giovedì 19 gennaio 2012

JAN PALACH:DALLA MEMORIA ALL'OBLIO

Nel 1969 uno studente di Praga si diede fuoco
per protestare contro le truppe sovietiche
che stavano stroncando la rivoluzione liberale

Da simbolo dell'opposizione al regime comunista di Husak a dimenticato eroe della patria, lo studente cecoslovacco che si immolò trent'anni fa a Praga sembra essere stato dimenticato dai suoi concittadini. Dove non riuscì la disinformazione di regime sono quindi riusciti la mancanza di ideali e il benessere faticosamente conquistati? Ripercorriamo i tragici giorni di quel gennaio 1969 alla ricerca del ruolo che oggi svolge la memoria di Jan Palach nella coscienza dei giovani cechi
di ALESSANDRO FRIGERIO

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La tomba di Jan Palach nel cimitero di Praga
Un gesto avventato e inutile dopo la soppressione della "primavera di Praga". Un triste simbolo di un sogno infranto e nulla più. Ma anche una scintilla che non si è mai spenta. Questi i commenti, in gran parte intonati al pragmatismo e al disincanto, che gli studenti di una università praghese hanno espresso a proposito del significato della morte di Jan Palach Eppure in quel gennaio del 1969 quando si diede fuoco in piazza San Venceslao l'opinione pubblica mondiale restò profondamente turbata da un suicidio così inusuale e violento, più vicino alle tradizioni di protesta asiatiche (nei primi anni Sessanta alcuni monaci buddisti vietnamititi si erano arsi vivi per protestare contro le repressioni del governo di Dinh Diem) che a quelle europee. A Praga il clima politico del gennaio 1969 era agitato dal tentativo di Husak di allontanare Smkorsky - presidente del parlamento che godeva di molto credito tra i Cechi ed era, oltretutto, il principale alleato di Dubcek - dai vertici dello stato. Il pretesto usato da Husak fu quello dell'equa divisione delle cariche tra le due nazioni che componevano il paese. Smorsky accettò suo malgrado di lasciare la carica, ma i sostenitori della primavera di Praga si sentirono umiliati e traditi. In questa atmosfera di disillusione Jan Palch, studente alla facoltà di filosofia dell'università Carlo, si diede fuoco in piazza Venceslao nel primo pomeriggio del 16 gennaio 1969 in segno di protesta contro l'occupazione sovietica dell'agosto precedente. Morì due giorni dopo in seguito alle ustioni riportate. Non aveva ancora compiuto 21 anni. Era infatti nato l'11 agosto del 1948 nella cittadina di Vsetaty, cinque mesi dopo l'abile colpo di stato comunista che aveva tarpato le ali alla giovane repubblica cecoslovacca. Un colpo di stato che era stato funestato dal misterioso suicidio del ministro degli esteri Jan Masarik, volato dalla finestra di palazzo Czernin poche ore prima del giuramento del governo monocolore di Gottwald.
E il suicidio di Jan Palach fu subito paragonato dai cittadini di Praga a quello di Jan Masarik. Entrambi, a loro modo, avevano voluto protestare contro la soppressione delle libertà fondamentali nel loro paese. Ma mentre il gesto di Masarik lo si poteva solo interpretare (non fu ritrovato alcun biglietto a giustificazione), quello del giovane studente fu suffragato dalle parole da lui dette e scritte prima del rogo. Palach lasciò infatti una dichiarazione nella quale spiegava che il suo suicidio era una protesta contro l'occupazione sovietica e soprattutto contro la censura, reintrodotta dopo l'effimera "primavera di Praga". Con il suo gesto sperava di squarciare la passività e la rassegnazione dei suoi concittadini dopo la "normalizzazione", di lanciare un messaggio di supremo rifiuto che doveva toccare il cuore del suo popolo. Consapevoli del valore politico-simbolico di questa morte le autorità misero in piedi una campagna di disinformazione, che però non diede i risultati previsti. A nulla valsero infatti i tentativi di far passare Palach per uno psicopatico. Le testimonianze della famiglia, dei compagni di studio e dei professori furono concordi nel rifiutare queste voci. Così come a nulla servì l'illazione che Palach avrebbe voluto impiegare uno speciale liquido a fiamma fredda ma che solo per un malaugurato errore si cosparse di benzina. Il sacrificio del giovane studente traumatizzò tutto il paese, scrisse Alexander Dubcek. "I funerali si trasformarono in una dimostrazione imponente a difesa della nostra politica riformatrice e di protesta contro l'occupazione sovietica". Sabato 25 gennaio 1969 alle esequie un cielo plumbeo scaricò acqua e neve sulle seicentomila persone accorse da ogni parte del paese. Il corteo era preceduto dalla banda operaia di Praga, seguita dal corpo accademico nei suoi costumi tradizionali. Il decano dell'università diede l'ultimo saluto alla salma dicendo "La Cecoslovacchia sarà un paese democratico solo quando il sacrificio non sarà più necessario".
Il vecchio presidente Svoboda, da parte sua, dichiarò di rispettare il gesto di Palach ma che non lo poteva condividere come presidente e cittadino. La polizia si limitò a osservare da lontano. Per un giorno Praga fu in mano agli studenti. Nei mesi successivi il gesto di Palach fu imitato, fino alle estreme conseguenze, da un'altro studente, Jan Zajic, il 25 febbraio, e da un operaio, Evzen Plocek, in aprile. Le spoglie di Jan Palach rimasero per qualche tempo nel cimitero praghese di Olsany. Fino a quando la polizia, esasperata dalle processioni di studenti e semplici cittadini che erano riusciti a trasformare la sua tomba in una mausoleo della resistenza alla dittatura comunista, fecero prima trasferire d'autorità la bara in un altro luogo e quindi cremare i resti. Con un gesto di inconsueta pietà l'urna con le ceneri fu consegnata alla madre. Ma nonostante tutti gli sforzi la memoria continuava a vivere. Il 16 gennaio 1989 Vaclav Havel fu arrestato mentre cercava di posare un mazzo di fiori sul luogo dove Palach si era dato fuoco vent'anni prima. Havel scontò nove mesi di reclusione. Più di 800 persone furono arrestate con l'accusa di "hooliganismo e disturbo dell'ordine

