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venerdì 15 marzo 2013

La presidente argentina esorta i leader europei a opporsi ai “predatori finanziari”



14 marzo 2013 (MoviSol) - Aprendo la nuova legislatura del Congresso Nazionale il 1 marzo, la Presidente dell’Argentina Cristina Fernandez de Kirchner ha puntato il dito contro i leader mondiali che si piegano ai fondi speculativi e che cercano di distruggere le nazioni, invece di difendere il benessere delle loro popolazioni.

Cristina Fernandez ha parlato del default argentino nel 2001-2002 e della conseguente ristrutturazione del debito sovrano, che ha costretto i detentori di titoli di stato (in larga parte stranieri) ad accettare una riduzione del valore nominale, gonfiato, di tali titoli, indicando il disastro in Europa. "E’ probabile che molti altri paesi, prima o poi, pur negando il disastro, ristrutturando e attuando salvataggi bancari, saranno costretti a ristrutturare il proprio debito riducendo i pagamenti ed i tempi di rimborso. Altrimenti come potranno pagare paesi come Grecia, Spagna e ora l’Italia, che a quanto scopriamo ha il dramma di non avere un governo?"

In questo contesto, ha aggiunto, le battaglie giudiziarie dell’Argentina contro gli speculatori e i loro fondi pirata, che continuano ad esigere il pieno pagamento, più gli interessi, sui titoli che detengono, sono emblematici, non solo in termini economici e finanziari, ma anche come un test politico. "La questione è se i principali leader mondiali, i membri del G-20, i capi degli istituti di credito ed i governi di varie nazioni del mondo lasceranno che una manciata di predatori finanziari – che si contano sulle dita di una mano – mandino in rovina il mondo intero, creino milioni di disoccupati, persone disperate che si suicidano, che hanno perso il lavoro, non possono andare a scuola, hanno perso la casa, o se daranno invece la priorità alla loro società, alla loro nazione, alla loro storia ed al loro patrimonio. Questo è in ballo oggi" ha dichiarato la Fernandez.



Riferendosi al calo della produzione industriale in Europa, e in particolare in Italia, ha considerato che "viviamo in un mondo strano, dove i leader che hanno più responsabilità, perché nei loro paesi si è generata la crisi, non hanno una percezione di ciò che sta avvenendo". E si è chiesta: "Come è possibile che si voglia sacrificare intere nazioni a dei piccoli gruppi" che esattamente come i fondi pirata che predano in Argentina "cercano di imporre le proprie condizioni al mondo intero?"

La Presidente argentina sottolinea che lo sviluppo scientifico e tecnologico è alla base del suo governo così come lo era di quello del suo scomparso marito, Nestor Kirchner, dichiarando che è sua ferma intenzione ricostruire l’infrastruttura scientifica che è stata decimata dalla giunta militare e dal regime del FMI dagli anni Settanta agli anni Novanta, costringendo decine di migliaia di scienziati e studenti universitari a lasciare il paese. Questo sarà al centro dell’attenzione anche in futuro, ha notato, giacché il paese dipende da ciò.

Quello che infuria il FMI, ha aggiunto, è che "fondamentalmente abbiamo avuto successo senza seguire la sua politica. Anzi, siamo andati contro tutte le cose che ci hanno detto di fare, e andiamo benissimo. Ecco perché vogliono punirci, non ci perdonano questo successo".



fonte: http://www.movisol.org/13news045.htm#anchor

martedì 7 agosto 2012

Argentina esulta: ripianamento debiti, l'Europa impari da noi


Il presidente Kirchner (nella foto) esulta e afferma che il suo paese ce l'ha fatta senza adottare misure di austerity. Lancia accuse contro le banche. Ma i critici non mancano.

Finalmente ce l'ha fatta. Dopo più di dieci anni, da quando fece default su debiti esteri per un valore superiore a 100 miliardi di dollari, l'Argentina ha onorato i suoi impegni. Esattamente, stando a quanto riporta AP, il paese ha rimborsato il 92,4% di quelle obbligazioni, e l'ultimo pagamento avverrà oggi, e sarà pari a 2,3 miliardi di dollari.

