quella di terrorista e assassino. Georg Klotz di mestiere faceva il fabbro e il carbonaio. Durante la seconda guerra mondiale tutta la sua famiglia appoggiò il Terzo Reich. Lui stesso si arruolò volontario nella Wehrmacht. A detta di sua figlia per lui fu “una contraddizione. Viveva tra il rifiuto d’essere occupato nella terra sua e l’occupare le terre altrui”. Come se qualcuno lo avesse pregato di partire. Nel 1950 mette su famiglia. Si sposa con Rosa e con lei ha sei figli, di cui Eva è la primogenita. Oggi impegnata attivista politica. All’inizio degli anni sessanta entra in contatto con Sepp Kerschbaumer, diventa parte attiva del BAS, nato dal 1956. Partecipa ad una miriade di attentati dinamitardi insieme agli altri componenti dell’organizzazione, quasi tutti con trascorsi da nazisti. Tanto che lo storico Leopold Steurer ricorda che Klotz “girava per la Val Passiria con i fucili della Wehrmacht”. La sera  12 giugno del 1961, quella chiamata Feuernacht (la Notte dei fuochi), che suona un po’ come “La notte dei Cristalli” di nazionalsocialista memoria, il gruppo di terroristi fece saltare la bellezza di 42 tralicci dell’alta tensione. Uno degli ordigni, rimasto inesploso ai piedi di un albero, uccise un uomo. Giovanni Postal stava cercando di disinnescare la bomba, così da non causare danni ulteriori. Gli esplose fra le mani. Fu la prima vittima degli attentati del BAS. Ma questo Eva nel suo libro non lo racconta. Parla dei martiri indipendentisti. Ma per tutti gli innocenti fatti saltare in aria da suo padre e dagli altri dell’organizzazione non c’è spazio nel suo libro. E non c’è spazio per loro neppure nell’articolo di Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera di ieri. Alle vittime italiane di quella follia non dedica che tre righe. Alla storia raccontata dalla Klotz, la bellezza di tre colonne del primo quotidiano del nostro Paese.
Dalla morte di Postal in poi, il “Comitato” alzò il tiro. Gli atti dimostrativi si trasformarono in vere e proprie carneficine. Una dietro l’altra. Una più cruenta dell’altra.
 Il 3 settembre 1964 venne ammazzato nella caserma di Selva dei Molini un carabiniere, Vittorio Tiralongo. Senza alcun motivo. Neppure una settimana dopo si sfiorò una strage. Vennero gravemente feriti  un sottufficiale e quattro militari su una strada provinciale. Dopo sole ventiquattr'ore venne ferito un altro agente di polizia.
Quell’anno Klotz venne arrestato. Ma la l’organizzazione non fece una piega.
Qualche mese dopo la strage riuscì. Il 26 agosto 1965 vennero uccisi nella caserma di Sesto Pusteria i carabinieri Palmerio Ariù e Luigi De Gennaro. “Colpiti da 33 proiettili a 3 metri di distanza” come riporta il sito Carabinieri.it.
Il 24 maggio 1966 venne trucidato Bruno Bolognesi, un finanziere. Non con il piombo dei proiettili, ma con una mina appesa alla porta di un rifugio sul Passo di Vizze. Alcuni, ancora oggi, sostengono che in realtà Bolognesi venne ucciso da una valanga. Sì, quella causata dallo scoppio della mina.
Il 25 luglio dello stesso anno, altre due vittime, altri due finanzieri: Salvatore Gabitta e Giuseppe D'Ignoti. Ammazzati in un agguato in Val Casies.
Non basta. Un’altra strage. Sempre nel ’66. Il 9 settembre, venne fatta saltare in aria una caserma, quella di Malga Sasso.  Il vice brigadiere Eriberto Volgger e il finanziere Martino Cossu morirono immediatamente, sotto le macerie. Il tenente Franco Petrucci,  poco dopo, in ospedale.
Nel ’67 gli artificieri riuscirono ad evitare una carneficina. Trovarono nel rifugio di Plan, in Val Passiria un deposito di mine nascoste dal BAS.