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I carri armati sovietici a Praga
pubblico". Quei giorni di repressione - ultimo colpo di coda di un regime che ormai aveva i mesi contati - sono passati alla storia come la "settimana di Jan Palach". Oggi lo studente di filosofia è ricordato da un busto nell'università e da una piazza. Ma, ironia della sorte, ora che è assurto a "eroe" istituzionale della patria i praghesi sembrano dimenticarlo. Le celebrazioni del 16 gennaio 1999 in occasione del trentennale del suo sacrificio sono state poco sentite e hanno visto una scarsa partecipazione di pubblico. Molti giovani, intervistati dalla televisione ceca, di fronte al quesito "Chi era Jan Palach?" hanno risposto che il nome non era nuovo ma non ricordavano esattamente dove lo avessero sentito. Per alcuni poteva essere stato un cantante, un atleta o forse un uomo politico. Immediato è seguito lo sdegno degli intellettuali, con immancabile lancio di strali nei confronti della scuola che non riesce più a educare e dei giovani ormai privi di ideali. Certo, forse ubriacate di libertà e da un ritrovato benessere, le nuove generazioni hanno altro cui badare. Ma a noi piace pensare che in fondo hanno proprio ragione loro. Jan Palach avrebbe potuto essere un cantante, un atleta o forse un uomo politico. Se solo i tank sovietici non lo avessero privato della sua "primavera" e della speranza in un futuro migliore.



RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI



  • Una storia infausta. L'Europa centrale e orientale dal 1917 al 1990, di Jean-Marie Le Breton - Ed. Il Mulino, 1997

  • Est. Andata e ritorni nei paesi ex comunisti, di Demetrio Volcic - Ed.Mondadori, 1997

  • Storia delle democrazie popolari, di Francois Fejto - Ed Bompiani, 1977

  • Il socialismo dal volto umano, di Alexander Dubcek - Editori Riuniti, 1996

  • http://www.storiain.net/arret/num37/artic6.htm


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