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lunedì 7 ottobre 2013
sabato 20 aprile 2013
domenica 13 maggio 2012
Dopo le tasse ora arrivano i clandestini
Il ministro degli Esteri di Tripoli: "Temiamo un peggioramento e ci rivolgiamo all'Italia affinché affronti con la Ue questa emergenza". Terzi: "Serve un piano europeo". Una follia uccidere Gheddafi: nessuno blocca più i terroristi. Dopo il raìs la Libia è terra di conquista dell’integralismo islamico. Ecco perché la minaccia di Al Qaida può nascondersi anche tra i clandestini in fuga dal Mali
Roma - Non bastava il ritorno del terrorismo di matrice anarchica, la crisi economica e una pressione fiscale ormai insostenibile che sfocia in episodi come gli scontri di Napoli o le molotov agli uffici Equitalia di Livorno.
Immigrati
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Ora si riaccende pure la spia rossa dei flussi migratori dall’Africa. L’allarme arriva direttamente dal ministro degli Esteri libico Ashour Bin Khaial, che ieri ha incontrato a Roma l’omologo italiano Giulio Terzi nella sua prima visita ufficiale in un Paese europeo: «Temiamo un peggioramento sul fronte dell’immigrazione clandestina - ha detto il ministro di Tripoli - per ora la situazione non è così grave ma abbiamo indicatori sul fatto che le cose potrebbero cambiare in peggio. Immigrati africani sono giunti fino al confine tra Egitto e Libia: per ora non sono grandi numeri ma potrebbero aumentare. Vogliamo dare un segnale, un avvertimento, all’Italia e all’Ue per affrontare il fenomeno».
Parole che, malgrado l’interpretazione più ottimistica del portavoce italiano dell’Unhcr Laura Boldrini («Nulla di nuovo, sono 15 anni che i flussi migratori nel Mediterraneo si mantengono su cifre elevate e anzi quest’anno i numeri sono piuttosto esigui: sarebbero solo 1.500 le persone sbarcate finora tra Malta e Italia»), preoccupano e molto Terzi, che già domani ha intenzione di porre il tema sul tavolo nel corso del Consiglio affari generali esteri a Bruxelles: «Quello dell’immigrazione è un tema urgente da affrontare in ambito Ue con un piano». Non solo: l’Italia ritiene anche che sia «arrivato il tempo di una più incisiva azione internazionale» anche da parte delle Nazioni Unite. Tra due settimane Terzi a New York incontrerà il segretario generale dell’Onu Ban Ki Moon e cercherà di sensibilizzarlo sullo scenario libico, passo già tentato dallo stesso premier Mario Monti con una lettera a Ban Ki Moon inviata qualche settimana fa. Ma naturalmente il primo passo è ovviamente una stringente partnership bilaterale tra Italia e Libia. «Stiamo collaborando con la Libia affinché ci siano dei sistemi di controllo più efficaci e alcuni programmi di monitoraggio sono già partiti».
La questione investe anche gli investimenti italiani oltre-Mediterraneo: «Il mondo imprenditoriale italiano ha bisogno di un messaggio positivo: le nostre aziende devonoessere rassicurate sul ritorno alla normalità. È un passo importante», ha detto Terzi, che ha poi salutato con favore il ritorno ai livelli di prima della rivoluzione delle forniture energetiche.
L’Italia si candida dunque a fare da levatrice alla nuova Libia. Che ha fretta di stabilizzare il processo di pace di un Paese disabituato alla libertà e alla democrazia da oltrequarant’anni di assolutismo gheddafiano. «L’Italia sostiene con convinzione il processo democratico in Libia», assicura Terzi, anche se ora «serve un cambio di passo» da parte di tutta la comunità internazionale. Perché «sarebbe inaccettabile un rallentamento del processo» per il quale «il popolo ha sofferto e combattuto». In agenda ora compare il primo importante traguardo, vale a dire le prime elezioni democratiche dopo decenni.
Ma c’è il cancro dei miliziani. «Ci sono alcuni che si autoproclamano milizie - avverte Ashour Bin Khayal - ma che in realtà sono fuorilegge: brigate formate dopo la liberazione di circa 17mila detenuti armati dal regime Gheddafi». Inizialmente il governo di Tripoli «aveva scelto di non affrontarli per evitare spargimento di sangue».
Ma ora «ha deciso di passare agli atti per mettere fine a questa situazione e preparare un terreno positivo alle prossime elezioni».
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mercoledì 18 aprile 2012
Numeri scritti sulla pelle e rinchiusi in un garage: così in Francia trattano i clandestini. Ah, se fosse successo qui…
Avevano sentito che in Italia era in arrivo una sanatoria per i clandestini, che le frontiere si sarebbero aperte e tutti avrebbero potuto entrare nel nostro Paese. Così, 39 tunisini in quel momento in Francia, hanno pensato di mettersi in viaggio verso Milano. Basta prendere il treno, attraversare le Alpi, fare tappa in Svizzera, varcare il confine italiano. Ma siccome la notizia era ovviamente falsa, una volta giunti in Svizzera sono stati bloccati e rispediti tra le braccia di Sarkozy.
Giunti a Pontalier, la gendarmeria transalpina ha proceduto alle verifiche di rito: per prima cosa, tutti e 39 i clandestini sono stati rinchiusi in un garage per più di dieci ore. Nel frattempo, alcuni agenti (per sveltire le pratiche) provvedevano a scrivere sul braccio dei tunisini un numero indentificativo. Con pennarello nero. Sì, come facevano i nazisti nei campi di concentramento, anche se i francesi (più buoni) non tatuano l’identificativo. Solo dopo averli caricati in un aereo destinazione Marsiglia e poi portati a Nimes, sono stati liberati. Già, d’altronde non avevano fatto nulla. Non era stata emessa alcuna ordinanza di custodia cautelare nei loro confronti, nessun fermo di polizia era stato ordinato.
Provate per un attimo a pensare se tutto questo fosse accaduto in Italia. Pensate se al posto di Pontalier ci fosse stata Lampedusa: apriti cielo. Parlamentari si sarebbero incatenati ai portoni dei centri di permanenza temporanea, l’Onu avrebbe emesso come minimo un comunicato in cui si denuncia il razzismo dei lampedusani, colpevoli di non tollerare che clandestini girino liberamente giorno e notte per le strade dell’isola mettendo a ferro e fuoco ogni cosa che trovano. In realtà, i nostri centri di permanenza temporanea, tanto criticati quasi fossero lager nordcoreani, sono degli alberghi se confrontati con certe schifezze che si trovano in giro per il mondo. Anche se paragonati a un garage (come usano i cugini francesi) fanno la loro bella figura. Ma non vanno bene, devono essere chiusi.
L’Alto commissariato per i rifugiati dell’Onu dice che siamo assassini, che lasciamo morire in queste prigioni i poveri diseredati (magari anche quando li raccogliamo in mare perché Malta se n’è fregata). Da noi sarebbero state presentate interrogazioni parlamentari, richieste di dimissioni del premier. Gad Lerner e Santoro sarebbero andati a Lampedusa sventolando la bandiera tunisina. Beppe Grillo, Don Gallo, Diliberto e qualche imam avrebbero tuonato contro il berciume leghista che ormai si è impossessato degli italiani.
Ma siccome è successo in Francia, nella democraticissima Francia, è tutto normale. La notizia, lo scandalo, finisce a pagina 18 del Corriere della Sera e di qualche altro giornale. Ah, se al posto di Sarkozy ci fosse stato Berlusconi….
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