Giuliano Amato (31mila euro di pensione al mese) ha avuto un’idea geniale: propone un’indennità di reinserimento aggiuntiva per i parlamentari. Proprio così. In un’intervista a Sette del Corriere della Sera dice che bisognerebbe dare “due anni di vitalizio anticipato mentre (il deputato) cerca lavoro”. Roba da non credere. E meno male che era stato incaricato di preparare un piano per il taglio dei costi della politica… Il Dottor Sottile è davvero un impunito. Prima definisce “inesistente” la sua pensione da 31 mila euro che invece esiste benissimo, tanto è vero che poche righe dopo ammette di ricevere 22 mila euro di pensione più 9 mila euro di vitalizio da ex parlamentare (totale, appunto, 31 mila euro a meno che anche le addizioni, oltre che la verità, non siano diventate un problema per lui). Poi si preoccupa perché i parlamentari giovani che dopo due mandati non vengono rieletti rischiano di non ricevere il vitalizio fino a 65 anni: “Che cosa dovrebbe fare mentre aspetta di compiere i 65anni? L’esodato di Stato?”. L’idea di lavorare, per dire, non gli passa nemmeno per la testa. E’ più forte di lui. Sarà perché non l’ha mai fatto? Fra l’altro: come si fa a proporre un’indennità di reinserimento senza dire che i parlamentari già ne prendono una? Vogliamo ricordare i dati del 2008: Angelo Sanza 337mila euro, Luciano Violante 271mila euro, Alfredo Biondi 278mila euro, Clemente Mastella 307mila euro, Armando Cossutta 345mila euro… E l’indennità di reinserimento la prendono anche i consiglieri regionali: nel 2010 Giovanni Copertino in Puglia ha preso 492 euro. Persino il Trota, Renzo Bossi, quando è andato a casa dopo appena due anni di sciagurato mandato s’è messo in tasca 40mila euro… E allora di fronte a tanta spudoratezza, di fronte a un super privilegiato di Stato che mente sapendo di mentire, di fronte a uno che è stato incaricato di pensare ai tagli ai costi della politica e invece pensa a nuovi privilegi per la politica, ebbene mi resta solo una domanda, ma una domanda che non riesco a trattenere: ma a chi diavolo è venuto in mente di affidargli pure una trasmissione in Rai? Perché gli italiani, oltre la crisi, devono subire pure gli sproloqui di un tale personaggio?
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venerdì 16 novembre 2012
martedì 6 novembre 2012
Amato in tv non l’ha guardato nessuno. Ma per i vertici RAI è un successo
L’uno virgola cinque per cento di share. Cioè il nulla. Il niente. Ecco, questo è stato il pubblico di Giuliano Amato per il suo nuovo programma in televisione. Ce ne rendiamo conto: già il fatto di immaginare Amato conduttore è disarmante, poi capire che è tutto vero è pure devastante.
Il flop è stato colossale. Eppure per la presentazione del programma erano scesi in campo i vertici RAI, dalla presidentessa all’amministratore delegato. Che avevano parlato di un grande programma, elogiando il conduttore.
“Questi sono i programmi che vogliamo fare in RAI”, avevano detto. Sì, forse per affondare definitivamente la tv pubblica.
giovedì 1 novembre 2012
Toh, la fondazione della Melandri è piena di montiani
di Paolo Bracalini
«Primo requisito la competenza e passione nell'arte contemporanea, secondo la capacità manageriale, terzo i rapporti internazionali» dice il ministro Ornaghi consegnando la presidenza del Maxxi alla deputata Pd Giovanna Melandri, che non è né uno storico dell'arte, né un manager, né un'esperta di relazioni internazionali, ma si è insediata lo stesso.
