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domenica 24 giugno 2012

IN FLORIDA Ancora un cannibale negli Usa: l'ondata degli zombie dovuta a una nuova droga?


Charles Baker ha divorato il braccio di un uomo. Tutti i casi legati dalla presenza dei "sali da bagno", mix di stupefacenti

Ancora un cannibale negli Usa:
l'ondata degli zombie
dovuta a una nuova droga?In America umentano i casi di cannibalismo e dietro a questa terribile esclation ci sarebbe un mix di sostanze stupefacenti chiamato "Sali da Bagno"
In America cresce l'allarme cannibalismo. Ultimo caso a Palmeto, in Florida, dove Charles Baker, un ragazzo di 26 anni, si è recato a casa dell'ex compagna per fare visita ai figli e, sotto l'effetto di una particolare droga (che potrebbe scatenare istinti cannibalici), si è tolto i vestiti e ha mangiato il braccio di Jeffrey Blake, un altro inquilino dell'abitazione.
La malattia degli zombie - Quando è arrivata la polizia, Baker era molto agitato e le forze dell'ordine sono state costrette ad intervenire con numerose scosse di taser per sedarlo. Successivamente, per fermare le urla del folle che minacciava di volerli mangiare, i poliziotti gli hanno applicato un bavaglio anti-morsi. Baker è stato poi trasportato prima in ospedale e poi in cella.

I casi precedenti
 - Quello di Palmeto è solo l'ultimo di una spaventosa serie di fatti analoghi. A fine maggio un ragazzo ha ridotto in fin di vita un senzatetto dopo avergli divorato il 75% del viso e pochi giorni dopo a Baltimora, nel Maryland, uno studente ha confessato di aver ucciso il compagno di stanza per poi mangiarne parte di cuore e cervello. In entrambi i casi, gli aggressori avevano assunto un nuovo tipo di droga sintetica chiamata "sali da bagno". La sostanza, facilmente reperibile tra gli spacciatori di strada, equivale ad un mix di cocaina, Lsd, ecstasy e metanfetamina, e, stando ai fatti di cronaca, farebbe scattare l'impulso irrefrenabile di mangiare carne umana. Giorni fa, orrore e sgomento anche per il caso di Luka Rocco Magnotta, il pornodivo canadese che ha ucciso il compagno per smembrarne i resti.

domenica 3 giugno 2012

USA - Manifestante fotografa l'auto di un partecipante al bilderberg: arrestato!



Vicino all'hotel dove si riuniscono i potenti del mondo in occasione del bilderberg, come ogni anno non mancano i contestatori. Uno di questi fotografa l'auto in corsa di un partecipante. La polizia chiama altri uomini: lo circondano, e lo portano via in manette... arrestato!

Vedi l'elenco dei partecipanti - italiani e non - al 
bilderberg 2012

venerdì 20 aprile 2012

Rigore? No: SOVRANITA', così l'Argentina ha fatto il miracolo


NESTOR-1.JPG
Circa dieci anni fa, tra il 19 e il 20 dicembre 2001, l’Argentina esplodeva. Fernando de la Rúa, ultimo presidente di una notte neoliberale durata 46 anni, appoggiato da una maggioranza nominalmente di centro-sinistra, sparava sulla folla (i morti furono una quarantina) ma era costretto a fuggire dalla mobilitazione di un paese intero. Le banche e il Fondo Monetario Internazionale gli avevano imposto di violare il patto con le classi medie sul quale si basa il sistema capitalista: i bancomat non restituivano più i risparmi e all’impiegato Juan Pérez, alla commerciante María Gómez, all’avvocato Mario Rodríguez era impedito di usare i propri risparmi per pagare la bolletta della luce, la spesa al supermercato, il pieno di benzina.
Il cosiddetto “corralito”, il blocco dei conti correnti bancari dei cittadini, era stato l’ultimo passo di una vera guerraeconomica contro l’Argentina durata quasi cinquant’anni. L’Fmi era stato il vero dominus del paese dal golpe contro Juan Domingo Perón nel 1955 fino a quel 19 dicembre 2001. Attraverso tre dittature militari, 30.000 desaparecidos e governi teoricamente democratici ma completamente sottomessi al “Washington consensus”, l’Argentina era passata dall’essere una delle prime dieci economie al mondo all’avere province con il 71% di denutrizione infantile, dalla piena occupazione al 42% di disoccupazione reale, da un’economia florida al debito pubblico pro-capite più alto al mondo.

