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lunedì 19 maggio 2014

La FINE dell'Italia: entro 4 anni saremo 3° mondo, ecco le PROVE






- a cura di nocensura.com


Con l'entrata in vigore del Fiscal Compact e dell'ERF, è in arrivo la batosta finale sul nostro paese; ci toglieranno anche le mutande, ci relegheranno a tutti gli effetti ad essere una COLONIA: le nostre principali aziende, le 'eccellenze italiane' in mano ai privati se le sono già acquistate e le stanno acquistando; ora tocca ai beni pubblici, ad iniziare dalle principali aziende, le più importanti...

Chi ci segue da tempo sa bene a cosa ci stiamo riferendo: ne abbiamo parlato a partire dal 2011.

Oggi parliamo di crisi, oggi 'siamo' in crisi, ma ahimè, la crisi vera, deve ancora arrivare! Questo è niente rispetto allo scenario che si prospetta in questo paese, al di la delle 'confortanti' parole pronunciate ogni anno dai nostri politici, che prima "non vedevano la crisi" e oggi vedono "la fine della crisi", con la ripresa che puntualmente avrà inizio l'anno successivo... e poi quello successivo ancora, e ancora ancora e ancora! Un teatrino di infimo livello di cui sempre più italiani si stanno rendendo conto.

Questione di poco dovremo affrontare il CRACK dell'INPS: e saranno DOLORI. Nessuno ne parla, ma numeri alla mano, è INEVITABILE.

Le grandi aziende continuano a delocalizzare: l'inarrestabile processo di delocalizzazione non è ancora stato ultimato, e la "colpa" non dobbiamo darla alle imprese, ma a chi ha reso conveniente delocalizzare (anche se le multinazionali sono una estensione del sistema bancario) una vera e propria EUTANASIA per l'Italia: ci hanno lasciato morire, e la DISINFORMAZIONE ha coperto questa PRECISA STRATEGIA consapevole. Non può essere altrimenti: chi, potrebbe non capire, che rendere conveniente delocalizzare avrebbe distrutto l'economia italiana e di molte altre nazioni occidentali? (Germania a parte)

Mentre le piccole aziende CHIUDONO: perché non possono reggere la concorrenza di chi ha delocalizzato, e/o perchè la op-pressione fiscale è INSOSTENIBILE !!! 

E ora arrivano gli annunciati 'fiscal compact' ed ERF, a fare man bassa delle nostre aziende rimaste, almeno in parte, pubbliche, e magari anche dei beni demaniali: in Grecia stanno (s)vendendo le isolette, chissà che non possiamo farlo anche noi... ah no: noi stiamo SVENDENDO l'Italia intera...!!!

Editoriale a cura di nocensura.com
 
Siamo "alle porte con i sassi" dell'entrata in vigore del fiscal compact: di cui su questo blog abbiamo iniziato a parlare fin prima dell'approvazione, così come nel caso del MES (meccanismo europeo di stabilità) di cui iniziammo a parlare dai primi di Novembre del 2011, fino all'approvazione in aula e tutt'oggi.

Circa i drammatici effetti che avrà il trattato sulle nostre vite, vi rimandiamo a questo nostro articolo del Luglio 2012, che lo spiega in modo chiaro e semplice.

Dopo averci condotto nella spirale di un debito che prevedibilmente ed inevitabilmente  sarebbe aumentato sempre di più, fino ai livelli attuali, ora il sistema bancario ci chiede un ulteriore conto: si, perché questo si somma agli oltre 3.100 MILIARDI che abbiamo pagato SOLO A TITOLO DI INTERESSI negli ultimi 30 anni: una cifra MOSTRUOSA, di ben 1.000 MILIARDI di euro superiore all'attuale debito pubblico: una cifra colossale, che vale quanto 30 manovre finanziarie "lacrime e sangue", ma nei prossimi anni, oltre a pagare 80-90 miliardi all'anno di interesse, dovremo anche impegnarci nel diminuire il debito pubblico, in rate ventennali da 40-45 miliardi.

Renzi e gli altri politici pontificano in TV "che lo dobbiamo fare per i nostri figli"; parlano di sprechi, di malagestione, e qualcuno anche della corruzione e delle ruberie, come se il debito fosse provocato da questo: ed è ciò che crede la MAGGIORANZA DEGLI ITALIANI:

Nell'immaginario collettivo il debito è dovuto al fatto che lo Stato italiano ha chiesto prestiti: come fanno i privati con le banche, alle quali chiedono credito e lo rimborsano a rate; non è così!

