sabato 28 aprile 2012

28 Aprile giornata mondiale contro l'amianto



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La verità sulla morte del Duce: Mussolini si avvelenò col cianuro Parlano due importanti testimoni: Benito, ormai in coma, fu poi finito dal carceriere Giuseppe Frangi

Benito Mussolini 
si avvelenò 
con il cianuroA 67 anni dalla morte di Benito Mussolini e di Claretta Petacci, ci sembra che di questa storia si sappia tutto e nulla allo stesso tempo. Tutto, perché quanto accadde a Giulino di Mezzegra, sul lago di Como, il 28 aprile 1945, è stato sviscerato in mille modi, con decine di ipotesi diverse sugli accadimenti: ogni segmento di quella storica giornata  è stato smontato, analizzato e rimontato, ogni protagonista è passato al vaglio di documentate rievocazioni. Al tempo stesso, non se ne sa nulla, in quanto ci si è accorti che, man mano che i materiali di studio si accumulavano, la verità su quella vicenda appariva destinata a divenire, una volta di più, sfuggente. 
Testimonianze - Le testimonianze lacunose e contraddittorie dei protagonisti, le falsificazioni operate dal Partito comunista, che ha coperto i responsabili della morte del Duce deviando l’attenzione dell’opinione pubblica dai veri giustizieri, e perfino le evidenze deludenti dei riscontri autoptici eseguiti sul cadavere di Mussolini, stanno a dimostrare che la verità è ben lungi dall’essere acquisita. La versione ufficiale narra che Mussolini e la Petacci furono abbattuti dai mitra del commando partigiano, venuto da Milano, alle 16,10 del 28 aprile, davanti al cancello di Villa Belmonte. I partecipanti all’esecuzione sarebbero stati tre: il colonnello “Valerio”, alias Walter Audisio, Aldo Lampredi “Guido”, e Michele Moretti. Come si sa, i protagonisti, non soltanto si sono contraddetti tra di loro, ma anche presi singolarmente hanno tramandato diverse versioni dei fatti. È il caso di Audisio, che ha dettato tre o quattro successivi racconti, che evidenziano parecchie incongruenze.
Opera collettiva - Il risultato di tutto ciò è che, con macroscopica evidenza, il Partito comunista, dal cui seno è nata la missione esecutiva di Dongo, ha volutamente confuso le carte, in modo tale da impedire il riconoscimento pieno della verità. In altre parole, il Pci, favorito dall’intelligence britannica nella conduzione dell’operazione speciale mirante a sopprimere il Duce, ha voluto descrivere quell’epilogo cruento, più come opera collettiva di un suo gruppo scelto che non come il risultato di singoli apporti individuali. Chi scrive, pur legato a un vincolo di riservatezza nei confronti di una propria fonte, può qui anticipare di aver potuto stabilire in modo certo che il generale Raffaele Cadorna, comandante supremo del Cvl (Corpo volontari della libertà), l’organo di direzione militare della Resistenza, fu a pieno titolo determinante nell’adottare la deliberazione - fortissimamente voluta dal Pci - di passare per le armi sommariamente Mussolini. Ciò, naturalmente, appare in contraddizione con le stesse dichiarazioni rese da Cadorna nelle sue memorie, in cui afferma di essersi limitato ad aderire alla decisione presa dai comunisti di uccidere il Duce, avallandola. Negli ultimi anni, ha preso consistenza una nuova teoria, quella del suicidio che il capo del fascismo si sarebbe procurato attraverso una capsula di cianuro di potassio occultata in una protesi mobile. Può essere stato quell’evento imponderabile, cioè lo stato comatoso autoindottosi dal Duce, durante le prime ore della mattina del 28 aprile, mentre si trovava nel casolare dei contadini De Maria, ad aver fatto volgere la situazione verso l’epilogo cruento? In altre parole: è possibile che su Mussolini, ancora vivo, in preda a convulsioni, avesse esploso alcuni colpi di grazia uno dei due carcerieri che montavano di guardia a casa De Maria? Facciamo un passo indietro. Alle prime ore del 28 aprile 1945, Mussolini viene scortato da Dongo, verso un nuovo nascondiglio. Luogo scelto per il prigioniero, al quale si è unita Claretta Petacci, è un rustico situato in località Bonzanigo di Mezzegra. I proprietari dell’abitazione colonica, i coniugi Giacomo e Lia De Maria, fanno accomodare i due ospiti in una stanza al secondo piano, con finestra. 
Sdraiato a letto - Mussolini si corica sul lato destro del letto matrimoniale, mentre Claretta occupa il lato opposto. Si tratta di un particolare non secondario, in quanto alcuni dei colpi ricogniti sul cadavere del Duce - in particolare, uno al fianco, in posizione difficilmente spiegabile nell’ipotesi di un’esecuzione avvenuta con Mussolini in stazione eretta, con gli esecutori posizionati frontalmente - lo attinsero sul lato destro, con traiettoria dall’alto il basso e da sinistra a destra: come se l’esecutore gli si fosse avvicinato mentre si trovava ancora sdraiato a letto.
