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sabato 2 febbraio 2013

L'Islanda risorge dalla crisi punendo banchieri e politici


Il piccolo Paese ridotto al fallimento nel 2008 dai mutui subprime evita così di massacrare i cittadini di tasse. E non paga i debiti fatti dalle banche


Da tre anni, c'è un nuovo sceriffo in città. Non ha lo Stetson in testa, nè stivali con speroni. E nemmeno il cinturone con la Colt regolamentare. Olafur Hauksson dà la caccia a una tipologia peculiare di banditi: i banchieri. Lo fa in quel di Reykjavik, capitale di quell'Islanda fino al 2008 nota soltanto per i geyser e per l'estate più breve di uno starnuto. Poi, d'improvviso, il virus dei mutui subprime e il crollo di Lehman Brothers arrivarono anche tra i ghiacci. E un Paese con 325mila abitanti, poco più del quartiere milanese di Quarto Oggiaro, scoprì di dover fare i conti col fallimento di tre banche il cui valore equivaleva - fino al crac - a quasi il 1.000% del Pil. Un disastro nazionale, servito in diretta tv dal primo ministro dell'epoca, Geir Haarde, con un «Dio salvi l'Islanda».
In effetti, a oltre quattro anni da quello che sembrava un crac ineluttabile, l'isola a metà strada tra Groenlandia e Gran Bretagna è quasi salva. Quasi, perchè la crisi non è ancora al capolinea. Se i due miliardi di dollari messi a disposizione nel novembre del 2008 dal Fmi avevano garantito l'immediata sopravvivenza, per risalire la china gli islandesi hanno adottato una ricetta autoctona priva di quegli ingredienti tossici somministrati a più riprese alla Grecia, ma anche a Italia, Spagna e Portogallo, dai cuochi dell'austerity. Loro, invece, hanno subito nazionalizzato i tre maggiori istituti di credito, Kaupthing, Glitnir e Landsbanki, mettendo alla porta i top manager con bonus incorporato; poi, la cosiddetta «rivoluzione delle pentole» ha mandato a casa il governo e l'intero Parlamento. Ottenendo un altro, invidiabile, risultato: oggi l'Islanda è guidata da sole donne. Quote rosa al cubo.
Sul Paese, tuttavia, pesa da qualche anno la peggiore delle accuse: quella di «non aver onorato i debiti». Di aver cioè fatto default senza pagarne dazio. In effetti, i creditori esteri delle banche finite sotto l'ala statale non hanno ancora rivisto un centesimo. «In futuro risarciremo tutto», ha garantito il ministro Steingrímur Sigfússon. Che, qualche giorno fa, ha però incassato dalla corte dell'Efta (European free trade agreement) la decisione benevola secondo cui l'isola non deve risarcire i risparmiatori britannici e olandesi che avevano investito nei conti Icesave, una controllata di Landsbanki. È una sentenza che vale, per le casse islandesi, 2,6 miliardi. Ossigeno puro.
Non tutto è però stato risolto. Al Paese servono ancora misure di stimolo economico. E poi c'è una popolazione irritata per gli scarsi successi ottenuti nella caccia ai colpevoli del disastro finanziario. Per ora, poche le condanne inflitte: quattro anni e mezzo a due ex dirigenti della banca Byr; due anni all'allora direttore del ministero delle Finanze; un risarcimento di 3,2 milioni di euro pagato dall'ex presidente di Kaupthing. L'ex premier Geir Haarde se l'è cavata: niente carcere nè sanzioni pecuniarie pur essendo stato ritenuto colpevole di non aver informato i ministri sulle difficoltà finanziarie. 
Catapultato da un paesino di pescatori alla capitale, dove guida un team con più di 100 collaboratori, il Marshall in salsa islandese Olafur Hauksson ammette di essere frustrato per i risultati raggiunti. Ma il problema, aggiunge, è che «perseguire i banchieri non è facile perchè spesso la legge non è chiara su ciò che è reato nell'alta finanza. E trovare le prove di una frode non è facile». Ma Olafur deve guardarsi anche le spalle: due suoi ex collaboratori sono indagati per aver intascato circa 200mila euro in cambio di informazioni riservate offerte all'amministratore di una società in bancarotta. È proprio vero: il denaro non dorme mai.
Manifestazione per la crisi finanziaria a Reykjavik