Il debito pubblico NON è dovuto da richieste di credito dell'Italia nei confronti delle banche, centrali o non; NE dagli sprechi e dalle ruberie: che sono state sempre addebitate agli italiani mediante le tasse, che negli ultimi 30 anni sono aumentate vertiginosamente, certamente anche a casua della malagestione della cosa pubblica: ma anche e sopratutto per pagare gli interessi sul debito pubblico alle banche, che come dimostra la tabella sopra, (vedi l'articolo sui 3.100 mld pagati negli ultimi 30 anni) ha sempre ammontato a svariate decine di miliardi all'anno: una cifra che vale un paio di finanziarie "lacrime e sangue".

IL DEBITO PUBBLICO è la "normale" conseguenza del fatto che il SISTEMA MONETARIO è basato sul DEBITO: i soldi vengono ADDEBITATI e non ACCREDITATI allo Stato.

Le nazioni NON emettono moneta: l'emissione monetaria è gestita dalle banche centrali, che a loro volta sono di proprietà privata (1)

(1) Su Wikipedia sono elencati i soci della Banca d'Italia: ovvero, le banche private italiane, Compagnie assicurative, e una piccola percentuale detenuta dall'INPS; la Banca d'Italia è quindi di proprietà dei banchieri privati.

La Bce a sua volta è di proprietà delle banche centrali dei paesi che hanno aderito all'eurozona: la Banca d'Italia detiene il 12% delle quote. Essendo Banca d'Italia di proprietà delle banche private, possiamo affermare che questi possiedono il 12% della BCE. Le banche centrali di quasi tutte le nazioni del mondo sono gestite da banchieri privati.

Le nazioni emettono "titoli di Stato" e li collocano sul mercato: le banche investono su di essi, e ricevono un interesse; lo stato ottiene liquidità in questo modo. TUTTO L'AMMONTARE CIRCOLANTE, è stato emesso in questo modo.

Sull'intero ammontare monetario circolante, le nazioni pagano interessi.

E si tratta di un debito inestinguibile: poiché per ogni 100€ emessi, le banche chiedono un interesse annuale - ad esempio - del 3%: quindi dovremmo rimborsare 103€ dopo un anno: 106 dopo 2 anni, etc.

Il debito è una voragine inestinguibile: che poi viene ripagato con i BENI REALI, ovvero i pignoramenti, le svendite dei beni demaniali, etc. E così la carta straccia stampata senza nessuna riserva aurea, ne altro, diventa case, edifici, terreni, beni di ogni tipo.

Se considerate che vengono richiesti interessi sull'intero ammontare circolante di soldi, capite bene che la somma che dovrebbe essere risarcita è superiore, e pertanto il debito è INESTINGUIBILE.

Edison e Ford già nel 1921 scrivevano sull'ASSURDITA' TOTALE del fatto che anziché stampare moneta, lo stato se la facesse PRESTARE dai banchieri privati, corrispondendo loro un interesse. UNA TRUFFA IMMENSA!
 
Informatevi sul funzionamento del sistema monetario: sul signoraggio bancario, sulla vera origine del debito pubblico, e scoprirete la grande truffa, più difficile da credere, che da capire...


Staff nocensura.com

sabato 1 febbraio 2014

La Germania, ovvero i padroni d'Europa

A cura di Alessandro Raffa per nocensura.com 
La Germania predica austerity, propone alle altre nazioni prelievi forzosi dai conti correnti, nuove tasse, etc. ma intanto abbassa l'età pensionabile, questione di importanza CRUCIALE perché incide notevolmente sia sulla qualità della vita dei cittadini - sopratutto quelli che svolgono mansioni usuranti - sia perché facilita il "turn over", ovvero l'occupazione giovanile.
Alla banca centrale tedesca inoltre è consentito ciò che è proibitissimo agli altri: investire nei titoli di Stato tedeschi invenduti, abbassando di conseguenza il tasso di interessi corrisposto su di essi. I titoli tedeschi hanno un rendimento molto basso, poco superiore all'1% contro il 4% di quelli italiani (lo 'spread') soglia che per il nostro paese arrivò a quota 6% (spread a 500).
Se i titoli di Stato italiani rimanessero invenduti  (non succede, in quanto hanno un rendimento molto alto e rischi reali bassissimi: il governo italiano pur di pagare gli investitori sarebbe disposto a rendere obbligatorio un prelievo forzoso di sangue dei cittadini...) noi saremmo in grave difficoltà, perché la Banca d'Italia non può intervenire; invece quando i titoli di stato tedeschi non vengono collocati nel mercato (pagando un tasso di interesse basso per le banche è più conveniente investire nei titoli di altri paesi, tra cui quelli italiani) la banca centrale tedesca interviene, accollandosi i titoli invenduti. Senza l'intervento della banca centrale tedesca, i tedeschi dovrebbero aumentare il tasso di interessi corrisposto, con tutte le conseguenze del caso (aumento della spesa per gli interessi, e cioè del debito pubblico; aumento del costo del denaro per le aziende tedesche, etc.)

