mercoledì 5 marzo 2014

Psicofarmaci boom: +310% dal 2000 al 2008

La crisi fa decollare anche il consumo di psicofarmaci. In otto anni antidepressivi aumentati  del 310%. Mali dell’anima? Certo, ma chi spinge sono anche le elite mondialiste e le multinazionali del farmaco
Di Furio Stella
 
Dura investire con la crisi che tira. Ma se proprio dovessimo fare un investimento in azioni, non avremmo dubbi, e punteremmo tutto quanto sul mercato dei farmaci. Meglio ancora: su quello degli psicofarmaci. Tra sonniferi, ansiolitici e antidepressivi non c’è difatti una statistica, una, che contraddica il loro mostruoso trend di crescita. Men che meno in Italia, dove pure è concentrato un terzo degli psicologi di tutta Europa (70 mila su 210 mila: non chiedeteci il perchè).
QUALCHE DATO. Secondo l’Aifa, l’Agenzia del Farmaco, l’acquisto degli antidepressivi in Italia è aumentato  dal 2004 del 4,5% all’anno. Per il Censis, che ha messo assieme i dati delle Asl nel periodo 2001-2009, gli aumenti sono stati nell’ordine del 114%. Il Cnr (dato 2011) ha calcolato che usano tranquillanti e ansiolitici 5 milioni di italiani (di cui più di 3 milioni donne), 4 milioni i sonniferi e 2,2 gli antidepressivi. E ancora: uno studio dell’Osmed ha messo gli psicofarmaci al terzo posto tra i farmaci più venduti dopo quelli cardiovascolari e gastrointestinali; secondo l’Osservatorio europeo sulle Droghe e Tossicodipendenze  rappresentano la terza causa di incidenti stradali dopo alcol e cannabis; e un rapporto di Osservasalute del 2009 parlava di un aumento dei consumi di antidepressivi dal 2000 al 2008 addirittura del 310%!