mercoledì 18 luglio 2012

L’Islanda dà la caccia ai banchieri, l’Italia li mette al Governo


A Londra Barclays ha falsificato i tassi di interesse dei prestiti interbancari. A Madrid Bankia avrebbe manipolato i suoi conti per entrare in borsa. Come obbligare le banche a fare chiarezza? In Islanda un’équipe di investigatori cerca i colpevoli per portarli davanti alla giustizia. Estratti.
Prima della crisi economica Olafur Hauksson era commissario di polizia ad Akanes, piccolo porto di 6.500 abitanti all’estremità di una penisola ghiacciata a una cinquantina di chilometri da Reykjavik. Dal gennaio 2009 cerca di portare davanti alla giustizia chi ha contribuito al crollo economico del paese nel 2008.
Alla fine dell’estate del 2008 la bolla islandese è esplosa in seguito alla crisi americana dei subprimes. Due settimane dopo la caduta vertiginosa di Lehman Brothers, le tre principali banche del paese, il cui valore rappresentava il 923 per cento del pil, è crollato. La piccola isola è stata spazzata via dalla crisi, la corona islandese è colata a picco senza che nessun intervento potesse cambiare la situazione. Il 6 ottobre 2008, in diretta televisiva nazionale, il primo ministro dell’epoca ha pronunciato un discorso in cui chiedeva a dio di “salvare l’Islanda”.
Dopo quella data fatidica, l’Islanda ha conosciuto giorni difficili: nel 2009 gli islandesi, peraltro poco abituati alle dimostrazioni sociali, hanno gridato la loro rabbia contro i politici e i “neovichinghi” della finanza che li avevano ingannati. La “rivoluzione delle pentole” ha portato alle dimissioni del parlamento e del governo conservatore. Fra le rivendicazioni di allora vi era anche il processo di chi aveva approfittato della situazione economica e di chi aveva spinto l’Islanda nel baratro economico. Le elezioni politiche anticipate hanno portato la sinistra al potere. Il nuovo primo ministro, Johanna Sigurdardottir, ha voluto nominare rapidamente un procuratore speciale per indagare sulle cause della crisi. Ma pochi si sono fatti avanti per questo posto.
[…] Hauksson, isolato nel suo piccolo commissariato di provincia, ha il merito di non avere alcun rapporto con l’élite accusata di aver portato l’isola al fallimento. Nonostante la sua completa inesperienza in materia di giustizia economica, è stato l’unico a proporsi per l’incarico. […] Più di tre anni dopo la sua nomina, lo stesso Hauksson riconosce di “aver cominciato solo da poco a sentirsi bene nella sua nuova funzione”. Inizialmente a capo di una squadra di cinque persone, adesso dirige più di cento collaboratori.
Il loro compito è duplice: “Da un lato si tratta di indagare su tutti i sospetti di frode e di reati compiuti prima del 2009; dall’altro siamo noi stessi a istruire il processo contro i presunti colpevoli”. Un metodo “del tutto nuovo”, che permette agli inquirenti di “seguire i casi” e alla giustizia di “conoscere a menadito le varie procedure”. Una condizione indispensabile “per poter competere con avvocati della difesa molto preparati”.
Per facilitare la missione del procuratore, il governo ha proceduto a delle modifiche legislative sul segreto bancario. “Oggi abbiamo accesso a tutte le informazioni, senza alcuna possibile obiezione”, afferma Hauksson. Sospetti di frodi bancarie, reati di insider trading, truffe, furto d’identità professionale, distrazione di fondi, le inchieste condotte sono diverse e i tre – ben presto quattro – uffici dove si svolgono gli interrogatori sono sempre pieni. Oggi il procuratore afferma di lavorare su “un centinaio di casi”.
La maggior parte delle persone prese di mira sono ex responsabili del settore finanziario, membri dei consigli di amministrazione delle banche prima della crisi. Si tratta di islandesi che hanno spesso scelto di esiliarsi in paesi stranieri – in particolare in Lussemburgo – per continuare la loro carriera. Una dispersione che complica il compito della squadra del procuratore Hauksson. Ma l’équipe moltiplica le perquisizioni e continua le inchieste nelle filiali straniere delle banche islandesi, coinvolgendo anche dei cittadini stranieri. “A livello internazionale abbiamo piena cooperazione”, assicura Hauksson.
Attualmente alcune condanne sono state già pronunciate. Due ex dirigenti della banca Byr, i primi a essere giudicati, scontano una pena di quattro anni e mezzo di carcere. L’ex direttore del gabinetto del ministro delle finanze nel momento della crisi, Baldur Gudlaugsson, è stato condannato per insider trading a due anni. Più di recente è stata la volta di Sigurdur Einarsson, ex presidente della banca Kaupthing, condannato a rimborsare alla banca 500 milioni di corone islandesi – 3,2 milioni di euro – e al blocco di tutti i suoi beni.
Altri casi attendono di essere giudicati. Jon Thorsteinn Oddleifsson, l’ex tesoriere della banca Landsbanki, dovrebbe ben presto conoscere la sua sorte, così come Làrus Welding, l’ex direttore generale della banca Glitnir.
Imparare dal passato
Il lavoro di Hauksson suscita aspre critiche nella popolazione. “Sappiamo che tutti gli occhi sono puntati su di noi e che non possiamo fallire”, sottolinea il procuratore, ma “accelerare le cose significherebbe compiere degli errori e nel contesto attuale, con una tale sfiducia da parte degli islandesi nei confronti delle istituzioni, dobbiamo essere irreprensibili”.
Ma è difficile essere “irreprensibili” in una società in cui le procedure ai limiti della legalità sono state per molto tempo la prassi. A maggio due membri dell’équipe del procuratore hanno venduto delle informazioni riservate per 30 milioni di corone (191mila euro) a un misterioso destinatario. Questi due ex poliziotti indagavano sul caso Sjovar/Milestone, una compagnia di assicurazione nella quale la Banca centrale islandese aveva investito prima di cedere di nuovo le sue quote per una somma minore. Accusati di aver violato la confidenzialità della loro funzione, i due uomini sono stati sospesi e costretti a mettersi in pensione.
La “purga” del sistema finanziario islandese, come piace dire a Hauksson, non sarà immediata. Anche se conta di finire la sua missione entro il 2015, il procuratore spera soprattutto che l’Islanda, la cui economia si è progressivamente ripresa, potrà un giorno “guardare dietro di sé ed essere orgogliosa di aver saputo far tesoro dell’esperienza del passato”.

