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martedì 20 novembre 2012

BILDERBERG ROMA/ Ecco i nomi di chi ha partecipato e perché. Obiettivo finale: svendere l’Italia.


I centrotrenta potenti del mondo, coloro che decidono le sorti dell’economia (e non solo) mondiale, si sono incontrati a Roma il tredici novembre scorso. Si tratta del cosiddetto Gruppo Bilderberg le cui riunioni sono sempre avvolte dal massimo della segretezza. L’incontro doveva tenersi all’Hotel Russie ma, per maggiore riservatezza - data la concomitanza con il festival del Cinema - è stato spostato in Campidoglio. I beneinformati pensavano che il meeting si dovesse tenere alle 18 ma è stato invece spostato a un’ora dopo quando gli ospiti stranieri si sono riversati in piazza del Campidoglio.

di Viviana Pizzi
bilderberg_romaI PARTECIPANTI ITALIANI E STRANIERI
Alle 19.45 è stato visto entrare Ignazio Visco, governatore della Banca Centrale; un quarto d’ora dopo il ministro del LavoroElsa Fornero, seguito dal presidente del Consiglio Mario Monti, avvistato intorno alle 20.30. Tra i ministri del governo tecnico erano presenti anche Corrado Passera (delega alloSviluppo Economico) e Francesco Profumo titolare del dicastero all’Istruzione
Tra gli altri invitati Mauro Moretti, ex sindacalista della CgilAngelo Cardani, presidente di AgcomFulvio Conti dell’EnelAnna Maria Tarantola presidente della Rai;Federico Ghizzoni, amministratore delegato di UnicreditPaolo Scaroni, amministratore delegato di EniFranco Barnabè di Telecom ItaliaAlberto Nagel ad diMediobancaEnrico Cucchiani di Mediaintesa Rodolfo de Benedetti del GruppoCir.
Dall’estero sono invece arrivati Tom Enders, Ceo della EadsMarcus Agius di Barclays, il canadese Edmund Clark boss della Td BankKenneth Jacobs numero uno di Lazard e l'americano capo dell'Alcoa Klaus Kleinfeld.

C’erano anche il francese Henri Castries presidente del gruppo Axa, il tedesco Josef Ackermann presidente del consiglio di amministrazione del Gruppo Executive Committee Deutsche Bank, lo statunitense Keith Alexander comandante dell’Us Cyber Command e direttore dell’Agenzia di Sicurezza Nazionale, lo spagnolo Joaquin Almunia vicepresidente Commissario per la concorrenza Commissione Europea, lo statunitense Roger Altman presidente della Evercore Partners, il portoghese Luis Amado presidente del Banco Internacional do Funchal, il norvegese Johan Andresent proprietario e amministratore delegato della Ferd, il finlandese Matti Apunen direttore Finnish Businness and Policy Forum Eva, il turco Ali Babacan vice primo ministro per gli affari economici e finanziari, il portoghese Francisco Pinto Balsemao presidente e Ceo di Impresa ed ex primo ministro, il francese Nicolas Baverez Partener della Gibson Dunn & Crutcher LLP, il francese Christophe Béchusenatore e presidente del Consiglio Generale del Maine et Loire, e il turco Enis Berberoglu editore del quotidiano Hurriyet.
Tutti i nomi presenti sono personaggi abitualmente chiamati a partecipare agli incontri del Bilderberg anche quando si tengono in altre nazioni. A questi se ne aggiungono altri che restano segreti nonostante gli insiders provino in tutti i modi a stanarli.
I TEMI DELLA DISCUSSIONE
Di cosa si è discusso in questo vertice mondiale di governanti e banchieri di tutte le specie?Dell’andamento economico del globo, questo è certo nonostante non arrivino conferme ufficiali. E tenendosi in Italia, nel vertice si sarà discusso molto probabilmente di eurozona e degli andamenti economici di nazioni che non ce la fanno a stare al passo con la tabella di marcia imposta dai mercati.
Indiscrezioni raccontano però che, oltre a euro-questioni, durante l’incontro siano state affrontate anche tematiche legate alla politica italiana.
E infatti la domanda che si pongono gli italiani è che cosa ci facesse il premier Mario Monti a questo incontro insieme alla sua squadra di governo, praticamente al completo salvo rare eccezioni. Monti è un habitué del Bilderberg, tanto è vero che in passato ha già preso parte ad altri incontri insieme a Paolo Scaroni di Eni e Franco Barnabè di Telecom Italia.
Da fonti interne a Palazzo Chigi arrivano però soltanto dei rumours: Mario Monti avrebbe presentato una relazione su come far uscire l’Italia dalla crisi economica in cui è sprofondata. Manovre finalizzate a perseguire gli scopi dei vertici più alti delle banche mondiali, che coincidono però con le tanto agognate misure di impoverimento del Paese Italia messe in campo negli ultimi dodici mesi. Sempre secondo indiscrezioni emerge che si è parlato anche di un eventuale commissariamento dell’economia dei paesi più deboli della zona euro tra i quali oltre alla Grecia e alla Spagna guarda caso figura proprio l’Italia.
Perché mai l’incontro è stato previsto proprio a Roma e come mai alcuni ministri del Governo sono stati invitati alla mensa del Re? Probabilmente – e siamo nel campo delle ipotesi, perché di conferme ufficiali non ne arriveranno mai - i potenti del mondo hanno chiesto garanzie politiche ed economiche proprio ai banchieri di casa nostra, sempre disponibili e asserviti nei confronti delle lobby mondiali.
LE CONSEGUENZE PER L’ITALIA: ACCELERATA SUL MONTI BIS
Gli osservatori più attenti ritengono che si sia chiesto all’Italia di rispettare i patti e garantire, quindi, con il risanamento del debito pubblico attraverso la tassazione ai cittadini, la stabilità economica che le banche pretengono. Non per nulla la maggior parte degli appartenenti al Bilderberg rappresentano i più potenti istituti di credito del mondo. Tutto questo però potrebbe portare al disastro per l’Italia.
Una tesi portata avanti anche dal giornalista russo Daniel Estulin, specialista delle influenze del Bilderberg sull’economia mondiale, che parlando di Mario Monti, ha svelato il piano per la distruzione dell’Italia, risultante dal rispetto dei patti con il Bilderberg.
Qualunque governo che cercherà di ripagare questo debito distruggerà il proprio paese, tutto quello che finora si è fatto è stato obbligare i cittadini a pagare il debito pubblico gonfiato dagli interessi usurai della finanza internazionale e aggravato nell’eurozona, dall’impossibilità di ricorrere, a costo zero, all’ossigeno della moneta sovrana. Dal momento che non possiamo pagare e non può farlo nemmeno il governo, allora ci si rivolge alle istituzioni finanziarie internazionali. Chiunque tenta di farlo distruggerà il proprio paese”.
Con molta probabilità a Mario Monti è stato chiesto di impegnarsi ancora personalmente nella politica italiana per permettere che il sistema bancario continui ad avere la meglio sulla nostra economia. E questo, con qualsiasi altro premier, non sarebbe stato possibile come con il Professore.
IL DOPO BILDERBERG E LE DICHIARAZIONI IN KUWAIT
Solo in questa chiave è possibile spiegare le dichiarazioni che lo stesso Mario Monti ha rilasciato nella sua recente visita in Kuwait dove ai petrolieri asiatici si è presentato come l’unico in grado di poter fornire garanzie in vista di futuri investimenti in Italia.
"Non posso garantire per il futuro – questo ha dichiarato Mario Monti a chi gli chiede se abbia fornito in Kuwait garanzie sull'affidabilità dell'Italia dopo il suo mandato - chi governerà deve avere come obiettivo quello di continuare a garantire crescita, giustizia, lotta a corruzione e evasione. Le valutazioni sono ai minimi e servono capitali per la crescita. Abbiamo illustrato a potenziali investitori che è il momento in cui i titoli a reddito fisso e le valutazione delle imprese in Italia sono bassi”. Tradotto: venite a comprare che vendiamo a prezzi stracciati.
Dopo la riunione del Bildeberg lo stesso Monti ha assicurato però che “i conti pubblici stanno avviando un percorso di risanamento e le riforme sono sulla strada giusta: questo permetterà ai paesi euro, nel loro insieme e individualmente, di diventare più solidi e stabili".
Il premier ha anche ricordato che l'Italia ha adottato tutti gli strumenti necessari per rendere il paese più attraente agli investitori del Golfo.
Appena il mio governo si è insediato – ha anche sostenuto - abbiamo avviato una politica di risanamento dei conti basata su rigore ed equità, che ci permetterà di raggiungere nel 2013 il pareggio di bilancio”. Lo ha fatto citando anche le riforme strutturali adottate dal suo governo: quella del sistema pensionistico che rende sostenibile il sistema previdenziale per i conti pubblici, la riforma del mercato del lavoro e tutta una serie di provvedimenti per aumentare la concorrenza e favorire la liberalizzazione dei servizi e delle professioni.
Una serie di passaggi che fanno intuire quello che molte forze politiche vorrebbero che fosse reso pubblico. Il Bilderberg ordina a Monti di continuare a governare per la stabilità del sistema nel nostro Paese. A danno di chi? Dei cittadini che continueranno a vedersi impoveriti ogni giorno di più mentre i soldi pagati con le loro tasse andranno a colmare - in maniera insufficiente - il debito pubblico. Creando però disoccupazione, povertà e disperazione. E ricchezza per le banche, ça va sans dire.