La pratica del suicidio, con fiala o capsula letale, fu molto adottata dai capi dei regimi amici. Oltre a Hitler, che si sparò mentre masticava una capsula di cianuro, si uccisero con il veleno Goebbels (con la moglie Magda e i sui figli), Goering e Himmler. Anche Pierre Laval, capo del governo collaborazionista di Vichy, tentò di uccidersi con una fiala venefica, ma gli furono praticate diciassette lavande gastriche allo scopo di condurlo ancora vivo davanti al plotone di esecuzione. Quanto al Duce, sappiamo che tentò il suicidio, nell’estate del 1943, durante la prigionia a Campo Imperatore, sul Gran Sasso. Se anche Mussolini a Mezzegra fece ricorso al veleno, sicuramente il suo carnefice fu il partigiano Giuseppe Frangi, “Lino”, che con Guglielmo Cantoni, “Sandrino”, era di guardia davanti alla stanza da letto dei due prigionieri. “Lino”, nei giorni successivi al 28 aprile, rivendicò con sicumera il suo ruolo di giustiziere e fu a sua volta assassinato il 5 maggio da elementi partigiani comunisti. Frangi potrebbe avere esploso colpi di grazia sul rantolante dittatore. Due testimonianze, sulle quali merita soffermarsi, convergono nell’indicare la concreta attendibilità della pista del suicidio. La prima è di Giuseppe Turconi, 90 anni, che apprese dalla viva voce di Lia De Maria la verità sulla morte del Duce. 
Confidenze segrete - Turconi vive tuttora a Villaguardia, il paese del partigiano Frangi, e custodisce da quasi settant’anni le confidenze ricevute: «Una decina di giorni dopo i fatti, mi recai a Mezzegra insieme a mio fratello e a un mio cugino. Era da poco morto anche il “Lino” e la versione dell’accaduto, che alludeva a un incidente, mi lasciò parecchio perplesso. Andammo a casa De Maria a parlare con la signora Lia che ci disse che, quel 28 aprile, aveva preparato qualcosa da mangiare per Mussolini e la Petacci e che il Duce le aveva chiesto di assaggiare la pietanza perché temeva di essere avvelenato. Poi, qualche ora più tardi, quando capì che per lui non c’era più nulla da fare, Mussolini ingerì del veleno inserito nella capsula di un dente. La De Maria disse che era successo tutto nella camera da letto in cui avevano pernottato. Seppi anche che la Petacci era stata uccisa in un secondo tempo, qualche ora dopo, in un prato sottostante la chiesa di Mezzegra, in frazione Bonzanigo».  Turconi riferisce dunque che l’esecuzione di Claretta sarebbe avvenuta successivamente a quella di Mussolini e non sembra prestare attenzione a un dettaglio del suo racconto, che introduce un’apparente contraddizione. Perché, se Mussolini aveva intenzione di togliersi la vita, temeva di essere avvelenato dal cibo? O forse giunse alla determinazione di uccidersi solo in un momento successivo? La seconda testimonianza è ancora più significativa, perché proviene da Elena Curti, figlia naturale di Mussolini che fu accanto al padre durante le ore dell’epilogo di Dongo. La donna, oggi novantenne, ricevette in proposito delle notizie dal brigadiere della caserma dei carabinieri di Dongo, dove fu tenuta prigioniera dopo il 28 aprile. Si tratta di Ettore Manzi, classe 1908, protagonista defilato di tante vicende drammatiche che presero corpo a Dongo dopo l’esecuzione dei gerarchi. Fui lui, infatti, a salvare la vita a decine di prigionieri fascisti detenuti nella caserma dell’Arma (tra cui la stessa Curti), ponendo fine alla mattanza condotta dai partigiani rossi sulla scia dell’euforia della vittoria sul fascismo.
La versione di Manzi - Racconta Elena Curti: «La versione del suicidio di Mussolini me la riferì Ettore Manzi, verso la fine degli anni Cinquanta. Io allora abitavo già a Barcellona, ma quasi ogni anno tornavo in Italia e Manzi era una delle persone che andavo a trovare. Mi disse che lui, in quanto comandante della stazione dei carabinieri di Dongo, era responsabile di tutti i prigionieri. Quindi anche di Mussolini. A me confidò che era stato presente. Era andato a casa De Maria, verso le 7, o 7 e mezza, del mattino del 28 aprile e che, quando entrò nella stanza di Mussolini, lo trovò già praticamente morto. Si era suicidato con una capsula di veleno. Io, lì per lì, non diedi peso a quanto mi disse. Stavo cercando di dimenticare quanto era accaduto, mi stavo costruendo una nuova vita, in Spagna, dove nessuno mi conosceva e non ero guardata con quell’attenzione morbosa con la quale ero avvicinata qui in Italia, dove tutti volevano sapere perché e per come fossi la figlia di Mussolini». Manzi è morto il 1° febbraio 2001. Da me interpellato, suo figlio Giancarlo non ha voluto confermare la notizia fornita da Elena Curti: «So che mio padre aveva una sua teoria sulla morte di Mussolini, ma non mi disse nulla in proposito». Il mistero continua.