La Melandri è espertissima invece di altre relazioni, non internazionali ma politiche (con risvolti parentali), che forse spiegano meglio dei tre presunti requisiti la sua nomina (contestatissima da critici d'arte e curatori di mostre).Basta scorrere i nomi dell'advisory board della sua Fondazione Uman, inaugurata con tutti gli onori il 9 ottobre, cioè pochi giorni prima della decisione di non ricandidarsi e della successiva proposta di guidare il Maxxi (sesto senso?), all'Auditorium Enel di Roma, con la presenza del prof. Mario Monti, capo del governo che l'ha nominata. Nei vertici della Uman troviamo Andrea Riccardi, ministro come Ornaghi, cattolico come il ministro dei Beni culturali. Poi c'è Giuliano Amato, chiamato da Monti come commissario straordinario dell'esecutivo. Poi c'è Marta Dassù, altro esponente del governo Monti in qualità di sottosegretario agli Esteri. La Dassù è anche direttore generale di Aspen Institute (carica lasciata al momento della nomina a sottosegretario) del cui comitato esecutivo fa parte lo stesso Mario Monti, ma anche Giuliano Amato. Un comitato montiano che deve aver facilitato la nomina della Melandri da parte del governo Monti.
Oltre a queste relazioni ci sono, secondo i maligni, anche quelle famigliari ad aver spinto la Melandri su quella poltrona. Il nodo centrale è Salvatore Nastasi, già capo di gabinetto del ministro dei Beni culturali, direttore generale per lo Spettacolo dal vivo sempre al ministero, considerato il vero dominus dei Beni culturali. Nastasi ha sposato Giulia Minoli, la figlia del giornalista Rai Giovanni Minoli, che a sua volta è stato nominato presidente del Museo d'Arte Contemporanea del Castello di Rivoli. Il legame con la Melandri? Semplice, Minoli è suo cugino (e caso vuole che la Melandri sia figlia di ex dirigente proprio della Rai).
Poi ci sono le sponsorizzazioni da parte di imprese, e qui troviamo, oltre a BancaMediolanum di Doris, anche Sorgenia, la società green di Carlo De Benedetti proprietario del gruppo Espresso. Finanziatori della Melandri sono anche Enel, Generali, Deutsche Bank, Prysmian (cavi trasporto energia e telecomunicazioni), KME (prodotti in rame). Anche queste aiutano.
Ma come mai quest'improvvisa infatuazione della Melandri per l'arte contemporanea, subito ricompensata con una maxxi poltrona dopo la rinuncia a ricandidarsi? Giovanna Boursier di Report ha provato a dare una risposta confrontando le legislature passate della Melandri con le regole che impongono un limite alla permanenza tra gli scranni del Parlamento. Lo statuto del Pd prevede che non ci si possa ricandidare oltre la terza legislatura, ovvero oltre i 15 anni di Parlamento, salvo deroghe che però sono limitate. «Essendo alla 5ª legislatura e in parlamento da 18 anni, è legittimo chiedersi se la nomina della Melandri non sia uno strapuntino d'emergenza sulla porta d'uscita del Parlamento per trovarle un nuovo incarico». La tempistica brevissima tra annuncio e nomina sembra suggerire una risposta positiva. Insieme ad una grande passione per l'arte contemporanea, capacità manageriali e relazioni internazionali.
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sabato 1 settembre 2012
La pensione più alta d'Italia? Quella di Mauro Sentinelli, 90.246 euro al mese
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| Mauro Sentinelli |
Tra le tante ignobiltà di questo paese, una delle più schifose, alla quale sarebbe possibile rimediare nel tempo necessario per approvare una legge composta da 4 righe di testo, è quella delle mega pensioni.
Sono 100.000 i "super-pensionati" e ci costano ben 13 miliardi di euro all'anno. Per garantire il cospicuo assegno a queste persone - che hanno guadagnato cifre ingentissime durante la carriera lavorativa - devono versare i contributi qualcosa come 2.200.000 lavoratori. Uno sproposito.
La pensione più ricca d'Italia è quella di Mauro Sentinelli, ex manager e ingegnere elettronico della Telecom; percepisce un assegno di 90.246 euro al mese, - circa 3008 euro al giorno - che si sommano ai gettoni di presenza che percepisce in qualità di membro del Consiglio di Amministrazione di Telecome Presidente del Consiglio d’Amministrazione di Enertel Servizi Srl. Non male per un pensionato, no?