Cosa vogliono dire tutte queste cifre? Primo, che stiamo male. Molto male. Secondo, che le statistiche non sono aggiornate, e dunque con la crisi che tira è molto probabile che la situazione sia ancora peggiore. Terzo, che l’evoluzione dei prodotti psicofarmaceutici – vuoi mettere i tempi del Valium o dei vecchi barbiturici? – non è andata di pari passo con il miglioramento del quadro, anzi esattamente il contrario. Ergo: non sono loro la soluzione del problema (lo complicano, semmai).
MALI DELL’ANIMA. Così li chiamano. Materia da preti, dunque, più che da giornalisti. Di sicuro, lo siano o meno, vi possiamo dire con certezza chi li provoca e chi ne fa un business. I primi, quelli che li provocano (ma forse sarebbe più giusto dire: li amplificano), sono i ritmi della “modernità”. O meglio, quel concetto di moderno che viene spacciato per comunque buono e comunque migliore rispetto al vecchio, “a prescindere” come direbbe Totò, e si concretizza nelle scelte, nei costumi e nello stile di vita che ci hanno calato dall’alto, volenti o nolenti, le elite mondialiste. E di cui solo adesso qualcuno comincia a rendersi conto dell’insostenibilità.
LE CIFRE DEL BUSINESS. Quanto al business, è ovvio di chi stiamo parlando: delle major farmaceutiche. Le quali, non solo traggono profitto dal malessere generale e magari anche dall’eccessiva leggerezza con cui i medici prescrivono i loro farmaci, ma, come dire?, sono direttamente responsabili nello “spingerne” le vendite, promuoverle in tutti modi possibili, leciti o meno. E d’altra parte, quando si hanno fatturati di 30, 40, addirittura più di 60 miliardi di dollari cioè l’equivalente di quattro finanziarie italiane come nel caso della Pfizer, la numero uno di Big Pharma (quella del Viagra e dello scandalo delle cavie umane inconsapevoli in Nigeria: 67 miliardi di dollari di fatturato nel 2011), non è che si possa scontentare gli azionisti, e dunque andare tanto per il sottile, vi pare?
I SOLITI NOTI. Lo confermano del resto le cronache giudiziarie degli ultimi anni, infarcite di condanne per promozioni scorrette, trucchi nella costruzione di sperimentazioni favorevoli, azione di lobby sui governi nazionali nella formulazione delle cosidette “linee guida”, un esercito di rappresentati di vendita, fior di professionisti a libro paga, eccetera. La Ely Lilly, quella che vendeva il mitico Prozac, la “pillola della felicità” come la chiamavano allora, è stata condannata per esempio per aver promosso illegalmente proprio uno psicofarmaco, lo Zyprexa. Lo Zyprexa, che è un antipsicotico, compare addirittura nella classifica dei venti farmaci più venduti del mondo. in compagnia di altri due psicoprodotti dei soliti noti:  l’Abilify, numero uno degli ansiolitici (Bristol-Myers Squibb, 18 miliardi di dollari di fatturato nel 2009) e l’antidepressivo Seroquel prodotto dall’anglo-svedese Astra Zeneca, 27 miliardi nel 2012 (di cui 10 di utile netto). E nominando solo en passant la svizzera Novartis, seconda multinazionale del farmaco nel mondo, quella a cui il famoso Ritalin, l’anfetamina legalizzata, ha garantito da solo un gettito di almeno tre miliardi all’anno.
CHI STA PEGGIO.  Capito con chi abbiamo a che fare? Ma prima di farci venire la depressione, con il rischio di annoverarci presto anche noi tra i clienti di Big Pharma, consoliamoci almeno con questo: che rispetto ad altri non siamo neanche messi male. In Europa, per esempio, il consumo di Prozac secondo una ricerca della London School of  economics and political science è cresciuto del 20% all’anno nel periodo 1995-2009. E in Islanda un abitante su dieci si fa almeno una pastiglia al giorno. Per non parlare degli Stati Uniti, dove le strategie di penetrazione delle major farmaceutiche non hanno trovato le resistenze che ci sono da noi. Qui l’uso gli psicoattivi, che a differenza dell’Italia riguarda soprattutto le donne dopo i 45 anni e gli anziani (fonte: Aifa), è diffusissimo purtroppo anche tra i più giovani. Come ha rivelato un’inchiesta del New York Times, difatti, il Ritalin è stato prescritto a milioni di bambini per curare la (inesistente) sindrome di iperattività ADHD, e viene inoltre usato “regolarmente” dal 20% degli studenti universitari. Uno su cinque!
No, per fortuna noi non siamo l’America. Per ora.

martedì 4 marzo 2014

Contro lo ius soli Giovanni Sartori contro la Kyenge: "Integrare non è assimilare"

Cécile Kyenge e Giovanni SartoriNiente più Cécile Kyenge. E il politologo Giovanni Sartori, in un editoriale sul Corriere della Sera, tira un sospiro di sollievo. La Kyenge, "un ministro spuntato dal nulla e manifestamente incompetente in tema di integrazione", un ministero "inventato per l'occasione" da Enrico Letta. Sartori temeva che Cécile fosse "una super protetta di chissà quanti colli e montagne. Per fortuna mi ero sbagliato, visto che non è stata inclusa nel governo Renzi". Semmai, oggi, l'ex ministro si presenterà alle Europee. Ma questa è un'altra storia.
Contro lo ius-soli - Sartori non perde l'occasione per prendere la mira e "sparare sul ministro morto", criticando le sue politiche e le sue idee. Premette che Cécile "non è più (come ha scritto l'autorevole Foriegn Affairs americano) una delle cento donne più potenti al mondo. Al momento si è solo manifestata come dogmatica fautrice dello ius soli e ora con il preannunzio di un libro". Sartori approfitta dell'occasione per riflettere su ius soli e ius sanguinis, e ricorda: "Giuridicamente parlando, la cittadinanza italiana è fondata sullo ius sanguinis: siamo cittadini italiani se siamo nati in Italia da cittadini italiani".
La giustificazione - Lo ius soli, la "soluzione opposta", prevede che "si diventa cittadini del Paese nel quale entriamo e ci insediamo". Una soluzione adottata storicamente, ricorda, "dai Paesi sotto-popolati", che "adottano lo ius soli perché hanno bisogno di popolazione". Per Sartori la "distinzione in questione è logica e storicamente giustificata". Secondo le statistiche "i Paesi che adottano il criterio dello ius sanguinis sono ancora una maggioranza. Ma molti Paesi - sottolinea - sono oggi piccole isole sperdute nei vari oceani".
"Tutti meticci? Mai" - Sartori ricorda poi alla Kyenge che "integrare non è lo stesso che assimilare, e che la integrazione in questione è soltanto l'integrazione etico-politica". Per esempio, "per i musulmani tutto è deciso dal volere di Allah, dal volere di Dio. Qui il potere discende soltanto dall'alto. Per le nostre democrazie, invece, il potere deriva dalla volontà popolare, e quindi nasce dal basso, deve essere legittimato dal demos". Infine l'ultima bordata: "L'ex ministro Kyenge ha dichiarato che siamo tutti meticci. Si sbaglia. Qualasiasi buon dizionario glielo può spiegare".
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lunedì 3 marzo 2014