Ultimatum Geas, tradito dalla città "Se Sesto ci ignora, addio Serie A1"

Lo sfogo di patron Mazzoleni: fondi e tifo latitano, prima squadra a rischio
di Laura Lana
Tifosi del Geas (Spf)
Tifosi del Geas (Spf)
Sesto, 28 aprile 2012 -«Ci siamo dati 35 giorni per decidere se andare avanti con la serie A1, perché Sesto probabilmente non la merita». È un ultimatum alla città, quello che Mario Mazzoleni ha lanciato durante la serata sullo sport organizzata dalla lista «Sesto Nel Cuore» di Gianpaolo Caponi. Dopo 57 anni, il Geas Basket potrebbe perdere la Prima Squadra. Quella della «Divina» Mabel Bocchi, che negli anni d’oro aveva vinto tutto.
Quella di una società di basket che ha collezionato 21 scudetti nelle diverse categorie, una Coppa Italia e una Coppa Europa. «Non so neanche se Sesto merita una serie A2, stiamo pensando di andare avanti solo con le giovanili — confessa patron Mazzoleni —. A noi piacerebbe continuare, ma vogliamo farlo insieme a questa città». Questione di fondi, certoUn milione di euro costa l’attività del club rossonero: solo 5mila sono arrivati dal territorio.
 
«Eppure noi diamo tanto a questo territorio. Perché, quando vinciamo uno scudetto, se ne vanta». In questi anni Diana Bracco, main sponsor, ha fatto più del dovuto. «Ci ha dato un aiuto enormeMa è sull’attività giovanile che Bracco investe: educazione, benessere, formazione, sfida di genere. Invece, ci ha supportato anche con la serie A — spiega il presidente —. Ce l’abbiamo sempre fatta, ma ora siamo stanchi di non essere riconosciuti dal territorio». Questione di soldi, ma non solo. «Abbiamo chiesto condivisione di progetti. Abbiamo costruito la cooperativa “Amici del Geas”: in quattro anni siamo appena 55 soci. Non ha funzionato. Mi aspettavo l’adesione di tutto il Consiglio di Sesto e Cinisello. E poi gli imprenditori, la banca. Ci piaceva l’idea di poter aggregare».
Un punto di riferimento anche per altri club voleva diventare Mazzoleni. Non ha trovato neanche un volontario per il pullmino o un aiuto per istituire borse sportive per ragazze non abbienti e straniere. «Sono andato, umiliandomi, col cappello in mano da tutti. Quanto sarebbe bello se una città investisse sull’integrazione attraverso lo sport. Conoscevo la Sesto delle grandi sfide. Possibile sia sparita?». Per 35 giorni la partita è aperta. «Vogliamo un segnale, un abbraccio dalla città o andare avanti è inutile».

venerdì 27 aprile 2012

Cinque per mille ai Comuni? Rarità L'appello di Cinisello e Cormano


Dimezzate le donazioni agli enti locali. «Colpa della scarsa informazione». Nel 2006 Sesto ha raccolto oltre 61mila euro nel 2009 solo 24mila
di Valentina Bertuccio D'Angelo
Contribuenti alle prese con le tasse (Germogli)
Contribuenti alle prese con le tasse (Germogli)
Cinisello Balsamo, 27 aprile 2012 - Sarà perché al tempo dell’Imu dare altri soldi al proprio Comune sembra l’ultima delle cose piacevoli da fare, ma di 5 per mille nei municipi si parla poco. Poca pubblicità, proprio mentre gli altri enti che possono beneficiare della quota di imposta sul reddito delle persone fisiche si stanno dando un gran da fare per conquistare le simpatie dei contribuenti. Così capita che nel Nord Milano solo Cormano e Cinisello Balsamo abbiano scelto di mettere sulla home page del proprio sito ufficiale l’accorato appello: «Il 5 per mille datelo a noi». Per tutti gli altri, silenzio o quasi.