Con la parità col dollaro, e con la popolazione addormentata dalla continua orgia di televisione spazzatura dell’era Menem (1989-1999), il paese aveva dissipato un’invidiabile base manifatturiera e tecnologica. Nulla più si produceva e si spacciava che oramai fosse conveniente importare tutto in un paese che aveva accolto, realizzato e poi infranto il sogno di generazioni di migranti e da dove figli e nipoti di questi fuggivano. In quei giorni, in quello che per decenni il Fmi aveva considerato come il proprio “allievo prediletto”, salvo misconoscerlo all’evidenza del fallimento, non fu solo il sottoproletariato del Gran Buenos Aires ridotto alla miseria più nera a esplodere, ma anche le classi medie urbane. Queste, che per decenni si erano fatte impaurire da timori rivoluzionari e d’instabilità, blandire da promesse di soldi facili e convincere che il sol dell’avvenire fosse la privatizzazione totale dello Stato e della democrazia, si univano in un solo grido contro la casta politica e finanziaria responsabile del disastro: «Que se vayan todos», che vadano via tutti.
Era un movimento forte quello argentino, antesignano di quelli attuali, e solo parzialmente rifluito perché soddisfatto in molte delle richieste più importanti. I passi successivi al disastro furono decisi e in direzione ostinata e contraria rispetto a quelli intrapresi nei 46 anni anteriori. Quegli argentini che a milioni si erano sentiti liberi di scegliere scuole e sanità private adesso erano costretti a tornare al pubblico trovandolo in macerie. Al default, che penalizzava chi speculava – anche in Italia – sulla miseria degli argentini, seguì la fine dell’irreale parità col dollaro.
Le redini del paese furono prese dai superstiti di quella gioventù peronista degli anni ‘70 che era stata sterminata dalla dittatura del 1976. Prima Néstor Kirchner e poi sua moglie Cristina Fernández, appoggiati in maniera crescente dagli imponenti movimenti sociali, con una politica economica prudente ma marcatamente redistributiva, hanno fatto scendere gli indici di povertà e indigenza a un quarto di quelli degli anni ‘90. Al dunque, l’Argentina ha dimostrato che perfino un’altra economia di mercato è possibile e dal 2003 in avanti il paese cresce con ritmi tra il 7 e il 10% l’anno.
La crescita economica è stata favorita da una serie di fattori propri del nostro tempo, dall’aumento dei prezzi dell’export agricolo all’arrivo della Cina come partner economico. Soprattutto però i governi kirchneristi sono stati, con Brasile e Venezuela, i grandi motori dell’integrazione latinoamericana, una delle principali novità geopolitiche mondiali del decennio. Le date-chiave di tale processo sono due: nel 2005 a Mar del Plata, soprattutto la sinergia Kirchner-Lula stoppò il progetto dell’Alca di George Bush, il mercato unico continentale che voleva trasformare l’intera America latina in una fabbrica a basso costo per le multinazionali statunitensi, mettendo un continente intero a disposizione degli Stati Uniti per sostenere la competizione con la Cina. E nel 2006 l’Argentina e il Brasile, con l’aiuto di Hugo Chávez, chiusero i loro conti col Fmi: «Non abbiamo più bisogno dei vostri consigli interessati», dissero, mettendo fine a mezzo secolo di sovranità limitata.
Per anni, i media mainstream mondiali hanno cercato di ridicolizzare il tentativo del popolo argentino di rialzare la testa, l’integrazione latinoamericana e la capacità del Sudamerica di affrancarsi dallo strapotere degli Stati Uniti e dell’Fmi. A dieci anni di distanza, tirando le somme, ci si può levare qualche sassolino dalla scarpa su chi disinformasse su cosa. Ancora un anno fa, nel momento della morte di Néstor Kirchner i grandi mediainternazionali – quelli autodesignati come i più autorevoli al mondo – avevano di nuovo offeso la presidente, con un maschilismo vomitevole, descrivendola come una marionetta incapace di arrivare a fine mandato. Il popolo argentino la pensa diversamente e il 23 ottobre 2011 l’ha confermata alla presidenza al primo turno con il 54% dei voti.
Cristina, e prima di lei Néstor, ad una politica economica che ha permesso all’Argentina di riprendere in mano il proprio destino, affianca una politica sociale marcatamente progressista, dai processi contro i violatori di diritti umani alle nozze omosessuali. Perfino nei media l’Argentina è oggi all’avanguardia nel mondo nella battaglia contro i monopoli dell’informazione: non più di un terzo può essere lasciato al mercato, il resto deve avere finalità sociali e culturali perché non di solo mercato è fatta la società.
A dieci anni dal crollo, l’Argentina sta vincendo la scommessa della sua rinascita. I paradigmi neoliberali sono sbaragliati e, dall’acqua alle poste alle aerolinee, molti beni sono stati rinazionalizzati per il bene comune dopo essere stati privatizzati durante la notte neoliberale a beneficio di pochi corrotti. I soldi investiti in educazione sono passati dal 2 al 6.5% del Pil e… la lista potrebbe continuare. Basta un dato per concludere: dei 200.000 argentini che nei primi mesi del 2002 sbarcarono in Italia (tutti o quasi con passaporto italiano) alla ricerca di un futuro, oltre il 90% sono tornati indietro: «Meglio, molto meglio, là».
(Gennaro Carotenuto, “L’Argentina in 10 anni dal collasso al rinascimento. Come liberarsi del Fmi” e vivere felici ).

lunedì 6 febbraio 2012

Usa: preparativi di guerra civile. O peggio


 





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Il Pentagono, e più precisamente il corpo dei Marines, ha costruito una finta città «più o meno grande quanto il centro di San Diego» per esercitarvi i suoi militari nella guerra urbana. La finta città sorge nella base militare di Twentynine Palms, presso la vera San Diego e consta di ben 1.560 edifici: numero impressionante. Si estende su 110 ettari. Consentirà l’addestramento di 15 mila fra Marines e commandos della Marina militare. E comprende una finta riva fluviale, decine di cortili e complessi di edifici, oltre a 700 metri di tunnel sotterranei per l’addestramento più realistico possibile agli scontri in ambiente urbano.

