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lunedì 1 dicembre 2014

Dietro ai muri fatiscenti, topi e sporcizia: viaggio nella corte del degrado

Dietro ai muri fatiscenti, topi e sporcizia: viaggio nella corte del degrado

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SESTO SAN GIOVANNI -  ”Aprite, polizia!” il comando imperativo spacca l’ultimo sonno della notte, lascia andare i sogni. La porta si apre mostrando che cosa si nasconde dietro a quei muri scrostati e fatiscenti, percorsi da crepe e topi vaganti.
Siamo nella casa a corte tra via Marconi e via Bergomi: qui qualche mese fa è stato sgominato nelle cantine un vero e proprio “fortino” della droga, ma le proteste dei residenti del quartiere non sono finite: al problema dell’illegalità, si aggiunge da tempo quello delle difficili condizioni di chi vive qui, immerso nel degrado, ambientale e umano.
Ora il labirinto sotterraneo, rifugio di criminali e tossici, è stato murato; rimangono le vite zoppicanti degli abitanti in affitto tra queste pareti, vite precarie in tutto: nel sostentamento come nell’igiene.
Negli appartamenti minimi e sovraffollati, il degrado è pungente: cumuli di vestiti, cibo sparpagliato e odori nauseabondi, persino piccioni dentro una cucina, tenuti forse per essere allevati. Immagini che ricordano i film sugli immigrati in America nei primi decenni del Novecento.
Ieri mattina, in un blitz coordinato tra Polizia Locale e Polizia di Stato, sono stati eseguiti controlli minuziosi, appartamento su appartamento. Ogni locatario è stato identificato  e registrato; quattro persone, risultate immigrati irregolari, sono state portate in commissariato. I tecnici del Comune hanno fotografato dentro e fuori dalle abitazioni per censire tutti gli elementi critici in quanto a sicurezza edilizia, salubrità e igiene.
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Il direttore del settore Urbanistica ha emesso poiun’ordinanza che obbliga la proprietà dello stabile, che è un privato, ad eseguire entro un mese lavori di manutenzione, pulizia e risanamento,derattizzazione e sistemazione della pattumiera. In più sarà chiesto ai proprietari di eseguire interventi ciclici per garantire la sicurezza e l’idoneità abitativa di tutto lo stabile.
Al provvedimento del Comune si aggiungono una relazione dell’Asl che il mese scorso ha sottolineato l’urgenza di un risanamento e le centinaia di firme raccolte dai residenti della zona. Ancora solo pochi giorni fa, pare ci fosse un movimento sospetto di prostituzione al piano terra, con gente esterna che accedeva direttamente alzando la saracinesca del vecchio circolo, per scomparire, nella notte, dietro a quei muri spessi e logori.
controlli polizia e vigili
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martedì 30 aprile 2013

Stretta sulle slot machine In Regione accordo bipartisan


La scelta dopo la sparatoria davanti a Palazzo Chigi

 
Il progetto di legge del Pd chiede la creazione di unità operative specializzate nel trattamento della dipendenza da gioco all'interno delle sedi Asl, oltre all'obbligo per i concessionari di slot machine di dotare le macchinette di un lettore di tessera sanitaria regionale, per impedirne l'uso ai minori. Maroni incontra gli assessori per varare una nuova norma
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Milano, 30 aprile 2013 - A chiederlo ad alta voce è stato il Codacons dopo la sparatoria davanti a Palazzo Chigi: Luigi Preiti, disoccupato con il vizio del gioco, ha ferito due carabinieri prima di essere bloccato dalle forze dell'ordine. In regione Lombardia tutti hanno capito dell'esigenza di una legge speciale per bloccare il dilagare di un problema sociale. Il progetto di legge del Pd chiede la creazione di unità operative specializzate nel trattamento della dipendenza da gioco all'interno delle sedi Asl, oltre all'obbligo per i concessionari di slot machine di dotare le macchinette di un lettore di tessera sanitaria regionale, per impedirne l'uso ai minori. Lo stesso Governatore Roberto Maroni si è impegnato a occuparsene: "La ludopatia è un tema su cui mi voglio impegnare - ha nei prossimi giorni incontrerò gli assessori competenti per vedere come si possa intervenire per stringere al massimo la possibilità di diffusione di queste macchinette che rischiano di portare a situazione gravi".

