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venerdì 8 marzo 2013

Non è vero che il Movimento 5 Stelle rinunci ai rimborsi elettorali: non ne ha proprio diritto


5 stelleBella idea far campagna elettorale sbandierando di aver rinunciato ad un diritto di cui non si può beneficiare, ai sensi delle leggi vigenti.
Gli esponenti del Movimento 5 Stelle, quando si vantano di voler rinunciare ai rimborsi elettorali, raccontano una mezza bufala: in realtà non ne hanno proprio diritto, non avendo uno statuto. Cosa di cui peraltro vanno fieri, ritenendo in questo modo di differenziarsi dagli altri partiti.
Ricapitoliamo:
1) Non è vero che i consiglieri regionali grillini si sono tagliati lo stipendio. Non possono farlo. Semplicemente, lasciano a disposizione di un “conto progetto” la parte eccedente i 2.500 euro mensili. Questi soldi vengono utilizzati, come abbiamo visto, per pagare le spese legali ai No Tav, oppure per acquistare maschere anti-gas e borse di canapa, rimborsare i pranzi dei componenti dello staff del gruppo consiliare, ed anche per il “Restitution day”, che in realtà serve a finanziare “progetti a 5 Stelle”, ossia amici e amici degli amici. Insomma, tutt’altro che una “restituzione al territorio”.
2) Non è vero che il Movimento 5 Stelle rinuncia ai soldi pubblici. I gruppi consiliari, in Piemonte, Emilia Romagna e Sicilia, usufruiscono dei contributi relativi. In teoria per le spese di cancelleria, in pratica per pagare gli stipendi agli staffisti e finanziare volantini, cartoline e iniziative No Tav nonché il giornaletto di partito.
3) Non è vero che i parlamentari grillini hanno rinunciato a benefit e diaria. Si sono decurtati solo una parte dell’indennità, seguendo però la stessa logica dei consiglieri regionali.
4) Non è vero, infine, che il Movimento 5 Stelle rinuncia ai rimborsi elettorali. Come detto, non ne ha diritto, in virtù della Legge n.96 del 6 luglio 2012, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 172 del 25 luglio 2012, recante “norme in materia della riduzione dei contributi pubblici in favore dei partiti e movimenti politici, nonché misure per garantire la trasparenza e i controlli dei rendiconti dei medesimi. Delega al governo per l’adozione di un testo unico delle leggi concernenti il finanziamento dei partiti e dei movimenti politici e per l’armonizzazione del regime relativo alle detrazioni fiscali”. L’articolo 5 parla chiaro:
1. I partiti e i movimenti politici, ivi incluse le liste di candidati che non siano diretta espressione degli stessi, qualora abbiano diritto ai rimborsi per le spese elettorali o ai contributi di cui alla presente legge, sono tenuti a dotarsi di un atto costitutivo e di uno statuto, che sono trasmessi in copia al Presidente del Senato della Repubblica e al Presidente della Camera dei deputati entro quarantacinque giorni dalla data di svolgimento delle elezioni. L’atto costitutivo e lo statuto sono redatti nella forma dell’atto pubblico e indicano in ogni caso l’organo competente ad approvare il rendiconto di esercizio e l’organo responsabile per la gestione economico-finanziaria. Lo statuto deve essere conformato a principi democratici nella vita interna, con particolare riguardo alla scelta dei candidati, al rispetto delle minoranze e ai diritti degli iscritti. 2. I partiti e i movimenti politici, ivi incluse le liste di candidati che non siano diretta espressione degli stessi, che non trasmettano al Presidente del Senato della Repubblica o al Presidente della Camera dei deputati gli atti di cui al comma 1, nel termine ivi previsto, decadono dal diritto ai rimborsi per le spese elettorali e alla quota di cofinanziamento ad essi eventualmente spettante.

Il Movimento 5 Stelle di avere uno statuto non ne vuole sapere. Sarebbe un eccesso di “autodisciplina”. C’è solo il “non statuto”. E allora arriverà anche il “non rimborso”. Ma da lì a poter dire di aver rifiutato i rimborsi elettorali, ne passa.
di Riccardo Ghezzi © 2013 Qelsi