Arrivano i Giochi Olimpici e il Brasile copia la Cina: ruspe per sfrattare i poveri

Al via il piano "rivitalizzazione". Il gigante emergente, che si vanta del suo progressismo e dà asilo a ex terroristi, ora caccia migliaia di favelados
Per tirarsi a lucido in vista della Coppa del mondo di calcio del 2014 e delle Olimpiadi di due anni dopo, il Brasile sta forzatamente cacciando, a colpi di bulldozer, migliaia di famiglie dalle favelas a Rio de Janeiro e altre città.
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Interi quartieri abitati dalla fascia più povera della popolazione verranno «rivitalizzati» per ospitare gli eventi sportivi. Agli appelli di Amnesty international e delle Nazioni Unite, contro i trasferimenti forzati, il «gigante» emergente dell’economia mondiale, guidato da presidenti che amano definirsi progressisti, fa spallucce. Non solo: il Paese che concede rifugio ad ex terroristi latitanti come Cesare Battisti è guidato da Dilma Roussef, ex rivoluzionaria marxista proprio negli anni settanta, quando i poveri occuparono le favelas dove hanno vissuto e cercano di sbarcare il lunario fino ad oggi.
Proprio come è successo in Cina per le Olimpiadi del 2008. Allora il regime cinese impose l’esodo forzato di oltre un milione di persone dalla città di Pechino verso le periferie. Le famiglie deportate erano state risistemate in località lontane dallo sguardo indiscreto delle telecamere e degli sportivi che si apprestavano a invadere la capitale.
L’agenzia stampa Associated press ha svelato in un’inchiesta che 170mila brasiliani sono le potenziali «vittime» della cacciata d’autorità dalle loro case, in una dozzina di città, a causa della coppa del mondo e dei giochi olimpici. Solo a Rio de Janeiro, il sindaco aveva annunciato nel 2011 un piano che riguardava 13mila famiglie. L’investimento per sfrattare la favela de Metro vicina al mitico stadio Maracanà e far spazio alle infrastrutture è di 63,2 milioni di dollari. Le autorità usano il termine più blando di «rivitalizzare» gli slum. In realtà arrivano i bulldozer, anche di notte, e buttano giù tutto. Se gli inquilini resistono non si va tanto per il sottile e vengono portati via a forza. Evandro dos Santos abita vicino al Maracanà e rischia di essere il prossimo della lista: «Stanno distruggendo la nostra comunità per un gioco». Jorge Bittar, responsabile del comune di Rio per gli espropri, replica: «La ridislocazione avviene nella maniera più democratica possibile rispettando i diritti di ogni famiglia».
In pratica l’offerta, che non si può rifiutare, è di venire spostati in case popolari del governo, ottenere 230 dollari al mese per pagarsi un affitto, oppure ricevere una compensazione in denaro per la casa, o negozio della favela abbattuto. Il problema è che spesso i quartieri offerti in cambio sono lontani e mal serviti dai trasporti. I soldi per l’affitto o l’indennizzo medio di 16mila dollari sono troppo pochi per trovare un nuovo appartamento a Rio o altre grandi città brasiliane.
Alexandre Mendes, ex responsabile nel settore abitativo dell’ufficio legale pubblico di Rio, ha dichiarato all’Associated press che «molte rimozioni non rispettano i principi ed i diritti base a livello locale ed internazionale». Centinaia di famiglie resistono e nei tribunali sono state presentate decine di denunce per presunte irregolarità compiute dai funzionari comunali.
Lo scorso novembre Amnesty international ha scritto al Comitato olimpico internazionale protestando. «Cacciare le famiglie dalle loro case senza adeguate notifiche e alternative cozza con i valori dei giochi olimpici oltre a violare la legge brasiliana e quella internazionale del rispetto dei diritti umani» ha scritto l’organizzazione. Pure le Nazioni Unite con il rappresentante speciale, Raquel Rolnik, sono intervenute: «Ci rendiamo conto che le autorità di Rio de Janeiro si sono impegnate a garantire le adeguate infrastrutture per la Coppa del mondo del 2014 e le Olimpiadi del 2016, ma tutto ciò deve avvenire in collaborazione e cooperazione con le comunità coinvolte garantendo i loro diritti».
Il presidente brasiliano Rousseff si è insediata nel gennaio 2011, dopo essere stata fidato ministro con il suo predecessore, Luiz Inácio Lula da Silva.
Negli anni settanta Rousseff ha aderito a formazioni clandestine marxiste, che combattevano contro la dittatura. Soprannominata la «Giovanna D’Arco» della guerriglia è stata arrestata negli stessi anni in cui cominciavano le occupazioni delle terre, che hanno dato vita alle favelas. Non a caso il latitante nostrano Battisti ha trovato rifugio in Brasile grazie a Lula, che lo considera una specie di intellettuale perseguitato. Nulla a che vedere con i disgraziati delle favela, che rovinano l’immagine del Brasile in vista dei giochi.

sabato 21 gennaio 2012

Strage del Cermis: le confessioni del pilota killer rimasto impunito



Il 3 febbraio di 14 anni fa un aereo militare Usa spezzò il cavo di una funivia uccidendo 20 persone. Ora uno dei marine che erano ai comandi ammette che quel volo era una sorta di gita per divertirsi. E che subito prima dell'incidente stava facendo riprese panoramiche con la sua videocamera. In un nastro distrutto il giorno dopo

Il documentario di National Geographic, che andrà in onda il 31 gennaio alle 21.25 sul canale 403 di Sky, fa luce su tutti i punti oscuri della tragedia. E da forza a un sospetto: il jet volava così in basso per girare un video ricordo. Non c'era nessuna giustificazione operativa o tecnica che giustificasse la scelta di violare i limiti di quota e di velocità. A ricostruire la spedizione è un detective del Naval investigative criminal service: il reparto federale che indaga sui crimini della Marina statunitense reso celebre dalla serie televisiva Ncis. Fu Mark Fallon a scoprire quello che l'equipaggio aveva taciuto. Dopo l'atterraggio d'emergenza gli ufficiali consegnarono una piccola telecamera portatile con dentro un nastro vuoto. Perché portarla a bordo se non è stata usata? Tra i sedili, l'investigatore ha trovato un frammento di cellophane, parte della bustina che avvolge le videocassette vergini.