mercoledì 23 gennaio 2013

Infermiere paga il ticket ad una signora indigente: la ASL lo punisce



lenzoni-marcoC’è un detto siciliano che recita più o meno così: “Faciti beni, ca malu vi veni”, ovvero “fate bene e in cambio riceverete il male”. E’ proprio quello che è successo a Marco Lenzoni (nella foto), infermiere, ma prima ancora filantropo. La sua colpa? Essere troppo generoso coi più poveri.
Una donna non ha i soldi per pagare le analisi del sangue della figlia: arriva un infermiere, Marco Lenzoni, e senza pensarci due volte, paga per lei il ticket. Accade lo scorso mercoledì al centro prelievi della Asl 1 di Massa. Con la figlia gravemente malata e le analisi prescritte dal medico curante, la signora si era recata al centro di prenotazione Cup senza soldi. Non trattandosi di un nucleo familiare soggetto ad esenzione, però, l’operatore dell’Asl ha comunicato alla madre che le analisi non potevano essere effettuate senza il pagamento immediato del ticket. Ad assistere alla scena un infermiere del centro prelievi. È proprio lui a pagare i 40 euro per le analisi al posto della donna. La storia, una storia bella e brutta allo stesso tempo, potrebbe finire qui.

Invece i dirigenti dell’Asl di Massa Carrara intervengono. Vogliono vederci chiaro: forse per capire come aiutare le famiglie in difficoltà? No. L’Asl ha appena deciso di sanzionare l’infermiere. E in una nota spiega perché: “La posizione assunta dall’infermiere nei giorni scorsi discredita in modo subdolo e strumentale l’immagine dell’Azienda, già fortemente lesa dai gravi fatti degli scorsi anni. Per l’uso strumentale dell’accaduto e la grave lesione che ne è conseguita all’immagine dell’Azienda e del Servizio sanitario pubblico, oltre che per le offese personali al Direttore Generale, questa Direzione avvierà i procedimenti disciplinari necessari nei confronti dell’infermiere“.
L’infermiere buono ora rischia una multa o una sospensione temporanea. E allora hanno proprio ragione i vecchi siciliani: “Faciti beni, ca malu vi veni”.


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lunedì 16 luglio 2012

I COSTI SARDI Sardegna, sprecona per statuto: 2 mld di debiti e 100 mln in pc


Ecco come buttano via i soldi: investimento record per informatizzare l'ente. E solo l'ospedale di Cagliari costa come tutta una Asl

Sardegna, sprecona per statuto:
2 mld di debiti e 100 mln in pc
L'Italia degli sprechi (assurdi): nell'isola i dentisti sono il doppio di tutti quelli presenti in Lombardia