Fonte: http://www.infiltrato.it/notizie/italia/bilderberg-roma-ecco-i-nomi-di-chi-ha-partecipato-e-perche-obiettivo-finale-svendere-l-italia

giovedì 25 ottobre 2012

"Ma quali schizzinosi! Basterebbe un posto pagato"


di Rosario Palazzolo
Disoccupazione (Ansa)
Disoccupazione (Ansa)
Cinisello Balsamo, 25 ottobre 2012 - I giovani del Nord Milano? Schizzinosi mai. Sebbene qualcuno di loro non sia nemmeno a conoscenza delle polemiche esplose intorno alla frase pronunciata recentemente dal ministro del Lavoro Elsa Fornero, quelli che in questi giorni stanno affollando i banchetti della «Settimana del lavoro» organizzata al centro commerciale Auchan fino a domenica, hanno una sola parola d’ordine: «Ci va bene qualsiasi lavoro, purché ci dia da vivere».
Curriculum alla mano sono giovani, ma anche mamme e lavoratori di mezza età ad affollare i banchetti di questo insolito salone del lavoro organizzato nel cuore del centro commerciale cinisellese. L’idea è venuta al direttore di Auchan Carlo Crivelli che ha pensato al suo centro commerciale come a un luogo ideale di incontro tra domanda e offerta lavorativa. Al suo appello hanno aderito due istituti professionali come il Mazzini e il Centro di formazione professionale Mazzarello, l’Agenzia per la Formazione e il Lavoro del Nordmilano, l’Associazione Imprenditori Nordmilano, la Confederazione superiore di Enti di Alta Formazione Universitaria e l’agenzia di lavoro Interinale Umana.

Insomma, una piazza nella quale domanda e offerta si confrontano, ma soprattutto chi cerca lavoro può trovare un consiglio, una dritta, o solamente l’opportunità di lasciare un curriculum in buone mani. «Sono settimane che sto girando nei negozi a lasciare curriculum, ma ancora non ho trovato nulla — racconta Anna Coratella, 18 anni —. Qualcuno ti ascolta e ti da consigli, altri prendono il curriculum e non dicono nulla».