Il 25 giugno di quello stesso anno, fecero saltare in aria (sempre con una mina), un traliccio dell’alta tensione a Cima Vallona, in provincia di Belluno. Nell’esplosione rimase ucciso uno degli alpini che sorvegliavano la zona, Armando Piva.  Non è tutto. Fu necessario inviare nell’area la Compagnia Speciale Antiterrorismo, visto che l’intero perimetro intorno al traliccio era stato disseminato di mine antiuomo. Alle due del pomeriggio la spedizione sembrava conclusa e la zona rimessa in sicurezza. I militari ripresero la strada che portava a fondo valle. Uno degli ordigni, però, era stato posizionato qualche centinaio di metri più in là. L’esplosione della seconda mina fece l’ennesima carneficina. Quella passata alla storia come la “strage di Cima Vallona”. Morirono sul colpo il capitano dei carabinieri Francesco Gentile e il sottotenente paracadutista Mario Di Lecce. Il sergente paracadutista Olivo Dordi, rimase gravemente ferito e morì poco dopo in ospedale. L’unico superstite fu il sergente paracadutista Marcello Fagnani.
E ancora, sempre nel ’67, quando le Brigate Rosse ancora non pensavano a terrorizzare l’Italia, il 30 settembre, il BAS fece saltare in aria un poliziotto, il brigadiere Filippo Foti e la guardia scelta Edoardo Martini, la cui unica colpa era prestare servizio alla stazione di Trento. Avevano ricevuto una segnalazione in cui si comunicava che a bordo del treno Alpen Express, proveniente da Innsbruck, vi fosse una valigia contenente una bomba. La bomba c’era. Esplose. Li uccise sul colpo.
No. Per nessuno di loro c’è posto nelle pagine di Eva Klotz. E meno male, verrebbe quasi da aggiungere. Visto lo spirito di questa vergognosa opera letteraria, ne avrebbe infangato la memoria.
Le parole sono pietre, diceva Primo Levi
Un canto tipico tedesco, modificato dagli altoatesini fiancheggiatori del “Comitato per la liberazione del Sudtirolo” negli anni sessanta recita: “Che bel paese quello dove scorrono Adige e Isarco. Dove ogni vero tedesco spara sugli italiani. Questo è il mio bel Sudtirolo, circondato da ghiaccio e neve. Alziamo la mano in giuramento: L'Italia deve crepare.”
Eva Klotz è “figlia d’arte”. Suo padre Georg è stato uno dei più feroci attivisti dei BAS. Ma lei non sembra aver imparato nulla dalle condanne inflitte dalla giustizia italiana al “Santo Martellatore”. La Klotz è stata consigliere comunale e provinciale, grazie alla sua appartenenza a differenti movimenti indipendentisti. Da sempre è nota per le sue dichiarazioni completamente prive di pudore e di rispetto per la Nazione in cui vive, l’Italia.  “Chiederci di festeggiare l'Unità d'Italia è come chiedere ad una donna stuprata di festeggiare con lo stupratore l'anniversario della violenza subìta”.  E parlando dell’esperienza paterna, puntualizza: “Se mio padre era un terrorista, allora lo era pure Garibaldi”. In occasione dei mondiali di sci alpino del 2007 inviò ad un’emittente televisiva austriaca una lettera di protesta in cui si poteva leggere:
“I nostri atleti non sono italiani”. La sua pretesa era che gli sciatori nati in Sudtirolo fossero indicati come altoatesini.
Al confine del Passo del Brennero, davanti a un tricolore, troneggia un cartello: Süd-Tirol ist nicht Italien! Il Sudtirolo non è Italia! Tanto valeva scriverci “stranieri in casa vostra”
Micol Paglia

martedì 25 settembre 2012

Le Regioni? Un disastro da eliminare. Il malessere di cui si era accorto Giorgio Almirante


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Le Regioni ? Un disastro da eliminare. La cronaca quotidiana della politica s’arricchisce sempre più di scandali, cresce sempre più un malessere che ci piomba addosso con tutte le negatività di una politica che perde la via maestra dei valori per cui si dovrebbe lottare. Registriamo fatti che colpiscono al cuore il sistema politico amministrativo italiano. Un sistema che costruito sotto la maschera del buon funzionamento amministrativo del territorio e in nome di false autonomie regionali, oggi è alla resa dei conti manifestando tutto il suo fallimento non solo in termini politici ed amministrativi, ma anche e soprattutto in termini morali e democratici. Le ultime notizie sulla Regione Lazio  purtroppo non sono le uniche perchè  veniamo a conoscenza di una storia che si ripete da anni in molte regioni d’Italia. Sono fatti che ci danno la misura esatta del disastro politico, amministrativo ed economico prodotto dalle Regioni, un disastro annunciato anni fa in Parlamento da coloro che si opposero strenuamente alla nascita delle Regioni . Oggi ci si accorge , con tanti anni di ritardo, di un malessere che in tempi lontani , negli anni 60 del secolo scorso, un deputato del Parlamento GIORGIO ALMIRANTE, eletto nelle liste del MSI, denunciò preannunciando tutto lo scenario che oggi si presenta agli Italiani.