Solo sei mesi dopo la strage, i due tecnici di bordo - dietro la garanzia dell'immunità - hanno raccontato che al momento dell'atterraggio di emergenza i due ufficiali non hanno abbandonato subito l'aereo, nonostante perdesse fiotti di carburante. E allora comandante e navigatore hanno confessato di essere rimasti sul jet per sostituire il nastro girato durante il volo con una cassetta vergine. Il giorno dopo il documento è stato bruciato. Cosa conteneva? «Avevo ripreso le Alpi e il lago di Garda, filmando il comandante Richard Ashby. Poi l'ho rivolta verso di me e ho sorriso», ricorda l'ormai ex capitano Joseph Schweitzer: «L'ho fatto perché non volevo che alla Cnn si vedesse il mio sorriso e poi il sangue».

I responsabili hanno dichiarato che le riprese non hanno influenzato la condotta della missione letale: la quota troppo bassa dipendeva da un malfunzionamento dell'altimetro, l'apparecchio che indica l'altezza dal suolo. Ma il detective del Ncis Fallon, oggi anche lui in pensione, non gli crede: ha verificato che il sistema era a posto. E ha ripercorso il tragitto del velivolo, interrogando le persone che lo videro passare: nonostante spesso avessero notato i jet, mai avevano assistito a un volo così vicino al suolo. Ma a Fallon e il suo staff federale venne tolta la direzione dell'indagine, affidata a una commissione dei Marines incaricata di condurre un'istruttoria sotto segreto. Nella storia statunitense non era mai accaduto prima.


Il documentario di National Geographic, che andrà in onda il 31 gennaio alle 21.25 sul canale 403 di Sky, fa luce su tutti i punti oscuri della tragedia. E da forza a un sospetto: il jet volava così in basso per girare un video ricordo. Non c'era nessuna giustificazione operativa o tecnica che giustificasse la scelta di violare i limiti di quota e di velocità. A ricostruire la spedizione è un detective del Naval investigative criminal service: il reparto federale che indaga sui crimini della Marina statunitense reso celebre dalla serie televisiva Ncis. Fu Mark Fallon a scoprire quello che l'equipaggio aveva taciuto. Dopo l'atterraggio d'emergenza gli ufficiali consegnarono una piccola telecamera portatile con dentro un nastro vuoto. Perché portarla a bordo se non è stata usata? Tra i sedili, l'investigatore ha trovato un frammento di cellophane, parte della bustina che avvolge le videocassette vergini.

Solo sei mesi dopo la strage, i due tecnici di bordo - dietro la garanzia dell'immunità - hanno raccontato che al momento dell'atterraggio di emergenza i due ufficiali non hanno abbandonato subito l'aereo, nonostante perdesse fiotti di carburante. E allora comandante e navigatore hanno confessato di essere rimasti sul jet per sostituire il nastro girato durante il volo con una cassetta vergine. Il giorno dopo il documento è stato bruciato. Cosa conteneva? «Avevo ripreso le Alpi e il lago di Garda, filmando il comandante Richard Ashby. Poi l'ho rivolta verso di me e ho sorriso», ricorda l'ormai ex capitano Joseph Schweitzer: «L'ho fatto perché non volevo che alla Cnn si vedesse il mio sorriso e poi il sangue».

I responsabili hanno dichiarato che le riprese non hanno influenzato la condotta della missione letale: la quota troppo bassa dipendeva da un malfunzionamento dell'altimetro, l'apparecchio che indica l'altezza dal suolo. Ma il detective del Ncis Fallon, oggi anche lui in pensione, non gli crede: ha verificato che il sistema era a posto. E ha ripercorso il tragitto del velivolo, interrogando le persone che lo videro passare: nonostante spesso avessero notato i jet, mai avevano assistito a un volo così vicino al suolo. Ma a Fallon e il suo staff federale venne tolta la direzione dell'indagine, affidata a una commissione dei Marines incaricata di condurre un'istruttoria sotto segreto. Nella storia statunitense non era mai accaduto prima.



http://www.nocensura.com/2012/01/strage-del-cermis-le-confessioni-del.html#more

domenica 28 agosto 2011

Machu Picchu, turisti e clima lo distruggono 27

Le mura del Machu Picchu, la splendida citta' Inca considerata una delle sette meraviglie del mondo, messe a rischio dall'attacco di insospettabili invasori: i licheni, vegetali formati dall' unione di alghe e funghi che corrodono le centenarie pietre. A lanciare l'allarme e' stata la Direzione regionale della cultura di Cusco (Drc), che ha chiesto un rapido intervento di una squadra di esperti dell'Unesco per ''fermare l'avanzamento di queste sostanze nocive che stanno mettendo in pericolo le pietre della cittadina''.