Disposto a tutto Antonio Sarica, che studia da meccanico e sogna di poter creare siti internet. «Provo a bussare a tutte le porte, ma mi sa che tornerò anche quest’anno a fare uno stage gratuito da meccanico». È arrivata da Milano Caterina Tacconi, studentessa al primo anno di università: «Sto cercando di capire come funziona l’ingresso nel mondo del lavoro — spiega —. Ma intanto approfitto per chiedere un lavoretto part time per i fine settimana che mi aiuti a sostenere le spese universitarie».
All’agenzia interinale Umana Laura Nozza istruisce gli aspiranti lavoratori e raccoglie curriculum: «Ne arrivano ogni giorno di più, quasi sempre si tratta di uomini in cerca di un lavoro da operai». Il vicepresidente dell’Associazione Imprenditori Nordmilano, Salvatore Belcastro sottolinea la forza di una simile iniziativa: «In una piazza come questa, noi imprenditori siamo in grado di capire meglio le richieste che vengono dalla popolazione, ma anche di esprimere le esigenze delle aziende. Il dialogo con gli istituti professionali e le agenzie per il lavoro consente a tutti di commisurare il lavoro alle reali esigenze delle imprese».

rosario.palazzolo@ilgiorno.net

mercoledì 24 ottobre 2012

Quei figli dei ministri «poco schizzinosi» Il ministro Fornero ha definito i giovani "choosy". E i loro pupilli? Ricoprono tutti incarichi di rilievo

Paolo Bracalini

In un paese dove il 78% dei lavori si trova per «segnalazione» (dato Eurostat), i figli di banchieri, professori universitari, rettori, presidenti di Cda, prefetti, manager pubblici, tutti futuri (attuali) ministri, non hanno tempo per essere choosy, «schizzinosi»: il lavoro arriva e coi fiocchi.
Al di là dei loro sicuri meriti, non deve aver fatto la schizzinosa Maria Maddalena Gnudi quando il padre, il ministro Gnudi (ex presidente Enel, quota Udc) le ha proposto di diventare socio del prestigioso Studio Gnudi (commercialisti in quel di Bologna), il suo. Approdo sicuro anche per Eleonora Di Benedetto, avvocato 35enne, assunta da uno dei più importanti studi legali di Roma, lo studio Severino, quello della madre Paola, ministro della Giustizia.
Ma non tutti i brillanti figli si impiegano indoor, altri lo fanno outdoor, sempre ad altissimi livelli. Come Costanza Profumo, brillante architetto laureata al Politecnico di Torino, figlia del rettore del Politecnico di Torino Francesco Profumo (ora ministro dell'Istruzione), ha lavorato nello studio newyorkese dell'archistar Daniel Libeskind, ora pare sia a Rio de Janeiro. Carlo Clini, figlio del ministro dell'Ambiente Corrado, è rimasto invece in Europa, a Bruxelles, dove coordina progetti per la Regione Veneto.
Ricordate Carlo Malinconico, il sottosegretario tecnico che si è dimesso per una vacanza pagata da altri? Suo figlio, Stefano, avvocato, ha fatto pratica nello studio Malinconico (del padre), poi ha trovato lavoro al ministero dell'Ambiente dov'era direttore generale Corrado Clini (ex collega di governo del padre), e quindi all'Antitrust, quando il presidente era il sottosegretario Catricalà, (ex) collega del padre nei governo Monti. A sua volta il segretario Catricalà, che ha gestito l'Antitrust per sei anni, ha una figlia che è in una società, Terna, partecipata dal ministero dell'Economia, dove da sempre siede Vittorio Grilli, ministro dell'Economia, che però ha figli ancora in età scolare.

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Brillante carriera per un altro rampollo, Luigi Passera, figlio del ministro Passera. Passera jr., dopo la laurea in Bocconi (come il padre) si è occupato di marketing per la Piaggio, società di Colaninno, partner dell'ex ad di Intesa nella cordata di salvataggio Alitalia. Ora Passera jr ha un impiego di tutto rispetto presso la multinazionale Procter & Gamble.
Di Monti jr, invece, si sono perse le tracce. Dopo aver lavorato a Londra per Citigroup e Morgan Stanley, il figlio del premier era stato chiamato alla Parmalat da Enrico Bondi (a sua volta poi chiamato da Monti padre come commissario straordinario per la spending review). Dopo le polemiche sul posto fisso (il premier disse che era «noioso») il curriculum del figlio, che nel frattempo ha lasciato Parmalat, è sparito dal web. Si sa però che la seconda figlia di Monti, Federica, ha lavorato nel prestigioso studio Ambrosetti, quelli del Forum Ambrosetti di Cernobbio, dove si riunisce la crème dell'economia italiana. E che poi ha sposato Antonio Ambrosetti, unico figlio maschio degli Ambrosetti.
Benissimo è andata a Giorgio Peluso, 42 anni, figlio del ministro Cancellieri. Già assunto trentenne come direttore di Unicredit, poi direttore generale di Fondiaria Sai a 500mila euro l'anno, l'ha in questi giorni lasciata con una buonuscita di 3,6 milioni, scoperta dal Fatto. Ma non è rimasto a spasso: assunto da Telecom Italia come Chief Financial Officer.
Poi c'è la Fornero. La figlia Silvia ha una cattedra all'Università di Torino (dove madre e padre sono professori ordinari), e lavora in una fondazione finanziata da Intesa (dove la madre era nel consiglio di Sorveglianza). L'altro figlio, Andrea Deaglio, invece, è uno stimato regista e produttore di film socialmente impegnati (emarginazione, minoranze etniche). Chissà cosa pensa dei choosy.

giovedì 13 settembre 2012

"In Germania fino a 1850€ al mese, in Europa solo Italia non ha reddito di cittadinanza"