giovedì 7 giugno 2012

LONTANO DAI RIFLETTORI Islanda, quando il popolo sconfigge l'economia globale


L'hanno definita una 'rivoluzione silenziosa' quella che ha portato l'Islanda alla riappropriazione dei propri diritti. Sconfitti gli interessi economici di Inghilterra ed Olanda e le pressioni dell'intero sistema finanziario internazionale, gli islandesi hanno nazionalizzato le banche e avviato un processo di democrazia diretta e partecipata che ha portato a stilare una nuova Costituzione.

Cascata Islanda

di AndreaDegl'Innocenti 

Una rivoluzione silenziosa è quella che ha portato gli islandesi a ribellarsi ai meccanismi della finanza globale e a redigere un'altra costituzione

Oggi vogliamo raccontarvi una storia, il perché lo si capirà dopo. Di quelle storie che nessuno racconta a gran voce, che vengono piuttosto sussurrate di bocca in orecchio, al massimo narrate davanti ad una tavola imbandita o inviate per e-mail ai propri amici. È la storia diuna delle nazioni più ricche al mondo, che ha affrontato la crisi peggiore mai piombata addosso ad un paese industrializzato e ne è uscita nel migliore dei modi.
L'Islanda. Già, proprio quel paese che in pochi sanno dove stia esattamente, noto alla cronaca per vulcani dai nomi impronunciabili che con i loro sbuffi bianchi sono in grado di congelare il traffico aereo di un intero emisfero, ha dato il via ad un'eruzione ben più significativa, seppur molto meno conosciuta. Un'esplosione democratica che terrorizza i poteri economici e le banche di tutto il mondo, che porta con se messaggi rivoluzionari: di democrazia diretta, autodeterminazione finanziaria, annullamento del sistema del debito.
Ma procediamo con ordine. L'Islanda è un'isola di sole di 320mila anime – il paese europeo meno popolato se si escludono i micro-stati – privo di esercito. Una città come Bari spalmata su un territorio vasto 100mila chilometri quadrati, un terzo dell'intera Italia, situato un poco a sud dell'immensa Groenlandia.
15 anni di crescita economica avevano fatto dell'Islanda uno dei paesi più ricchi del mondo. Ma su quali basi poggiava questa ricchezza? Il modello di 'neoliberismo puro' applicato nel paese che ne aveva consentito il rapido sviluppo avrebbe ben presto presentato il conto. Nel 2003 tutte le banche del paese erano state privatizzate completamente. Da allora esse avevano fatto di tutto per attirare gli investimenti stranieri, adottando la tecnica dei conti online, che riducevano al minimo i costi di gestione e permettevano di applicare tassi di interesse piuttosto alti. IceSave, si chiamava il conto, una sorta del nostrano Conto Arancio. Moltissimi stranieri, soprattutto inglesi e olandesi vi avevano depositato i propri risparmi.
Landsbanki
La Landsbanki fu la prima banca a crollare e ad essere nazionalizzata in seguito al tracollo del conto IceSave
Così, se da un lato crescevano gli investimenti, dall'altro aumentava il debito estero delle stesse banche. Nel 2003 era pari al 200 per cento del prodotto interno lordo islandese, quattro anni dopo, nel 2007, era arrivato al 900 per cento. A dare il colpo definitivo ci pensò la crisi dei mercati finanziari del 2008. Le tre principali banche del paese, la Landsbanki, la Kaupthing e la Glitnir, caddero in fallimento e vennero nazionalizzate; il crollo della corona sull'euro – che perse in breve l'85 per cento – non fece altro che decuplicare l'entità del loro debito insoluto. Alla fine dell'anno il paese venne dichiarato in bancarotta.
Il Primo Ministro conservatore Geir Haarde, alla guida della coalizione Social-Democratica che governava il paese, chiese l’aiuto del Fondo Monetario Internazionale, che accordò all'Islanda un prestito di 2 miliardi e 100 milioni di dollari, cui si aggiunsero altri 2 miliardi e mezzo da parte di alcuni Paesi nordici. Intanto, le proteste ed il malcontento della popolazione aumentavano.