L'infausta comitiva di vegetali, affermano gli esperti, potrebbe rompere il primo strato delle pietre, danneggiandole definitivamente. ''E' un problema grave e per questo stiamo chiedendo un rapido intervento tecnico: e' necessario almeno un anno di studi approfonditi per giungere a una soluzione'', ha sottolineato David Ugarte Vega, direttore della Drc. ''I licheni sono noti come specie che intaccano la porosita' delle pietre e posso produrre una grave alterazione chimica delle medesime'', ha aggiunto Gladis Huallparimachi, specialista della Drc, che ha anche indicato i motivi dell'avanzamento dei fughi e delle alghe. Per esempio, fattori climatici, come l'aumento di pioggia, vento e umidita', ma anche umani, turismo in primis.

Un tema, quello del flusso non controllato del turismo verso la citta' inca che da tempo e' motivo di dibattito in Peru'. La polemica e' cresciuta negli ultimi mesi in occasione dell'aumento delle visite turistiche per le celebrazioni del centenario della scoperta, nel 1911, della citta' perduta degli inca da parte dello scientifico statunitense Hiram Bingham. La Ugm, l'Unita' di gestione del Machu Picchu, sta per questo lavorando per fissare un tetto giornaliero di ingressi al sito archeologico, che riceve oltre 2.500 persone al giorno. Lo scorso giugno l'Unesco ha deciso di non inserire il Machu Picchu, che e' patrimonio dell'umanita', nell'elenco generale dei siti d'interresse archeologico a rischio d'estinzione.

E ha chiesto alle autoriuta' peruviane un rapporto entro il febbraio del 2012 sul mantenimento del sito, segnalando la necessita' di rivedere la capacita' di ricezione turistica del luogo Le autorita' hanno d'altro lato fissato per la meta piu' visitata del Peru' un tetto massimo di due milioni di viste all'anno. La scoperta dei licheni giunge dunque in un momento in cui tutti gli occhi sono puntati sul Machu Picchu. Gli esperti locali si sono rimboccati le maniche e stanno gia' studiando le cause dell'avanzata delle sostanze nocive: ''I nostri studiosi stanno portando avanti le analisi tossicologiche necessari e hanno gia' individuato 47 specie diverse di licheni'', ha rassicurato Fernadno Astete, direttore del sito archeologico.

sabato 13 agosto 2011

L'incredibile "favola" di 18 operai canadesi: l'azienda li licenzia e loro vincono alla lotteria


Come in una storia a lieto fine: pochi giorni dopo il licenziamento 18 operai canadesi portano a casa il jackpot della lotteria degli Stati Uniti. Sette milioni di dollari, quattriocentomila a testa. "Ora potremo vivere un'esistenza serena"


lunedì 8 agosto 2011

Usa nel mirino di S&P: non è ancora escluso un altro declassamento

L’outlook di Standard and Poor’s sull'America mostra che c’è una possibilità su tre di un ulterioredowngrade

New York - Grazia la Francia e tira una nuova mazzata agli Stati Uniti. L’outlook di Standard and Poor’s sull'America mostra che c’è una possibilità su tre (all'incirca il 30 per cento) di un ulterioredowngrade, in un periodo di tempo che va dai prossimi sei mesi ai prossimi due anni. In una intervista alla Abc, il presidente della commissione rating di Standard and Poor’s, John Chambers, non ha infatti escluso che, dopo la decisio presa venerdì notte di declassare il rating del debito degli Stati Uniti, l'agenzia potrebbe sforbiciarlo di un altro punto. Tuttavia, David Beers non si aspetta un "grande impatto" sui mercati a causa di quello che definisce un "leggero" taglio.

Scambi di accuse con Washington In attesa della prova del nove - l'apertura dei mercati lunedì - quello che resta è lo scambio di accuse e la girandola di commenti dai quattro angoli del mondo. L'agenzia di rating ha difeso il proprio operato, puntando l'indice contro l'incapacità dell`amministrazione e del Congresso americano di lavorare in modo costruttivo sulle questioni fiscali (la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato il braccio di ferro sull'innalzamento del tetto del debito, con il default evitato per un soffio). Casa Bianca e dipartimento al Tesoro hanno rispedito al mittente le accuse, la prima definendo il compromesso sul deficit "un passo necessario nella giusta direzione", mentre il secondo ha sollevato dubbi sulla "credibilità e l'integrità di S&P alla luce di una decisione non giustificabile in modo razionale e basata su un erore di calcolo da 2.000 miliardi di dollari" sull'andamento del debito americano nei prossimi dieci anni. Anche se la scelta di S&P non dovrebbe rappresentare uno shock per i mercati - l'investitore miliardario Warren Buffett è per esempio del parere che l`impatto "sarà solo limitato" - il downgrade ha immediatamente scatenato timori a livello globale sul suo possibile impatto sulla già travagliata economia globale.

La reazione dei governi asiatici Duro il monito della Cina, primo creditore degli Stati Uniti con investimenti in bond americani per 1.160 miliardi di dollari, secdeve "l'America deve venire a patti con il doloroso fatto che i bei vecchi tempi, quando poteva semplicemente uscire dai guai indebitandosi ulteriormente, sono finalmente passati". In generale, i governi asiatici hanno risposto con cautela al downgrade, in attesa di capire se la decisione di Standard & Poor’s minerà la fiducia già traballante degli investitori e ridurrà il valore dei loro ingenti investimenti in bond americani. Uno scenario possibile è che si moltiplichino ora le pressioni a trovare un’alternativa al dollaro come moneta di riserva globale, convincendo i Paesi asiatici a diversificare i propri investimenti.