Nessuno si ribella a questo strapotere tedesco, che avviene in VIOLAZIONE dei trattati! Anziché "battere il pugno sul tavolo", i nostri governanti (come quelli delle altre nazioni europee) si genuflettono alla Germania: e anzi, FANNO I LORO INTERESSI !!! Come ha ammesso candidamente l'ex Ministro montiano Riccardi, che dichiarò che "Più Monti bastonava l'Italia, più la Merkel si compiaceva e lui era contento"... una dichiarazione SCANDALOSA che avrebbe dovuto essere approfondita nell'ambito di un PROCESSO per ALTO TRADIMENTO, e che invece, ahimè, è passata INOSSERVATA!!!
Italiani, svegliatevi, vi prego! E se invece avete compreso qual è la situazione, cercate di svegliare gli altri, che la situazione è gravissima!
Informatevi sui dati relativi alla produzione industriale e alla bilancia commerciale italiana e tedesca, prima e dopo l'entrate nell'euro; il nostro declino è stata la loro fortuna!
 


Alessandro Raffa per nocensura.com
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giovedì 30 gennaio 2014

La riforma di Bankitalia Ecco i tre regali che Letta ha fatto alle banche Il decreto alza la fetta di utili riservata agli istituti, rivaluta le loro quote e porterà denaro fresco in cassa grazie al tetto del 3%


Ecco i tre super-regali 
che Letta ha fatto alle bancheUn triplo vantaggio per le banche e una fregatura secca per le casse pubbliche. La riforma della Banca d’Italia, alla fine, è diventata legge dello Stato. Seppur sofferto, è arrivato, in serata, il via libera definitivo della Camera al decreto legge Imu che, tra altro, conteneva il blitz sulle quote di Bankitalia. Un abbinamento, quello tra le norme relative alla  tassa sulla casa e quelle sul riassetto patrimoniale di via Nazionale, architettato dal governo di Enrico Letta per  blindare il regalo agli istituti di credito. E il ricatto, nonostante l’ostruzionismo del Movimento 5 Stelle cui si è aggiunta la levata di scudi di Fratelli d’Italia, ha avuto l’effetto sperato. C’è voluta la «ghigliottina» di Laura Boldrini (il presidente della Camera ha infatti tagliato gli interventi in aula a Montecitorio, accelerando il voto) per assicurare il cadeau dell’esecutivo alle banche. 