La bella notizia riguarda quei risparmiatori che rischiarono di più e che si trovarono a fare una difficile e terribile scelta, quando l'Argentina fu sull'orlo del collasso e, in modo particolare, quando il governo sequestrò, nel 2002, i depositi denominati in dollari, al fine di porre un freno alla corsa agli sportelli: la scelta fu decidere di convertire i loro depositi in pesos - una valuta dal valore crollato - per accedere a quanto era rimasto dei loro risparmi, oppure accettare un pezzo di carta, che conteneva la promessa che il governo avrebbe ripagato l'ammontare in dollari nel corso dei 10 anni successivi.

La bella notizia è, ovviamente, per chi optò per la seconda opzione, mettendosi in tasca un pezzo di carta che un decennio fa era a dir poco carta straccia.



Il presidente Cristina Fernandez de Kirchner non ha fatto nulla per mettere in evidenza l'obiettivo raggiunto dal governo e, nel corso di un suo discorso, ha puntato il dito contro i colossi finanziari, responsabili a suo avviso della crisi che afflisse l'Argentina allora, e che ora stanno minacciando l'Europa. E ha anche detto che l'Argentina è una lezione per l'Europa, affermando che il modello argentino ha avuto successo, e ciò è avvenuto senza l'imposizione di misure di austerity, e in un contesto di crescita economica e di rafforzamento delle reti di protezione sociale.

"Questi sono i soldi che le banche avrebbero dovuto restituire ai cittadini argentini", ha detto, parlando in un discorso alla nazione dal mercato azionario di Buenos Aires", mostrando grafici e numeri, e aggiungendo che il perdono del debito "ci ha assicurato una indipendenza immensa dall'attività dei mercati".

Ramiro Castineira, della società di consulenza Econometrica, ha fatto notare che il debito argentino in valuta estera è sceso dal 166% del Pil alla fine del 2002 a un decisamente più gestibile 42% del Pil alla fine del 2011. "Se prima era un fardello da portarsi dietro, ora ha la leggerezza di una borsa a mano. Non pesa sull'economia come faceva in passato".

Tuttavia, in termini nominali, il debito è cresciuto nello stesso arco temporale, da 137 miliardi a 179 miliardi e molti critici di Kirchner sottolineano che il governo argentino ha semplicemente trasferito il peso del debito sui cittadini, imponendo condizioni che potrebbero mettere a repentaglio il futuro del paese.



fonte: wallstreetitalia.com

sabato 4 agosto 2012

Alle banche private in Argentina viene ordinato di essere socialmente utili


…d’ora in poi sarà obbligatorio che le banche private che detengono l’1% o più dei depositi nazionali concedano crediti per gli investimenti produttivi. Bastano poche azioni per definire uno Stato che va incontro al proprio Popolo. In Italia accade esattamente l’opposto!
Alle banche private in Argentina viene ordinato di elargire crediti per investimenti produttivi

(MoviSol) – Secondo un piano nazionale annunciato dalla Presidente argentina Cristina Fernandez de Kirchner il 4 luglio, d’ora in poi sarà obbligatorio che le banche private che detengono l’1% o più dei depositi nazionali concedano crediti per gli investimenti produttivi, ad un tasso di interesse fisso non superiore al 15% (quindi ben al di sotto del 25% attuale) e con un periodo di grazia minimo di tre anni. Stando a funzionari della Banca Centrale la nuova disposizione riguarda dalle 25 alle 30 banche, e più grandi sono le banche, più alta è la percentuale dei crediti che saranno costrette a concedere, il 50% dei quali andranno a piccole e medie imprese.
Nello spiegare la decisione, la Fernandez ha dichiarato che non è più accettabile che solo il Banco de la Nacion di proprietà dello stato continui ad accollarsi la responsabilità di elargire crediti per investimenti produttivi mentre le banche private fanno i soldi e concedono solo prestiti che rendano alti profitti, al consumo o al commercio estero. L’annuncio di questa politica dirigistica è stato accolto con sconcerto a Londra e Wall Street. Il Wall Street Journal ha commentato nervosamente che le nuove disposizioni avranno un effetto negativo sulle filiali argentine di alcune grosse banche internazionali quali Banco Santander, HSBC Holdings, Citigroup, BBVA ed altre.
Consulenti privati temono che la politica del governo conduca alla nazionalizzazione delle banche che non ottempereranno a queste condizioni. Essi contrattaccano sostenendo che l’economia argentina subisce un rallentamento, non per via della crisi finanziaria globale, ma per la politica protezionistica della Fernandez. La Presidente argentina ha detto ai banchieri privati che dovrebbero riporre negli imprenditori argentini la stessa fiducia che ripone lei. Ha chiarito che se le banche proporranno condizioni e interessi ragionevoli per i loro prestiti, ne trarranno profitto, contrariamente a quanto sostengono. “La Banca Centrale vi dirà quali sono le condizioni per elargire tale credito per la produzione”. Il governo cerca inoltre di migliorare i propri rapporti con Cina e Russia. Dopo il vertice di Rio+20 alla fine di giugno, in cui l’Argentina ha respinto fermamente “l’economia verde” come una trappola progettata dagli interessi finanziari internazionali per bloccare la crescita dei paesi in via di sviluppo, il Premier cinese Wen Jiabao ha fatto una breve tappa in Uruguay e da lì si è recato in Argentina per una visita di tre giorni. Qui ha siglato alcuni importanti accordi di cooperazione commerciale ed economica nel settore ferroviario, dell’energia nucleare e dei trasporti. Altri importanti accordi riguardano piani dell’Argentina per aumentare le esportazioni agricole in Cina, incluso manzo, vino, mais e frutta.
La Cina è il principale partner commerciale di Argentina, Brasile, Cile e Perù, come sottolinea il China Daily. Nell’ultimo decennio, mentre raddoppiava il commercio tra Stati Uniti e paesi latino americani, quello tra Cina e il Sudamerica è cresciuto di 17 volte. Anche gli investimenti dalla Cina sono aumentati. Precedentemente la Fernandez aveva avuto consultazioni ad ampio raggio col Presidente russo Vladimir Putin al vertice G-20 in Messico, durante le quali ha delineato alcune aree di importanza strategiche in cui i due governi potrebbero approfondire la loro cooperazione. Putin vorrebbe che l’Argentina fornisse tecnologia e know-how per aiutare a sviluppare l’economia russa.