Eppure la possibilità di finanziare il Comune di residenza, anzi, più correttamente «le attività del Comune di residenza», introdotta per la prima volta nel 2006 e poi reintrodotta nel 2009, consente alle casse pubbliche di prendere una — seppur davvero minima — boccata d’ossigeno senza che questo comporti ulteriori esborsi da parte del cittadino contribuente. Boccata d’ossigeno da destinare, rigorosamente, alle attività sociali, per lo più destinate ad anziani e giovani.

Peccato che i sindaci possano fare sempre meno affidamento sulla generosità dei propri amministrati. Il trend infatti è drammaticamente negativo. I dati disponibili sul sito dell’Agenzia delle Entrate non sono aggiornati, ma la tendenza al ribasso è evidente: nel 2006 Cinisello Balsamo, per fare un esempio, aveva portato a casa quasi 60mila euro. Tre anni dopo, nel 2009, poco più di un quarto: 15.737 euro per l’esattezza. Ancora più drastica la diminuzione dei cittadini che avevano scelto il Comune: da 2.776 a solo 632.
Non è andata meglio a Sesto San Giovanni: oltre 61.500 euro raccolti il primo anno, precipitati a 24mila nel 2009. Cifre più che dimezzate, per un atto di donazione che non costa nulla. A spiegare questa debacle diversi fattori. In primis, forse, la scarsa conoscenza del meccanismo: secondo Sandro Zaccarelli, responsabile provinciale del servizio Caaf Cigl, «sono in molti a credere che il 5 per mille prevede un pagamento ulteriore». Ovviamente non è così. Manca poi, o almeno scarseggia, una campagna pubblicitariaaccattivante e, soprattutto, corrette informazioni su dove vanno a finire i soldi raccolti con il 5 per mille.
Il Comune di Cormano fa eccezione: «Le risorse verranno utilizzate anche per sostenere le famiglie colpite dalla crisi economica». Non è ancora tutto perduto, però. Per sostenere le attività sociali del Comune non è necessario inserire nessun codice fiscale sul 730 o sul modello Unico: basta firmare nel riquadro che cita espressamente il Comune di residenza.valentina.bertuccio@ilgiorno.net

Scandalo della spesa esce da Montecitorio: le Iene risolvono il mistero!


I due dipendenti di Montecitorio sorpresi dalla troupe delle Iene
 per strada con cinque buste piene di generi alimentari


Ricordate lo scandalo sollevato la settimana scorsa dalle Iene, che trovarono due dipendenti di Montecitorio in strada, intenti a trasportare alcune buste piene di generi alimentari? I due, che si è appreso essere banconisti della bouvette (il bar interno della Camera) evidentemente imbarazzati ripararono in un bar, rifiutando di fornire spiegazioni, e dopo aver telefonato a qualcuno (probabilmente per segnalare la presenza delle Iene e richiedere disposizioni) fecero ritorno a Montecitorio. (Vedi articolo + video delle Iene) Gli inviati del celebre programma di Italia1 sono tornati sul posto per indagare circa il "destinatario" di quei generi alimentari, risolvendo (almeno parzialmente) il mistero. 
GUARDA IL NUOVO SERVIZIO DELLE IENE

Ricapitoliamo come andarono i fatti la volta scorsa:
Quando i commessi, scoperti dalle Iene, hanno fatto "dietro front", gli inviati del programma di Italia1 provarono a recarsi a Montecitorio per chiedere spiegazioni. Hanno provato a chiedere lumi al personale della Camera dei deputati, senza riuscire ad ottenere informazioni utili:

