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martedì 10 luglio 2012

IPOTESI RISTRUTTURAZIONE Come far pagare il debito italiano alle banche che ci hanno rovinato


I tagli e le tasse non bastano, serve più coraggio. Per esempio, pagare un po' meno e un po' più tardi i grandi possessori di titoli di stato, istituti e fondi, salvando i piccoli risparmiatori

Come far pagare il debito italiano alle banche che ci hanno rovinatoUn fardello da 1.900 miliardi, nel 2012 pagheremo interessi per 80 miliardi: tre manovre lacrime e sangue

Oltre alle tasse e ai tagli c'è di più. Il debito pubblico italiano da 1.900 miliardi (circa il 120% del Pil) con 70 miliardi di interessi pagati all'anno è una spada di Damocle da cui non ci può proteggere né Mario Monti con la spending review né Susanna Camusso (e il Partito Democratico) con la solita patrimoniale. La strada, forse l'unica, è quella indicata da uno studio dellaDuke University ripreso dal Financial Times: ristrutturare quel debito facendolo pagare anche a chi ha contribuito a crearlo, le banche. 
La terza via - Secondo la prestigiosa università americana, si potrebbe pagare un po' meno e un po' più in là nel tempo i possessori di titoli di Stato, che sono soprattutto grandi Istituti di credito e i Fondi internazionali, salvaguardando invece i piccoli risparmiatori. Certo, la ristrutturazione del debito pubblico in Paesi pressati da crisi e speculazione è operazione ad alto rischio, un po' come - scrive Mauro Del Corno sul Fatto Quotidiano - piazzare una bomba su un aereo in fase di decollo, ma forse la più redditizia.
Spalle coperte - La prima mossa sarebbe allungare le scadenze dei titoli di stato: quelli italiani, peraltro, hanno già una scadenza più lunga della media (7 anni, 5,7 i titoli tedeschi, 5 quelli americani). A convincere i creditori ad aderire all'offerta "dilazionata" sarebbe un particolare finanziario importante: l'Italia è uno dei pochi paesi europei ad essere in avanzo primario, con le entrate fiscali cioè che coprono tutte le spese pubbliche interessi sul debito esclusi. Questo significa, sottolinea il Fatto, che le nuove emissioni di titoli "lunghi" servirebbero per la gestione del debito e non per pagare pensioni. A blindare lo stato c'è anche la caratteristica del debito, che nel 96% dei casi vede titoli regolati da leggi italiane. 
Fardello pesante - Difficile che Monti percorra questa strada, più per timore di una fuga di investimenti internazionali sui titoli che di uno sgarbo ai (tanti) amici che il governo ha tra i big delle banche (basti pensare al ministro dello Sviluppo Corrado Passeranella foto, ex Intesa Sanpaolo). Nell'attesa, bisogna però capire quanto ancora l'Italia potrà sopportare una corsa al rialzo di spread e interessi sul debito pubblico (il differenziale è stabilmente sopra il 6% e anche dopo l'accordo sullo scudo europeo non accenna a diminuire) che nel 2012 porteranno a pagare il 5,3% del Pil: 80 miliardi. Vale a dire tre manovre lacrime e sangue. 
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venerdì 13 aprile 2012

Il WSJ si ravvede: “Su Monti c’eravamo sbagliati”. E adesso persino FT e Bocconi scaricano il prof