Ricordo una durissima battaglia in Parlamento, condotta sia al Senato che alla Camera solo ed esclusivamente dalla pattuglia del MSI, il partito fuori dai giochi dell’arco costituzionale e isolato dai cosiddetti democratici. Fu scritto a chiare lettere che riconosciuta l’autonomia speciale alle Regioni della Sicilia, Sardegna, Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia, per motivi storici e politici, non era il caso di allargare il diritto all’autonomia al resto d’Italia.
Si sarebbero verificate anomalie non solo politiche amministrative, ma anche e soprattutto di natura economica con danni per la buona e sana politica e soprattutto per gli Italiani . Fu condotta una dura azione di ostruzionismo al varo della legge, ma vinsero i condottieri del grande carrozzone del secolo “le Regioni”. Con la nascita delle Regioni i Partiti riuscirono a soddisfare le loro esigenze di potere governativo nel territorio, come se non bastasse quello delle Province.
Non ci fu distinzione tra Centro, Sinistra e liberali in merito alla volontà di istituire le Regioni in tutto il territorio nazionale che fu spartito tra democristiani, comunisti liberali e socialisti, mentre Almirante con i suoi deputati fece una campagna di opposizione nelle piazze, in Parlamento ad una legge che sicuramente avrebbe aperto le porte allo spreco e all’uso improprio delle risorse economiche dello Stato. Già allora si sapeva che i costi per le Regioni sarebbero stati nel tempo superiori alle effettive risorse per la loro copertura.
Tuttavia non si pensava mai che nel terzo millennio l’uso delle risorse sarebbe stato indiscriminato, volgarmente sperperato e soprattutto legalizzato da regole, leggi e leggine di competenza regionale. In questi giorni si parla spesso di abolizione delle Province , ma nessuno mai si sogna di eliminare le Regioni, divenute vere grandi carrozzoni di arricchimento per un esercito di eletti nei vari Consigli.
Se si pensa che un deputato Regionale del Lazio ha un emolumento pari a € 11.000 più le somme messe a disposizione del gruppo e altre migliaia di euro, ci viene da chiedersi a che cosa servono le Regioni se poi i servizi in gran parte sono di competenza dei Comuni? O se la competenze delle strade non statali è di competenza della Provincia?
Se oggi apprendiamo che mediamente un Consigliere Regionale incassa poco più di 100.000 € l’anno, e i problemi della sanità, del turismo e dell’economia locale vanno alla malora per deficienza di mezzi finanziari, ci viene da chiedersi a cosa serva la Regione? Perchè eliminare la Provincia e non la Regione? Se si vuole dimagrire perché lo Stato è in difficoltà e perché la crisi è ancora lontana dall’ essere risolta, necessita ritornare al passato tagliando definitivamente il parassita nazionale che è la Regione.
D’altra parte i padri costituenti nel 1946 non si sognarono minimamente di includere nella Costituzione Nazionale le regioni come Enti autonomi fatta eccezione per la Sicilia, la Sardegna, il Trentino Alto Adige e il Friuli Venezia Giulia. Subito dopo il Referendum del 2 giugno 1946 l’Italia si è dato un impianto costituzionale di Repubblica dividendo il territorio sul piano amministrativo in Province Regionali comprendendo un certo numero di Comuni, e concedendo lo statuto speciale per la loro autonomia a poche Regioni .
Se per La Sicilia, la Sardegna, il Trentino Alto Adige il riconoscimento non fu soltanto un atto dovuto ma anche un segno deterrente per controbattere i movimenti separatisti in fermento in quelle Regioni, non credo che per le altre regioni ci fossero motivazioni valide. In verità pur di varare una legge che favoriva il parlamentarismo in po’ ovunque nella Nazione le motivazioni furono ben diverse e cioè, in nome di una maggiore democrazia partecipativa, si vollero creare i carrozzoni dei partiti in un sistema oggi fortemente incrinato e morente e sull’orlo del fallimento totale.