di Cristiana Lodi
Nemmeno l’isola nuragica si salva. Nonostante le sue quattro Province cancellate con l’ultimo referendum e nonostante gli stipendi tagliati agli 80 consiglieri, la Regione Autonoma della Sardegna resta una delle cinque Regioni italiane a trattamento privilegiato, senza però offrire alcun vantaggio al cittadino. Anche qui, come in Valle d’Aosta, Friuli, Sicilia, Trentino, le agevolazioni restano ampie e i politici sprecano meglio. A spese del cittadino, ovviamente. La Sardegna come le sue “sorelle” a statuto speciale da decenni incamera quote di tassazione provenienti dal territorio che vanno dal 70 al 100%.  Per intenderci, mentre l’Irpef, l’Irpeg e l’Iva di un abitante di Milano, di Roma o di Napoli finiscono nelle casse dello Stato, che poi ri-trasferisce le risorse alla periferia, le imposte di chi vive ad Aosta, Palermo, Cagliari, Trento o Bolzano  restano sostanzialmente lì.  Il meccanismo si traduce in entrate tributarie per abitante nelle Regioni speciali che superano i 3.500 euro (la cifra complessiva si aggira su un gettito di 20 miliardi l’anno) contro i 1.800 euro  circa delle altre.  In più, come le altre, queste Regioni si beccano comunque trasferimenti statali per settori centralizzati come la scuola,  le infrastrutture eccetera. Complessivamente le entrate totali pro capite ammontano a 5.400 euro contro i 3.800 delle Regioni normali. 
La Sardegna è però forse l’unica fra queste Regioni privilegiate ad avere dato un barlume di esempio positivo. Lo ha fatto abolendo quattro Province inutili e che erano state “inventate” nel 2005.  Enti la cui esistenza era del tutto indifendibile: almeno in base ai numeri.  
La più grande delle Provincie in questione:  Olbia-Tempio Pausania, conta 157 mila abitanti. La più piccola, Ogliastra, non arriva a 58 mila. Ci abita meno gente che nel Comune di Fiumicino. Ma non basta. I consiglieri provinciali sono cento. Ognuna di queste quattro Province ha  addirittura due capoluoghi, con situazioni ai confini della comicità. Prendiamo l’Ogliastra: a Tortolì, 10.838 abitanti, ha sede il consiglio provinciale; a Lanusei, 5.655 anime e 19 chilometri di distanza, si riunisce invece la giunta. Idem, eccetto qualche variante, accade nelle tre restanti Province. E tutto questo non è certamente gratis. E per  usare le parole di  Sergio Rizzo che sul Corsera (traendo dal libro di Andrea Giuricin,  Abolire le Province curato da Silvio Boccalatte per Rubbettino-Facco), dice che si possono fare alcuni calcoli interessanti sul costo di quegli enti. E che la vicenda sarda resta un «esempio di moltiplicazione delle spese dovute all’istituzione di una nuova Provincia». Il caso di scuola è quello di Carbonia-Iglesias, i cui 23 Comuni appartenevano in precedenza a Cagliari. Già nel 2007 il bilancio preventivo della Provincia prevedeva un costo di 30 milioni di euro. Contemporaneamente, anziché diminuire, le spese della Provincia cagliaritana che aveva perduto tutti quei municipi erano invece salite a 172 milioni dai 133 del 2005.
L’abrogazione delle Province ha ovviamente scatenato un polverone di polemiche. L’Unione Province sarde, in prima fila nel criticare l’abrogazione degli enti, ha preparato un dossier per documentare come il costo politico della Regione sia in realtà più alto di quello delle Province cancellate.  
L’Ups parte dai costi degli organismi istituzionali. E spiega che la Sardegna , comprendendo il bilancio del Consiglio e le spese politiche della presidenza della giunta e degli assessorati (esclusi cioé tutti i servizi amministrativi per l’esterno) ha una spesa complessiva di 104 milioni (71 solo il Consiglio), che valgono qualcosa come 62,3 euro pro capite per i sardi. Gli organismi delle Province, sempre secondo l’Ups, resterebbero invece più leggeri e arriverebbero a 6,5 milioni, pari a 3,89 euro per ciascun sardo. All’interno della spesa degli organismi c’è la parte che riguarda i compensi riservati agli eletti. E anche in questo caso la spesa risulterebbe molto più alta per la Regione: in totale (indennità per i singoli consiglieri più assegnazioni aggiuntive e spese dei gruppi politici) si arriva a 23,8 milioni, pari a 14,87 euro per ogni sardo. Il costo degli eletti alla Provincia è invece di 4,2 milioni, pari a 2,62 euro pro capite per i sardi.
I numeri non si fermano qui. Secondo l’Ups  la Regione ha un debito di 2 miliardi e 152 milioni, mentre quello delle otto Province isolane è di 212 milioni. Grande differenza anche per i residui passivi: 5 miliardi e 120 milioni quelli della Regione, 841 milioni quelli delle Province.
Qualche passo verso il risparmio la Regione Sardegna sembrerebbe però averlo fatto. Ad esempio ha abolito il vitalizio, ridotto il numero dei consiglieri da 80 a 60, le indennità e i finanziamenti ai gruppi risparmiando, dice il presidente del consiglio Claudia Lombardo, «oltre 1 milione e 300 mila euro». Dalla prossima legislatura, si intende. Questo a fronte di altre spese però ben più consistenti. Ad esempio quelle per la gestione dei sistemi informatici regionali. Acronimi e sigle dietro cui si celano salassi per milioni di euro: il Si-Bar dell’Amministrazione Regionale, il Sisar della sanità, il Sira dell’ambiente e il Sil del lavoro. Secondo il consigliere Sel, Luciano Uras, nei prossimi tre anni si spenderanno almeno 85 milioni di euro. E poi ci sono il sito Regione e  il sistema informatico per la pianificazione territoriale, per i quali si spendono circa 2 milioni di euro l’anno.  Altri  5 milioni e 700 mila vengono sborsati per quello sanitario. Il Sibar costa 2 milioni di euro, stesso dicasi per il sito del lavoro. Uno smacco per il popolo sardo, da sempre in lotta contro la disoccupazione. Centinaia di milioni di euro spesi per l’informatizzazione della Regione.  Solo Sibar e Sisar sono già costati alle casse della Regione quasi 100 milioni di euro. 
C’è poi il settore sanitario: ovvero quello che grava maggiormente sul bilancio. Soprattutto con il lavoro interinale. Dice il consigliere regionale del Pd, Francesca Barracciu: «L’azienda ospedaliera Brotzu di Cagliari è il caso più lampante ed emblematico di creazione e mantenimento di quelle nicchie di potere dai risvolti economici che gravano pesantemente sulle risorse pubbliche di cui ha parlato anche la Corte dei Conti». Un duro attacco contro la gestione dell’azienda ospedaliera, con tanto di interrogazione all’assessore alla Sanità Simona De Francisci. Il consigliere Barracciu afferma che «i dati estrapolati dai conti delle aziende sanitarie del 2010 e 2011 registrati dall’assessorato regionale alla Sanità non lasciano dubbi: la spesa del Brotzu per il lavoro interinale è aumentata, in un solo anno, del 70% e supera, da sola, quella della Asl 8, la più grande delle Asl sarde, che ha quasi il triplo dei dipendenti del Brotzu». I numeri: secondo l’esponente del Pd, dal 2010 al 2011 il Brotzu è passato dai 3,473 milioni di euro del 2010 (2,641 per sanitari e 832 mila per non sanitari) ai 5,940 milioni del 2011.