Quando Monti fu nominato presidente del consiglio il Wall Street Journal, il quotidiano di economia e finanza largamente ritenuto il più informato ed autorevole del mondo, si lasciò andare a sperticate lodi del prof varesino, indicato come l’uomo giusto per risollevare le sorti non solo dell’Italia, ma anche dell’Europa e della sua traballante moneta, con ciò recando sollievo anche all’economia americana e del resto del mondo. Ma già dopo il varo delle norme per la recrudescenza della stretta fiscale, non accompagnate da adeguate misure per la crescita, affiorarono le prime perplessità. Al punto che l’antagonista per antonomasia del WSJ, lo schizofrenico quotidiano londinese Financial Times, che auspicando anche lui l’avvento di Monti era arrivato a titolare a caratteri cubitali “In Nome di Dio, Berlusconi, vattene!”, già ad una decina di giorni dal suo insediamento prese le distanze dal premier italiano titolando con enfasi: “Se Monti è questo, chiediamo scusa a Berlusconi”. Ma il WSJ, nonostante tutto, continuava ad appoggiare la politica di Monti nella speranza che questo attuasse le riforme promesse. Neanche la delusione per i pacchetti di misure sulle liberalizzazioni e quelle di semplificazione, ritenute blande e contradditorie, fece cambiare idea sul prof al quotidiano di Manhattan che puntò tutto sull’epocale riforma del lavoro annunciata da Monti.
E quando il premier rivelò il contenuto di tale riforma avvertendo le parti sociali “Questa è, che vi piaccia o no, e non accetteremo cambiamenti”, ecco che il WSJ vide nell’ex rettore della Bocconi una moderna reincarnazione di Margareth Thatcher. Il paragone era suggerito dal famoso braccio di ferro che si svolse tra la cancelliere inglese e le Trade Unions, in particolare quello con i minatori, che si protrasse per un anno, al termine del quale i lavoratori dovettero capitolare e cedere alla Lady di Ferro senza condizioni. Quando Iron Lady lasciò il potere, il Sole 24Ore scrisse nel 1990 : “Nel momento in cui la signora Thatcher lascia il suo incarico, sentiamo il bisogno di esprimerle la nostra profonda riconoscenza perché ha liberato il suo Paese, parte importante della nostra grande Europa, da un sindacalismo irresponsabile, supportato da leggi che davano alla Trade Unions un potere distruttivo. Perché ha fatto le privatizzazioni sul serio e ci ha insegnato come farle, anche se, ahinoi, qui in Italia non abbiamo imparato nulla.” Però, un paio di giorni fa, dopo il cedimento di Monti e Fornero alla CGIL, il WSJ è tornato sui suoi passi ed in un editoriale dal titolo “Surrender, Italian Style”, (Resa all’italiana) s’è di fatto scusato per aver sostenuto una persona non degna di esserlo. Un j’accuse sprezzante quello del WSJ, che con quel “all’italiana” un po’ xenofobeggiante quasi sembra voler rievocare sinistre ed ignominose pagine dell’italica storia, da Caporetto all’8 Settembre, dall’abbandono dell’Istria e degli istriani al loro destino, alla codardia rosso-partigiana delle Fosse Ardeatine, fino agli Anni di Piombo e Schettino. La cosa non è andata giù al professore che, presi carta e penna, ha assunto un’iniziativa che non ha riscontro in Occidente a memoria d’uomo: per difendere la propria riformetta ha scritto una lettera al WSJ, che l’ha pubblicata esponendolo al pubblico ludibrio.
Tempo sprecato.
Chi spera di convincere il Prof, se quando parla con la CGIL ed il PD afferma che l’ex art.18, ora art. 14, prevede il reintegro dei licenziati per motivi economici non legittimi, se poi alla Confindustria ed al PdL racconta che questo, in pratica, non è vero, che è solo un trucchetto? A giudicare dai sorrisi compiaciuti di Bersani e Camusso e l’incavolatura della Marcegaglia la versione più attendibile ed aderente alla verità sembra la prima, piuttosto che la seconda. Ed è questo che ha scatenato le ire del quotidiano newyorkese che scrive testuale: “Il dietrofront del governo sul lavoro, rinunciando a eliminare tout court il reintegro nel caso di licenziamento economico illegittimo, è una resa a coloro che vorrebbero portare l’Italia vicina all’abisso della Grecia”.
Tra l’altro, il WSJ sottolinea con sarcasmo che se il dato ufficiale della disoccupazione in Italia è del 9,3 %, il tasso di impiego è solo del 57 %, contro il 73 % della Germania ed addirittura il 65 % del Portogallo, ovvero che c’è un 43 % di potenziali lavoratori permanentemente esclusi dal mercato del lavoro in Italia. Figuriamoci, quindi, se questa era una manovra da edulcorare. Ma le critiche a Monti non arrivano solo da oltre Atlantico o dal di là della Manica. Sentite che ne pensa della riformetta Monti-Fornero il prof. Maurizio Del Conte, docente di Diritto del lavoro presso l’Università Bocconi di Milano, uno al quale converrebbe osservare un religioso silenzio sul tema visto che tra qualche mese il permalosissimo e vendicativo Monti tornerà ad essere il suo capo come rettore dell’università milanese. “L’idea di fondo, afferma partendo dalle partite Iva, è quella di disincentivarle, perché si presume nascondano rapporti di lavoro subordinato. L’intento, di certo, è lodevole. Tuttavia, si potrebbe determinare un’aurea di illegittimità su tutto il lavoro autonomo (cioè fare di tutta l’erba un fascio, ndr). Abbiamo, infatti, un enorme serbatoio di lavoro autonomo, anche qualificato, che sarebbe un gravissimo errore criminalizzare. Dobbiamo prendere atto del fatto che il mondo e il modo di lavorare sono cambiati, e che ci sono molte possibilità al di là della subordinazione che non vanno guardate necessariamente con sospetto. La riforma, quindi, rischia di omologare tutto e di affossare la competitività del nostro sistema, mettendo sullo stesso piano elementi virtuosi e distorsioni abusive”. Poi l’affondo sull’art.18, ora 14, e sulla nuova disciplina dei licenziamenti: “Sfido chiunque a leggere il nuovo articolo 18, afferma, e trovarlo un norma chiara, che semplifica la precedente normativa”. Secondo Del Conte, in particolare, “il fatto che si sia reintrodotta la reintegra per il licenziamento oggettivo ci restituisce, di fatto, la situazione precedente. Il licenziamento non coperto dalla reintegrazione, con la nuova formulazione, è un’ipotesi residuale (ovvero non si verifica mai in pratica e saranno tutti reintegrati, ndr). Vorrei sapere, infatti, come sarà possibile discernere realmente, tra insussistenza, assoluta insussistenza, o inconfigurabilità del motivo oggettivo: andrà a finire che un giudice, di fronte ad ipotesi del genere, non avrà difficoltà ad affermare, semplicemente, che il motivo è insussistente ed a ordinare la reintegra”.
Ecco fatto, ipse dixit, uno studioso della parrocchia di Monti. Noi questo lo abbiamo scritto e riscritto e ci torneremo sopra quando avranno deciso come ulteriormente svilire e deformare questa bozza di riforma. Ma cresce il timore fondato che se prima il mercato del lavoro era “ingessato”, adesso sta per essere sepolto sotto una gettata di cemento a presa rapida. Nessuno snellimento della burocrazia, niente facilitazioni di credito, nessun incentivo ad investire e ad creare occupazione, tutta la gestione delle uscite in mano ai rosso-togati, costi del lavoro accresciuti.

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