Oggi la nostra attenzione si è fermata sulle note vicende del Lazio, ma non dimentichiamo la Sicilia divenuta un vero colabrodo finanziario, per non parlare della Lombardia o della Campania, della Puglia e così via. Tutti ci concentriamo sui personaggi scellerati che hanno prodotto un saccheggio legalizzato e prodotto dal primo giorno in cui furono istituite le Regioni, ma pochi riflettono sulla causa che a mio parere è figlia del sistema voluto dalla partitocrazia degli anni 60 del 1900 e ingrassata dai novelli autonomisti di tutte le risme. Senza fare calcoli, possiamo dire che il marcio sta alla base dei parlamenti regionali che legiferano sui bilanci della Regione che stanziano somme ingenti a disposizione dei gruppi e dei singoli deputati per cui si arriva a superare anche centinaia di migliaia di euro per ogni deputato oltre alle varie indennità di carica.
In Sicilia vige una legge che dà tra i tanti appannaggi con danaro contante, somme non indifferenti ai gruppi consiliari per finanziare la campagna elettorale del deputato uscente. Tutto questo concede una posizione privilegiata rispetto agli altri candidati della stessa lista proprio per avere a disposizione risorse finanziarie provenienti dal denaro pubblico e così viene mortificata la democrazia e la parità tra i concorrenti.
Mentre il Governo Monti studia piani d’intervento in campo fiscale sulla testa dei cittadini il Parlamento non fa nulla per azzerare i miliardi di euro di una spesa pubblica che non è fatta solo dalle auto blu, ma anche e soprattutto dall’enorme calderone dei consiglieri regionali con un bilancio estremamente oneroso.
Oggi sono maturi i tempi in cui non ha senso l’autonomia regionale anche della stessa Sicilia perché dando maggiore potere alle Province e ai Comuni che riescono più e meglio nel territorio. Via le regioni , via il vergognoso giro di miliardi gestiti dai Consiglieri regionali , e maggiore forza alla Provincia , al Comune per riprendere il cammino della buona politica diretta alla gestione del territorio strettamente legato all’ente che più di un carrozzone grasso e spendaccione.
La Regione va abolita per rilanciare la Provincia e il Comune a stretto contatto con i suoi cittadini.
Gaetano Masaracchio

domenica 15 luglio 2012

SPRECONI PER STATUTO Trentino Alto Adige peggio della Sicilia: l'autonomia dorata gliela paghiamo noi Tasse basse e fondi da Roma: così foraggiamo masse di dipendenti pubblici

Alto-Adige peggio della Sicilia: l'autonomia gliela paghiamo noi
Follie d'Italia: il governatore bolzanino Durnwalder guadagna più di Obama...

Si sono arroccati sulle montagne, con il loro tesoro e non vogliono mollarlo. In Trentino Alto Adige-Südtirol, il 31,7% del bilancio dei Comuni è costituito da entrate extratributarie. Anche perché da quelle parti le tasse incidono in misura molto minore rispetto al resto del territorio italiano, secondo i dati Istat relativi al 2010. Così, se in una regione a statuto ordinario come la Liguria la media pro-capite è di 572 euro, in Trentino Alto Adige si scende drammaticamente a 211 euro per abitante. Il motivo è presto detto: arrivano barcate di soldi da Roma. Nella Provincia autonoma di Trento sono riusciti a chiudere il bilancio 2011 in pareggio con un “fatturato” di 4,6 miliardi, garantiti quasi interamente (3,9 miliardi) dallo Stato, che restituisce all’autonomia trentina e bolzanina i nove decimi del gettito fiscale incassato localmente.
Eredità separatista - In confronto a quanto ricevevano dopo la “Notte dei fuochi”, cioè la stagione degli attentati ai tralicci dell’alta tensione con cui nel 1961 i separatisti altoatesini chiedevano il ritorno dell’Alto Adige all’Austria, è poco. Ai tempi del patto fra la Democrazia Cristiana e la Südtiroler Volkspartei di Silvius Magnago, le cifre dei trasferimenti si aggiravano sui 10mila miliardi l’anno per 500mila abitanti. Ora il rapporto fra la popolazione e i soldi non è più lo stesso, nonostante l’alto numero di suicidi.