Perazzoli: "In Germania fino a 1850 euro al mese, in Europa solo l'Italia non ha il reddito di cittadinanza"

di Ignazio Dessì
L’asse Monti-Fornero batte la lingua sul tamburo intonando il mantra “più licenziabilità più posti di lavoro per i giovani” e il magico cilindro governativo sputa fuori un nuovo articolo 18 dello Statuto dei lavoratori frutto della mediazione con la politica. Ma nella realtà proliferano gli esodati, i disoccupati e i disperati che si suicidano. La società italiana è in fermento e la categoria lavoratrice sembra percossa da un senso di impotenza. Del resto dopo il licenziamento si avrà diritto a 12 mesi di indennità (Aspi) e poi si finirà sulla strada. Così quando per forzare la mano e far passare le riforme auspicate dal trionfante mercato molti esponenti del governo fanno riferimento a quanto esiste in Europa dimenticano quella parte di tutela sociale (la più importante) che il Vecchio Continente offre ai cittadini. In primo luogo il Reddito di cittadinanza che nel resto d’Europa è considerato un diritto fondamentale e solo l’Italia, insieme alla Grecia e all’Ungheria, continua a negare. Dell’argomento abbiamo parlato con Giovanni Perazzoli, penna di punta di Micromega, direttore di Filosofia.ited autore di alcune illuminanti pubblicazioni sull’argomento.
Senta professore, il governo Monti è molto impegnato a introdurre più flessibilità in uscita (leggi licenziamenti) paventando l’esigenza di un allineamento alla disciplina vigente in Europa. A questo proposito lei ha scritto però che in Italia manca l’ABC dello stato sociale, ci può spiegare meglio questo suo grave giudizio? “Nel numero appena uscito di MicroMega porto una serie di esempi di che cosa è l’abc dello stato sociale in Europa, dove si può vivere anche senza un posto di lavoro. Questo perchè in Italia ci si ostina a non dare importanza al reddito minimo garantito. Sembra si tratti di un fatto marginale, si minimizza. Solo la trasmissione Report, una volta, ha mandato una troupe televisiva in Germania per raccontare di che cosa si tratta realmente. Il risultato di questa ostinata negazione dei fatti è che l’opinione pubblica non sa reagire di fronte a quello che per gli altri cittadini europei è un assurdo: la flessibilità estrema, senza garanzia del reddito e dell’alloggio. Bisogna capire che il reddito minimo garantito è il fondamento del welfare state europeo, la base del cosiddetto “modello europeo”.
Ci può fare un esempio di cosa significa l’applicazione concreta di questo modello? Si cita continuamente, per esempio, il modello tedesco. Come funziona in quel Paese il welfare?“Le dico solo questo, una donna tedesca disoccupata, sola, con tre figli e un affitto di 500 euro, riceve dallo stato 1850 euro al mese. L’affitto nel caso specifico è basso, ma lo stato si impegna a pagare un affitto medio, quindi questa signora potrebbe avere di più in relazione all’affitto da pagare. Lo stato paga poi il riscaldamento e l’acqua calda”.
In Italia addirittura si afferma che il welfare sarebbe in realtà tramontato, finito, esaurito.
“Si tratta di una mistificazione. Quando si parla degli aggiustamenti al welfare state attuati nei vari paesi, ci si dovrebbe rapportare al punto di partenza. Ma questo non lo si fa, anche perché l´abc, per così dire, del welfare appare inimmaginabile in Italia. Per avere un’idea della realtà dobbiamo pensare che la Corte Costituzionale tedesca ha giudicato come parzialmente incostituzionale la riforma restrittiva del cancelliere Schröder, dopo il ricorso di una famiglia – padre, madre e una figlia – perché doveva vivere con soli 850 euro al mese (e naturalmente affitto e riscaldamento a carico dello stato). Una somma di 850 euro in Italia è uno stipendio, da cui si deve anche cercare di far uscire l’affitto e tutto il resto. Inoltre, la vita in Germania (controllate con Internet) costa meno che nel nostro Paese. Ci scandalizziamo del fatto che negli Usa non esista una sanità pubblica: in Europa si scandalizzano per l’assenza in Italia di un reddito minimo garantito. Negli Stati Uniti Michael Moore però ha raccontato in un film che cosa significa non avere un sanità pubblica; in Italia nessuno tocca il tema del reddito minimo garantito”.
Del modello tedesco quindi si tenta di prendere solo quello che fa comodo?“Poche cose dimostrano cattiva fede come la campagna di stampa a favore del cosiddetto “modello tedesco”. Davvero l’ipocrisia è l’omaggio del vizio alla virtù. Perché non si segue per intero la realtà di quei paesi? Per fare chiarezza sul punto specifico del reddito minimo garantito bisogna partire da una distinzione su cui in Italia si è creata, in modo più meno volontario, una grave confusione”.
A quale confusione allude?“In tutta Europa, e non solo in Germania, ci sono due forme di trasferimenti in denaro per i disoccupati. La prima, quella più importante per il nostro discorso, è in senso proprio un sussidio di disoccupazione; riguarda coloro che non lavorano ma si impegnano a cercare un lavoro. Vale dunque anche per le persone che non hanno mai lavorato. Il sussidio a cui si ha diritto è illimitato nel tempo, finisce quando cessa la disoccupazione. Quindi è falso quello che si legge sui giornali quando scrivono che dura un periodo limitato. Il sussidio comprende, oltre all’affitto dell’alloggio e il riscaldamento, una serie di trasferimenti per i figli. La seconda forma di trasferimento non è un sussidio ma un’indennità di disoccupazione. Riguarda le persone che sono state licenziate o che hanno terminato un contratto. Hanno un’indennità di disoccupazione pari, in Germania, al 67% del precedente stipendio per circa 12 mesi (18 per coloro che hanno più di 55 anni)”.
La riforma degli ammortizzatori sociali auspicata in Italia è in linea con la filosofia europea?“La riforma degli ammortizzatori sociali avrebbe avuto un senso europeo se avesse introdotto il sussidio di disoccupazione. In Europa, terminata l’indennità, il lavoratore può avere un sussidio di disoccupazione (con l’affitto per l’alloggio), in Italia non c’è niente”.
