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sabato 31 gennaio 2015

E SE LA VOTAZIONE DI SERGIO MATTARELLA POTREBBE NON ESSERE VALIDA?

E SE LA VOTAZIONE DI SERGIO MATTARELLA POTREBBE NON ESSERE VALIDA?


VOTO NON VALIDO. Il voto NON è ritenuto valido e dunque nullo, in generale, quando ci sono elementi che rendono riconoscibile l'identità dell'elettore. Il voto può essere dichiarato nullo solo quando la scheda reca segni, scritte od espressioni che inoppugnabilmente ed inequivocabilmente palesano la volontà dell'elettore di far riconoscere la propria identità.
Ecco come ha funzionato il controllo del voto per Sergio Mattarella messo in atto dal premier  Renzi per “costringere” i suoi a votare come voleva lui. Ben otto le opzioni identificative. Nuovi presidente, vecchi mezzucci di Palazzo. A rivelare le “strategia” è la senatrice cinquestelle Paola Taverna sul suo profilo Fb. Ecco cosa dovevano scrivere sulla scheda i grandi elettori Pd:
1) – Sergio Mattarella
2) – Mattarella
3) – Mattarella Sergio
    4) -  Mattarella S.
    5) – S. Mattarella
    6) – On. Sergio Mattarella
    7)  – Mattarella On. Sergio
    8) -Prof Mattarella
    «Questi i codici identificativi per sapere chi e quanti votavano come voleva Renzie. Piccole strategie da Palazzo. Signori e signori, il nuovo Presidente della Repubblica», commenta ironica sul suo profilo la senatrice.

martedì 6 maggio 2014

PENSIONI D’ORO/ Il taglio non passa: 94 senatori votano contro. Quasi tutti del Pd (Partito della Casta)

anna finocchiaro senato
Il 2 maggio il Governo è stato battuto in Senato. La posta in gioco era decisamente alta: taglio alle pensioni d’oro dei burocrati di Stato che oggi godono di stipendi milionari e che avrebbero goduto, nel caso in cui l’emendamento promosso da quattro senatori dell’Italia dei Valori non fosse passato, anche di pensioni altrettanto stellari. Ma la notizia è un’altra: ben 94 senatori hanno votato contro. E la maggior parte sono targati Pd. - Qualche tempo fa Gianni Vattimo disse: “non è un caso che il Pd non è più Pds. Non c’è più la ‘s’. In effetti lì c’è sempre meno sinistra”. Come dargli torto. Quanto accaduto il 2 maggio ne è la riprova. In Senato, infatti, si è votato un emendamento - presentato dai senatori Idv Belisario, Lannutti, Pardi e Bugnano – con il quale si chiedeva di sopprimere il comma 2 dell’articolo 1 del decreto-legge del 24 marzo 2012, n. 29. Nel decreto in questione si stabilisce che le pensioni di tutti i dipendenti pubblici avranno, d’ora in poi, un termine di paragone, un parametro di riferimento: quello del primo Presidente della Corte di Cassazione. “In nessun caso - infatti - l’ammontare complessivo delle somme loro erogate da pubbliche amministrazioni potrà superare questo limite”. Un parametro questo però che, così come concepito dal Governo, non era valido per tutti. Si leggeva, infatti, nel dl (proprio al co

Qualche tempo fa Gianni Vattimo disse: “non è un caso che il Pd non è più Pds. Non c’è più la ‘s’. In effetti lì c’è sempre meno sinistra”. Come dargli torto. Quanto accaduto il 2 maggio ne è la riprova.

In Senato, infatti, si è votato un emendamento - presentato dai senatori Idv Belisario, Lannutti, Pardi e Bugnano – con il quale si chiedeva di sopprimere il comma 2 dell’articolo 1 del decreto-legge del 24 marzo 2012, n. 29. Nel decreto in questione si stabilisce che le pensioni di tutti i dipendenti pubblici avranno, d’ora in poi, un termine di paragone, un parametro di riferimento: quello del primo Presidente della Corte di Cassazione. “In nessun caso - infatti - l’ammontare complessivo delle somme loro erogate da pubbliche amministrazioni potrà superare questo limite”.

Un parametro questo però che, così come concepito dal Governo, non era valido per tutti. Si leggeva, infatti, nel dl (proprio al comma 2 dell’articolo 1) che “i soggetti che alla data del 22 dicembre 2011 abbiano maturato i requisiti per l’accesso al pensionamento, non siano titolari di altri trattamenti pensionistici e risultino essere percettori di un trattamento economico imponibile ai predetti fini, superiore al limite stabilito dal presente comma”.

In pratica per gli alti funzionari nessun taglio. Ma di chi stiamo parlando? Tra gli altri, di Antonio Mastropasqua, presidente dell’Inps, che porta a casa oltre un milione di euro all’anno (benefit e privilegi vari esclusi); Attilio Befera, presidente di Equitalia (oltre 450 mila euro di compenso all’anno); il presidente dell’Agcom Corrado Calabrò (circa 475 mila euro). Il Governo Monti dunque – quello stesso Governo che a dicembre scorso parlava di “equità” - voleva preservare i loro stipendi.