sabato 14 luglio 2012

Alta tensione a Cascina Gatti L'elettrodotto crea danni alla salute



L’Associazione di via Pasquale Sottocorno e il comitato di quartiere chiedono l’interramento delle due linee elettriche
 


di Patrizia Longo
Il traliccio dell'alta tensione (Spf)
Il traliccio dell'alta tensione (Spf)
Sesto San Giovanni, 14 luglio 2012 - Quell'elettrodotto che corre sotto le finestre dei palazzi e attraversa i campi di Cascina Gatti, proprio non lo vogliono più. Ad osteggiarlo, da alcuni anni, sono i residenti di via Sottocorno. Che, il mese scorso, hanno fatto un passo in più: la fondazionedell’Associazione di via Pasquale Sottocorno.
Obiettivo: l’interramento delle due linee elettricheAl loro fianco, in una sorta di gemellaggio, si è schierato con decisione anche il comitato di quartiere. Che, invece, quell’elettrodotto se l’è ritrovato nella progettazione del parco della Media Valle del Lambro e del nuovo insediamento residenziale «Bergamella». L’unione fa la forza: gli uni e gli altri, hanno preso parte all’assemblea che avrebbe dovuto trattare esclusivamente la nuova viabilità, ma che ha finito inevitabilmente per allargarsi a tutte le problematiche sentite dai residenti della zona.

E che problematiche: «Stiamo aspettando una risposta sulla fattibilità dell’interramento, perché quell’elettrodotto è nocivo, per le case ma anche per il parco» ha fatto presente Massimiliano Corraini, uno dei promotori dell’Associazione di via Pasquale Sottocorno. L’ipotesi di un interramento è stata avanzata dai comuni di Sesto e di Milano a Terna, la società che è subentrata ad Aem nella gestione dell’elettrodotto, già interrato su territorio milanese nell’ambito del piano Marelli.
Una beffa, per gli abitanti di via Sottocorno, giacché le linee ripartono proprio dalle loro abitazioni. A seguito di un esposto dei residenti della via, l’amministrazione sestese precedente aveva chiesto una nuova rilevazione ad Arpa, l’agenzia regionale che si occupa delle questioni ambientali, e uno studio epidemiologico ad Asl, su possibili correlazioni tra malattie ed esposizione ai campi elettrici e magnetici. Perché i residenti di via Sottocorno ne sono sicuri: quell’elettrodotto causa malattie gravi.
E proprio Corraini lo aveva fatto presente, all’incontro che aveva messo attorno a un tavolo i tecnici di Sesto, di Milano, di Terna, Arpa e Asl: «In via Sottocorno 18 ci sono stati 13 casi di tumore e 3 di leucemia infantile», mentre al civico 60 «altri 23 casi di tumore, di cui 19 negli ultimi 5 anni» senza contare i problemi di fertilità, aborti spontanei, mal di testa, spossatezza anche nei bambini. Pur di fronte alle rassicurazioni di Arpa e Asl, sugli effettivi rischi per la salute, le amministrazioni di Sesto e Milano hanno dunque concordato di chiedere l’interramento anche del secondo pezzo di linea.
Ad incalzarle ci penseranno i residenti del quartiere. Quelli di via Sottocorno, in primis. Ma anche del resto di Cascina Gatti. Perché l’elettrodotto, di fatto, rende inutilizzabile una porzione consistente di parco della Media Valle del Lambro, off limits per giochi dedicati ai bambini, panchine, alberi. E preoccupazioni sono state sollevate anche per i nuovi orti, che sarebbero troppo vicino alle linee elettriche. La battaglia comune è appena iniziata.