E’ vero che in Germania lo stato interviene anche per integrare il reddito?“Sì. È un altro aspetto che deve essere sottolineato. Lo stato interviene in Germania come in tutt’Europa anche ad integrare il reddito di chi guadagna poco. Faccio l’esempio di un amico chitarrista jazz, che in Francia per avere un sussidio che integra il suo reddito deve dimostrare di aver lavorato una parte dell’anno. In questo modo, si tutelano una serie di professioni che non avrebbero vita facile sul mercato, oppure si tutela chi ha un lavoro che potrebbe essere remunerativo ma contingentemente non lo è abbastanza. Immaginate quante professioni potrebbero fiorire con questo sistema a tutto vantaggio dell’economia e della comunità. Il reddito minimo garantito tutela direttamente chi lavora e non solo chi è disoccupato. In generale, i corpi di ballo, le compagnie teatrali e tutti quei lavoratori che non guadagnerebbero “abbastanza” ottengono un’integrazione del reddito”.
Ma quello del reddito minimo garantito è uno schema comune a tutta l’Europa?“Lo schema del reddito minimo garantito è omogeneo in tutta l’Europa, e questo dovrebbe suscitare qualche domanda in Italia…”
Quali sono attualmente i Paesi europei che applicano il reddito di cittadinanza?“Facciamo prima a dire quelli che non lo hanno: Italia, Grecia, Ungheria. I paesi, guarda caso, della crisi! I paesi che hanno i sistemi migliori sono: Francia, Germania, Gran Bretagna, Olanda, Belgio, Lussemburgo, Austria. Naturalmente, poi, ci sono i paesi scandinavi. Mi faccia dire, in proposito, che un’operazione di comunicazione davvero “geniale” è stata condotta in Italia a proposito del “modello danese”. Come per il “modello tedesco” si sono raccontate una serie di sciocchezze. La flexicurity esiste in Europa già da decenni anche senza “modello danese”.
E’ vero che la Ue, e la stessa Bce nella sua famosa lettera al governo italiano, raccomanda l’adozione del reddito di cittadinanza? In Italia di questo non si parla, nonostante si citi sempre qualsiasi auspicio della Bce alla stregua di un comandamento divino.“Appunto, questo è un caso esemplare di come viene trattato il tema in Italia. L’Europa raccomanda all’Italia di introdurre un reddito minimo garantito da almeno vent’anni. Nel documento europeo che cito suMicroMega, si dice chiaramente di introdurre un “reddito minimo garantito” senza limite di durata. Ma nulla è stato fatto. Ancora più clamorosa l’omissione di informazione nel caso della famosa lettera della Bce. Nel testo c’è scritto che insieme all’“accurata revisione delle norme che regolano l'assunzione e il licenziamento dei dipendenti” l’Italia dovrebbe introdurre “un sistema di assicurazione dalla disoccupazione”. Fa pensare, no? Questa lettera è stata sotto i riflettori della stampa, ma nessuno ha notato questa richiesta. Perché? Per una curiosa convergenza ideologica e di interessi della destra e della sinistra. Poi c’è un altro aspetto, anche questo molto importante. Che sia proprio la Bce a raccomandare l’introduzione di un’assicurazione per la disoccupazione demolisce l’alibi di chi sostiene che non ci siano i fondi per realizzarlo. Il reddito minimo garantito è un passaggio essenziale per uscire dalla crisi. Un’altra occasione è stata la lettera con le 39 domande, al punto 21 si chiedeva se l’Italia stesse perseguendo l’impegno preso ‘a rivedere il sistema dei sussidi di disoccupazione, attualmente molto frammentato, entro la fine del 2011’. Nessuno ci ha fatto caso”.
Ha ragione il segretario della Fiom Maurizio Landini a porre il problema di un reddito minimo garantito? In Italia bisognerebbe prendere coscienza che questo è un diritto, più di quanto non lo sia quello delle banche di rastrellare soldi pubblici o dei politici di avere stipendi altisonanti?“Il segretario della Fiom ha perfettamente ragione. È surreale e ridicolo che lo si accusi di essere un estremista, mentre lui è in accordo con l’Europa, e addirittura con la Bce. In realtà, sono gli altri a volere tenere l’Italia dentro un isolamento medioevale e fuori dall’Europa. Il problema è che ci riescono benissimo per un concorso di fattori che vedono unite destra e sinistra”.
Che vantaggi comporta in un sistema economico-sociale l’esistenza di un reddito di cittadinanza?“Il primo importante vantaggio, naturalmente, è la giustizia sociale. Il reddito minimo garantito è un diritto soggettivo esigibile, nel senso che non c’è bisogno di alcuna mediazione sindacale o di altro genere per ottenerlo. La cassa integrazione è discrezionale, non universale, e riguarda solo un certo genere di rapporti di lavoro. Quello del reddito minimo garantito è un concetto completamente diverso. Per dirla in modo semplice: entri in un ufficio, metti una firma, e hai il tuo sussidio. Ora, il grande errore è ridurre il reddito minimo garantito a una forma di assistenza ai poveri. In realtà è un modo di pensare la società e il rapporto tra la vita di ciascuno e il lavoro. Ognuno può giocarsi meglio le sue carte. Le misure redistributive del reddito permettono inoltre di avere un’economia più vitale. Ha ricordato il premio Nobel americano Paul Krugman che la crisi ha una radice nell’aumento del divario tra ricchi e poveri, che ha assottigliato la classe media. L’Italia è uno dei paesi in Europa nel quale è più ampia la forbice del reddito tra ricchi e poveri. Del resto, è sotto gli occhi di tutti: non esiste una crisi europea, ma una crisi di alcuni paesi europei. La Germania e i paesi del Nord Europa, che hanno un forte stato sociale e dunque una ridotta forbice di reddito tra ricchi e poveri, non solo non sono in crisi, ma vanno economicamente bene e devono far fronte anche alle difficoltà degli altri paesi. Questo ci dovrebbe dire qualcosa. L’aspetto che dovrebbe far riflettere è che dove c’è un forte welfare state non c’è crisi. Invece, Grecia e Italia non hanno un reddito minimo garantito. Questo non spiega tutto, ma è uno degli aspetti che distinguono due tipi di società: una dove prevale la libertà individuale, la protezione sociale, la redistribuzione, l’altra dove invece fioriscono le rendite, i monopoli, il clientelismo. In realtà, la famosa “crescita” è un tipo di società. Poi c’è un altro aspetto importante: nei paesi dove non esiste il reddito minimo garantito il lavoro si trasforma in welfare. Il che dequalifica il lavoro, lo rende improduttivo. Penso alle assunzioni di massa che spesso sono una forma di clientelismo politico. Il reddito minimo garantito permette di scegliere il lavoro, e dunque di scegliere la vita che si preferisce. E permette anche di scegliere liberamente chi ci rappresenta. Ha un forte peso politico”.