A Mauro Sentinelli dobbiamo riconoscere che se oggi percepisce una pensione di tale portata, è perché ha fatto una carriera di tutto rispetto, a differenza dei tanti che percepiscono 20-30.000 euro al mese per aver scaldato gli scranni del parlamento per trent'anni. E' stato lui l'ideatore del "servizio prepagato Tim Card", che ha generato immensi profitti per la sua azienda. Una carriera, la sua, premiata con diverse cariche onorifiche: nel 1999 è diventato Cavaliere della Repubblica, nel 2002 Commendatore, nel 2006 Grand’Ufficiale. Dobbiamo riconoscergli di aver versato senza dubbio ingenti contributi pensionistici e tasse, tuttavia pensioni di tale importo non dovrebbero essere contemplate dalla legge, non dovrebbero esistere.
Nella classifica dei pensionati d'oro dietro a Sentinelli, c'è Mauro Gambaro, ex direttore generale di Interbanca, con 665.084 euro all'anno, seguito a ruota da Alberto De Petris, altro ex dirigente del settore telefonia, con 653.567 euro annui.
I signori citati sopra sono stati protagonisti di una brillante carriera lavorativa, e percepiscono questi compensi esagerati a causa delle leggi troppo "generose" stabilite dai governi che si sono susseguiti.
Passiamo ai politici: che invece percepiscono un lauto assegno per il "merito" di aver guidato questo paese allo sfascio a cui assistiamo oggi. Personaggi che, in molti casi, sono entrati in politica in gioventù, per poi trovarci la pensione (in alcuni casi sono 'senatori a vita') persone che in molti casi, avendo - oltre alla carica elettiva di senatore/deputato - anche un lavoro, si sono viste versare per decenni "contributi figurativi" che hanno concorso alla pensione da lavoratore pur non svolgendo la propria mansione.
Tra i politici il pensionato più pagato è il presidente emerito Carlo Azeglio Ciampi, che cumula 30 mila euro/mese di pensione Bankitalia con 4000 euro dell`Inps ed i 19.054 euro dell`indennità da parlamentare. Oscar Luigi Scalfaro, oltre all`indennità di palazzo Madama (19.054) prende 4.766 euro netti al mese dall`Inpdap per avere esercitato l`attività di magistrato per tre anni (dal 1943 al 1946), Lamberto Dini incassa 18 mila euro da Bankitalia, 7000 dall`Inps e 19.054 dal Senato, Giuliano Amato invece cumula 22.048 euro mese dall`Inpdap coi 9.363 che gli da il Parlamento.
Quest'ultimo, ospite della trasmissione "Otto e mezzo" alla domanda "se è disposto a ridursi la pensione" ha risposto che "non ha capito la domanda..." è proprio vero, certe cose i politici non solo non vogliono sentirle, ma non ci riescono nemmeno...
Se i "senatori a vita" (quelli nominati tali, e quelli che lo sono di fatto in quanto da 20-30 anni presenti ininterrottamente in parlamento) arrivano a intascare una cifra intorno ai 30.000 euro, per assicurarsi una bella pensione sui 10.000 euro basta poco più di un paio di legislature; e anche i dipendenti delle due camere, dove anche i barbieri e gli stenografi sono super-pagati, non avranno certo pensioni più basse.
L'ex dirigente siciliano Felice Crosta, che è andato in pensione recentemente con un assegno di 1.400 euro al giorno, se lo è visto dimezzare dalla Corte di Cassazione, e ha presentato immediatamente ricorso per tutelare la sua mega pensione.
L'unica soluzione di BUON SENSO e GIUSTIZIA SOCIALE, in questa italietta governata da persone che non conoscono nemmeno il significato di tali parole, sarebbe quella di INTRODURRE UN TETTO MASSIMO. Indipendentemente dall'importo dei versamenti previdenziali versati, stabiliti in base al reddito, nessuno dovrebbe percepire una pensione superiore ai 3.000 - 3.500 euro mensili netti: una misura che consentirebbe all'Inps di risparmiare almeno 8 miliardi all'anno, che dovrebbero essere impiegati per aumentare le pensioni minime, che oggi non sono sufficienti per la sopravvivenza di una persona.