Per le finanze dello Stato, come accennato, c’è la beffa. Con la perdita di gettito da 750 milioni di euro. A certificare il buco nei conti pubblici sono stati i tecnici della Camera. Le nuove norme cambiano gli equilibri e per gli istituti sale a 450 milioni la fetta di utili garantita. Si riduce, gioco forza, quella dello Stato che negli ultimi anni ha incassato da via Nazionale rispettivamente 1 miliardo (2009), 511 milioni (2010), 677 milioni (2011) e 1,5 miliardi (2012). La riforma è sostanzialmente retroattiva e perciò vale anche per lo scorso anno. Secondo gli esperti di Montecitorio   «nel bilancio dello Stato per il 2014 risulta ridotto di 750 milioni rispetto alle previsioni per il 2013». Ovviamente la sforbiciata vale anche per il futuro: la dieta per lo Stato è strutturale, cioè permanente.
Tutto ciò a fronte di un gettito una tantum (900 milioni) derivante dalla tassa (12%) applicata alla plusvalenza tra valore originario del capitale di Bankitalia (156mila euro) e quello aggiornato col decreto, cioè  7,5 miliardi di euro. I vantaggi per gli istituti, comunque, non si esauriscono coi dividendi. Grazie a quella  montagna di quattrini nuova di zecca, gli istituti rafforzano il loro patrimonio (secondo regalo) in vista delle verifiche europee e, soprattutto, in vista di Basilea3, il nuovo meccanismo che regolerà l’erogazione di prestiti alle imprese. In qualche modo, dunque, si fa pagare alla collettività  - in termini di rinuncia dello Stato a una fetta di dividendo di Bankitalia - le conseguenze dei guasti del sistema bancario. Un pasticcio clamoroso, insomma. E la conferma, nonostante gli strali a orologeria della lobby bancaria contro i presunti inasprimenti fiscali (vale la pena ricordare che la legge di stablità ha tagliato 20 miliardi di tasse sulle svalutazioni), che a palazzo Chigi i banchieri sono di casa. 
Il terzo regalo arriverà tra un po’. La riforma di Bankitalia pone un tetto alla partecipazione al capitale: 3%. Limite oggi violato da quasi da tutti gli «azionisti», in particolare IntesaSanpaolo e Unicredit che insieme hanno più del 50% delle quote. Entro tre anni, bisogna scendere al 3% e, al momento della cessione,  gli istituti avranno denaro fresco in cassa. Per Intesa e Unicredit si tratta di circa 4 miliardi, stando ad alcune stime preliminari. Potrà essere la stessa Bankitalia a comprare temporaneamente le azioni extra.
Il Tesoro nega l’esistenza di favori, ma la riforma grida vendetta. Di qui le proteste a Montecitorio, dove si è cercato di bloccare il decreto. Certo, il quadro   sarebbe stato altrettanto caotico qualora il «sì» di Montecitorio non fosse arrivato entro la mezzanotte di ieri. Anzi, per certi versi sarebbe stato peggio, specie se si guarda la faccenda dal punto di vista del cittadino. La mancata conversione del provvedimento d’urgenza avrebbe fatto decadere l’intero pacchetto normativo e per i contribuenti sarebbe tornato lo spettro  della seconda rata Imu.  A fronte del triplo regalo alle banche, dunque, il pericolo è stato scongiurato. Il balzello sugli immobili realtivo al 2013 (con l’eccezione della mini Imu pagata il 24 gennaio) è andato in soffitta: il decreto prevede che il mancato gettito della rata Imu di dicembre sia «coperto» dall’aumento dell’Ires a carico degli istituti di credito.
Un «sacrificio» che le banche hanno sopportato proprio in cambio dell’operazione Bankitalia. Ecco: anche il Quirinale, nel trovare il necessario collegamento tra le norme sull’Imu e quelle sull’istituto centrale, deve aver guardato tra le pieghe dell’accordo sottobanco tra palazzo Chigi e i banchieri. I quali parlano di riforma «sacrosanta» e toccano le corde del confronto europeo. Eppure, nel Vecchio continente non esiste altra banca centrale in mano ai privati come quella della Penisola. Né, soprattutto, esiste un board indicato dagli istituti. Quelli italiani continueranno  a nominare il consiglio superiore di palazzo Koch. Sia chiaro: non avranno alcuna facoltà di intervenire sull’attività di vigilanza: la questione «controllato azionista del controllore» resta una formalità. Tuttavia, il consiglio superiore è l’organismo che decide sulla distribuzione dell’utile e sulla gestione delle riserve auree oltre che sulle riserve valutarie. E qualche interferenza con la politica, in questo terreno, non è da escludere a priori.     
di Francesco De Dominicis
twitter@DeDominicisF


Ecco i tre super-regali 
che Letta ha fatto alle banche

sabato 9 febbraio 2013

"Sfatare 30 e più falsi miti su crisi economicofinanziaria (...(




Il video illustra il funzionamento del sistema monetario, e illustra molte considerazioni giuste, ma c'è un errore di fondo: i cittadini italiani non hanno perso la sovranità monetaria con l'arrivo dell'euro (che ha peggiorato la situazione) infatti anche ai tempi della Lira l'emissione della moneta era gestita dalla Banca d'Italia (la banca centrale italiana) che è privata, esattamente come la BCE.

Ai tempi della lira l'emissione della moneta non era gestita pertanto dallo Stato, come avviene in presenza di sovranità monetaria; anche ai tempi della Lira lo Stato italiano emetteva titoli e si faceva prestare il denaro dalla banca centrale, pagando un determinato tasso di interesse che però era considerevolmente più basso di quello imposto oggi dalla BCE. Per il governo italiano inoltre era più facile trovare accordi con la Banca d'Italia ed influenzarne le decisioni, rispetto alla BCE.

In presenza di Sovranità Monetaria è lo Stato che emette il denaro: e non i banchieri privati: siano essi della banca centrale nazionale o quella Europea: che è di proprietà delle banche centrali nazionali dei paesi aderenti (la Banca d'Italia ha il 12,5% delle quote)

Lo stato aveva un forte debito pubblico anche ai tempi della Lira; debito pubblico che è rimasto tale e quale al passaggio all'euro ed è aumentato vertiginosamente negli ultimi anni grazie allo spread elevatissimo (cioè al tasso di interesse elevato che la BCE ci costringe a pagare sui titoli di stato emessi per avere liquidità)

Vedi la denuncia del prof. Auriti alla Banca d'Italia (su Youtube diversi video di diversa lunghezza)


Staff nocensura.com

mercoledì 6 febbraio 2013

La verità sulle banche: le nove più importanti esposte per 126 miliardi


Il caso Mps accende i riflettori su prestiti, mutui non rientrati e reali coperture. Ecco quanto rischiano i nostri istituti di credito