La ministra Fornero ha dichiarato che dare la certezza di un reddito garantito porterebbe la gente ad adagiarsi e non cercare lavoro, a sedersi a mangiare pane e pomodoro. Perché lei sostiene invece che questa sicurezza crea fermenti positivi e più mobilità lavorativa e sociale?“Direi che l’inesistenza del reddito minimo garantito in Italia permette alla nostra classe politica di mangiare a caviale e champagne. Sarebbe molto più difficile per loro guadagnarsi il consenso di persone libere dal bisogno primario dell’esistenza. Nel merito, comunque, è vero il contrario: in una società più dinamica, più libera e sicura, aumenta la disposizione al rischio e a mettere alla prova le proprie idee sul mercato. Noto continuamente questo maggior dinamismo delle società nord europee. Ma soprattutto con la libertà dal bisogno diminuisce, e non è poco, il clientelismo politico, il potere dei potentati. La sorprenderò. Lo sa chi pubblica in Italia, Philippe van Parijs, ovvero uno dei più radicali sostenitori dell’utilità economica e sociale del reddito di cittadinanza? La casa editrice della Bocconi (Philippe van Parijs, Yannick Vanderborght, Il reddito minimo universale, Università Bocconi editore, 2006). Veramente, non parliamo di utopie".
Quindi il reddito minimo garantito fornisce stimoli all'economia?"Che il reddito minimo garantito permetta di vivacizzare l’economia è stato sostenuto da economisti neokeynesiani come da neoliberisti. Ma in Italia il problema non risiede né nel neoliberismo né nell’intervento neokeynesiano. Il nostro problema è a monte: un’economia relativamente moderna, e una classe politica e dirigente premoderna. La ministra Fornero ha fatto una curiosa giravolta. Intervistata da Lucia Annunziata ha sottolineato che l’assenza di un reddito minimo garantito era una deprecabile anomalia dell’Italia e della Grecia. Poi di colpo ha cambiato linea. Perché? Come si è svolta la trattativa sull’articolo 18? Questa è la domanda che dovremmo porci. Come verrà usata adesso la famosa “paccata di miliardi”, chi la gestirà, e per fare che cosa? In ogni caso, un margine di persone che non lavorano e che cadono nella “trappola assistenziale” esiste sempre, ma si tratta spesso di persone che andrebbero aiutate comunque. In ogni caso, l’adagiarsi senza fare nulla che paventa la Fornero nasce dal fatto di trasformare il lavoro in assistenzialismo, ovvero dalla dequalificazione del lavoro che viene trasformato in welfare clientelare. Cosa che produce enormi disservizi, persone frustrate e il potere politico che vediamo da anni”.
Ma secondo lei l’Italia può sostenere i costi di una simile eventuale rivoluzione degli assetti dello stato sociale?“Ho letto degli studi che sostengono che l’Italia addirittura risparmierebbe con il reddito minimo garantito. A parte le considerazioni sulla capacità di mettere in moto l’economia, sulla percezione del futuro che offre e che ha naturalmente una ricaduta economica positiva, bisogna considerare che lo stato italiano spende comunque dei soldi, ma in modo irrazionale o secondo delle logiche politiche. Poi c’è il discorso dell’ordine pubblico, perché la povertà e la percezione dell’abbandono produce anche delinquenza, criminalità grande e piccola; poi c’è il lavoro nero che sottrae risorse ecc. In ultima analisi, la Germania spende all’anno 27 miliardi di euro per il reddito minimo garantito. Noi abbiamo un’evasione fiscale di 130 miliardi all’anno. Dunque, fatti due conti, potremmo permetterci circa cinque volte lo stato sociale tedesco. Ma la Germania recupera il 70% dell’evasione fiscale…Noi no".
Così – lei scrive - si potrebbe davvero dar luogo a una liberalizzazione evitando che per trovare lavoro serva una tessera di partito, o si appartenga a una congrega di qualche tipo o che a ricoprire certi incarichi vadano sempre i figli di chi già svolge quel lavoro, ovvero che i figli dei medici facciano i medici e i figli degli operai siano costretti a fare gli operai. Ci chiarisce questo concetto?“L’ho detto prima: la “crescita” è un tipo di società. A parte le economie che crescono per il nuovo schiavismo e perché passano di colpo da un mondo premoderno a un mondo moderno (e comunque si tratta di una crescita indotta da fuori), in occidente crescono le società giuste. Le società dove esistono giustizia e libertà. Dove esiste il reddito minimo garantito la società si muove dal basso, conta la società civile, contano gli individui; la scelta democratica è meno inquinata dal bisogno. Pensi solo a questo, io lo ritengo molto importante: se le persone non sono libere dai bisogni primari della sussistenza non possono dire “no”. Saranno costrette a far parte di un sistema piramidale e autoritario, dove il merito e l’iniziativa originale tenderanno a scomparire".
Tutto dunque deve partire dal basso.
"Tutto parte dal basso. Anche nel lavoro precario aumenta la soggezione nei confronti di dirigenti, spesso incompetenti, che hanno un potere sproporzionato sulla vita delle persone. Questo tipo di subordinazione in realtà distrugge l’economia. In Italia si ha un’idea negativa dell’economia, come un campo dove esistono solo rapinatori e rapinati. Ma l’economia è tutto, è cultura, idee, servizi. Anche il mercato cambia a seconda delle idee. Dunque, non c’è solo un problema di continuità del reddito, c’è anche un’idea di società e anche di efficienza di sistema. Il liberalismo sociale, quello vero, lo ha insegnato: la libertà, la critica, l’iniziativa originale creano ricchezza. Le idee creano ricchezza, non la subordinazione. Ma ci sono poi ragioni anche più dirette. Se posso contare su una rete di sicurezza posso anche rischiare, studiare. Se sono il figlio di un operaio posso veramente giocarmi le mie possibilità. Non parliamo della panacea di tutti i mali, ma sarebbe un bel passo avanti".
Avere il reddito di cittadinanza significa anche essere più liberi?“Senza dubbio. Ed essere più liberi significa essere più felici, significa guardare diversamente al futuro. Io queste cose le conosco perché ho vissuto per molto tempo nell’Europa del Nord e ho visto delle società più tranquille, solidali, ma anche più dinamiche, dove realizzare i propri sogni sembra meno impossibile che in Italia. C’era un amico tedesco che ogni tanto partiva per qualche regione del mondo ad insegnare il tedesco. Mi ricordo che l’ho conosciuto che tornava dall’Islanda dove era stato per qualche mese. Quando non lavorava, aveva comunque un reddito grazie al sussidio, A lui stava bene così. Non guadagnava complessivamente da permettersi frenatati (e insensati) consumi, ma neanche gli interessava, non sentiva di perdere nulla. La sua scelta di vita era quella".
Lo ammirava?"Sì, mi ha sempre dato una grande idea di libertà”.