A gennaio, un presidio prolungato davanti al parlamento portò alle dimissioni del governo. Nel frattempo i potentati finanziari internazionali spingevano perché fossero adottate misure drastiche. Il Fondo Monetario Internazionale e l'Unione Europea proponevano allo stato islandese di di farsi carico del debito insoluto delle banche, socializzandolo. Vale a dire spalmandolo sulla popolazione. Era l'unico modo, a detta loro, per riuscire a rimborsare il debito ai creditori, in particolar modo a Olanda ed Inghilterra, che già si erano fatti carico di rimborsare i propri cittadini.
Il nuovo governo, eletto con elezioni anticipate ad aprile 2009, era una coalizione di sinistra che, pur condannando il modello neoliberista fin lì prevalente, cedette da subito alle richieste della comunità economica internazionale: con una apposita manovra di salvataggio venne proposta la restituzione dei debiti attraverso il pagamento di 3 miliardi e mezzo di euro complessivi, suddivisi fra tutte le famiglie islandesi lungo un periodo di 15 anni e con un interesse del 5,5 per cento.
Proteste
I cittadini islandesi non erano disposti ad accettare le misure imposte per il pagamento del debito.
Si trattava di circa 100 euro al mese a persona, che ogni cittadino della nazione avrebbe dovuto pagare per 15 anni; un totale di 18mila euro a testa per risarcire un debito contratto da un privato nei confronti di altri privati. Einars Már Gudmundsson, un romanziere islandese, ha recentemente affermato che quando avvenne il crack, “gli utili [delle banche, ndr] sono stati privatizzati ma le perdite sono state nazionalizzate”. Per i cittadini d'Islanda era decisamente troppo.
Fu qui che qualcosa si ruppe. E qualcos'altro invece si riaggiustò. Si ruppe l'idea che il debito fosse un'entità sovrana, in nome della quale era sacrificabile un'intera nazione. Che i cittadini dovessero pagare per gli errori commessi da un manipoli di banchieri e finanzieri. Si riaggiustò d'un tratto il rapporto con le istituzioni, che di fronte alla protesta generalizzata decisero finalmente di stare dalla parte di coloro che erano tenuti a rappresentare.
Accadde che il capo dello Stato, Ólafur Ragnar Grímsson, si rifiutò di ratificare la legge che faceva ricadere tutto il peso della crisi sulle spalle dei cittadini e indisse, su richiesta di questi ultimi, un referendum, di modo che questi si potessero esprimere.
La comunità internazionale aumentò allora la propria pressione sullo stato islandese. Olanda ed Inghilterra minacciarono pesanti ritorsioni, arrivando a paventare l'isolamento dell'Islanda. I grandi banchieri di queste due nazioni usarono il loro potere ricattare il popolo che si apprestava a votare. Nel caso in cui il referendum fosse passato, si diceva, verrà impedito ogni aiuto da parte del Fmi, bloccato il prestito precedentemente concesso. Il governo inglese arrivò a dichiarare che avrebbe adottato contro l'Islanda le classiche misure antiterrorismo: il congelamento dei risparmi e dei conti in banca degli islandesi. “Ci è stato detto che se rifiutiamo le condizioni, saremo la Cuba del nord – ha continuato Grímsson nell'intervista - ma se accettiamo, saremo l’Haiti del nord”.
Costituzione Islanda
I Cittadini islandesi hanno votato per eleggere i membri del Consiglio costituente
A marzo 2010, il referendum venne stravinto, con il 93 per cento delle preferenze, da chi sosteneva che il debito non dovesse essere pagato dai cittadini. Le ritorsioni non si fecero attendere: il Fmi congelò immediatamente il prestito concesso. Ma la rivoluzione non si fermò. Nel frattempo, infatti, il governo – incalzato dalla folla inferocita – si era mosso per indagare le responsabilità civili e penali del crollo finanziario. L'Interpool emise un ordine internazionale di arresto contro l’ex-Presidente della Kaupthing,Sigurdur Einarsson. Gli altri banchieri implicati nella vicenda abbandonarono in fretta l'Islanda.