Per capire qual è lo stato di salute delle banche italiane conviene fare un passo indietro. E andare al cuore dei loro affari, cioè i prestiti alle famiglie e alle imprese. Insomma cerchiamo di non perderci nei derivati (che pure possono fare molto male), sui ratio (cioè quei famosi parametri sintetici con i quali si misura la solidità di una banca) o sulle quotazioni di Borsa. La banca tradizionale raccoglie i nostri quattrini e li impiega nell'economia sotto forma di prestiti. Abbiamo preso le nove istituzioni finanziarie più importanti dell'Italia. E abbiamo cercato di leggere il loro vero stato di salute. Senza tanti fronzoli. Analisti e tecnici inorridiranno. In fondo il caso Mps (che si alimenta di scandali, derivati, manager pasticcioni) nasce da un errore grande come una casa: aver pagato 10 miliardi qualcosa che, nel migliore dei mondi, valeva 6. Neanche Mazinga Zeta (e Mussari e Mps tali non erano) si sarebbe ripreso con le sue sole forze.
Ritorniamo alle nostre nove stelle (indicate in tabella). Ebbene queste nostre signore del credito (che rappresentano poco più della metà del mondo bancario italiano) hanno prestato a famiglie (con i mutui) e a imprese la bellezza di 1.400 miliardi di euro. Si tratta quasi di due terzi dell'intera ricchezza prodotta in un anno dagli italiani. Non sempre questi soldi vengono restituiti alle banche: in un momento di crisi famiglie e imprese talvolta non pagano i loro conti. Secondo i nostri calcoli (basati sui bilanci e le stime del 2012) i crediti problematici ammontano a 208 miliardi di euro. Sintetizzando, prestano 1.400 miliardi, ma ne hanno 208 a forte rischio. Ogni anno dunque le banche accantonano una bella cifretta allo scopo di coprirsi da queste potenziali perdite. Nel 2012 le svalutazioni su crediti sono arrivate a 82 miliardi di euro. Non bastano, ci sono 126 miliardi di crediti dubbi ancora non coperti. Molti di questi prestiti sono stati assistiti da ipoteche: quando il debitore non dovesse pagare, la banca potrebbe ritornare in possesso dei beni posti a garanzia. Ma il processo è lungo e incerto. E soprattutto nessuno sa con esattezza quanto valgano davvero le garanzie. Il valore degli immobili, ad esempio, è crollato. C'è un numeretto magico che si chiama tasso di «copertura dei crediti problematici». Secondo la nostra ricerca la copertura per le nove principali banche italiane è al 40 per cento: frutto di 82 miliardi di crediti svalutati su 208 miliardi di crediti dubbi. 
La risposta alla domanda da cui siamo partiti (qual è il vero stato di salute delle nostre banche) non è semplice. Ciò che si nota è che la massa di crediti dubbi (incagliati, in sofferenza, ristrutturati, in ritardo di pagamento) è decisamente elevata. E solo per il 40 per cento è stata svalutata. Si nota inoltre che le due principali banche italiane (Unicredit e Intesa) hanno coperto più di tutte le altre i loro prestiti incagliati. La più prudente e sana è stata Mediobanca, anche se non è esattamente una banca commerciale come tutte le altre. Al contrario il Banco Popolare e l'Ubi hanno una situazione che appare molto più rischiosa: solo un quarto dei loro crediti a rischio coperti dagli appositi fondi. Il Monte dei Paschi di Siena, oggi al centro della bagarre giudiziaria, sembra in una posizione di mezzo, ma comunque non drammatica rispetto ai suoi concorrenti.
C'è un grande rischio che però nel complesso corrono tutte queste banche. È che la Banca d'Italia sollecitata dal caso Mps e dall'attenzione degli ispettori del Fondo monetario internazionale, pretenda una maggiore copertura dei crediti dubbi. Se via Nazionale, che da novembre sta facendo ispezioni a tappeto in tutte le banche italiane, dovesse alzare il sopracciglio sulle coperture dei crediti dubbi, il nostro sistema bancario azzererebbe gli utili e in gran parte sarebbe costretto a pesanti aumenti di capitale. 
La valutazione dei crediti in sofferenza più che un esercizio contabile è un'arte. Solo i banchieri, o meglio i loro funzionari, sanno davvero quali sono le vere partite inesigibili. Inoltre nella casella contabile «crediti dubbi» ci sono diverse interpretazioni internazionali. Gli spagnoli, che sono nei guai, hanno ad esempio sempre finto di essere più prudenti degli italiani. Sulla carta avevano bilanci migliori proprio perché non consideravano incerti prestiti da buttare nel cestino: alla fine del 2011 sembrava che le loro banche avessero coperto quasi il 60 per cento dei crediti dubbi. Si è poi scoperto che molte sofferenze non erano state considerate tali e che dunque gli accantonamenti fatti ai rischi fossero inferiori al 20 per cento. Quando i tassi sono saliti, le banche sono saltate.
In buona sintesi le principali banche italiane stanno rischiando grosso. Alcune (Ubi e Banco Popolare) sembrano più a rischio di altre. Ma tutto dipenderà dalla Banca d'Italia e dal dilemma in cui si trova. Se vorrà essere rigorosa (ipotesi improbabile) obbligherà le nostre banche ad anni di lacrime e sangue a cui peraltro non sono sottoposti i nostri concorrenti internazionali; se chiuderà un occhio (ipotesi realistica) rischia di trovarsi qualcuna delle sue vigilate con buchi nei conti economici che oggi sembrano inattesi.
segue a pagina 9
di Nicola Porro