Conclusa la raccolta firme per il giardino a Antonino Crisafulli „Petizione Crisafulli: le firme da consegnare in Prefettura“

La petizione per l'intitolazione un giardino a Antonino Crisafulli, poliziotto scomparso in un incidente nel 2012, procede. Ora bisogna aspettare la risposta del prefetto

Le firme, 1432 in totale, sono state raccolte on line (540) e all’ufficio relazioni con il pubblico (892). Ora si sta predisponendo tutto il materiale raccolto per inviare una formale richiesta alla prefettura.
On line, infatti, oltre trenta sestesi che hanno conosciuto ed apprezzato il lato umano e professionale di Crisafulli hanno voluto, oltre alla loro firma, lasciare anche un commento in ricordo dell’ispettore. Questi commenti, che verranno opportunamente allegati alla domanda, saranno accompagnati dalla Manifestazione d’intenti del Consiglio comunale a favore della richiesta votata lo scorso 10 febbraio, da una lettera di sostegno all’iniziativa da parte della Banca di credito Cooperativo di Sesto San Giovanni e da una analoga missiva del Prevosto don Giovanni Brigatti.
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domenica 2 marzo 2014

Rassegna stampa Travaglio cambia bersaglio: "Lobbisti, lottizzati, riciclati: questo è il governo Renzi"

Marco TravaglioIl bersaglio di Marco Travaglio è cambiato. Da quando Matteo Renzi si è seduto sullo scranno più alto di Palazzo Chigi è diventato lui il principale ispiratore degli editoriali manettari del vicedirettore del Fatto. Come quello di oggi nel quale Travaglio "smaschera" le intenzioni dell'ex sindaco di Firenze: "la rottamazione era un bluff", scrive nel pezzo in prima pagina, "una trovata propagandistica per prendere il potere, raggiunto il quale il rottamatore si comporta come il più decrepito dei partitocrati Ancien Regime".
Anche perché, fa notare, "se la lista dei ministri l’ha sbianchettata Napolitano, quella dei sottosegretari è tutta roba sua".

Una squadra, puntualizza Travaglio, in cui ci sono ben quattro inquisiti, tutti e quattro del Pd. Ovvero Francesca Barracciu, Umberto del Basso de Caro, Vito De Filippo e Filippo Bubbico. "I primi tre", spiega, "rispondono di peculato per le ruberie sui rimborsi regionali. La sarda Barracciu, in quanto indagata, non poteva essere candidata a governatore di Sardegna, ma fare il sottosegretario può eccome. Alla Cultura, ovviamente. Il campano del Basso de Caro, che è pure l’avvocato di Mancino al processo Trattativa, gestirà le Infrastrutture con l’ottimo ministro Lupi (anche lui inquisito da ieri per abuso a Tempio Pausania) e altri due vice scelti con sopraffina meritocratizia: il sottosegretario Ncd Antonio Gentile, celebre per aver candidato B. al Nobel per la Pace e per aver bloccato le rotative de L’Ora della Calabria per occultare la notizia del figlio indagato; e il viceministro socialista Riccardo Nencini, amicone di Riccardo Fusi asso pigliatutto della cricca della Protezione civile. L’ex governatore lucano De Filippo dovette dimettersi l’anno scorso con tutta la giunta indagata in blocco, dunque ora si divide fra l’inchiesta per peculato e il ministero della Salute. Il quarto indagato, anzi imputato è il suo predecessore Filippo Bubbico: essendo sotto processo a Potenza per abuso d’ufficio, rimane a pie’ fermo viceministro dell’Interno".