Con 8 miliardi di euro annui - pari a poco più di 666.500.000 al mese - sarebbe possibile aumentare immediatamente di 100 euro mensili ben 6.650.000 pensioni; una somma che pur non essendo sufficiente per offrire condizioni di vita decenti a chi percepisce la pensione minima, rappresenterebbe una boccata d'ossigeno, soldi che sarebbero immessi nell'economia reale,visto che anziché andare ad ingrassare i conti correnti di qualche privilegiato, verrebbero spesi per far fronte alle necessità quotidiane.
Staff nocensura.com
sabato 11 agosto 2012
A SETTEMBRE SI VENDONO L’ITALIA….
venderanno il patrimonio pubblico come fosse cosa loro il tutto con la complicità del PD-PDL-UDC e la finta opposizione di LEGA-SEL e IDV…
ci vendono..
ci vendono..
leggete bene questo articolo e diffondetelo dobbiamo informare per salvarci.
Il piano Amato-Bassanini sulla riduzione del debito pubblico prevede solo la svendita del patrimonio pubblico e le privatizzazioni delle quote pubbliche residue aziende statali e locali. Esclusa qualsiasi patrimoniale. Sui capitali esportati illegalmente le cifre diventano molto ma molto relative.
La proposta Amato-Bassanini per la riduzione in cinque anni del debito pubblico, firmata anche dagli economisti Giuseppe Bivona, Davide Ciferri, Paolo Guerrieri, Giorgio Macciotta, Rainer Masera, Marcello Messori, Stefano Micossi, Edoardo Reviglio e Maria Teresa Salvemini sotto l’egida del centro studi Astrid, oggi domina le prime pagine dei giornali padronali (Corriere della Sera, Sole 24 Ore).
Gli undici economisti mettono subito le mani avanti sui pericoli recessivi di una imposta patrimoniale.Nel merito, gli undici dell’Astrid propongono un intervento articolato in sei mosse che entro il 2017 dovrebbe dare un gettito ipotizzato in 178 miliardi:
Gli undici economisti mettono subito le mani avanti sui pericoli recessivi di una imposta patrimoniale.Nel merito, gli undici dell’Astrid propongono un intervento articolato in sei mosse che entro il 2017 dovrebbe dare un gettito ipotizzato in 178 miliardi:
a) cessione di immobili pubblici per circa 72 miliardi (di cui: 30 dalla cessione agli inquilini dell’edilizia residenziale pubblica; 16 dalla dismissione di immobili di enti previdenziali; 15 da immobili di Regioni ed enti locali; 6 da caserme e sedi delle Province da smantellare; 5 dal cosiddetto federalismo demaniale);
b) 30 miliardi potrebbero venire dalla capitalizzazione delle concessioni (le sole lotterie danno 1,6 miliardi l’anno). Gli autori glissano sul fatto che ad esempio i concessionari privati di giochi e scommesse sono già in debito con lo Stato per ben 98 miliardi;
c) 40 miliardi valgono le privatizzazioni delle quote residue dello Stato e degli enti locali in Eni, Enel, Finmeccanica, St Microelectronics ed ex municipalizzate quotate in borsa;
d) 15 miliardi potrebbero venire imponendo agli enti previdenziali degli ordini professionali di aumentare la quota dei loro investimenti in titoli di Stato di lungo periodo, oggi ferma al 10% del portafoglio investimenti;
e) 16-17 miliardi potrebbe essere il flusso nel quinquennio proveniente dalla tassazione dei capitali italiani depositati in Svizzera, previo accordo con il governo di Berna. Ma su questo – ed è il dato che fa la differenza – gli autori diventano più imprecisi. Infatti non sono in grado di garantire che l’eventuale tassazione dei capitali scudati trovi i capitali lì ad aspettarli invece di involarsi verso i paradisi fiscali;
f) 5 miliardi potrebbero venire da incentivi e disincentivi fiscali volti all’allungamento delle scadenze e alla riduzione del costo medio del debito pubblico.