martedì 23 ottobre 2012

La Banca d’Italia non serve più a niente


Secolare roccaforte di privilegi, la banca centrale italiana sarà presto svuotata dei suoi poteri di vigilanza dalla Bce. Ma lo Stato continua a buttare soldi per cose inutili

Anche il governo Monti, insieme ai partiti che lo sostengono, sembra arrivato al capolinea. La manovra di (in)stabilità per il 2013 è costituita ancora una volta solo da tasse o da tagli sporadici che in realtà sfoceranno in ulteriori tasse. I tagli veri, quelli agli sprechi, alle caste, alla politica, al Quirinale, ai notai, ai quadri e ai dirigenti della pubblica amministrazione, non li vogliono proprio fare. Non ci riescono, è più forte di loro. Anche agli enti inutili non si vuole mettere mano con forza, perché retti da interessi trasversali che non hanno nulla a che vedere con il bene comune. Così, fra gli enti che andrebbero ridimensionati e poi chiusi c’è la Banca d’Italia. Un carrozzone che costa alla collettività quasi un miliardo di euro all’anno, di cui l’85% costituito da stipendi faraonici per il personale che non trovano eguali in nessun paese d’Europa. Solo al governatore della Banca d’Italia vengono destinati 757.000 euro all’anno, il che potrebbe anche essere in linea con il sistema banco centrico italiano che vede gli stipendi d’oro dei banchieri superare quelli dei calciatori e quelli degli impiegati battere alla grande quelli degli insegnanti, ma non trova alcuna giustificazione in un periodo di crisi come questo. E’ una vergogna! Una vergogna che ci costa forse qualche decina di punti di spread e sicuramente qualche tassa in più, se si pensa che il presidente della Bce guadagna la metà e quello della Federal Reserve Bank cinque volte di meno (200.000 mila dollari all’anno). E che dire del personale? Il costo medio annuo di ciascuno dei 7.300 dipendenti è di 90.000 euro, tutto puntualmente pagato con le tasse dei contribuenti. Il numero di questi dipendenti – come rivela un’indagine dell’Adusbef – avrebbe dovuto scendere già da molto tempo, visto che le funzioni di Bankitalia sono nettamente diminuite dopo l’introduzione dell’euro che ha visto il passaggio della politica monetaria alla Bce e del controllo della concorrenza bancaria all’Antitrust. Ma niente è ancora stato fatto per un organismo paradossalmente controllato da quei soggetti (le banche) che sono sottoposti a vigilanza.

Banca d’Italia: un carrozzone da 7.300 dipendenti e spese folli

Ma, a parte lo scandaloso spreco di denaro pubblico, quello che si vuole rimarcare è l’inutilità di una struttura complessa e articolata come quella della Banca d’Italia sul territorio nazionale dopo l’avvento della moneta unica e in vista della vigilanza centralizzata presso la BCE. L’attuale rete operativa sul territorio conta 20 filiali regionali e provinciali, 25 sportelli e 18 centri per la vigilanza e tesoreria dello Stato, oltre a tre sedi distaccate a New York, Londra e Tokyo che costano un sacco di soldi e non servono. Spese inutili da quando la Banca d’Italia non si occupa più di politica monetaria e da quando i compiti di tesoreria sono stati informatizzati. Servizi che diventeranno sempre più esigui e inutili in vista dell’accentramento delle funzioni di vigilanza bancaria a Francoforte l’anno prossimo e del lancio degli Eurobond che, una volta a regime, sostituiranno i titoli di stato. Uno scenario già tracciato e non distante nel tempo, ma che non trova più alcuna giustificazione con la presenza sul territorio delle sedi della Banca d’Italia e dei suoi 7.300 dipendenti strapagati di cui – secondo l’Adusbef – non si sa bene quali mansioni svolgano. Già adesso il ruolo dell’istituto di Via Nazionale è prevalentemente relegato a quello di ufficio studi, di ottimo livello per carità, ma non serve, è un doppione dell’Istat e di tutti gli uffici studi delle varie associazioni di categoria che si confrontano quotidianamente nell’intricata giungla delle statistiche e delle previsioni economiche. Un ruolo che potrebbe benissimo essere lasciato alle Università.