La partita politica a Washington Barack Obama è ora il primo presidente durante il cui mandato gli Stati Uniti hanno perso la valutazione massima e, con essa, parte della loro credibilità davanti al resto del mondo. La prima potenza mondiale non è abbastanza affidabile e questo è un argomento su cui i suoi avversari politici non mancheranno di fare leva da qui alle presidenziali del 2012. Qualcuno ha già cominciato: questa decisione "è il risultato delle pessime scelte dell’amministrazione", ha detto l’ex governatore del Massachusetts Mitt Romney, in cerca della nomination repubblicana per la Casa Bianca. Dello stesso tenore il commento del presidente della Camera John Boehner, secondo cui "questa è solo l’ultima conseguenza delle spese senza controllo che ci sono state a Washington per decenni. Si sono tradotte in un’incertezza economica in grado di distruggere posti di lavoro e che ora minaccia di avere effetti distruttivi sui mercati del credito".

http://www.ilgiornale.it/economia/il_rating_usa_ancora_mirino_sp_non_escluso_nuovo_declassamento/economia-politica-politica_economica-usa-obama-standard__poor-rating-downgrade-stati_uniti/07-08-2011/articolo-id=539077-page=0-comments=1

sabato 6 agosto 2011

Declassato il rating degli Usa la Cina ha in mano Obaba

Barack Obama nella storia, ma nel modo sbagliato: gli Stati Uniti incassano il primo downgrade della loro storia ed è una tegola sia per il presidente sia per tutta l'economia mondiale. L'agenzia internazionale di rating Standard & Poor's ha annunciato al Tesoro di aver declassato il rating americano da AAA ad AA+. La Casa Bianca ha contestato la decisione sostenendo che nella bozza c'erano errori per duemila miliardi di euro ma l'agenzia non è tornata sui suoi passi, motivando il declassamento con "rischi politici" che correrebbero gli Stati Uniti. L'outlook è negativo: non è da escludere dunque un altro taglio nell'arco dei prossimi 12 o 18 mesi in mancanza di "correzioni solide". Meno di una settimana fa era arrivato l'accordo al Congresso tra democratici e repubblicani che avevano approvato il piano per l'innalzamento del debito. Non è bastato, a S&P's, che prevede un aumento del debito dopo le elezioni presidenziali del 2012 . Per Obama, insomma un'altra grana da aggiungere a quelle trovate per strada negli ultimi mesi, in particolare la debolezza politica che lo espone alle critiche dei democratici e alle resistenze parlamentari dei repubblicani. "E' la risposta alle alte spese di Washington - accusa il conservatore John Boehner, speaker della Camera, dopo il downgrade -. Rimaniamo in minoranza ma continueremo a premere sui democratici perchè si uniscano a noi per misure concrete per gestire il deficit e il debito. La leader dei democratici alla Camera, Nancy Pelosi, chiede invece trasparenza sui tagli da 1.500 miliardi di dollari cui lavorerà la commissione bipartisan. Pechino attacca - Da Washington ora l'attenzione si sposta all'Asia e in particolare a Pechino. L'agenzia ufficiale cinese Xinhua commenta sarcastica: "I giorni in cui uno Zio Sam carico di debiti poteva tranquillamente sperperare prestiti illimitati ottenuti all'estero sembrano essere finiti". "Al di fuori degli Stati Uniti - si legge - molti ritengono che il taglio di rating sia un conto da tempo atteso che l'America deve pagare per la crescita del debito e per le miopi dispute politiche a Washington". Quindi niente recriminazioni, anche perché "Dagong Global, una giovane agenzia di valutazione cinese, aveva già tagliato le obbligazioni del Tesoro degli Stati Uniti alla fine dell'anno scorso, ma la sua mossa è stata accolta arroganza e cinismo da parte di alcuni commentatori occidentali". Da Pechino è tempo di rivendicazioni: "La Cina, il più grande creditore dell'unica superpotenza del mondo, ora ha tutto il diritto di chiedere agli Stati Uniti di risolvere i suoi problemi strutturali di debito e garantire la sicurezza degli asset cinesi in dollari". "Per curare la sua dipendenza dal debito, gli Stati Uniti devono ristabilire il principio di buon senso per cui si dovrebbe vivere all'altezza dei propri mezzi".

venerdì 8 aprile 2011

Tea Party - Cronache del mondo conservatore Obama strombazza la sua ricandidatura perché teme di sparire prima