Il progetto dell’Astrid punta molto sulla Cassa Depositi e Prestiti che già raccoglie 300 miliardi di risparmio privato attraverso il sistema postale e propone di fatto la sua privatizzazione. Pur non essendo una banca, la Cassa ha in deposito alla Bce i suoi effetti creditizi per 25 miliardi, destinati a finanziare per metà lo Stato e per metà l’economia. Decisiva dunque la privatizzazione delle partecipazioni residue del Tesoro, in società quotate e non quotate come le Poste, o degli enti locali nelle ex municipalizzate quotate e nelle 5.500 aziende municipali non quotate, 2.800 delle quali attive nei servizi pubblici locali.
Insomma quello di Amato-Bassanini e dell’Astrid non è un progetto di rientro o di ristrutturazione del debito pubblico ma una “paraculata” che si regge solo su dismissioni e svendita del patrimonio pubblico e privatizzazioni dei gioielli di famiglia sul piano industriale. Quando si arriva ai capitali e alla finanza entra nel regno della incertezza. I soldi vanno presi solo dal bancomat rappresentato dai beni pubblici mai dai capitali privati. Un atteggiamento questo che in dialetto romano viene definito come “paraculo”, a metà tra furbetto e ipocrita.
fonte: contropiano.org tratto da informarexresistere.fr
martedì 7 agosto 2012
TUTTI I TRADITORI DELLA COSTITUZIONE DA PRODI A MONTI
di Luigi Cavallaro
ECCO COME HANNO DISTRUTTO LO STATO SOCIALE ITALIANO: Tutti che guardano allo spread, intanto questa crisi ha cambiato completamente i connotati ai fondamenti dello Stato di diritto…
Più esattamente, questa crisi sta cambiando i connotati a quella peculiare declinazione dello Stato di diritto che è lo Stato sociale, a cominciare dalla sua pretesa di governare i processi economici. Si tratta in effetti della maturazione di un trend che ormai data da lontano. Per capirci, quando i nostri costituenti vararono la Costituzione, inserirono nel terzo comma dell’articolo 41 il principio secondo cui lo Stato doveva indirizzare e coordinare sia l’economia pubblica sia quella privata. Lo Stato, ai loro occhi, non doveva essere solo il “regolatore” dell’iniziativa economica e nemmeno il produttore di beni e servizi da offrire in alternativa alle merci capitalisticamente prodotte: doveva porre sia l’iniziativa economica pubblica sia quella privata nell’ambito di un proprio disegno globale, che individuava priorità, strategie, mezzi. Un obiettivo del genere, sebbene fermamente voluto sia dai cattolici che dai comunisti, era particolarmente inviso ai liberali, che erano ben disposti a godere dei benefici della spesa pubblica, ma certo non volevano saperne di cedere allo Stato poteri di indirizzo e controllo sulla loro attività. Si optò allora per un compromesso che – grazie alla mediazione di Luigi Einaudi, capofila dei liberali tra i costituenti – prese la forma dell’art. 81 della Costituzione: ogni legge di spesa doveva indicare la corrispondente fonte di entrata. Era un modo per dire che nemmeno lo Stato poteva sottrarsi al principio del pareggio di bilancio, perché Einaudi sapeva bene che, se si fosse consentito allo Stato di indebitarsi (come invece predicavano i keynesiani ortodossi), l’economia pubblica, che già si trovava collocata su una posizione di primazia, avrebbe preso il sopravvento sull’economia privata.