Il commissario alla spendig review Enrico Bondi si è dimenticato di Bankitalia

Detto questo, viene spontaneo domandarsi perché il commissario alla spending review Enrico Bondi non sia riuscito a tagliare gli esagerati costi della Banca d’Italia. Basterebbe dimezzare gli stipendi di tutti i dirigenti e i funzionari (in sovrannumero da anni), che camperebbero comunque più che dignitosamente, per recuperare 500 milioni di euro alle casse dello Stato. Così come al momento sarebbe utile chiudere tutte la sedi provinciali e regionali accentrando le funzioni di tesoreria a Roma – come sosteneva tempo fa Confindustria – visto che ormai il denaro viaggia telematicamente e le emissioni dei titoli di stato sono comunque accentrate nella capitale. A tal fine si libererebbero anche numerosi spazi costituiti da immobili di pregio che potrebbero essere affittati a soggetti privati per incamerare nuove risorse, anziché spendere ulteriori soldi per conservarli.  Solo per la manutenzione dei giardini se ne vanno 7 milioni di euro all’anno, mentre per i videocitofoni e i campanelli ne sono stati spesi 15, come rivela “Il Fatto” in un recente approfondimento sullo sperpero di denaro pubblico presso la Banca d’Italia.


Link: http://www.investireoggi.it/economia/la-banca-ditalia-non-serve-piu-a-niente/#ixzz2A8Idm16k


lunedì 10 settembre 2012

Dal 1 gennaio 2002 la Banca d'Italia non conia più la lira


LA FUNZIONE DI EMISSIONE

L'emissione

Banconote e monete
L'emissione delle banconote

Dal 1 gennaio 2002 la Banca d'Italia e le altre 11 Banche Centrale Nazionali (BCN) dei Paesi dell'Unione Europea (UE) che all'epoca avevano adottato l'euro, hanno iniziato ad emettere, nel quadro dei principi e delle regole che disciplinano la funzione di emissione dell'Eurosistema, banconote denominate in euro.
Le banconote in euro hanno corso legale nell'area dell'euro, attualmente costituita da 17 dei 27 Stati membri dell'UE, che sono: Austria, Belgio, Cipro, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Portogallo, Slovacchia, Slovenia e Spagna.
Sia la BCE sia le BCN dei paesi partecipanti all'area dell'euro hanno titolo legale a emettere banconote in euro. In pratica soltanto le BCN provvedono materialmente all'emissione e al ritiro dei biglietti in euro. La BCE non è infatti coinvolta in alcuna operazione di cassa.
La funzione di emissione da essa svolta si articola su tutto il territorio nazionale attraverso la rete delle filiali.
A livello locale le singole filiali provvedono ad alimentare il sistema con banconote idonee alla circolazione e a ritirare dalla circolazione le banconote logore attraverso i prelevamenti e i versamenti effettuati dalle banche commerciali, e, per conto di queste ultime, delle società di servizi.
Il principio di non rimpatrio

Le singole BCN sono chiamate a gestire tutte le banconote in euro presenti nei rispettivi sistemi nazionali, indipendentemente dal Paese emittente. In forza del principio generale dell'esecuzione decentrata delle operazioni dell'Eurosistema, le BCN curano l'esito, l'introito, il ritiro e la distruzione delle banconote logore.
Attenzione alla qualità del circolante

La BCE e le BCN dell'Eurosistema perseguono l'obiettivo di assicurare l'integrità e il buono stato di conservazione dei biglietti in circolazione per preservare la fiducia del pubblico nelle banconote in euro.
Un ruolo importante nella circolazione delle banconote viene svolto dalle banche e da altri operatori del contante.
Per garantire l'integrità dei biglietti in circolazione, la BCE ha adottato la Decisione 2010/14 relativa al controllo dell'autenticità e idoneità delle banconote in euro e al loro ricircolo, che impegna i gestori del contante a ridistribuire al pubblico banconote che siano state controllate per autenticità e per idoneità alla circolazione.
Per saperne di più sulle categorie professionali che operano con il contante consultare la pagina sul ricircolo del contante da parte degli operatori professionali (cfr. link riportato in calce).
L'emissione delle monete

