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sabato 16 novembre 2013

Il male del secolo - II puntata - Il quartiere delle signore con le parrucche


Provincia di Messina,Pace del Mela .
“Il territorio di Pace del Mela si estende dal mare Tirreno fino alle propaggini collinari dei Peloritani, innalzandosi gradatamente dalla quota zero della costa fino ad un'altitudine di 288 metri sul livello del mare. Su questo suolo dolcemente acclive è distribuito l'insediamento abitativo, il cui maggiore incremento ha avuto luogo negli ultimi quarant'anni.
Prevalgono, quindi, i fabbricati di nuova costruzione, le strade ampie e comode, le strutture pubbliche d'avanguardia. La popolazione (6000 ab. Circa http://www.comune.pace-del-mela.me.it”
Un paese che dovrebbe essere famoso per il turismo,invece?
A Pace del Melo,Rione Passo Vela ci sono donne che lottano contro il tumore con la chemioterapia,che le fa perdere i capelli,impietosamente il rione viene chiamato “il quartiere delle signore con la parrucca”.
Pace del Mela è uno dei sette comuni del comprensorio peloritano classificato tra quelli ad alto rischio di incidente rilevante. 80 mila abitanti che devono fare i conti nei dintorni con una raffineria di petrolio, una centrale termoelettrica e i cavi dell’alta tensione che sfiorano i tetti delle case. Eccessi statisticamente significativi tra le donne per le diverse tipologie di tumore, è scritto nel rapporto dell’Osservatorio epidemiologico siciliano.
Nel rione di Passo Vela, nel raggio di 300 metri, insistono:
• 1 Elettrodotto da 380 KW a soli 19 metri dalle abitazioni
• 3 Elettrodotti da 150 KW
• 1 Elettrodotto da 220 KW
• 1 Antenna di telefonia mobile di più gestori di circa 65 metri di altezza a 50 metri dalle prime case”.
“A questi bisogna aggiungere l’installazione del nuovo Elettrodotto da 380 KW a doppia terna.
Nel frattempo va avanti la ricerca contro il cancro senza che si pensi a questo rione dove si muore il doppio rispetto alla media nazionale di tumore,va bene la ricerca ma deve andare almeno avanti di pari passo con la prevenzione.




giovedì 20 settembre 2012

Uranio impoverito, morto il soldato che denunciò: “Non ci pagheranno mai”


Salvo Cannizzo, 36 anni, senza speranza per un tumore al cervello al fattoquotidiano.it aveva raccontato la sua battaglia per denunciare “la condizione di duemila militari in Italia, abbandonati dallo Stato, ammalati senza che gli venga riconosciuto lo stato di servizio”. Oggi i funerali a Catania
Al fattoquotidiano.it, poco meno di due mesi fa, raccontò la sua storia e ribadì la sua certezza: che lui e i suoi compagni in divisa sarebbero morti tutti a causa dell’uranio impoverito presente nelle bombe che gli americani avevano disseminato in Kosovo. E così è stato: il militare catanese Salvo Cannizzo, 36 anni, con una lunga esperienza sul fronte, è stato ucciso da un tumore al al cervello. Il soldato, che per un periodo aveva smesso di curarsi, aveva deciso di dedicare il tempo che gli rimaneva a denunciare “la condizione di duemila militari in Italia, abbandonati dallo Stato, ammalati senza che gli venga riconosciuto lo stato di servizio”. Aveva anche avviato uno sciopero della chemio, per vedere “se il ministero della Difesa ha il coraggio di lasciar morire me e gli altri duemila soldati italiani nelle mie condizioni”. Cure riprese per amore della famiglia. Anche se la rabbia che nutriva non si affievoliva mai al pensiero che “gli americani sapevano dei rischi dell’uranio, lasciando noi italiani nelle zone ad alto rischio: ho visto a Djakovica squadre trattare del semplice munizionamento con tute da “astronauti” e autorespiratori”.