venerdì 20 aprile 2012

Rigore? No: SOVRANITA', così l'Argentina ha fatto il miracolo


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Circa dieci anni fa, tra il 19 e il 20 dicembre 2001, l’Argentina esplodeva. Fernando de la Rúa, ultimo presidente di una notte neoliberale durata 46 anni, appoggiato da una maggioranza nominalmente di centro-sinistra, sparava sulla folla (i morti furono una quarantina) ma era costretto a fuggire dalla mobilitazione di un paese intero. Le banche e il Fondo Monetario Internazionale gli avevano imposto di violare il patto con le classi medie sul quale si basa il sistema capitalista: i bancomat non restituivano più i risparmi e all’impiegato Juan Pérez, alla commerciante María Gómez, all’avvocato Mario Rodríguez era impedito di usare i propri risparmi per pagare la bolletta della luce, la spesa al supermercato, il pieno di benzina.
Il cosiddetto “corralito”, il blocco dei conti correnti bancari dei cittadini, era stato l’ultimo passo di una vera guerraeconomica contro l’Argentina durata quasi cinquant’anni. L’Fmi era stato il vero dominus del paese dal golpe contro Juan Domingo Perón nel 1955 fino a quel 19 dicembre 2001. Attraverso tre dittature militari, 30.000 desaparecidos e governi teoricamente democratici ma completamente sottomessi al “Washington consensus”, l’Argentina era passata dall’essere una delle prime dieci economie al mondo all’avere province con il 71% di denutrizione infantile, dalla piena occupazione al 42% di disoccupazione reale, da un’economia florida al debito pubblico pro-capite più alto al mondo.