Un compromesso per la proprietà e il capitale…
Sì, ma nel 1966 la Corte costituzionale lo fece saltare, perché in una sentenza stabilì che anche il debito costituiva una forma di entrata. A quel punto – ricordiamo che in quel periodo il 90% del sistema bancario e un’elevatissima percentuale di quello industriale erano di proprietà pubblica – c’erano tutte le premesse perché anche l’economia italiana potesse avviarsi lungo i temuti (da Confindustria, beninteso) sentieri della “bolscevizzazione”: nel corso degli anni ’70 Guido Carli lo denunciò a più riprese e trovò ascolto, oltre che nelle classi proprietarie, in una nuova leva di economisti e giuristi che presto ne divennero gli intellettuali organici: penso a Eugenio Scalfari, Nino Andreatta, Romano Prodi, Giuliano Amato. In effetti, quando finalmente si scriverà la storia degli anni ’70, bisognerà pur dire che quella che andò in scena dietro il paravento delle crisi petrolifere, del balzo dell’inflazione, delle stragi e del terrorismo fu una vera e propria guerra civile, innescata dai tentativi di “rivoluzione dall’alto” che furono portati avanti dai tanto vituperati governi di solidarietà nazionale e del compromesso storico voluti da Moro e Berlinguer. Ma lasciamo stare, perché quel che ci interessa qui è la reazione capitalistica. La quale, più ancora che nella marcia dei 40.000, si manifestò nel cosiddetto “divorzio” tra il Tesoro e la Banca d’Italia. Su iniziativa di Andreatta e Ciampi (appena asceso al soglio di Governatore della Banca d’Italia), la nostra Banca centrale venne esonerata dall’obbligo di acquistare i titoli del debito pubblico che fossero rimasti invenduti in asta. Quell’obbligo, in pratica, significava che lo Stato poteva indebitarsi al tasso desiderato, perché tutti i Buoni del tesoro che i privati non avessero acquistato finivano alla Banca centrale. Era il modo in cui lo Stato “comandava” il capitale monetario. Con il divorzio, invece, lo Stato venne costretto a indebitarsi ai tassi d’interesse correnti sul mercato, i quali giusto in quel periodo schizzavano verso l’alto a causa della svolta monetarista impressa da Paul Volcker all’azione della Federal Reserve, la banca centrale americana. Può essere interessante ricordare che un giovanotto di nome Mario Monti scrisse allora che il correlato inevitabile del “divorzio” doveva essere la dismissione progressiva delle aree d’intervento pubblico: se lo Stato non poteva più indebitarsi ai (bassi) tassi precedenti, c’era il rischio che la sua azione provocasse un aumento del debito pubblico. Ma la maggioranza pentapartito fu di diverso avviso, e così il nostro debito pubblico, che nel 1981 era pari al 58% del Pil (nonostante il profluvio di spese anticicliche sopportate nei sei anni precedenti), arrivò nel 1992 al 124% del Pil. E bada bene, non perché ci fosse un eccesso di spese sociali rispetto alle entrate: il debito raddoppiò solo per effetto dell’aumento della spesa per interessi causato dal “divorzio”.
E dal 1992 ad ora che è successo?
E’ successo che quel processo di dismissione delle aree d’intervento statale, che fino ad allora non si era potuto realizzare perché la nostra Costituzione era “interventista”, è stato finalmente intrapreso grazie alla nostra adesione ai Trattati europei. I quali, dal punto di vista delle prescrizioni economiche, sono praticamente antitetici rispetto alla nostra Costituzione: per dirla con una battuta, è come se da Keynes fossimo tornati ad Adam Smith e David Ricardo. Peggio, alle “armonie economiche” di Bastiat. Si è cominciato a privatizzare, si sono tagliate le piante organiche delle amministrazioni pubbliche, si sono riformate la sanità e le pensioni in modo da umiliare i malati e impoverire i pensionati. Sono tutte politiche dettate dalla volontà di spazzar via lo Stato dal processo economico, che però hanno generato una diminuzione della domanda, perché non esiste alcuna domanda interna o estera capace di soppiantare la minor domanda pubblica di beni e servizi. L’unica fiammata di (relativo) benessere la nostra economia lo ha conosciuto tra il 1995 e il 1996, quando si fecero finalmente sentire gli effetti della pesantissima svalutazione della lira attuata (a danno dei lavoratori, grazie alla disdetta della scala mobile) nel 1992. Ma da quando siamo entrati a far parte della banda ristretta di oscillazione che poi (dal 1999) porterà alla moneta unica, le nostre esportazioni sono crollate e con esse la domanda, il reddito e l’occupazione. Guarda i tassi di crescita del nostro Pil dal 1997 a oggi e scoprirai che la “decrescita” ce l’abbiamo in casa fin da prima che Latouche inondasse con la sua bibliografia gli scaffali delle librerie.