8 Aprile 2011
Barack Hussein Obama dice che si candiderà alle elezioni presidenziali del 2012 e noi giù a farci servizi giornalistici con toni da breaking news. Perché, vi pare possibile che un presidente federale in carica dica al Paese: “Scusate, ho il mal di testa, non se ne fa più niente”, un presidente per di più come Obama? Va da sé, cioè, che un Obama in carica si ricandidi per il secondo round, anche se non ne avesse la voglia, anche se fosse stanco, anche se fosse sicuro di non farcela. Se non si ripresentasse alle elezioni, Obama condannerebbe infatti il proprio partito alla dannazione per sette generazioni. Chi sarebbe infatti disposto a credere più in chi dice in pubblico di non credere in se stesso?
Fa dunque ridere la solennità con cui Obama ha annunciato la propria candidatura (anche se la mossa è comprensibile sul piano propagandistico, il piano che si fonda su quel patto non scritto tra soggetto e oggetto della propaganda in base al quale l’oggetto, colui che la propaganda la riceve, noi, è disposto a una temporanea sospensione della propria dignità, accettando di farsi dare dello stupido per stare al “grande gioco”). Piangere fa invece il vedere come un mucchio di gente abbia accolto la non-notizia con euforia e “stupore” (le lacrime non sgorgano perché quella gente tifa Obama, ma perché fa la finta tonta). Incomprensibile, in ultimo, il motivo per cui certa stampa abbia strombazzato ai quattro venti l’ovvio.
La notizia vera, semmai, è la fretta (alcuni hanno scritto l’anticipazione sui tempi canonici) con cui Obama ha dato al mondo detta non-notizia, contribuendo con questo ‒ ma solo con questo – a travestirla da news. Come se a Obama scappasse la terra sotto i piedi, come se cercasse aria televisiva fresca, come se cercasse una scusa per riaffacciarsi sul proscenio pubblico.
La popolarità di Obama, infatti, è in costante calo ‒ nemmeno questa è una notizia ‒, il suo “mito” è appannato da tempo, ma soprattutto è l’opposizione Repubblicana a vivere il proprio momento magico. Qualcuno dice che in Obama vi sono segni di ripresa. Possibilissimo, anzi pure probabile; ma una rondine non fa primavera. Obama si è rivelato una delusione enorme per moltissimi cittadini, diversi suoi elettori compresi, e non da ora; per una moltitudine di americani si è dimostrato un uomo inadatto al ruolo assegnatogli. Giorno dopo giorno non fa alcunché ‒ rectius non riesce a fare alcunché ‒ per convincere il pubblico del contrario, e ogni e qualsiasi eventuale impennata dei suoi consensi è velocissima a smorzarsi. Va avanti così da due anni, nulla vieta di pensare che la situazione non cambi di qui all’inizio del novembre 2012 che ci separa dal prossimo presidente federale.
Certo, ci distanziano dalle presidenziali così tanti mesi che ogni pronostico sarebbe temerario. Noi che davamo Obama per sconfitto prima ancora che egli scendesse in campo nel tardo autunno 2009 ci siamo poi risvegliati un dì assolutamente scornati. Ma che il Partito Repubblicano le elezioni del 2012 possa solo perderle in prima persona, consegnandole cioè al detestato avversario, è un fatto incontrovertibile sin d’ora.
Ovviamente, anche questo è possibile. E lo sarà del resto sempre di più se i Repubblicani tarderanno a confluire su una candidatura univoca, unitaria, forte, spendibile. Faranno invece quasi sicuramente meno fatica, oramai, a racimolare i moltissimi denari necessari alle campagne elettorali statunitensi, e questa è già una buona notizia. Il buco abissale, per esempio, dei conti federali statunitensi, per colpa del quale alcuni servizi pubblici non essenziali rischiano la serrata, ma forse lo smagrimento persino quell’assistenzialismo costoso, inefficace e per le persone deresponsabilizzante che da sempre è la bandiera agitata demagogicamente dalle Sinistre “moderne”, fra i primi proprio da Obama, sta lavorando in favore dei Repubblicani, i quali, con la Commissione Bilancio della Camera presieduta da quel Paul Ryan del Wisconsin che già ebbe l’incarico ufficiale di fare le pulci in diretta tivù al discorso obamiano sullo Stato dell’Unione, hanno presentato l’unico serio piano di rientro, che però costerà la testa alla famosa riforma sanitaria. Dal canto proprio, il presidente Repubblicano della Camera, John Boehner, tiene la barra sulla linea dura, in accordo con le richieste dei “Tea Party” dentro e fuori il Congresso federale. Già lo si era notato che, dopo il 2 novembre, dentro la Camera federale di Washington sarebbe stata tutta una gara fra l’ala destra dei Repubblicani e la loro ala ancora più a destra…
Cosa resterà adesso ai Democratici per battere gli avversari? Il novembre 2012 è sì lontano, ma davvero le elezioni i Repubblicani possono solo perderla per colpa propria.
Marco Respinti è presidente del Columbia Institute e direttore del Centro Studi Russell Kirk.
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martedì 22 marzo 2011

E insieme a lui Mugabe, Castro e Kim Jong il Perché Gheddafi se ne deve andare

22 Marzo 2011

La questione in Libia non è tanto se dobbiamo intervenire oppure no per salvare delle vite umane. Questo lo scopo, umanitario, della missione, che ha determinato un consenso quasi unanime fra i grandi attori internazionali, Nazioni Unite, Stati Uniti, Europa, Lega Araba, e così via. Ma come sappiamo le guerre umanitarie sono un ossimoro. Ben presto inizierà la triste conta dei morti provocati dai raid dei "volenterosi", come ha dimostrato l'Afghanistan, dove per quanto intelligenti possano essere le bombe sganciate dagli aerei americani continuano a mietere vittime fra la popolazione civile. In ogni caso, nonostante la tempesta di fuoco scatenata su Tripoli e la Libia dal cielo e dal mare, non abbiamo notizie di stragi di massa provocate dalla coalizione occidentale.

Se è vero che negli ultimi due giorni le truppe di Gheddafi hanno fatto almeno 40 morti e 300 feriti a Misurata, secondo fonti mediche locali, è anche vero che le fosse comuni e le 10.000 vittime evocate all'inizio della guerra civile erano numeri in libertà. Sappiamo che - prima che scattasse l'intervento - l'assedio di Bengasi aveva già provocato, sempre secondo fonti locali, almeno trecento morti e che, come ha detto il primo ministro David Cameron, "la missione è servita ad evitare un massacro". La storia non si fa con i "se" ma di massacri perpetrati da pazzoidi al potere, dal Ruanda ai Balcani, ne abbiamo conosciuti parecchi. Quindi è sempre meglio evitarli. Si chiama prevenzione e fino a qualche anno fa era il perno della politica estera americana.