L'emissione delle monete in euro è di competenza degli Stati dei Paesi partecipanti. Nell'area dell'euro è la Commissione europea che coordina gli aspetti attinenti alle stesse.
Si consulti il sito della Commissione europea per informazioni sulle attività legate alla circolazione delle monete (cfr. link riportato in calce).
In Italia le monete in euro sono coniate dall'Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato per conto del Ministero dell'Economia e delle Finanze che, in qualità di ente emittente, provvede alla loro distribuzione sul territorio nazionale avvalendosi delle Filiali della Banca d'Italia.
Le monete danneggiate possono essere presentate alle Filiali della Banca d'Italia che provvedono al loro inoltro all'Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato.

sabato 30 giugno 2012

La soluzione: Uscire dall’euro, nazionalizzare Bankitalia, battere moneta di Stato


di: Mario Consoli

I discorsi sulla crisi, sull’euro, sul futuro dell’Europa si fanno sempre più concitati, ma, ahimè, anche più confusi. È indiscusso che siamo arrivati a un giro di boa epocale ma, per comprenderne le reali origini e le possibili conseguenze, occorre avere ben presenti i seguenti cinque concetti che vengono puntualmente ignorati o di cui si parla solo in modo ambiguo e scorretto.
1) Il divario tra finanza ed economia è ormai totale.
Ai mercati ci si affida per ricevere consensi o condanne facendo finta di ignorare che gli stessi sono gestiti esclusivamente dai magnati della finanza, dai giocolieri della speculazione, dai pirati dell’usura e non hanno nulla a che vedere con i popoli, con le esigenze dei cittadini, con gli interessi delle nazioni.
Gli “aiuti” che vengono forniti sono indirizzati sempre alle banche, mai all’economia reale, quella del lavoro e delle famiglie. Sono solo “aiuti” che il padrino elargisce ai propri picciotti per garantirsi il controllo del territorio e favorire lo sviluppo delle proprie attività criminali.
2) Le monete che circolano – prima fra tutte l’euro – sono solo uno strumento della finanza e non hanno nessun rapporto con le economie nazionali.
La quantità di denaro attualmente esistente –che è stampato senza nessuna copertura aurea, argentea, o qualsivoglia altra garanzia – è dieci volte superiore alla somma necessaria per acquistare tutti i beni esistenti al mondo.

Economicamente è un assurdo, monetariamente una truffa – è solo carta straccia –, praticamente rappresenta solo uno strumento di potere e un’arma innescata contro i popoli.
L’euro è una moneta coniata da una Banca di proprietà di Banche private, così come la Banca d’Italia e tutti gli altri Istituti Centrali europei.
E, per giunta, tra i proprietari della BCE ci sono anche 10 Banche di emissione di nazioni che non hanno accettato di utilizzare l’euro. La Banca d’Inghilterra, che continua a stampare le sterline, è proprietaria del 15% dell’Istituto che emette l’euro.
3) Il debito pubblico non è altro che il risultato dello strozzinaggio cui è sottoposto lo Stato dall’usura bancaria internazionale.
In Italia ha cominciato a lievitare (dal 50 al 125% del PIL) a partire dal 1981, anno in cui, grazie alla legge Andreatta, la Banca d’Italia è stata esonerata dall’obbligo di acquistare i titoli di Stato emessi dal governo e, conseguentemente, ci si è dovuti rivolgere al mercato finanziario internazionale.
L’ammontare del debito pubblico italiano – arrivato a quota 2000 miliardi di euro – corrisponde esattamente alla somma degli interessi pagati dallo Stato per i titoli emessi dal 1990 ad oggi. Non un euro di più, non un euro di meno.
Il Giappone, che ha il debito pubblico record – 233% del PIL – non soffre di crisi finanziaria e non è costretto a subire i diktat della finanza internazionale perché i propri titoli sono stati assorbiti, per il 96%, all’interno della propria economia.
4) Occorre tornare alla moneta di Stato, emessa da una Banca Centrale di proprietà dello Stato.
Attualmente la valuta circolante è ascritta a debito del bilancio dello Stato, costa interessi passivi ed è di proprietà di chi l’ha emessa: una banca privata. La moneta di Stato, una valuta cioè che rappresenti la ricchezza – i beni e la produzione – esistente in una nazione, invece è di proprietà del popolo e non costa nessun interesse.
5) La crisi finanziaria non è altro che un’operazione di potere pilotata contro i popoli per costringerli ad accettare la rinuncia alla propria sovranità nazionale a favore di carrozzoni – come l’Europa che vorrebbero – governati esclusivamente e insindacabilmente dagli uomini del denaro, della speculazione e dell’usura.
Prima che sia troppo tardi, per la salvaguardia degli interessi del popolo e la sopravvivenza delle nazioni, occorre imboccare l’unica strada percorribile: uscire dall’euro, nazionalizzare la Banca d’Italia e stampare moneta di Stato.
Il resto, tutto il resto, rappresenta solo chiacchiere inutili.

fonte: rinascita.eu