Quindi il “fiscal compact” non è una novità come sembra…
La modifica che è stata adesso apportata all’articolo 81 della Costituzione, che ha reso davvero stringente il vincolo del bilancio in pareggio, è assolutamente coerente con l’ingresso del nostro paese nell’Unione europea. L’attività dello Stato, ci dice l’Europa, è possibile solo in quanto non interferisce con l’iniziativa privata. Non c’è più alcuna politica economica possibile: non una politica fiscale (perché si devono solo ridurre le spese), non una politica monetaria (perché ci pensa la Banca centrale europea), non una politica industriale (perché ci pensa Marchionne). Si devono solo abbassare i salari, perché non sono compatibili con un sistema produttivo arretrato come il nostro, che campa ancora di agroalimentare, abbigliamento, arredo casa e un po’ di automazione meccanica. E dunque via alla balcanizzazione dei contratti nazionali in una miriade di contratti aziendali: a questo serve la modifica dell’articolo 18, sebbene molta parte del sindacato non se ne dia per inteso.
Ma non c’erano alternative possibili?
Quello che è più triste è dover constatare che anche quanti avrebbero dovuto denunciare e contrastare per tempo questa follia di ritornare allo Stato ottocentesco, allo Stato veilleur de nuit, hanno avuto un ruolo che possiamo definire di “agevolazione colposa”. Mi riferisco all’antistatalismo viscerale che ha ispirato ed ispira molta parte della cosiddetta “sinistra d’alternativa”, che nei vent’anni trascorsi anni ha coltivato e diffuso nelle generazioni più giovani una quantità impressionante di mitologie protese a ricercare improbabili “terze vie” tra privato e pubblico, tra capitale e Stato: prima era il “terzo settore”, adesso sono i “beni comuni” e in mezzo ci sono sempre le utopie regressive dell’“ecologismo radicale”. Sono i cascami dell’anarchismo, dell’autogestionarismo e dell’assemblearismo post-sessantottino e post-settantasettino, che – va da sé – hanno assai più mercato editoriale e visibilità massmediatica rispetto alle più classiche posizioni marxiane o keynesiane: in fondo, non fanno altro che ripetere che la via “pubblica” è sbagliata e comunque non è percorribile, dunque al capitale fanno molto comodo. Quando vedo le marce contro la privatizzazione dell’acqua (e va da sé, per l’“acqua bene comune”), sorrido e mi vien da pensare a una battuta di Flaiano, che più o meno diceva che quando in Italia si organizza un convegno sull’importanza del bovino vuol dire che i buoi sono scappati dalla stalla. “No alla privatizzazione dell’acqua”: bene. Ma dove eravate, vien fatto di dire, quando si privatizzavano le banche e le industrie? Ci siamo dimenticati che il grosso delle privatizzazioni si è fatto a partire dal 1996, quando Presidente del Consiglio era Romano Prodi e Rifondazione Comunista sosteneva il governo? O ci siamo dimenticati che il dibattito timidamente avviato da un centinaio di economisti e intellettuali, che nel 2006 avevano sostenuto la possibilità di stabilizzare il debito in rapporto al Pil, fu stroncato da Fausto Bertinotti in persona, che mise il veto alla stessa possibilità che Rifondazione potesse esprimersi in merito per non ostacolare l’ennesima manovra “lacrime e sangue” voluta dal compianto Tommaso Padoa-Schioppa? Oggi siamo alla conclusione di un processo avviatosi trent’anni fa: il “fiscal compact” approvato in sede europea di fatto rimuove qualunque idea di direzione pubblica dei processi economici per i prossimi cinquant’anni. Il fatto che ci sia una tremenda crisi economica in corso può forse offrire una qualche speranza che tutto il marchingegno salti. Ma se questo meccanismo salta, salta da destra: la sinistra, come scrisse ormai quasi dieci anni fa Luigi Pintor nel suo ultimo editoriale, è morta da un pezzo.
A proposito di crisi, come giudichi il protagonismo della Bce?