Con la parità col dollaro, e con la popolazione addormentata dalla continua orgia di televisione spazzatura dell’era Menem (1989-1999), il paese aveva dissipato un’invidiabile base manifatturiera e tecnologica. Nulla più si produceva e si spacciava che oramai fosse conveniente importare tutto in un paese che aveva accolto, realizzato e poi infranto il sogno di generazioni di migranti e da dove figli e nipoti di questi fuggivano. In quei giorni, in quello che per decenni il Fmi aveva considerato come il proprio “allievo prediletto”, salvo misconoscerlo all’evidenza del fallimento, non fu solo il sottoproletariato del Gran Buenos Aires ridotto alla miseria più nera a esplodere, ma anche le classi medie urbane. Queste, che per decenni si erano fatte impaurire da timori rivoluzionari e d’instabilità, blandire da promesse di soldi facili e convincere che il sol dell’avvenire fosse la privatizzazione totale dello Stato e della democrazia, si univano in un solo grido contro la casta politica e finanziaria responsabile del disastro: «Que se vayan todos», che vadano via tutti.
Era un movimento forte quello argentino, antesignano di quelli attuali, e solo parzialmente rifluito perché soddisfatto in molte delle richieste più importanti. I passi successivi al disastro furono decisi e in direzione ostinata e contraria rispetto a quelli intrapresi nei 46 anni anteriori. Quegli argentini che a milioni si erano sentiti liberi di scegliere scuole e sanità private adesso erano costretti a tornare al pubblico trovandolo in macerie. Al default, che penalizzava chi speculava – anche in Italia – sulla miseria degli argentini, seguì la fine dell’irreale parità col dollaro.
Le redini del paese furono prese dai superstiti di quella gioventù peronista degli anni ‘70 che era stata sterminata dalla dittatura del 1976. Prima Néstor Kirchner e poi sua moglie Cristina Fernández, appoggiati in maniera crescente dagli imponenti movimenti sociali, con una politica economica prudente ma marcatamente redistributiva, hanno fatto scendere gli indici di povertà e indigenza a un quarto di quelli degli anni ‘90. Al dunque, l’Argentina ha dimostrato che perfino un’altra economia di mercato è possibile e dal 2003 in avanti il paese cresce con ritmi tra il 7 e il 10% l’anno.
La crescita economica è stata favorita da una serie di fattori propri del nostro tempo, dall’aumento dei prezzi dell’export agricolo all’arrivo della Cina come partner economico. Soprattutto però i governi kirchneristi sono stati, con Brasile e Venezuela, i grandi motori dell’integrazione latinoamericana, una delle principali novità geopolitiche mondiali del decennio. Le date-chiave di tale processo sono due: nel 2005 a Mar del Plata, soprattutto la sinergia Kirchner-Lula stoppò il progetto dell’Alca di George Bush, il mercato unico continentale che voleva trasformare l’intera America latina in una fabbrica a basso costo per le multinazionali statunitensi, mettendo un continente intero a disposizione degli Stati Uniti per sostenere la competizione con la Cina. E nel 2006 l’Argentina e il Brasile, con l’aiuto di Hugo Chávez, chiusero i loro conti col Fmi: «Non abbiamo più bisogno dei vostri consigli interessati», dissero, mettendo fine a mezzo secolo di sovranità limitata.
Per anni, i media mainstream mondiali hanno cercato di ridicolizzare il tentativo del popolo argentino di rialzare la testa, l’integrazione latinoamericana e la capacità del Sudamerica di affrancarsi dallo strapotere degli Stati Uniti e dell’Fmi. A dieci anni di distanza, tirando le somme, ci si può levare qualche sassolino dalla scarpa su chi disinformasse su cosa. Ancora un anno fa, nel momento della morte di Néstor Kirchner i grandi mediainternazionali – quelli autodesignati come i più autorevoli al mondo – avevano di nuovo offeso la presidente, con un maschilismo vomitevole, descrivendola come una marionetta incapace di arrivare a fine mandato. Il popolo argentino la pensa diversamente e il 23 ottobre 2011 l’ha confermata alla presidenza al primo turno con il 54% dei voti.
Cristina, e prima di lei Néstor, ad una politica economica che ha permesso all’Argentina di riprendere in mano il proprio destino, affianca una politica sociale marcatamente progressista, dai processi contro i violatori di diritti umani alle nozze omosessuali. Perfino nei media l’Argentina è oggi all’avanguardia nel mondo nella battaglia contro i monopoli dell’informazione: non più di un terzo può essere lasciato al mercato, il resto deve avere finalità sociali e culturali perché non di solo mercato è fatta la società.
A dieci anni dal crollo, l’Argentina sta vincendo la scommessa della sua rinascita. I paradigmi neoliberali sono sbaragliati e, dall’acqua alle poste alle aerolinee, molti beni sono stati rinazionalizzati per il bene comune dopo essere stati privatizzati durante la notte neoliberale a beneficio di pochi corrotti. I soldi investiti in educazione sono passati dal 2 al 6.5% del Pil e… la lista potrebbe continuare. Basta un dato per concludere: dei 200.000 argentini che nei primi mesi del 2002 sbarcarono in Italia (tutti o quasi con passaporto italiano) alla ricerca di un futuro, oltre il 90% sono tornati indietro: «Meglio, molto meglio, là».
(Gennaro Carotenuto, “L’Argentina in 10 anni dal collasso al rinascimento. Come liberarsi del Fmi” e vivere felici ).