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mercoledì 26 giugno 2013

APPUNTO Facci: se i soldi pubblici vanno a puttane (ma davvero) In Sicilia i fondi per i disoccupati finivano alle escort. Un bello schifo...

Se i soldi pubblici vanno a putt... 
(e non è una battuta)

In Sicilia i fondi per i disoccupati finivano in puttane: detta così è un po’ cruda, ma è come la racconteremmo tra di noi. I dettagli li trovate all’interno: in pratica c’era un comitato di politici e funzionari che intascava i fondi comunitari per i disoccupati e in parte li utilizzava per regalare cene ed escort. Un bello schifo: ma oltre a questo, che dire? Che commento fare? Ce ne starebbe uno etno-qualunquista, genere «certe cose succedono solo in Sicilia» e via così. Oppure un commento antipolitico, anche perché tra gli arrestati figura gente del Pdl, Pd, Udc, Mpa, Grande Sud e insomma tutti: tuttavia è coinvolta anche la mitica società civile. Dunque? Limitiamoci ad auspicare una soluzione all’inglese. Le categorie coinvolte, vediamo, sono essenzialmente tre: i politici, le escort e i disoccupati. I politici fottevano entrambi, ma pagavano solo le prime coi soldi per i secondi. Le escort non facevano che il loro lavoro, materia ambita dai disoccupati, ergo la soluzione è semplice: una volta usciti di galera, i politici seguiteranno a pagare le escort - con fondi propri - ma a consumo dei disoccupati: questo sinché quest’ultimi non avranno trovato un lavoro. Qualora il disoccupato fosse omosessuale - eventualità che nella Sicilia di Crocetta non scandalizzerebbe nessuno - il politico dovrà parimenti, diciamo così, pagare con fondo proprio. Dopodiché il disoccupato diverrà dolorosamente lui.     
di Filippo Facci
@FilippoFacci1

giovedì 30 agosto 2012

Stadio Breda, il market del sesso a un passo dalla movida


Tra le vie Milanese e Fulvio Testi si trova un vero e proprio supermercato della prostituzione, con le zone divise fra africane, russe e romene
Prostituzione in strada
Prostituzione in strada
di Gabriele Gabbini
Sesto San Giovanni, 30 agosto 2012 - «Che volete? Andatevene via. È meglio per tutti, credi a me». Sesto, sono da poco passate le nove di sera. Il cielo promette ancora un po’ di luce ma il buio comincia già a fare a spintoni per rubargli la scena. Davanti allo stadio Breda, che ha visto i fasti (e i fiaschi) di quella Pro Sesto che un tempo fu la terza società calcistica milanese dietro a Milan e Inter, non c’è un’anima. Cantieri mal segnalati, ferite aperte e rattoppate alla meglio sul cemento di via Clerici, intrappolano continuamente le tante auto di passaggio all’angolo con viale Fulvio Testi. Fin qui niente di nuovo.
Nell'ombra, costeggiando lo stadio, si apre via Milanese. Cento metri al buio con le transenne dei lavori stradali che bloccano ogni via d’uscita. Si può solo andare avanti, o tornare indietro. In fondo si intravede una luce, uno spiazzo. Alcune auto si muovono, qualcuna è a fari spentiGli stop illuminano di rosso uno scambio di opinioni tra cliente e venditore. Una sgasata, poi via. L’affare non si è chiuso.
È il supermarket del sesso, un angolo peccaminoso nascosto nel buio, a un passo dal Carroponte e pure allo stesso tempo così distante dall’ex deposito Bredaepicentro della Sesto che si diverte tra musica e birra. Divise per settori, nel lato cieco del distributore che si affaccia su viale Fulvio Testi, ci sono prostitute per tutti i gusti. Si parte dalle africane, le prime ad accogliere i passanti nel girone dei lussuriosi. «Loro sono le più aggressive - ci viene spiegato, dopo, al baracchino di bibite all’angolo -. Ti trattano come un re se le fai lavorare, ma sanno come liberarsi di qualcuno che le disturba... Non ve le consiglio». Non lo sapevamo.
Appena vedono i fari di un’auto scendono in strada e si fermano davanti al cofano. Un’inchiodata, ma loro non ci fanno caso. Sono già all’opera. «Qui siamo tutte ghanesi, ti facciamo felice». Poi l’occhio cade sulla fotocamera, una borbotta qualcosa e va via. Al secondo passaggio fermiamo la macchina e una ragazza ci viene incontro, il vestitino è rosa fosforescente. Ha il sorriso ma quando siamo vicini ringhia: «Andatevene via. Qui stiamo lavorando, state fuori dai... o peggio per voi».
Torniamo al benzinaio, che non è solo un accessorio inutilizzato. Una macchina scura si muove a passo d’uomo, i suoi fari illuminano il movimento sinuoso delle anche che la precedono. Una giovane ghanese la accompagna, a piedi, fin dietro il gabbiotto chiuso, vicino all’autolavaggio. Uno scambio di sguardi, lei sorride. É fatta. L’uomo in macchina fa manovra e si ripara in retro dietro il gabbiotto del benzinaio. Le serrande sono abbassate, non c’è nessuno da disturbare. O che disturbi. «Quando non è occupato andiamo lì - spiega un’altra africana -. Non fate foto, è una zona tranquilla questa, lasciateci lavorare in pace. Fate troppe domande, siete della tv?». Continuiamo a girare e poco più avanti, tra via Clerici e via Carducci, entriamo nel regno delle russe. Una mora e una bionda. A ognuno la sua fetta di mercato.
L’altra zona critica a Sesto è in via Marconi, dentro il cuore del quartiere Rondò. «C’è un ristorante che ci dà spesso problemi», confessano alcuni agenti. È un feudo egizio: «Spesso alzano troppo il gomito e bisogna andare a sedare qualche rissa. Ormai sta diventando quasi un appuntamento quotidiano». Ma la scorsa sera, alle 11 circa, la zona era deserta.

Sulla strada di casa, spunta un nuovo angolo del regno a luci rosse. Quello delle romene. Sono sempre a un passo dalle pompe di benzina di Fulvio Testi, tra il parcheggio e i campi aperti. Una giovane donna è seduta proprio sul distributore della verde, le gambe accavallate. Arrivano i ghisa e lei scatta verso di noi: «Vi prego niente foto, non posso». A casa c’è chi la aspetta, ignaro del suo lavoro. «Mio marito non sa nulla, vi pregoLui abita in Sicilia - ci spiega -, se lo sa mi ammazza. Abbiamo una bimba piccola, i soldi mi servono per darle da mangiare. Vi prego, non rovinatemi». Storie e volti diversi, uno stesso mondo.