Ora questo comma è stato soppresso in Senato grazie ad un emendamento presentato dall’Italia dei Valori. E votato – strano ma vero – anche dalla Lega Nord e dalla stragrande maggioranza dei senatori Pdl. A votare contro una norma che in periodo di crisi e di forte pressione fiscale sui cittadini sarebbe quanto mai ovvia, è stato invece il Pd insieme agli ormai sempre più “alleati” del Terzo Polo. Novantaquattro senatori in tutto. Ben 69 del Partito Democratico (solo sette hanno votato a favore).

E i nomi sono quelli che contano. Anna Finocchiaro (capogruppo Pd al Senato). Mauro Agostini (tesoriere del partito). E poi gran parte del gotha del Pd: Teresa Armato, Antonello Cabras, Vincenzo De Luca, Enzo Bianco, Vittoria Franco, Marco Follini, Pietro Ichino, Ignazio Marino, Franco Marini, Mauro Maria Marino, Franco Monaco, Achille Passoni, Carlo Pegorer, Roberta Pinotti, Giorgio Tonini, Luigi Zanda. Tutti membri del direttivo nazionale del partito.

L’alibi dei democratici? “Ce l’aveva chiesto il Governo”, ha detto sommessa la Finocchiaro. Verrebbe da chiedersi cosa farebbe il Pd se l’equo Monti gli chiedesse di gettarsi da un ponte …

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mma 2 dell’articolo 1) che “i soggetti che alla data del 22 dicembre 2011 abbiano maturato i requisiti per l’accesso al pensionamento, non siano titolari di altri trattamenti pensionistici e risultino essere percettori di un trattamento economico imponibile ai predetti fini, superiore al limite stabilito dal presente comma”. In pratica per gli alti funzionari nessun taglio. Ma di chi stiamo parlando? Tra gli altri, di Antonio Mastropasqua, presidente dell’Inps, che porta a casa oltre un milione di euro all’anno (benefit e privilegi vari esclusi); Attilio Befera, presidente di Equitalia (oltre 450 mila euro di compenso all’anno); il presidente dell’Agcom Corrado Calabrò (circa 475 mila euro). Il Governo Monti dunque – quello stesso Governo che a dicembre scorso parlava di “equità” - voleva preservare i loro stipendi. Ora questo comma è stato soppresso in Senato grazie ad un emendamento presentato dall’Italia dei Valori. E votato – strano ma vero – anche dalla Lega Nord e dalla stragrande maggioranza dei senatori Pdl. A votare contro una norma che in periodo di crisi e di forte pressione fiscale sui cittadini sarebbe quanto mai ovvia, è stato invece il Pd insieme agli ormai sempre più “alleati” del Terzo Polo. Novantaquattro senatori in tutto. Ben 69 del Partito Democratico (solo sette hanno votato a favore). E i nomi sono quelli che contano. Anna Finocchiaro (capogruppo Pd al Senato). Mauro Agostini (tesoriere del partito). E poi gran parte del gotha del Pd: Teresa Armato, Antonello Cabras, Vincenzo De Luca, Enzo Bianco, Vittoria Franco, Marco Follini, Pietro Ichino, Ignazio Marino, Franco Marini, Mauro Maria Marino, Franco Monaco, Achille Passoni, Carlo Pegorer, Roberta Pinotti, Giorgio Tonini, Luigi Zanda. Tutti membri del direttivo nazionale del partito. L’alibi dei democratici? “Ce l’aveva chiesto il Governo”, ha detto sommessa la Finocchiaro. Verrebbe da chiedersi cosa farebbe il Pd se l’equo Monti gli chiedesse di gettarsi da un ponte …

lunedì 9 aprile 2012

Le casse dei partiti (tutti) sono piene di milioni di euro (nostri)


I recenti casi della Margherita e della Lega, con i due tesorieri Lusi e Belsito, hanno riacceso il dibattito sui rimborsi elettorali ai partiti. Sul Corriere di oggi (tabella sotto e sopra) due grafiche che aiutano a capire la situazione. Si tratta di un fiume di denaro davvero impressionante, milioni di euro distribuiti a tutti i partiti a seconda dei risultati elettorali (i dati sono riferiti alle elezioni del 2008).
Tolte le spese, e c’è chi spende tanto e chi quasi nulla, ai partiti rimangono molti “utili”. Il Partito Democratico è quello che ha registrato più utili: nelle sue casse ci sono ben 161.000.000 di euro. Il PdL ha ottenuto più imborsi ma ha speso di più: l’utile è di 138 milioni. Ma tutti i partiti ottengono rimborsi stratosferici. Anche Di Pietro, che tanto strilla contro il finanziamento pubblico, ha incassato più di 21 milioni di euro. Ma c’è spazio per tutti: dall’Udc alla Sinistra Arcobaleno, da La Destra ai Socialisti.
Ma quanto ricevono i partiti in Europa? L’Italia è un caso isolato? Ecco il confronto:

Il paragone è impietoso. La normativa italiana è una folle anomalia. Si parla di riforme, ma i partiti al di là delle parole non hanno alcun interesse a tagliarsi i rimborsi.


venerdì 06 aprile 2012 ore 16:03
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