mercoledì 29 agosto 2012

Fornero lavoro: ora abbassiamo gli stipendi degli "anziani"


Con la scusa dei sacrifici per i giovani, si riducono alla fame sia i figli che i genitori. E' ora di finirla.
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Tutto sempre in nome dei giovani, per carità. Invocando il bene di figli e nipoti, si dispongono i cittadini a sacrificarsi ancora.L'ultima del ministro Fornero (<-- fonte Sole24Ore-Radiocor), di cui collezioniamo le "perle", è la seguente: una proposta vòlta a settorializzare gli emolumenti per età. Una specie di gabbie salariali legate alla data di nascitaanziché alla latitudine, insomma. Secondo la Fornero, gli over 50 guadagnano troppo e quindi con qualche tagliuzzino in busta paga i giovani se ne avvantaggerebbero. Come, non è chiaro.
Soprattutto non è chiaro visto che i giovani guadagnano ancora stipendi da terzo mondo con contratti precari, e come al solito si procede a far stare peggio qualcuno con lavaga promessa di far stare meglio qualcun altro in un non precisato futuro. Se consideriamo che molti stipendi di cinquantenni servono ad integrare le paghe cinesi di ventenni e trentenni, invece, si capisce subito dove si andrà a parare: che tagliando lo stipendio dei genitori, i figli moriranno di fame ancora più facilmente.
I sacrifici nel nome dei figli: un'altra presa per i fondelli collettiva a cui bisogna dire basta.   (foto:infophoto)

mercoledì 2 maggio 2012

Se il Primo maggio si traveste da 2 novembre



Ci
 faccia vedere il curriculum. Qui, davanti a tutti? Totò aveva precorso la vana oscenità di mostrare il curriculum per trovare la­voro

Ci faccia vedere il curriculum. Qui, davanti a tutti?
Totò aveva precorso la vana oscenità di mostrare il curriculum per trovare lavoro. Vorrei consigliare al ministro Fornero e ai sindacati che oggi festeggiano il Lavoro di procurarsi un mediometraggio di due ragazzi del sud, Gianluigi Belsito e Michele Caricola.
Si chiama «A chi appartieni» ed è un’espressione assai in uso dalle mie parti, in versione dialettale, non tanto per sapere come Dante «chi fur li maggior tui», ma chi sono i tuoi protettori, il tuo partito, il tuo pappone, la tua gang di riferimento.
Perché, sostengono i due ragazzi, per cercare lavoro il criterio dell’appartenenza prevale su quello della competenza.
Sì, il vero dramma del mondo del lavoro che vale 18 articoli 18, è quello. Che si aggrava ora che non ci sono soldi, gli imprenditori chiudono o s’ammazzano, nessuno può promettere nulla se non fuffa e raggiro. Gli unici settori che pagano bene sono sesso, droga e criminalità. Magari se ne trascurano altri come l’assistenza ai vecchi; ma la penuria è vistosa. Ho provato a fare un censimento empirico tra i ragazzi: crescono paurosamente i disadattati che sono o si sentono incapaci di affrontare la vita e il lavoro; poi ci sono gli adattati che prendono due euro all’ora, da precari, pur di fare qualcosa; infine gli adatti che però di solito lasciano l’Italia o la legalità. Si salva chi eredita un lavoro.
Col lavoro che manca, la disoccupazione che cresce e gli imprenditori che si uccidono, mi sa che dovremo accorpare il Primo maggio col 2 novembre.

domenica 15 aprile 2012

Il mistero degli esodati: chi ha sbagliato i conti si dimetta. Fornero o Mastrapasqua?