domenica 25 novembre 2012

Peppino Impastato eroe solo della sinistra? Lui del Pci non ne voleva sapere


Il 9 maggio 1978, lo stesso giorno in cui veniva ritrovato il corpo senza vita di Aldo Moro all’interno di una Renault 4 rossa in via Caetani a Roma, moriva a Cinisi, località in provincia di Palermo, il giovane trentenne Giuseppe Impastato, detto Peppino.
Una morte che all’inizio viene liquidata come suicidio o attentato non portato a termine: il corpo del giovane, dilaniato da un ordigno, è ritrovato la mattina dopo, ad una cinquantina di metri da un binario della ferrovia quasi divelto dall’esplosione. La matrice appare chiara sin da subito: un atto terroristico a sfondo politico, da parte di un giovane “ultra di sinistra” (come riportato dalle cronache dell’epoca) che con l’intento di far deragliare un treno ha costruito una bomba artigianale allo scopo di danneggiare i binari. L’ordigno però è esploso accidentalmente prima che portasse a termine il suo disegno, dilaniando “l’attentatore”. Proprio come Feltrinelli.
Oppure un suicidio, proposito manifestato secondo gli inquirenti attraverso una lettera scritta qualche mese prima, che in realtà era un semplice sfogo.
Niente di tutto questo. Grazie al lavoro della madre Felicia, del fratello Giovanni e del “Centro siciliano di documentazione”, la verità viene a galla qualche anno dopo: un attentato, di matrice mafiosa, per cui nel 2001 sarà condannato come mandante a trent’anni di reclusione Vito Palazzolo, braccio destro del boss Gaetano Badalamenti, anch’egli condannato all’ergastolo nel 2002.
Peppino Impastato non era solo un attivista politico. Era anche un ragazzo che combatteva la mafia. Lo faceva a modo suo, con i suoi mezzi. L’ha fatto rompendo con il padre mafioso, ma anche da speaker dell’emittente locale “Radio Aut” da lui fondata, denunciando le magagne del boss del paese: per l’appunto Gaetano Badalamenti.
Lo faceva con ironia pungente, satira. Ma anche con coraggio, forse inconsapevole.
Era un ragazzo come tanti, che certo in chiave anti-mafia non può essere ricordato come i giudici Falcone e Borsellino, ma ha pagato allo stesso modo la sua “ribellione”. Con il tempo, dopo la sua morte, è stato trasformato in un eroe, e forse Peppino Impastato stesso, ragazzo timido e un po’ naif, sorriderebbe di questa definizione. Ma soprattutto è stato strumentalizzato politicamente, usato per dare un colore politico e una fazione alla lotta anti-mafia.
Tempo fa ha destato scandalo un manifesto di Casapound dedicato proprio a Peppino Impastato. Si è parlato di “appropriazione indebita”, accusa che fa sorridere se mossa da una sinistra che fa di tutto per appropriarsi di uomini di destra come Paolo Borsellino e Giorgio Ambrosoli,  o il giornalista Mauro De Mauro. Peppino Impastato, come simbolo anti-mafia, non può essere né di destra né di sinistra. Esattamente come Falcone, ma anche Borsellino, Ambrosoli o De Mauro. E se proprio si vogliono ricordare le sue idee, lui che era sì uomo di estrema sinistra e svolgeva attività politica,  non si può trascurare che per il medesimo discorso dell’”appropriazione indebita” non potrebbe essere oggi celebrato dagli esponenti degli attuali partiti nati dall’ex Pci. Pd in primis.
Peppino Impastato del Pci non ne voleva sapere.
Conosce Stefano Venuti, pittore e fondatore della sezione Pci della zona, in giovanissima età. Tra i due si crea un rapporto di amicizia e reciproco rispetto, che continua negli anni a venire. Ma Peppino Impastato rompe con il Pci sin dal 1968, all’età di 20 anni, e i rapporti peggiorano fino a diventare conflittuali nel 1974, quando il partito entra nella giunta comunale di Cinisi con la Dc.
Tant’è che Impastato si iscrive prima nel Psiup, poi a Democrazia Proletaria, lista per la quale si candida alle comunali del 1978.
C’é ben poca differenza, per Peppino Impastato, tra Pci e Dc. Tanto che nelle sue trasmissioni radiofoniche denuncia le magagne di entrambi i partiti, ovviamente sempre a livello locale. Un aspetto forse un po’ troppo trascurato da parte di chi oggi lo identifica solo come “martire di sinistra”.
Persino nel bel film di Marco Tullio Giordana, “I cento passi”, ispirato alla vita di Impastato, appare una scena che non ha nulla di biografico: le elezioni comunali incombono, e il giovane si reca dal pittore Stefano Venuti ad annunciargli la sua intenzione di candidarsi per Democrazia Proletaria, chiedendogli quasi il permesso. Un episodio mai accaduto, e che non sarebbe mai potuto succedere: Peppino Impastato con il Pci aveva già rotto da anni, ed era ben contento di candidarsi contro.
Una revisione un po’ tendenziosa e faziosa, persino in un film diffuso trent’anni dopo la sua morte.
Tra i nemici di Peppino Impastato non c’erano solo la mafia e la Dc, ma anche e soprattutto il Pci. Quando muore, in piena campagna elettorale, pochi giorni prima delle elezioni e prima di essere eletto ugualmente perché gli abitanti di Cinisi decidono di votarlo anche da morto, i rapporti con il Pci sono a dir poco pessimi. E molto tesi, soprattutto in campagna elettorale.
Appropriazione indebita?
Prima di denunciarla, siamo sicuri che Peppino Impastato non si sentirebbe offeso dall’essere omaggiato dall’attuale centro-sinistra nato da una costola del Pci?
di Riccardo Ghezzi © 2012 Qelsi