patrizia.longo@ilgiorno.net

lunedì 28 maggio 2012

La fabbrica dei bambini malformati


Guarda cosa diceva Sallusti il 12 Novembre. Ma non in televisione


di Valerio Valentini


A sud-est della Sardegna, nella subregione di Quirra, si trova il poligono militare sperimentale più grande d’Europa, utilizzato sia dall’esercito sia dalle aziende private, italiane e non. Quirra, però, non è più soltanto il nome della zona invalicabile in cui avvengono le sperimentazioni di missili e razzi, ma è anche il nome di una malattia: la sindrome di Quirra
I dati di questa sindrome, come è facilmente prevedibile, sono difficili da trovare, anche per la scarsa collaborazione delle istituzioni. Si hanno però i dati diffusi dalle Asl di Cagliari e Lanusei, che fotografano una situazione inquietante: negli ultimi dieci anni, il 65% dei pastori della zona ha riportato leucemie e linfomi. E si parla di “almeno 21 deceduti per tumori al sistema emolinfatico tra pastori ogliastrini e sarrabesi” a cui vanno aggiunti “una ventina di bambini nati con gravissime malformazioni”. Non solo: nella frazione di Villaputzu, vicina al poligono militare, il 15% della popolazione ha riportato delle neoplasie maligne. Un bollettino da tragedia, “come Chernoyl”, denunciano le associazioni che da anni si battono contro questa strage reiterata.

 Solo che a causarla, la strage, in questo caso non è la criminalità organizzata: è lo Stato. Lo Stato che permette, in nome di una logica di sviluppo militare assurda, che si diffondano nell’aria uranio impoverito e nanoparticelle di metalli pesanti che aggrediscono i militari, i pastori, i bambini chegiocando rinvengono dei bossoli e gli animali (frequenti i casi di agnelli nati morti, con malformazioni e anche con due teste o con un solo occhio, oppure di maialini con sei zampe). E come se non bastasse è sempre lo Stato a non permettere di fare chiarezza, coprendo col segreto – anch’esso di Stato – le esercitazioni dei militari. Addirittura, subito dopo le prime denunce, le istituzioni locali provarono a indicare il responsabile in una vecchia cava di arsenico, dismessa dl 1974, salvo fare una meschina figura quando si scoprì che l’arsenico non poteva provocare questo tipo di malattie.
 Eppure, pare assurdo, forse una buona notizia c’è. L’8 maggio scorso, il procuratore di Lanusei, Domenico Fiordalisi, ha esposto davanti ad un’esterrefatta commissione parlamentare i dati delle sue indagini durate anni e che lo hanno indotto a formulare ipotesi di reato pesantissime: omicidio plurimo, violazioni ambientali e omissioni di atti d’ufficio.
 Ma quello che più lascia inorridire è il contenuto della relazione del magistrato, che ha illustrato i possibili fattori patogeni riconducibili all’uso dell’uranio impoverito e di altre sostanze nocive. Fiordalisi riporta i resoconti di testimoni oculari che hanno visto nubi causate dalle esplosioni dirigersi, trasportati dal vento, sopra le zone abitate. Poi racconta dell’utilizzo accertato di “ordigni al fosforo bianco” che hanno causato la morte dei pastori che si trovavano casualmente nelle vicinanze, e di documenti militari che indicavano la zona di Quirra come “luogo ove sotterrare dei fusti al napalm”. Descrive inoltre la tecnica dei “brillamenti”, utilizzati come “opera di smaltimento di rifiuti militari” potenzialmente dannosi senza alcuna indagine preventiva sul loro impatto ambientale. Tra l’altro “le esplosioni erano di quantitativi superiori agli 800 kg di tritolo, stabiliti dall’Aeronautica come tetto massimo", e i militari agivano a mani nude e senza alcun tipo di protezione.
 Nella relazione è stata denunciata “l’insorgenza di tumori e leucemie riconducibile all’uso della balistite”, ovvero del materiale incombusto residuo delle esplosioni, che i pastori rinvenivano nei pascoli circostanti. (A loro era utile per accendere il fuoco, e non sapevano che utilizzandolo firmavano, inconsapevoli, la loro condanna a morte). Le foto di Fiordalisi hanno mostrato gli altissimi funghi generati dalle esplosioni, che mettono in circolo le particelle nocive le quali, essendo molto più sottili delle comuni polveri, vengono inalate fin nei polmoni, entrano in circolo nel sangue e oltrepassano anche la barriera del cervello. Una di queste sostanze è il torio, contenuto nel sistema di guida dei missili anticarro “milan”, che si è disperso nebulizzato nell’ambiente. “Questo – dice – potrebbe essere alla base di tumori e linfonodi”. Per Fiordalisi, inoltre, le diciture che i soldati utilizzavano per definire le loro operazioni sono delle vere “menzogne dietro cui mascherare lo smaltimento illecito di rifiuti militari“ cioè “bombe e munizioni non più utili provenienti dagli arsenali dell’Aeronautica di tutt’Italia”.
 È curioso infine notare che - non si capisce come mai - quando si tratta di mettere a disposizione il proprio territorio per soddisfare gl interessi pericolosi delle multinazionali l’Italia è sempre accondiscendente: siamo un po’ il parco giochi dove gli eserciti stranieri vengono a impiantare le loro basi e a fare esperimenti su strumenti di difesa e di offesa. A Quirra, ad esempio, sono 13mila e 200 gli ettari che dal 1956 sono recintati ad uso e consumo delle multinazionali della guerra. Siamo delle cavie a nostra insaputa, pur ripudiando la guerra.