Eppure le competenze affidate alle istituzioni locali rimangono costanti: soltanto il 60% di quanto ricevono è giustificato dalla spesa pro capite di 406 euro per lo stipendio del personale amministrativo. E va aggiunto che se ne approfittano anche, se si considera che il numero di dipendenti pubblici è superiore alla media nazionale del 32% e si spendono tra i 7 e gli 8mila euro per i servizi generali della Pubblica amministrazione. 
Ovvio che anche i parametri retributivi siano collocati a livelli stratosferici. Fanno eccezione i 70 consiglieri delle due Province autonome, che si sono autoridotti le indennità e ogni mese intascano 5.900 euro netti rispetto ai precedenti 9.100. Per gli ultimi eletti, è saltato anche il vitalizio. Dovranno consolarsi con i rimborsi per gli spostamenti pari a 0,33 euro al chilometro fino a ottomila chilometri l’anno. Quando gli stessi consiglieri siedono in Regione, invece, si vedono rimborsati appena seimila chilometri l’anno. Un capitolo a parte, invece, riguarda il presidente della Provincia di Bolzano, Luis Dürnwalder, che, tolte le tasse, guadagna  più del presidente degli Stati Uniti: 12mila euro al mese. Il calcolo è presto fatto: al presidente va il 50% in più che a un consigliere, a un vicepresidente il 25% e un segretario questore il 12,5 per cento.
«Si potrebbe gestire meglio la spesa», spiega Rodolfo Borga, consigliere provinciale del Pdl a Trento. Sotto accusa sono «l’eccesso di dirigismo che, stante la capacità maggiore di incidere sul tessuto sociale ed economico, impone una presenza eccessiva del settore pubblico. Anche a causa della legge elettorale, che dà enormi poteri ai governatori, il centralismo ha depresso la capacità d’iniziativa delle aziende». Non ritiene necessaria quindi una cura dimagrante, perché «siamo a costo zero: non contribuiamo al bilancio dello Stato ma non pesiamo nemmeno», in quanto «la scuola, l’asilo, l’università, le strade ricadono direttamente sotto la competenza della Provincia, mentre allo Stato rimangono la giustizia, i tribunali e l’ordine pubblico».
Semmai, si poteva pensare a un risparmio in occasione del referendum, promosso dalla Lega Nord e svolto nell’aprile scorso per l’abrogazione delle Comunità di Valle, costituite nel 2006. L’opposizione le contestava come uno spreco di risorse pubbliche e un’invasione nella sfera di competenza dei Comuni. Peccato che non sia stato raggiunto il quorum. Per Borga, si tratta soltanto di «un ulteriore ente intermedio», che si traduce nell’ennesimo «strumento di controllo politico del territorio».
Sprechi di risorse - L’alternativa, le «unioni di comuni per la gestione di servizi in forma associata» potrebbe rappresentare un buon suggerimento per chi dovrà rassegnarsi a vedere calare la scure della spending review fissata dal governo. In conseguenza del decreto, i tagli per le Regioni a statuto speciale e le Province autonome si dovrebbero attestare a 600 milioni nel 2012 e a 1,2 miliardi nel 2013, senza contare il miliardo e mezzo di riduzioni previste a partire dal 2014. I governatori li sommano agli effetti delle manovre precedenti, che per il Trentino-Alto Adige ammontavano a 902 euro in meno di spesa pro-capite, e lanciano l’allarme, in nome del feticcio dell’autonomia, antico privilegio che si conserva fin dai tempi in cui facevano parte dell’Impero austro-ungarico. Per ora, la battaglia è a colpi di carta bollata. Dopo l’accordo quadro di Milano del 2010, sottoscritto con il governo precedente dai ministri Roberto Calderoli e Giulio Tremonti, sembravano essere state sistemate tutte le partite arretrate che da anni erano rimaste bloccate, impedendo il trasferimento di fondi dalle casse dello Stato. In cambio, le Province autonome si erano rese disponibili a un contributo rilevante purché fossero fissati alcuni paletti a tutela della loro “specialità”. Ma ora, con l’esecutivo Monti, la musica è cambiata. Si presenteranno impugnative e ancora una volta si finirà in un estenuante contenzioso giuridico.
Nel frattempo si tenterà l’ultima carta, pretendendo altro denaro per il passaggio di funzioni dalle Province ai Comuni. Tanto perché non finisca troppo presto l’ultradecennale stagione della pacchia.
di Andrea Morigi