giovedì 12 luglio 2012

Il governo Monti stanzia 500 milioni per l’emergenza Nord Africa. E i terremotati italiani?


Il pacchetto di “spese indifferibili” contenuto nel decreto sulla spending review si è arricchito in extremis di un’altra voce: quella dei 500 milioni stanziati per assicurare anche quest’anno la prosecuzione degli interventi umanitari a beneficio dei cittadini nordafricani giunti in Italia in seguito alle recenti guerre civili scoppiate in Egitto, Libia e Tunisia. Con questi 500 milioni, le spese contenute nel decreto sono salite ad un totale di 3,2 miliardi di euro fino al 2013: spicca il miliardo stanziato per finanziare la partecipazione italiana alle missioni di pace già in corso anche nel 2013.
I 500 milioni di “spese umanitarie” stanziati per i cittadini del Nord Africa corrispondono all’importo destinato ai terremotati emiliani in virtù dell’aumento delle accise: i 2 centesimi a litro in più sul costo dei carburanti dovrebbero far entrare nelle casse dello Stato 500 milioni di euro da girare alle zone terremotate. Nel 2013 e 2014, a conta dei danni ultimata, il governo ha previsto che siano stanziati altri 2 miliardi, di cui però non v’è ancora alcuna certezza, oltre agli stanziamenti in arrivo dall’Ue.
I fondi sarebbero così ripartiti: 95% all’Emilia Romagna, 4% alla Lombardia e 1% al Veneto.
Al di là della perplessità che suscita il fatto che il governo abbia deciso di stanziare per il momento la medesima cifra per i terremotati italiani e per i cittadini nordafricani scappati dai loro Paesi, e che abbia destinato fondi per le zone terremotate solo dopo aver aumentato il prezzo della benzina, c’è da sottolineare che l’emergenza Nord Africa è già costata 520 milioni di euro alle casse dello Stato da febbraio 2011 ad oggi.
Si parla di 20.000 profughi di guerra provenienti dalla Libia. Ogni migrante sta costando 42 euro al giorno, 80 se minorenne.
Soldi ben spesi? Nient’affatto. La Protezione civile ha creato un sistema di accoglienza, affidandolo senza gare a strutture private: i risultati sono sfociati in ruberie, disservizi, mancanza di controlli, rivolte, sassaiole, strutture fatiscenti e procedure troppo lente. Per chi vuole approfondire, rimandiamo a questo articolo.
Intanto, nel silenzio dei media, si levano le prime voci di protesta dal parlamento. Ecco la dichiarazione del deputato mantovano Gianni Fava, della Lega Nord, rilasciata alle agenzie di stampa:
Io da oggi mi sento nordafricano, perché per questo governo i territori italiani sono uguali al Nordafrica.
Il governo ha dato ai terremotati per ora solo 500 milioni, non abbastanza risorse a cittadini che per decenni hanno contribuito al benessere del Paese ma sono stati dimenticati. Gli altri due miliardi forse.
Al Senato, all’articolo 23 comma 11 della spending review, si investono 500 milioni di euro, la stessa cifra data ai terremotati dell’Emilia, per la crisi del Nordafrica, territorio che a questo punto per il governo vale quanto la crisi nei nostri territori
di Riccardo Ghezzi © 2012 Qelsi