Ecco la registrazione integrale della relazione di Domenico Fiordalisi:


fonte: Byoblu

Vedi anche: La sindrome di Quirra documentario + approfondimenti

venerdì 20 aprile 2012

Il Comune promuove la salute sul luogo di lavoro




Al via il nuovo “Progetto per la promozione della salute sul luogo di lavoro” promosso dal Comune di Cinisello Balsamo con l’ASL di Milano.
“L’obiettivo alla base dell’iniziativa - dichiara l’assessore al Progetto Prevenzione e Salute, Giuseppe Calanni - è quello di creare insieme all’ASL una rete di aziende riconosciute che permettano agli individui di esercitare un maggiore controllo sulla propria salute, considerandola una risorsa da salvaguardare. La maggior parte dei decessi nei Paesi europei è riconducibile ad un ristretto gruppo di patologie, come malattie cardiovascolari, tumori, malattie respiratorie croniche e disturbi muscoloscheletrici, che hanno in comune alcuni fattori di rischio modificabili, quali fumo, eccesso ponderale, scorretta alimentazione, abuso di alcol e sedentarietà, ed è proprio nella direzione della riduzione di questi fattori che il Progetto per la promozione della salute sul luogo di lavoro intende muoversi”.
Il Progetto, che si rivolge agli oltre cinquecento dipendenti del Comune, è un’opportunità da sfruttare per guadagnare salute all’interno di un ambiente nel quale si trascorre buona parte del proprio tempo. Allo stesso tempo risulta vantaggioso anche per il Comune, prevenendo le malattie e gli infortuni dei propri dipendenti, con minore stress psicofisico del personale.
Il progetto intende quindi agire su tre ambiti: la promozione di una sana e corretta alimentazione, la riduzione dell’abitudine al fumo e un incentivo a svolgere regolarmente dell’attività fisica.
“Verrà istituito un gruppo di lavoro - continua l’assessore - che coinvolgerà i rappresentanti della dirigenza e dei lavoratori su questo progetto, la cui partecipazione è su base volontaria e all’interno dell’orario di lavoro. Nello specifico, le attività previste saranno di tipo pratico, con l’avvio di convenzioni con palestre o piscine, con una campagna di comunicazione, attraverso la distribuzione di volantini e materiale informativo, e, infine, con l’organizzazione di programmi di educazione di gruppo e visite periodiche”.