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giovedì 25 ottobre 2012

Assalto degli immigrati alla Questura di Napoli


Dopo aver ricevuto il "no" della prefettura alla loro richiesta di rifiugiati politici, trenta nordafricani hanno attaccato e picchiato i poliziotti. Dieci agenti feriti

Circa dieci agenti feriti o contusi, un’auto della polizia danneggiata, alcuni immigrati contusi sono il bilancio di una irruzione di una trentina di immigrati irregolari nella Questura di Napoli per protestare dopo essersi visti rifiutare lo status di rifugiati.
L'esterno dell' ufficio immigrazione della questura di Napoli
Dopo il violento attacco gli extracomunitari hanno, infatti, chiesto di essere arrestati per poter rimanere in Italia e non tornare, quindi, in Africa.
Una trentina di nordafricani ha assaltato nella tarda mattinata i locali dell’Ufficio immigrazione della Questura di via Galileo Ferraris. Dopo aver ricevuto poco prima il "no" della prefettura alla loro richiesta di rifiugiati politici, gli extracomunitari hanno fatto irruzione nell’ufficio immigrazione e hanno aggredito tutti i poliziziotti presenti: una decina di agenti sono finiti in ospedale, mentre è stata danneggiata una volante parcheggiata davanti alla Questura. Gli immigrati fanno parte di un gruppo di 1.200 stranieri alloggiati nelle strutture ricettive di Melito, comune a Nord del capoluogo partenopeo, in attesa dell’esito di un ricorso presentato dopo un primo rifiuto della commissione territoriale alla concessione dello status di rifugiato. Subito dopo hanno chiesto agli stessi poliziotti di essere arrestati per poter rimanere in Italia: proprio per questo avrebbero deciso di aggredire i poliziotti.
di Sergio Rame

giovedì 12 luglio 2012

Nuovo Egitto fuori di testa Vuole abbattere le piramidi


L'UNICA RICCHEZZA DEL CAIRO

Nuovo Egitto fuori di testa Vuole abbattere le piramidi

I salafiti si appellano al presidente Mursi: sono simboli del paganesimo, vanno distrutte

Nuovo Egitto fuori di testa
Vuole abbattere le piramidiSarà opportuno sbrigarsi a visitare le Piramidi, prima che i neo-iconoclasti islamici le demoliscano. Sono un simbolo del paganesimo, tuona lo sceicco saudita Ali Bin Said Al Rabi’i, il quale ormai, oltre a indossare il paraocchi sharaitico, è così abituato agli orizzonti desertici da non tollerare ostacoli di sorta nel proprio campo visivo. Preoccupa semmai il progetto del partito salafita La Luce, che alle ultime elezioni ha ottenuto il 20% dei voti e risulta diviso in due correnti di pensiero, secondo quanto riporta Raymond Ibrahim su Front Page Magazine: da una parte i falchi che intendono distruggere la testimonianza dell’idolatria pre-islamica e dall’altra le colombe che si limiterebbero a coprire di cera i monumenti funerari dei faraoni.
Sfregio alla sfinge - Fra tutti, il più moderato è Abdel Moneim Al Sahat, propugnatore del sequestro delle opere letterarie del romanziere e premio Nobel Naguib Mahfouz e del divieto di giocare a calcio perché «distrae i musulmani dal rendere culto a Dio». Sul fronte opposto, si schiera il presidente di Unità Nazionale, Abd Al Latif al Mahmoud, che invita il presidente della Repubblica Mohammed Mursi a «distruggere le Piramidi e compiere quanto non riuscì ad Amr Bin Al As». Messaggio criptico, riferito a quel compagno di Maometto che, dopo aver invaso e conquistato l’Egitto, riuscì a incenerire un’immensa mole di testimonianze del passato, compresa forse la biblioteca di Alessandria su ordine del califfo Omar. Successivamente, intorno al 1380, Mohammed Saim Al Dahr si scagliò contro la Sfinge, ma non è certo se l’asportazione del naso sia opera sua o di altri suoi emuli, appassionati di tiro a segno. Di certo, la famosa scultura della creatura mitica, adagiata a Giza, ora rischia molto più che nel Medioevo.
Per una questione di prestigio, i successori dei Mammalucchi non vorrebbero dimostrarsi da meno dei loro illustri predecessori. Inoltre, vorrebbero imitare i talebani afghani che polverizzarono le statue dei Buddha di Banyam e sono in competizione con gli Ansar al Dine, i Difensori della fede che recentemente hanno distrutto i mausolei del Mali e le tombe di Timbuktu. Tanto, al museo delle antichità egizie della capitale, potrebbero benissimo decidere di sostituire sarcofaghi e mummie con donne in burqa. La differenza non è apprezzabile. E, comunque, come ha dichiarato recentemente il leader dei Fratelli Musulmani Mohammed Akef, «al diavolo l’Egitto», se si trattasse di subordinare l’islam agli interessi della nazione.
Ma nemmeno al Cairo possono permettersi di trascurare l’impatto sul settore del turismo, dal quale annualmente si riversano nelle asfittiche casse della Repubblica egiziana una ventina di miliardi di dollari. Eppure sorgono già alcune riserve etiche anche sul business delle vacanze, benché dia lavoro ad almeno 3 milioni di persone.
Spiagge separate - Per promuovere un turismo coranicamente corretto e religiosamente sostenibile, c’è chi propone di separare le spiagge: da una parte gli uomini, dall’altra le donne, rigorosamente segregate. Niente alcol e basta con la musica e i divertimenti anche per gli ospiti stranieri. Della vigilanza si incaricherebbe la “polizia morale”, che altri fondamentalisti recentemente hanno proposto d’istituire.
Sharm El Sheikh e le località  della costa occidentale del Mar Rosso, a quel punto, potrebbero chiudere definitivamente i battenti e magari cospargersi di cera in attesa di stagioni migliori.
A meno che, come pare sia accaduto a molti archeologi occidentali, non si abbatta sui nuovi faraoni egiziani una nuova e più efficace maledizione di Tutankhamon.
di Andrea Morigi