lunedì 9 luglio 2012

Cds (Credit Default Swap) impietoso: Monti non sta affatto salvando l’Italia



Fino a poco più di un anno fa il termine “spread” era pressoché sconosciuto, ora è diventato quasi un tormentone. Il differenziale tra titoli di Stato italiani e tedeschi è sulla bocca di tutti: ne parlano giornali, tv, internauti, ed è convinzione comune che sia una sorta di unità di misura del rischio di insolvenza di un Paese: più lo spread è alto, maggiore sono le possibilità di “fallimento”. A colpi di spread è stato fatto fuori un governo eletto dal popolo e nominato un esecutivo “tecnico”, appoggiato da una vasta e trasversale maggioranza, affidandogli il compito di salvare l’Italia. I risultati in termini di spread sono stati deludenti: venerdì 6 luglio il differenziale ha chiuso a 470 pb, ben oltre la “soglia critica” dei 400 stabilmente superata da due settimane e assai vicino a quella ancor più preoccupante dei 500.
Ma c’è un altro dato, taciuto dai media e quindi sconosciuto ai più, esattamente come lo spread fino a un anno fa: è quello del Cds, il Credit Default Swap.
Per spiegare in modo chiaro cosa sia, rimandiamo quindi al blog crisi-finanziaria.myblog.it, che così li definisce:
Il Credit Default Swap (CDS) è a tutti gli effetti un contratto derivato di tipo credit derivatives, è dunque uno swap impiegato per trasferire l’esposizione creditizia di prodotti a reddito fisso tra le parti (…).
Tecnicamente è un accordo tra un acquirente (chiamato protection buyer) e un venditore (protection seller) attraverso il quale il venditore  si impegna, a fronte del premio rateale versato dall’acquirente, a effettuare un determinato pagamento nel caso si verifichi uno specifico evento chiamato credit event, che tipicamente è il default del debitore terzo. (…)
E’ sicuramente uno strumento finanziario molto evoluto ma non necessariamente complicato, in sostanza possiamo pensare al cds come a un’assicurazione sull’insolvenza di un emittente. Per  questo il CDS è spesso utilizzato come polizza assicurativa o copertura per il sottoscrittore di un’obbligazione.
Chiaramente più il mercato dei cds teme l’insolvenza di un emittente, più il cds di riferimento aumenterà di prezzo (…).
Per queste caratteristiche costitutive il cds è un parametro di riferimento fondamentale per comprendere il “reale” rischio di fallimento della società che ha sottoscritto il debito su cui il cds poggia. Attalmente il valore del cds è un parametro molto più affidabile e indipendente rispetto ai vari giudizi delle società di rating (i famosi AAA, AA, A, BBB, BB, … ) (…).
Lasciando da parte l’aspetto squisitamente finanziario, che interessa verosimilmente solo agli esperti e appassionati in materia, usiamo il Cds come semplice unità di misura del rischio insolvenza di un Paese.
Ebbene, il passaggio tra Berlusconi e Monti ha giovato all’Italia da questo punto di vista? Pare di no.
Con Berlusconi, il Cds dell’Italia era ancora a quota 177 punti base, quindi nient’affatto a rischio, a giugno 2011. La curva si è impennata tra giugno e novembre, quando è venuta a mancare in modo evidente la solidità e la forza del governo: numeri risicati in parlamento e di conseguenza meno autorità per prendere decisioni importanti.
Il 15 novembre 2011, tre giorni dopo le dimissioni di Berlusconi e un giorno prima del giuramento del governo Monti, il dato peggiore: il Cds dell’Italia tocca il massimo storico, a quota 601 punti base, chiudendo poi a 594.
L’inesorabile e clamorosa risalita del Cds italiano da 177 a 594 pb in soli 5 mesi lasciava intendere che con un nuovo governo, sostenuto da una larga maggioranza, il dato sarebbe migliorato. Un po’ come lo spread, che secondo Buttiglione ed Enrico Letta sarebbe calato vertiginosamente di 300 o 100 punti soltanto grazie alle dimissioni di Berlusconi.
Inutile ricordare che non è andata così: nonostante l’ampia maggioranza e le manovre lacrime e sangue, il Cds italiano non è affatto ritornato ai livelli di giugno 2011. Venerdì 6 luglio, ultimo dato, ha chiuso a quota 515, 16 pb. Altissima.
Il minimo con il governo Monti si è verificato lo scorso 19 marzo con 349,09 pb, livelli peraltro raggiunti anche ad ottobre 2011 ai tempi del governo Berlusconi, appena un mese prima dell’attacco speculativo costategli le dimissioni.
La quota “critica” dei 500 pb, superati ai tempi del precedente governo solo a settembre (in pochi giorni) e novembre 2011, con Monti è stata ampiamente varcata a dicembre 2011 e nella prima metà di gennaio 2012, ed ancora ininterrottamente dal 15 maggio ad oggi, con la sola interruzione del 2-3 luglio (468 e 464 pb).
Il Cds dell’Italia, con Monti, è rimasto ai livelli di quello di Spagna e Irlanda.
Dunque, dov’è questo governo di salvezza nazionale?
di Riccardo Ghezzi © 2012 Qelsi