Ecco come ha risposto una dipendente dell'Ufficio legislativo:  (Iena:) "abbiamo visto uscire alcuni dipendenti che trasportavono buste con latte, prosciutto... la classica busta della spesa" - (dipendente:) "mi sembra strano" - (Iena:) "le sembra strano a lei?" - (dipendente:)"non capita, perché c'è il divieto di fare uscire gli alimenti, dal parlamento, comunque c'è un servizio di sicurezza che controlla, quindi..." - "lo vada a chiedere ai commessi". 
E qui abbiamo la conferma - se ci fosse stato qualche dubbio in merito - che fare uscire generi alimentari dal parlamento è proibito. (Visto tutti i privilegi di cui godono i parlamentari - che hanno diritto all'assistenza sanitaria e al dentista anche per i propri parenti - non ci saremmo sorpresi più di tanto se fosse risultato perfettamente legale...)
"fuori, andate fuori, e spenga questa telecamera che qui non si possono
fare le riprese"
Seguendo il consiglio della signora dell'ufficio legislativo - "lo vada a chiedere ai commessi" - gli inviati delle Iene varcarono la soglia di Palazzo Montecitorio,  ma appena entrarono nell'atrio e formularono la "fatidica" domanda ai commessi, furono tempestivamente invitati ad uscire. 
Alle prime insistenze della Iena, che chiedeva "come mai dimostrassero tutta questa agitazione per una semplice domanda" è stata messa la mano davanti alla telecamera, e l'audio consente di sentire che l'inviato delle Iene invita l'addetto a "non mettergli le mani addosso", il quale risponde che gli avrebbero spaccato la telecamera. 

SCENE DEGNE DI UN REGIME SUDAMERICANO...  l'operatore di un programma televisivo chiede spiegazioni circa un fatto GRAVE, poiché PORTARE VIVERI FUORI DAL PARLAMENTO - CHE COME HA SPECIFICATO IL PERSONALE è PROIBITO - CORRISPONDE A UN FURTO, e queste sono le "risposte" che gli vengono fornite.

Quando sono tornate a chiedere spiegazioni, hanno trovato fuori dall'ingresso di Montecitorio ben 6 agenti in borghese: (ad attendere loro?) Non hanno - ovviamente - nemmeno provato ad entrare, ma non hanno desistito dal loro intento, chiedendo spiegazioni ad alcuni deputati che transitavano in zona:

  • Livia Turco (PD) che risponde in modo nervoso, evitando di rispondere ne merito;arrogante, a nostro giudizio quella che ha risposto peggio di tutti.
  • Fabrizio Cicchitto (PDL) che risponde, continuando a camminare, di "non volergli dare una mano a chiarire i fatti" e definisce "antipatico" la Iena
  • Pierluigi Castagnetti (PD) Che cerca di giustificare i fatti dicendo che "ci sarà stato un buffet, un ricevimento in qualche sala della camera" 
  • Franco Frattini (PDL) che guardando il video del precedente servizio delle Iene si mostra sorpreso - "non ci posso credere" e dichiara di "non avere idea" di dove stiano andando i commessi, e prendendola a ridere, ritiene "micidiale, non immaginabile" la vicenda (Frattini è quello che ha risposto con maggiore sincerità e correttezza)
  • Giorgia Meloni (PDL) che dichiara che "può essere una cosa grave, ma anche non grave, dipende cosa ci devono fare"
  • Maurizio Lupi (PDL) che dichiara, sorridendo "ci impegneremo tutti a risolvere il mistero delle buste" 

I parlamentari non sono risultati di grande aiuto. Ma una segnalazione anonima ricevuta sul sito da "qualcuno che sembra ben informato" mette le Iene sulla strada giusta: da notare come "l'anonimo mittente", che afferma che i banconisti stiano portando i viveri presso gliappartamenti dei vicepresidenti della camera - cosa che definisce "ricorrente e risaputa" - sia a conoscenza di alcuni dettagli non alla portata di tutti, come il fatto che i due banconisti siano diretti dalla dott.ssa Perrelli... inoltre la versione dei fatti risultava corrispondente a quella fornita al bar dove si sono rifugiati i banconisti...
Inoltre con l'aiuto di un parlamentare che - a telecamera spenta - rivela alcuni dettagli, e l'aiuto dell'onorevole Concia (PD) viene chiarito che le borse della spesa fossero destinate a un questore o uno dei vice-presidenti della Camera: che oltre a tutti i privilegi di cui godono i parlamentari, hanno a disposizione anche un  appartamento nel centro di Roma,  e come se non bastasse, si fanno portare persino indebitamente la spesa (pagata dagli italiani) a casa...

ECCO CHI SONO I QUESTORI e i VICE-PRESIDENTI DELLA CAMERA DEI DEPUTATI:
I questori sono tre: Gabriele Albonetti (PD), Francesco Colucci e Antonio Mazzocchi del PDL 
I vicepresidenti sono quattro: Antonio Leone e Maurizio Lupi del PDL, Rosy Bindi del PD e Rocco Buttiglione dell'UDC 


Staff nocensura.com