Il sergente padre di tre bimbe, si era ammalato nel 2006, come altri cinque componenti della sua squadra, uno di quali già deceduto, e da tempo era costretto su una sedia a rotelle. Congedato nel 2011, dopo quattro missioni dal 1999 al 2001, percepiva, dopo una carriera di diciassette anni, unapensione di 769 euro al mese. Una miseria per lui che si riteneva vittima dell’uranio impoverito ‘assorbito’  appunto in Kosovo. Quando aveva scelto di interrompere temporaneamente le cure in quell’occasione aveva manifestato incatenandosi: “Non posso scegliere come vivere, però posso scegliere come morire”, spiegò. “A Pavia, dopo l’intervento a Milano, mi hanno dato sei mesi di vita, ma curandomi ho alcune possibilità di arrivare a tre anni. Ma chi ha i soldi per sostenere le chemio in Lombardia?”. 
Delle sue missioni ricordava bene l’ambiguità: “Erano chiamate di peace keeping: un giorno dovevamo mostrarci amici, il giorno dopo magari dovevamo disarmare una squadra dell’Uck” raccontava. Sulla guerra in Kosovo aveva un’opinione netta: “Dovevamo cacciare chi era da sempre in quei territori per far spazio ai nuovi arrivati. Una guerra ingiusta, nata solo perché una guerra gli americani dovevano farla”. Cannizzo non credeva nelle class action di militari reduci dalla guerra per ottenere il risarcimento contro i danni provocati, e mai riconosciuti, dall’uso di uranio impoverito: “So già che non ci pagheranno mai, moriremo tutti”. Oggi pomeriggio i funerali nella chiesa di San Leone a Catania. 
”Quella di Salvo Cannizzo è una storia emblematica che dimostra come lo Stato può essere sordo e insensibile anche di fronte a gesti estremi di protesta, nel tentativo di far sentire la propria voce, come quello dello sciopero della chemioterapia, messo in atto dall’ex militare nei mesi scorsi – dice il legale dell’Associazione Vittime Uranio Bruno Ciarmoli – . Ai suoi familiari vanno le nostre sentite condoglianze. Ci aspettiamo almeno adesso delle risposte concrete da parte degli organi competenti. A tal proposito dallo scorso luglio giace senza risposta alla Camera un’ interrogazione al ministro della Difesa Di Paola. Il minino che lo Stato possa fare è quello di garantire vicinanza e aiuto concreto alla famiglia di Salvo Cannizzo, costretto ad una pensione da fame. Vale la pena ricordare – conclude Ciarmoli – che in Italia sono oltre 200 i morti per possibile contaminazione da uranio impoverito e almeno 2500 i militari o ex militari gravemente ammalati, ma si tratta di dati parziali. E’ auspicabile che anche sulle dimensioni del fenomeno venga fatta la opportuna chiarezza”.


fonte: Il Fatto Quotidiano

domenica 1 luglio 2012

Altro scandalo ad Euro 2012: Perchè il massacro dei randagi non era abbastanza



di Carlo Sferrazza per Nocensura.com

Dopo il recente scandalo dei randagi massacrati in Ucraina a causa degli Europei di calcio, una nuova e più grave vergogna copre questa manifestazione sportiva.
E' un'accusa pesante quella delle Ong che operano in Ucraina: il governo per finanziare gli Europei di calcio 2012 ha sottratto all'ospedale pediatrico di Kiev ben 35 milioni di euro.
Lo denuncia oggi Il Fatto quotidiano che riporta una lettera aperta scritta dalle associazioni.
I diritti fondamentali dei bambini ucraini sono stati del tutto trascurati.
è il caso di ricordare che, da una parte, a seguito del crollo dell'URSS, e, più importante, a seguito del disastro di Chernobyl, l'Ucraina non solo ha avuto un pesante crollo dal punto di vista finanziario, ma ha anche, purtroppo,la immediata necessità di questi centri oncologici.


Questi soldi, sostengono le Ong, sono stati dirottati su Euro 2012, calpestando totalmente il diritto alla salute. All'ospedale di Oxkhmatdyt i bambini malati affollano i corridoi perché non ci sono camere sufficienti. E insufficienti sono pure le cure: la chemio, per esempio, sarebbe addirittura finita. Ma interpellato dalle organizzazioni umanitarie il ministro Azarov risponde che i soldi "non sono stati tolti all’ospedale", ma semplicemente “prestati” agli Europei. Come se questo cambiasse la sostanza.
C’è da rabbrividire. Ma c’è da riflettere anche sul silenzio della Fifa e dell’intero mondo del calcio su tutta questa storia. Si potrebbe obiettare che la Federazione calcistica, le squadre nazionali, i singoli giocatori, non possono interferire nelle scelte di politica interna dei singoli Stati. Certo. Ma un giudizio possono di certo esprimerlo.
Se è vero, come si dice, che il calcio è diventato un “linguaggio universale” che arriva anche dove la politica non riesce, allora, proprio per dare concretezza allo slogan sul “rispetto” lanciato da Euro 2012, le squadre, nazionali o di club, o anche i singoli giocatori milionari, potrebbero almeno manifestare pubblicamente imbarazzo e disagio a giocare in uno stadio costruito anche con i soldi prelevati dal progetto di un ospedale per bambini malati di cancro.
 

Carlo Sferrazza 
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Vedi anche: Ucraina, i soldi per i bambini malati di cancro dirottati su Euro 2012″