E ancora: il sottosegretario Cosimo Ferri, "il magistrato, ras di Magistratura Indipendente", racconta Travaglio, "che entrò al governo con Letta in quota Forza Italia, poi all’uscita del Caimano s’imbullonò alla poltrona fischiettando come nulla fosse. Il suo nome salta fuori dalle intercettazioni di alcuni fra gli scandali più vergognosi degli ultimi anni: Calciopoli, loggia P3 e caso Agcom-Annozero. Nessun reato, nessun avviso, ma quanto basterebbe almeno per tenerlo lontano dalla Giustizia".
Insomma l'esecutivo Renzi per Travaglio è "un governicchio di riciclati, lottizzati, lobbisti e mezze tacche, infine ieri con una lista di 44 fra viceministri e sottosegretari che c’è da sporcarsi soltanto a sollevarla con una canna da pesca". Per fortuna, scrive l'editorialista del Fatto, che il magistrato Nicola Gratteri non è stato nominato ministro della Giustizia. Altrimenti, "vista la compagnia, avrebbe dovuto dimettersi nel giro di una settimana. O, in alternativa, fare una retata".
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sabato 1 marzo 2014

La poltrona paga I ministri che fanno i soldi con i libri: da Franceschini a Kyenge


Cecile Kyenge e Dario Franceschini

Basta sedersi su poltrona a Palazzo Chigi ed immediatamente un ministro diventa uno scrittore di successo con tanto di case editrici che sarebbero disposte a tutto pur di pubblicarli. E se poi decadono, niente paura. Si ritirano fuori le cose già uscite e si ripubblicizzano.  L'inchiesta di Stefano Sansonetti per La Notizia tira fuori i casi Franceschini e Kyenge.
Non appena il neo ministro della Cultura si è seduto sullo scranno più alto di via del Collegio Romano, Bompiani ha riproposto paginate in cui pubblicizza quattro romanzi del ministro-scrittore: Nelle vene quell'acqua d'argento (anno 2006), La follia improvvisa di Ignazio Rando (2007), Daccapo (2011) e Mestieri immateriali di Sebastiano Delgado (2013).

Ora, scrive Sansonetti, "tralasciando la constatazione che Dario Franceschini, già ministro ed esponente di spicco del Pd, ha trovato davvero tanto tempo in questi anni per occuparsi di romanzi, non si può fare a meno di notare come il suo approdo ai beni culturali apra nuove prospettive di guadagno per lui e per la Bompiani. Per la serie: carpe diem".
Quanto a Cecile Kyenge, non appena l'ex ministro dell'integrazione del governo di Letta si è trovata senza una poltrona a Palazzo Chigi ecco che Piemme ha dato alle stampe "Ho sognato una strada", libro il cui titolo richiama un po' alla mente il famoso "I have a dream" di Martin Luther King. Anche qui, fa notare La Notizia, forse con un eccesso di malizia, qualcuno potrebbe chiedersi come abbia fatto l'ex ministro a trovare il tempo di scrivere un libro mentre era impegnata in un governo chiamato ad affrontare gravi emergenze nel paese.
Ma tant'è. Mica poteva essere da meno di Laura Boldrini che è presente in libreria con "Sotto le montagne non si incontrano mai" e "Tutti indietro" , scritte qualche tempo prima per Rcs. O di Pietro Grasso che dopo la sua nomina alla presidenza del Senato è ricomparso sugli scaffali di tutte le librerie con il suo volume, edito da Sperling & Kupfer "Per non morire di mafia" e "Liberi tutti". Perché il segreto, quando si diventa famosi, è non perdere tempo e cercare subito di far soldi sfruttando la notorietà acquisita.
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