domenica 13 maggio 2012

Dopo le tasse ora arrivano i clandestini


Il ministro degli Esteri di Tripoli: "Temiamo un peggioramento e ci rivolgiamo all'Italia affinché affronti con la Ue questa emergenza". Terzi: "Serve un piano europeo". Una follia uccidere Gheddafi: nessuno blocca più i terroristi. Dopo il raìs la Libia è terra di conquista dell’integralismo islamico. Ecco perché la minaccia di Al Qaida può nascondersi anche tra i clandestini in fuga dal Mali

Roma - Non bastava il ritorno del terrorismo di matrice anarchica, la crisi economica e una pressione fiscale ormai insostenibile che sfocia in episodi come gli scontri di Napoli o le molotov agli uffici Equitalia di Livorno.
Immigrati
Immigrati
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Ora si riaccende pure la spia rossa dei flussi migratori dall’Africa. L’allarme arriva direttamente dal ministro degli Esteri libico Ashour Bin Khaial, che ieri ha incontrato a Roma l’omologo italiano Giulio Terzi nella sua prima visita ufficiale in un Paese europeo: «Temiamo un peggioramento sul fronte dell’immigrazione clandestina - ha detto il ministro di Tripoli - per ora la situazione non è così grave ma abbiamo indicatori sul fatto che le cose potrebbero cambiare in peggio. Immigrati africani sono giunti fino al confine tra Egitto e Libia: per ora non sono grandi numeri ma potrebbero aumentare. Vogliamo dare un segnale, un avvertimento, all’Italia e all’Ue per affrontare il fenomeno».
Parole che, malgrado l’interpretazione più ottimistica del portavoce italiano dell’Unhcr Laura Boldrini («Nulla di nuovo, sono 15 anni che i flussi migratori nel Mediterraneo si mantengono su cifre elevate e anzi quest’anno i numeri sono piuttosto esigui: sarebbero solo 1.500 le persone sbarcate finora tra Malta e Italia»), preoccupano e molto Terzi, che già domani ha intenzione di porre il tema sul tavolo nel corso del Consiglio affari generali esteri a Bruxelles: «Quello dell’immigrazione è un tema urgente da affrontare in ambito Ue con un piano». Non solo: l’Italia ritiene anche che sia «arrivato il tempo di una più incisiva azione internazionale» anche da parte delle Nazioni Unite. Tra due settimane Terzi a New York incontrerà il segretario generale dell’Onu Ban Ki Moon e cercherà di sensibilizzarlo sullo scenario libico, passo già tentato dallo stesso premier Mario Monti con una lettera a Ban Ki Moon inviata qualche settimana fa. Ma naturalmente il primo passo è ovviamente una stringente partnership bilaterale tra Italia e Libia. «Stiamo collaborando con la Libia affinché ci siano dei sistemi di controllo più efficaci e alcuni programmi di monitoraggio sono già partiti».
La questione investe anche gli investimenti italiani oltre-Mediterraneo: «Il mondo imprenditoriale italiano ha bisogno di un messaggio positivo: le nostre aziende devonoessere rassicurate sul ritorno alla normalità. È un passo importante», ha detto Terzi, che ha poi salutato con favore il ritorno ai livelli di prima della rivoluzione delle forniture energetiche.
L’Italia si candida dunque a fare da levatrice alla nuova Libia. Che ha fretta di stabilizzare il processo di pace di un Paese disabituato alla libertà e alla democrazia da oltrequarant’anni di assolutismo gheddafiano. «L’Italia sostiene con convinzione il processo democratico in Libia», assicura Terzi, anche se ora «serve un cambio di passo» da parte di tutta la comunità internazionale. Perché «sarebbe inaccettabile un rallentamento del processo» per il quale «il popolo ha sofferto e combattuto». In agenda ora compare il primo importante traguardo, vale a dire le prime elezioni democratiche dopo decenni.
Ma c’è il cancro dei miliziani. «Ci sono alcuni che si autoproclamano milizie - avverte Ashour Bin Khayal - ma che in realtà sono fuorilegge: brigate formate dopo la liberazione di circa 17mila detenuti armati dal regime Gheddafi». Inizialmente il governo di Tripoli «aveva scelto di non affrontarli per evitare spargimento di sangue».
Ma ora «ha deciso di passare agli atti per mettere fine a questa situazione e preparare un terreno positivo alle prossime elezioni».