Il fatto che la banca centrale prometta di diventare prestatore di ultima istanza non risolve le contraddizioni del sistema capitalistico: su questo punto, Marx obiettò a Bagehot con considerazioni che mi paiono ancora decisive. Quel che si può dire con certezza è che, se l’Italia resterà nell’euro così com’è strutturato adesso, andremo incontro a un impoverimento progressivo e crescente: basti dire che per i prossimi vent’anni dovremo fare tagli di spesa per 45 miliardi all’anno…
Ma la giustificazione è che se il debito non diminuisce lo spread aumenta…
Questa è una delle più colossali mistificazioni spacciate per verità dalla borghesia dominante e dagli intellettuali suoi lacchè. Se l’andamento dello spread dipendesse dall’ammontare del debito pubblico, il divario tra i nostri titoli e quelli tedeschi dovrebbe essere superiore a quello che c’è fra quelli spagnoli e quelli tedeschi: la Spagna ha infatti un debito pubblico di molto inferiore al nostro. Invece non è così, e la ragione è che lo spread risente assai più dall’andamento della bilancia commerciale. In pratica, è come se i mercati scommettessero che i Paesi che si trovano con una bilancia commerciale in rosso saranno presto o tardi costretti o a svendere tutte le loro industrie ai tedeschi (o ad altri possibili compratori esteri) o a uscire dalla moneta unica e a ripudiare il debito in euro. Grecia, Portogallo, Spagna e Italia sono i Paesi maggiormente “indiziati” perché sono i Paesi con la struttura produttiva più debole. Sta qui – detto per inciso – la vera finalità delle manovre finanziarie cui ci sottopongono da vent’anni e da ultimo della stessa spending review: l’obiettivo è quello di deflazionare i consumi interni per abbattere il fabbisogno di importazioni e riportare in pareggio la bilancia commerciale. Funzionerà come funzionavano i salassi praticati dai cerusici ai malati di un tempo: terapie efficaci, ma solo perché uccidevano il paziente. Anche in Confindustria cominciano a sospettarlo.
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mercoledì 2 maggio 2012
Amato, 31.000€ al mese con 2 pensioni, deve vigilare sugli sprechi? Siamo su Scherzi a Parte?
Giuliano Amato riceve mensilmente una doppia pensione, 22mila euro dall’Inpdap e 9mila euro dal Parlamento. Un privilegiato, un simbolo della casta, uno spreco umano.
E proprio lui dovrà occuparsi dei finanziamenti ai partiti, di quel buco nero di soldi che finiscono ai movimenti politici e non si sa mai dove vanno finire.
Un idolo dei politici che vogliono solo “mangiare” dovrà mettere a dieta i colleghi? Ma chi ci crede? Solo degli sprovveduti come i tecnici, sempre più in difficoltà, potevano pensare di affidare ad Amato (si spera gratis) questo compito.
Noi intanto paghiamo Amato 30mila euro al mese e paghiamo i tecnici per dare ad Amato un ruolo che ovviamente non sarà in grado di compiere.
Che felicità…
mercoledì 28 marzo 2012
Il Ring Nord diventa viale Pier Paolo Pasolini
Notizie dal Comune
Comunicati stampa
Il Ring Nord diventa viale Pier Paolo Pasolini
Il Ring Nord, il tratto di strada che collega viale Casiraghi alla rotonda di viale Gramsci, diventerà viale Pier Paolo Pasolini.
Lo ha deciso la Giunta comunale che ha scelto di intitolare la strada al grande poeta, intellettuale e regista italiano.
“Nel 1967 – ha dichiarato l’Assessore ai Lavori Pubblici Vincenzo Amato - Pasolini ha girato a Sesto la scena finale di Edipo Re, nella quale Ninetto Davoli gioca a pallone nella vicina via Trento e, poco dopo, assiste all’uscita degli operai dallo stabilimento Unione della Falck. Il nostro vuole essere un omaggio ad uno dei più grandi intellettuali italiani del ‘900 e anche la scelta di intitolare a lui una strada tutto sommato periferica della città rimanda alla sua visione del mondo, alla sua vicinanza ai ceti popolari”.
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