martedì 17 maggio 2011

"Non facciamo Sesto2 Difendiamo le ex Falck Anche da Piano"

Dopo la mostra organizzata all'Urban Center di Sesto sulle ex Falck viste dai suoi allievi, l'urbanista Consonni spiega perché Piano ha sbagliato. E qual è la ricetta vincente per il "cratere" di Sesto

Sesto San Giovanni, 17 maggio 2011 - «Attenti alle trappole», dice Giancarlo Consonni, guardando alle ex Falck. Perché in un milione e mezzo di aree dismesse di trabocchetti ce ne sono eccome. Si può cadere nel tranello di considerare Sesto solo una città-fabbrica, di andare «al rimorchio dei privati», di creare «affastellamenti edilizi» e di confondere urbanistica, disegno urbano e architettura.
Professore di Urbanistica alla Facoltà di Architetturacivile del Politecnico, Consonni è anche fondatore e presidente della Fondazione Piero Bottoni, dedicata all’urbanista che dal 1962 al 1973 provò a «fare città» a Sesto San Giovanni. Dai forni delle acciaierie al sistema verde, Consonni è tornato oggi sul «luogo del delitto» con una mostra che ha inaugurato l’Urban center sestese: le ex Falck ripensate dai suoi studenti. Quattro anni a spasso per le aree dismesse più grandi d’Europa.
Che esperienza è stata?«Una sfida eccezionale. Non abbiamo mai affrontato problemi di questa portata per dimensione e per rilevanza. Si rimane sgomenti».
Cosa significa “Fare città oggi”?«Recuperare il senso dell’abitare condiviso, i rapporti di prossimità, realizzare ambiti a forte impronta colloquiale».
Altrimenti?«Le città si degradano a informi agglomerati insediativi, con affastellamenti di oggetti edilizi. Il problema è che negli ultimi decenni di città se ne è fatta poca».
Sesto oggi è città?«È una città incompiuta. Bottoni ci ha provato, realizzando un’acropoli simbolica, un cuore urbano e un anello verde che collegava le ville storiche. Non è riuscito a unire la periferia di Cascina Gatti: la sua strada vitale è diventata un’arteria di traffico senza attività».
Il progetto di Renzo Piano può ricucire le zone che non dialogano? «Siamo di fronte a un grandissimo architetto, ma a un medriocre urbanista».
Ci spieghi.«Mancano fulcri e tramiti vitali. Le torri alte creano relazioni a distanza, che rivelano la sfiducia per quelle al suolo. Il suo è un verde extra urbano, mentre è proprio attorno al parco che deve nascere la città. Va a creare un’altra Sesto, una Sesto2».
L’operazione da fare qual è?«Togliere e non aggiungere. Altrimenti le quantità entrano in collisione e il progetto di città fallisce. Si tratta di dare a Sesto un’armatura forte, una rammagliatura con il tessuto esistente».
L’armatura aspetta di essere indossata o è da costruire?«È già disegnata nelle tracce della città. Per chi fa disegno urbano oggi è impossibile pensare nuovi monumenti. Sesto li ha già: giganti come il T5, cattedrali come il T3, navate come l’Omec. Sono questi i capisaldi e i punti di riferimento per la costruzione del nuovo».
Per questo sostiene la candidatura a patrimonio dell’umanità?«Non solo. La denominazione “città delle delel fabbriche” è limitativa: siamo davanti a un polo della città contemporanea. Questi complessi possono aspirare al rango di monumenti come chiese e palazzi: sono densi di storie e sono architetture eccezionali. Il pericolo è trasformarli in ruderi o in semplici contenitori».
Il T3 come museo di arte contemporanea?«Per le grandi opere e le grandi macchine. Va creato in sinergia con Milano, che ne è sguarnita e da tempo vuole realizzarlo. Penso a un polo diviso in due parti che dialogano tra loro in un gioco di rimandi. È l’occasione per sfidare Milano: è tempo di ingaggiare una fruttuosa competizione e di dare un bell’esempio di cosa significa città metropolitana».
Cosa deve diventare il piano Falck?«Un laboratorio di buone pratiche e di qualità urbana. L’opportunità è di un salto di qualità complessivo, non solo per Sesto».
Qualità urbana fa rima con sostenibilità sociale?«L’attenzione è alla trama delle relazioni possibili e auspicabili. L’urbanità deve essere il principio costitutivo degli insediamenti e delle relazioni. Sono le relazioni interpersonali e sociali a dover declinare l’organizzazione materiale della città, non le case».
La committenza?«Il privato non vede l’ora di fare uno spezzatino delle aree. Dobbiamo capire che non abbiamo a che fare con una proprietà che realizza, ma con una proprietà che venderà ad altri».
E il committente pubblico?«Il Comune deve guidare i processi, deve mantenere la regia. Deve saper fare una città, dove nuovo e vecchio dialogano per un nuovo organismo tutto da inventare. Il privato non ha questa intelligenza, il pubblico sta imparando».
La mostra con i lavori dei suoi studenti che contributo può dare?«Andiamo a misurare lo stato di salute dell’università e il grado di attenzione e ricezione dell’amministrazione. Sono stati coraggiosi: si sono messi dei rompiscatole in casa».
di Laura Lana

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