La questione della Libia non può neanche essere derubricata ai soliti, noti, "interessi economici", visto che qualsiasi guerra nasconde una logica del genere (sarebbe strano il contrario): in questo caso la ghiotta porzione di petrolio che le grandi multinazionali anglo-francesi potranno spartirsi una volta che il nuovo governo libico, già riconosciuto da Sarkozy, dovesse insediarsi al potere. Anche dell'Iraq si è detto che era una guerra per il petrolio, che l'America voleva depredare le ricchezze della Mesopotamia, mentre invece, come sappiamo, una buona parte di quel tesoro oggi è tornata nelle mani del governo e, si spera (è proprio il caso di dirlo), del popolo irakeno. Dopo l'invasione americana ci sono state aste e fruttuosi accordi economici, di sicuro Washington ci ha guadagnato qualcosa, ma non si può certo dire che l'oro nero era il "casus belli". Non lo erano, ma si è scoperto dopo, neppure le armi di distruzioni di massa. No, il problema era proprio lui, Saddam Hussein.

E qui veniamo alla vera questione per cui oggi si combatte, o perlomeno si dovrebbe combattere in Libia. Non sappiamo ancora bene chi sono i nostri interlocutori, i "ribelli di Bengasi". Costoro vogliono l'aiuto occidentale ma non vogliono truppe di terra straniere in Libia (i SAS però vanno benissimo). Ignoriamo le complicate logiche claniche e tribali che si nascondono dietro la rivolta ma sappiamo che i "nuovi" sono vecchi arnesi del regime, ministri e generali che hanno capito che era il momento di cambiare casacca e cercarsi un nuovo padrone, magari a Londra o a Parigi. Così come sappiamo poco e niente degli studenti dell'università di Sanaa, nello Yemen, che in questi giorni si stanno ribellando al governo locale, anch'esso amico dell'Occidente, che finora ha ammazzato decine di manifestanti. L'Occidente sta tollerando regimi che si professano alleati del mondo libero e poi fanno i porci comodi loro ricevendo al massimo qualche "sgridata" dalla Casa Bianca.

La questione dunque è questa, se e come sia giusto rovesciare dei governi illiberali e autocratici, liberticidi e antidemocratici. Una vecchia storia. Gheddafi è solo il primo. Kim Jong il, Fidel Castro, Rober Mugabe e tutti gli altri despoti in fila davanti al tribunale della storia dovrebbero essere giudicati e condannati. Se vogliamo davvero che questo sia lo scopo, ideale, della missione, è bene capire fin da subito che non basterà una "guerra umanitaria", cioè un giro di parole liberal per mascherare mezze sconfitte con un vanaglorioso successo, com'è accaduto nella ex-Jugoslavia. La strategia di usare caccia e missili per sconfiggere il nemico è costata cara all'Occidente: su quella illusione si è fondata la propaganda di Al Qaeda: gli americani sono buoni solo a colpire dal cielo, perché hanno paura di affrontarci sulla terra. Dal Kosovo alla Somalia, ai missiletti lanciati da Clinton in Sudan per ammazzare Bin Laden, questo genere di azioni militari si è sempre rivelato un fallimento.

Obama ha avuto la guerra che cercava (ma non voleva), una guerra sotto l'egida delle Nazioni Unite, con l'Europa che finalmente sembra assolvere ai suoi doveri (o meglio l'asse anglo-francese), e addirittura la Lega Araba che fra mille mal di pancia sembra approvare, per poi dissentire e contestare, l'attacco (il Qatar e altri Paesi del Golfo fanno parte dei "volenterosi"). Ma questo non sarà sufficiente a fermare la repressione di Gheddafi, né a sconfiggerlo. Per farlo, evitando di ritrovarcelo ancora in piazza a Tripoli fra un paio di mesi, occorre mandare (tante) armi ai ribelli (e tanti altri SAS), prepararsi a un nuovo voto alle Nazioni Unite che convalidi l'intervento di truppe terrestri (contractor, non solo Ong, saranno sempre meglio dei mercenari di Gheddafi), e lavorare di fino (se già non lo si è fatto) con l'intelligence per scoprire se il Rais ha in mente pianistay behind, come in Iraq, evitando, per quanto possibile, una futura insorgenza.

L'obiettivo dev'essere il cambio di regime, chiaro e tondo. Conviene che i governi impegnati in questa guerra lo dicano, invece di trincerarsi dietro le fumisterie onusiane. Rovesciare Gheddafi è la priorità. La struttura di comando libica è nelle mani del Rais. Tolto di mezzo lui avremo azzerato anche ciò che resta della sua forza militare. Ci saranno problemi, errori, complicazioni. Potrebbe esserci il rischio di ritorsioni terroristiche, un nuovo massiccio afflusso di migranti sulle coste dell'Italia e verso l'Europa, una guerra di tutti contro tutti fra i successori del Colonnello, cioè la fine della integrità territoriale della Libia e infine la creazione di uno o più staterelli islamisti. Non è facile togliere di mezzo un dittatore al potere da 40 anni. Ora che si è deciso di farlo, però, l'importante è muoversi, non dargli tregua, costringerlo alla macchia. Se sarà furbo, si arrenderà o cercherà di fuggire. Se vorrà giocare, fino in fondo, la parte del leone, morirà. In un modo o nell'altro, la Libia sarà stata liberata, anche se il prezzo di queste guerre di liberazione non è mai troppo basso.

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