In questo clima concitato si decise di creare ex novo una costituzione islandese, che sottraesse il paese allo strapotere dei banchieri internazionali e del denaro virtuale. Quella vecchia risaliva a quando il paese aveva ottenuto l'indipendenza dalla Danimarca, ed era praticamente identica a quella danese eccezion fatta per degli aggiustamenti marginali (come inserire la parola 'presidente' al posto di 're').
Per la nuova carta si scelse un metodo innovativo. Venne eletta un'assemblea costituente composta da 25 cittadini. Questi furono scelti, tramite regolari elezioni, da una base di 522 che avevano presentato la candidatura. Per candidarsi era necessario essere maggiorenni, avere l'appoggio di almeno 30 persone ed essere liberi dalla tessera di un qualsiasi partito.
Ma la vera novità è stato il modo in cui è stata redatta la magna charta. "Io credo - ha detto Thorvaldur Gylfason, un membro del Consiglio costituente - che questa sia la prima volta in cui una costituzione viene abbozzata principalmente in Internet".
Quarto Stato
L'Islanda ha riaffermato il principio per cui la volontà del popolo sovrano deve prevalere su qualsiasi accordo o pretesa internazionale
Chiunque poteva seguire i progressi della costituzione davanti ai propri occhi. Le riunioni del Consiglio eranotrasmesse in streamingonline e chiunque poteva commentare le bozze e lanciare da casa le proprie proposte. Veniva così ribaltato il concetto per cui le basi di una nazione vanno poste in stanze buie e segrete, per mano di pochi saggi. La costituzione scaturita da questo processo partecipato di democrazia diretta verrà sottoposta al vaglio del parlamento immediatamente dopo le prossime elezioni.
Ed eccoci così arrivati ad oggi. Con l'Islanda che si sta riprendendo dalla terribile crisi economica e lo sta facendo in modo del tutto opposto a quello che viene generalmente propagandato come inevitabile. Niente salvataggi da parte di Bce o Fmi, niente cessione della propria sovranità a nazioni straniere, ma piuttosto un percorso di riappropriazione dei diritti e della partecipazione.
Lo sappiano i cittadini greci, cui è stato detto che la svendita del settore pubblico era l'unica soluzione. E lo tengano a mente anche quelli portoghesi, spagnoli ed italiani. In Islanda è stato riaffermato un principio fondamentale: è la volontà del popolo sovrano a determinare le sorti di una nazione, e questa deve prevalere su qualsiasi accordo o pretesa internazionale. Per questo nessuno racconta a gran voce la storia islandese. Cosa accadrebbe se lo scoprissero tutti?
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mercoledì 16 maggio 2012

Come l’Islanda ha battuto l’Antipolitica



Protests of Icelanders     

MAURIZIO BLONDET
I media tacciono dell’Islanda. Perchè è un esempio che non piace a banchieri, a tecnici e ai partiti. Lì, tutto ciò che da noi viene bollato come «Antipolitica», è stato attuato con la democrazia diretta, con pressioni di piazza e con il recupero della piena sovranità popolare. L’Antipolitica difatti non è fuori dal parlamento. L’Antipolitica sono loro. Prendiamo esempio da quel popolo europeo che democraticamente, con energia ma senza violenza, ha cacciato tutti i politici e ha risolto il problema del debito. Quel Paese si chiama Islanda.

mercoledì 29 febbraio 2012

La rabbia degli islandesi porta alla remissione del debito


Gli islandesi che nel 2009 tempestarono di sassate il loro parlamento chiedendo ai loro capi ed ai banchieri di render conto del crollo economico-finanziario del loro Paese stanno raccogliendo i frutti della loro rabbia.

A partire dalla fine del 2008 le banche islandesi hanno rimesso debiti per un importo pari al 13% del Prodotto Interno Lordo, liberando dal peso dei debiti più di un quarto della popolazione

Icelandic Financial Services Association.