Tipico del nostro Paese. Anche sugli esodati nessuno è in grado di proporre conti più o meno simili: per il governo sono 65.000, per l’Inps 130.000 e per i sindacati addirittura 350.000; ma quale è il numero esatto? E come è possibile che ci siano tre valutazioni così diverse? Stima del sindacato a parte, stupisce che Governo e Inps non riescano a fornire la stessa cifra: anzi, una è il doppio dell’altra.
Ieri la Fornero ha annunciato di aver concluso i suoi conti:
“Il numero degli esodati è di circa 65mila e pertanto l’importo finanziario individuato dalla riforma delle pensioni, attuata col decreto Salva Italia, è adeguato a corrispondere a tutte le esigenze senza dover ricorrere a risorse aggiuntive”
Che sarebbe, questa, una bella notizia. Ma i conti non tornano. Durante l’audizione alla Camera il direttore generale dell’Inps, Mauro Nori, ha parlato di 130mila lavoratori: 45mila quelli in mobilità, altri 13-15mila inseriti nel fondo di solidarietà del credito e 70mila quelli usciti dal lavoro sulla base di accordi volontari.
Per i sindacati, che oggi scendono in piazza, gli esodati sarebbero 350.000; chiaramente c’è qualcosa che non va. Intanto, vale la pena ricordarlo, si tratta di persone, di uomini e donne, che si trovano in una situazione disperata. Invece sembra si tratti solo di numeri. Di calcoli. Di matematica.
Una cosa dovrebbe essere certa: chi ha sbagliato i conti deve vergognarsi e andare a casa. Se la Fornero ha sbagliato si dimetta immediatamente, perchè se gli esodati saranno molti di più bisognerà trovare ulteriori risorse, e l’errore enorme è della sua riforma (che a questo punto diventerebbe completamente inutile). Se ha sbagliato l’Inps, il suo direttore Mastrapasqua se ne vada immediatamente: tanto non dovrebbe avere problemi di tempo libero. Stesso discorso per i sindacati.
Oppure, caso ancora più grave: c’è chi gioca con i numeri. Se il governo, con un trucchetto contabile, abbassa il numero degli esodati allora la situazione è preoccupante e intollerabile.
Ma scommettiamo che non sapremo mai quanto sono realmente gli esodati? E’ l’Italia.

CHI SONO GLI ESODATI?
Gli esodati sono tutti quei lavoratori che dopo la Riforma della pensione rischiano di restare di fatto senza lavoro e senza stipendio. Come mai? Perché con l’innalzamento dei requisiti per accedere alla pensione si trovano in una terra di nessuno: capita magari a chi ha lasciato, con incentivi, il posto di lavoro in attesa della pensione, che sarebbe arrivata in poco tempo. Ora, con la riforma, quel “poco” tempo diventa drammaticamente un periodo molto lungo: si tratta di due, tre anni, o forse più.

AGGIORNAMENTO 14-4-2012
Il Ministro Fornero scrive al Sole24Ore e ammette che i 65.000 sono soltanto “i primi”. Per gli altri? Cercheranno una soluzione…
Caro direttore,
una questione di metodo e una di merito. Con riferimento all’articolo di Salvatore Padula, pubblicato ieri sul Sole 24 Ore, mi preme fornire alcuni elementi di chiarimento a proposito della vicenda dei cosiddetti ‘salvaguardati’.
Anzitutto, il «balletto delle cifre». Non ritengo che si possa accusare il ministro, né il ministero, della varietà di stime e quantificazioni di diversa provenienza che ha caratterizzato le ultime settimane alimentando, oltre all’ansia, la legittima preoccupazione delle persone.Nè sarebbe stato appropriato, in attesa della valutazione ufficiale, correggere le cifre di volta in volta apparse sui giornali.
 Né sarebbe stato appropriato, in attesa della valutazione ufficiale, correggere le cifre di volta in volta apparse sui giornali. Ricordo anche che nessuno sarà toccato dagli effetti della riforma previdenziale nel corso del 2012 e che il «salva Italia» ha fissato al 30 giugno il termine entro il quale emanare il decreto interministeriale per la precisa individuazione delle persone portatrici del diritto soggettivo al pensionamento, secondo la normativa in vigore prima della riforma.
Di tale individuazione, non immediata per la varietà delle situazioni coperte, è stato incaricato un tavolo tecnico, istituito presso il ministero, di cui lo stesso Inps era parte. Il tavolo giovedì ha fornito la cifra, sia nel suo complesso sia nella sua articolazione per categorie di ‘salvaguardati’. La cifra complessiva, 65mila, è apparsa sia in contraddizione con quanto dichiarato il giorno precedente dal direttore dell’Inps in commissione Lavoro della Camera, sia assurdamente inferiore proprio alle stime precedentemente divulgate dalla stampa. Rispetto a queste ultime, non conoscendone l’origine, non intervengo. Rispetto a quelle fornite dall’Inps posso invece affermare che non vi è necessariamente contraddizione, essendo differenti l’oggetto e le finalità delle stime.
A quanto mi risulta, la risposta del direttore generale dell’Inps riguardava una platea potenziale riferita anche ad accordi che esplicheranno i loro effetti, con l’uscita effettiva dei lavoratori dall’impresa, nell’arco dei prossimi quattro anni, mentre l’individuazione del tavolo tecnico ne delimitava il numero, nonché la ripartizione nelle diverse tipologie, in base a quanto indicato dal decreto «salva Italia» e dai successivi emendamenti parlamentari in sede di conversione in legge del decreto milleproroghe.
Sul piano del merito, proprio la consapevolezza di una platea non coperta da un’interpretazione stretta dei criteri individuati nella riforma delle pensioni, mi ha indotta ad assumere un impegno ulteriore circa l’adozione di provvedimenti normativi che possano ricomprendere situazioni analoghe scaturenti da accordi collettivi, stipulati in sede governativa, entro il 2011, ma non ancora perfezionati quanto a interruzione del rapporto di lavoro.
Il numero di questi ulteriori lavoratori, peraltro, non è al momento stimabile in modo preciso giacché il perfezionamento dell’accordo richiede, in molti casi, che il lavoratore aderisca all’intesa.
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